E la rinunzia si allontanò un momento da quell'essere che conservava

ancora, malgrado l'aridità, in fondo all'anima, le vanità e le debolezze

della prima età. Ma il giorno cadeva rapidamente, il crepuscolo era

molto freddo, egli andò via dalla villa, dietro agli altri,

rabbrividendo; in quell'ora triste di Roma che affligge i cuori più

secchi, che fa crollare le più ferme decisioni. Andò un minuto

all'ufficio, domandò se vi era stata molta nuova richiesta, in

tipografia, del giornale:

"Sì, signor direttore."

"Più degli altri giorni?"

"Come gli altri giorni."

Non erano ancora dunque le centomila copie: da due mesi invano tentava

di arrivarci. Chissà perchè un giornale aumenta! Talvolta è il resoconto

di un processo, talvolta un'epidemia, una inondazione, la morte di un

grand'uomo, l'arrivo di una grande cantante: e talvolta non cresce per

nessuna di queste ragioni. Negli ultimi due mesi appunto non vi era

stato nulla di tutto questo: i grandi uomini del tempo eran tutti morti,

la stagione era buona, la salute pubblica ottima. Miracolo, se il

giornale non era disceso! Per profonde cause ignote, misteriose,

inaccertabili, il giornale discende, talvolta, lentamente o

precipitosamente. Un nulla può far discendere il giornale, -- e nella

carrozza che lo portava da Spillmann, in Via Condotti, Riccardo Joanna,

l'uomo indurito nell'esistenza, ebbe un fremito di paura. Meno male che

ci faceva caldo in quel piccolo salotto di Spillmann, sui muri del quale

vi era una esposizione di piatti giapponesi: e il direttore del _Tempo_

si rincorò, vedendo la bella faccia calma di Marco Farina, un bel

signore meridionale che non era nè deputato, nè senatore, nè

industriale, nè artista, ma semplicemente un galantuomo ricco, che

passava l'inverno a Roma, mangiandosi quietamente la sua rendita,

godendo di tutto, amico di tutti, non discutendo mai con nessuno, dando

ragione a tutti quanti. Joanna, che lo conosceva, sedette di rimpetto a

lui, a quel bel signore, dalla barba bianca, che aveva in sè qualche

cosa della pace serena orientale -- e parlarono placidamente, mangiando,

di molte cose, di teatri, di attrici, di ballerine, di politica, anche,

trovandosi quasi sempre d'accordo o cedendo l'uno all'altro,

cortesemente, quando non erano d'accordo. Una gran quiete ricca era in

quella stanzetta chiusa al freddo e ai rumori della strada, e per

Riccardo Joanna il suo commensale Marco Farina era il tipo del borghese

felice, lontano da tutte le agitazioni, fuggito dalla battaglia,

dilettandosi della vita, in silenzio. E alle frutta, nella naturale

tenerezza della digestione che cominciava, Riccardo Joanna vide in Marco

Farina tutto il suo avvenire, molti anni di pace, la vita ricca e

taciturna, la rinunzia a tutti i turbamenti, a tutte le amarezze.

"L'onorevole Bolognetti è fuori, in carrozza, che l'aspetta," gli disse

sottovoce il cameriere.

"Vengo," disse Joanna.

La carrozza voltò per Piazza di Spagna, senza che il deputato avesse

dato nessun ordine al cocchiere.

"Ebbene, Joanna, vi decidete?"

"Dovete decidervi voi."

"Non insistete su quella cifra, è troppo forte per noi."

"Insisto."

"Ma confessate la verità: siete deciso o no a disfarvi del vostro

giornale?"

"Sì, per due milioni."

"Sapete bene che non possiamo darveli: non volete vendere."

"La mia parola è una. Debbo pagare i miei debiti, non mi resta molto e

ho assai lavorato."

"Ma la cifra è troppo alta: giammai giornale italiano è costato tanto."

"Più tardi costeranno di più."

Si parlavano seccamente, come due avversari dichiarati, senza guardarsi

in faccia, guardando nella strada, dove la carrozza correva, senza

direzione, avendo avuto ordine di passeggiare a caso.

"Noi vi faremo un giornale contro, con un milione e mezzo."

"I denari non bastano, ci vuole un uomo."

"Joanna, Joanna, siate più forte della vostra fortuna, siate superiore

al giornalismo, siatene il padrone e non lo schiavo: sappiate

rinunziarci a tempo."

Joanna, per la prima volta, guardò in viso Bolognetti, colpito da questa

parola profonda.

"Dite al vostro cocchiere che ci conduca all'ufficio del _Tempo_."

E non dissero più nulla, presi dai loro pensieri. Ma la carrozza si

fermò un po' prima: una grande folla si accalcava pel Corso, innanzi

all'ufficio del _Tempo_. Joanna abbassò il cristallo della portiera,

mise la testa fuori, rientrò subito dentro.

"Bolognetti, non vi vendo più il giornale."

"Perchè?"

"Per questo."

"No, proprio?"

"No."

"Neanche per due milioni, in sei anni?"

"Neanche."

"A nessun prezzo?"

"A nessuno."

"Addio, dunque."

"Addio."

Joanna discese, nella folla, nel gran chiarore del gas. Sopra la loggia

della direzione fiammeggiava la leggenda:

IL TEMPO

=Centomila Copie.=

E il suo desiderio grande era là, esaudito, pubblicamente, la

soddisfazione del suo orgoglio avvampava, innanzi al pubblico

stupefatto, il suo trionfo lo ubbriacava. Era lui, Riccardo Joanna, che

aveva fatto quel miracolo, era quella la sera della sua apoteosi.

"Centomila copie," disse il suo vicino di destra, "credevo tirasse molto

di più!"

"Centomila copie," disse il vicino di sinistra, "chissà se è vero!"

E innanzi a queste due frasi, che davano la misura della inanità dei

trionfi giornalistici, Riccardo Joanna, deluso, provava un'amarezza

profonda, un profondo rimpianto.

VI.

UNA CATASTROFE.

Agabito entrò senza bussare e richiuse la porta. Riccardo Joanna non si

mosse, non trasalì: soltanto rivolse sul servo i suoi occhi smorti,

dalle palpebre un po' rosse: occhi così indifferenti, così glaciali che

parea più nulla avessero a vedere, di bello o di brutto.

"V'è un signore che cerca di lei," disse il servo con aria fra distratta

e annoiata.

"Sarà uno dei soliti.... seccatori," mormorò Riccardo con la sua

stracchissima voce.

"No, no, non cerca denaro: io non lo conosco," ribattè il servo

crollando il capo.

"Allora sarà un usciere," disse Riccardo.

"È troppo giovane."

"Oh ve ne sono dei giovanissimi," mormorò Riccardo con una convinzione

profonda.

"No, non è un usciere: è un signore."

"Basta: entri pure," disse il giornalista chinando il capo sullo

scrittoio e rimettendosi a scrivere.

Un giovanotto, bruno e snello, entrò. Era vestito correttamente di nero,

con un solino lucidissimo; era inguantato e stringeva fra le dita una

mazzettina sottile. A metà della stanzetta nuda, senza tappeto, esitò,

si fermò.

"Venga, venga," disse Riccardo Joanna con la sua cortesia un po' altera

e senza levare il capo dal lavoro, "si accomodi: trovi una sedia: scusi,

ma siamo di trasloco, siamo venuti ieri qui...."

"Disturbo?" chiese timidamente il giovane.

"No, no, finisco qui e sono con lei," ribattè Riccardo Joanna.

Il giovanotto bruno e snello aveva preso una seggiola, delle due che

ornavano la nuda stanzetta, e aveva fatto per sedersi, ma la seggiola si

era piegata leggermente: egli aveva arrossito un pochino e senza far

rumore aveva preso l'altra: per timore che fosse anch'essa sfiancata, si

era seduto sull'orlo, tenendosi leggiero. E di sottecchi, modestamente,

egli sogguardava Riccardo Joanna, questo giornalista grande, questo

giornalista terribile, di cui favolose storie si narravano in provincia,

il cui nome era conosciuto e venerato dal più umile cronista di

giornaletto settimanale e clandestino. Il giornalista grande e terribile

aveva le tempie sguarnite di capelli e un po' ingiallite, ma sulla

fronte un ciuffetto si arricciava ancora: gli occhi pallidissimi sotto

le palpebre rossicce erano anche deturpati da due borse flosce, ma

sogguardavano ancora, ogni tanto, con un languore inconscio: il volto

era tagliato da mille sottilissime rughe, ma non aveva perduto un resto

di antica nobiltà: i denti erano neri pel sigaro. Quello che era

ignobile, era il corpo: il collo si era ingrossato, le spalle si erano

curvate, la pancia, la pancia era diventata enorme: e sotto quella

pancia le gambe parea si fossero rattrappite. Ma il corpo non si vedeva

nella poltroncina rotonda: e sulla immaginazione del giovane bruno, il

grande giornalista, il terribile giornalista, Riccardo Joanna, apparve

ancora come un magnifico avanzo di nome.

Intanto Riccardo Joanna aveva finito di scrivere la sua lettera, aveva

fatto l'indirizzo sulla busta e aveva sonato sopra un timbro: n'era

venuto fuori un suono rauco, come un singhiozzo sbagliato -- la campanina

del timbro era rotta. Pure Agabito si era presentato, con la sua ciera

di servo infinitamente seccato.

"Questa lettera a Sua Eccellenza."

Agabito la girava fra le mani, restando impalato.

"Debbo portarla io, signor cavaliere?"

"Non vi è Francesco, di là?"

"Oggi Francesco non è comparso."

"Lo faremo multare di cinque franchi Francesco: andate voi, Agabito."

"Non vi è nessuno, di là...."

"Pregherete il signor cronista di dare un'occhiata...."

"Non è venuto: ha la moglie soprapparto, del quinto."

"Bene: andate."

Agabito andò via lentamente, trascinando le scarpe.

"Eccomi a lei, signore," disse Riccardo Joanna, voltandosi al

giovanotto, serbando sempre un'aria di fierezza nella sua bonomia.

"Ecco, signor Joanna, io ho osato venire da lei, così, senza

presentazione: ma è un forte impulso che mi spinge.... lei mi

scuserà...."

Riccardo squadrò il giovanotto, fiutando forse lo studente bisognoso, o

il questuante signorile. E subito, come una immobilità colpì il suo

volto, e si occupò profondamente a guardarsi le unghie. Il giovane,

intimidito, taceva.

"Dica," mormorò dopo una pausa, freddissimamente, Riccardo.

"Ecco, signor Joanna: io son venuto da lei per fare il giornalista,"

buttò giù tutto di un fiato il giovanotto.

"Ah!" fece Joanna e squadrò di nuovo il giovanotto con una lunga

occhiata.

"Le pare soverchia pretensione, la mia?"

"No, non mi pare. Continui pure," disse, glacialmente, Riccardo Joanna.

"Io ho pel giornalismo una vocazione irresistibile...."

"Una vocazione...."

"Passione, passione. Potrei fare l'avvocato, lo dovrei fare, perchè così

vuole mia madre, perchè non facendolo le do un grave dispiacere: ma non

mi riesce, non mi riescirà mai. Il giornale mi attrae, fatalmente, coi

suoi miraggi di gloria e di prosperità...."

"Capisco...."

"Io ho lo spirito battagliero: non posso ammiserirmi nelle meschinità

delle enfiteusi, delle servitù di passaggio, delle liti ereditarie. Ho

bisogno di lotta, di vita ardente: qui è la vera vita, tutta lucente."

"Fulgida...." corresse Joanna.

"Fulgida," si corresse il giovanotto arrossendo, "è la parola. La stampa

è una grande forza, uno strumento magnifico, una spada...."

".... a due tagli," completò macchinalmente Riccardo, con gli occhi

socchiusi, sotto le palpebre rosse.

Il giovanotto era rimasto interdetto.

"Continui pure," soggiunse di nuovo Riccardo Joanna, rimettendosi a

studiare le proprie unghie.

"Scusi sa.... signor Joanna," riprese quello, "ma ecco, le confesso,

ella mi dà soggezione."

"Io?"

"Certo un giornalista così fortunato in tutta la sua carriera, che ha

guadagnato quello che vuole, che guadagna quello che vuole, che ha avuto

i più grandi successi! Non si scherza! Noi di provincia la invidiamo,

signor Joanna: il suo splendido esempio ci esalta, ci entusiasma."

"È di provincia, lei?" fece Riccardo con un tono indescrivibile di voce.

"Di Bergamo. Ho preso la laurea a Padova. Oh, le ho scritto due o tre

volte, Antonio Amati, ma ella non mi ha mai risposto!..."

"Sa, sono molto occupato e...."

"Capisco, capisco. E.... senta, quello che le chiedevo per lettera,

glielo chieggo ora a voce. Mi prenda, qui, al _Tempo_...."

"Come redattore?"

"Come redattore."

"I posti sono occupati," fece Riccardo seccamente.

"Come cronista, _reporter_, traduttore...."

"Non vi è posto."

"Vengo anche a copiare, purchè mi prenda...."

"Sa, l'Amministrazione non si carica di nuove spese a metà anno."

"Il _Tempo_ è così ricco!"

"È ricco, ma ha un bilancio assai rigoroso."

In questa Agabito rientrò, sempre senza bussare.

"La lettera è recapitata," disse. "Vi sono due vaglia da firmare."

"Ah!" fece Riccardo e firmò rapidamente, sogguardando la cifra dei due

vaglia, sedici e ottanta.

"Tornate subito alla posta," ingiunse poi ad Agabito, con un'occhiata

magnetica, di cui il servo dovette sentire tutto il fáscino, perchè andò

via rapidamente.

"Senta, signor Joanna," susurrò Antonio Amati, "non importa il compenso,

mi prenda come volontario, per due mesi, per un trimestre, per un

anno...."

"E come vivrà?"

"Dirò una bugia a mia madre: dirò che faccio pratica d'avvocato: che

intanto non guadagno nulla: è bonissima, ingenua, mi crederà: mi manderà

la solita mesata da studente."

"Sa, signor Amati, in coscienza io non posso accettare la sua offerta."

"E perchè?"

"Non tutti i perchè si dicono."

"Ma infine.... uno che si offre gratuitamente.... capisco che il _Tempo_

è un grande giornale, pieno di redattori.... capisco che non ho ancora

fatte le mie prove.... e lei è troppo in alto per giudicare un meschino

come me.... ma, infine...."

"Mi ascolti, signor Amati, smetta questa sua idea."

"Lei scherza...."

"No, non scherzo, sono assai serio."

"Si burla dunque di me."

"Le assicuro che glielo dico per suo bene."

"Ma non le ho detto che ci ho la vocazione?"

"Vocazione falsa."

"Che non veggo nulla di meglio per me?"

"Vi sono centomila cose migliori."

"Ma, signor Joanna, lei può parlar così, lei che è arrivato...."

"Arrivato dove?"

"Alla grandezza."

"Signor Amati, lei mi pare un giovane buono e gentile, si levi dalla

mente di fare il giornalista."

"Forse, perchè non ho talento?"

"Che importa il talento? Se non ne ha, tanto peggio; se ne ha, tanto

peggio!"

"Lei vuole sgomentarmi, perchè sono giovane, perchè vengo dalla

provincia; mi tratta male, signor Joanna, e non me lo merito...."

"Figliuol mio, pensi che io le do una prova di stima parlandole così."

Agabito rientrò, portando certi quattrini in mano: li consegnò a

Riccardo Joanna.

"Mancano cinque lire e venti, Agabito."

"Una lira di carta da pacchi...."

"Sempre questo spreco! E poi?"

"La sua colazione di ieri, il caffè e la birra sono quattro lire."

"E poi!"

"Venti centesimi, un francobollo pel sor Rinaldo, il redattore capo."

"Bene: andate."

Antonio Amati non aveva ascoltato, tutto assorbito nel suo dispiacere di

non venir accettato al _Tempo_, giornale così diffuso, così autorevole e

così ricco. E si alzò a malincuore:

"Le tolgo il disturbo: andrò dunque a un altro giornale...."

"A un altro?"

"Sissignore. Oh non mi scoraggio, io! sono ostinato, con la volontà si

vince qualunque ostacolo. Farò il giro di tutti i giornali di Milano. Mi

offrirò gratuitamente: vedrà che in qualche giornale mi prenderanno."

E il bel giovanotto bruno e snello era così pieno di fiducia, di

volontà, di passione, gli traluceva tanto dagli occhi il suo ardore, che

Riccardo Joanna lo guardò intensamente, come se solo in quel minuto lo

giudicasse. E stettero pensosi, ambidue, un minuto.

"Resti al _Tempo_," disse improvvisamente Riccardo, "ci resti da oggi:

la inizierò al giornalismo."

Antonio Amati si fece prima pallido, poi rosso: le lagrime gli salirono

agli occhi.

"Lei è assai buono...."

"Assai buono," ripetette Riccardo Joanna misteriosamente. "Vada di là e

mi faccia un articolo."

"Su che?"

"Su qualunque cosa. Quello che le piace."

"E i lettori?" osservò, meravigliandosi, Antonio Amati.

"Ai lettori piace tutto, quando piace."

"Ho paura di essere noioso, volgare: mi dica lei...."

"Se le riesce di esser volgare, la sua carriera è fatta, signor Amati."

"Senta, mi dia lei un'idea...."

"Sono anni che non ho più idee, io. Ma non servono nel giornalismo:

nessuno ne ha."

"E se ne avessi io?" osservò con lieta baldanza Antonio Amati.

"Le consiglierei di non buttarle via. A ogni modo faccia lei."

"Sulla questione di Oriente?"

"È da trent'anni sul tappeto: e il tappeto cade in pezzi."

"Sulle donne che uccidono!"

"Non uccidono neppure più."

"Su quelle che si uccidono?"

"Sono morte: le lasci in pace."

"Basta, basta, io scrivo, poi vedrà lei," e se ne andò di là tutto

felice.

Riccardo lo seguì con l'occhio, poi rovesciò il capo sulla spalliera

della poltroncina, e guardò il soffitto.

"Ci ha una penna," disse, rientrando, il giovanotto.

"Eccola qua," e gli dette la sua.

"E dica.... vorrei anche un po' di carta.... se non le incomoda.... lì

fuori, non ce n'è neppure un foglio."

Riccardo frugò fra le carte, e trovò, dopo lunghe ricerche, tre o

quattro fogli, un po' gualciti, un po' macchiati.

"E non ho calamaio," finì per dire Antonio Amati.

"Eccole il mio," disse pazientemente Riccardo Joanna.

"Il suo, le pare? Non lo prenderò mai."

"Tanto, non ho da scrivere nulla."

"Non scrive?"

"No."

"E perchè?"

"Perchè non ho nulla da scrivere."

"E chi lo fa il giornale?"

"Mah!... si fa!"

"Senta, mi permette che vada a comperarmi un calamaio?" e tastò il

taschino.

"Faccia pure. Anzi, faccia così: dia quaranta centesimi ad Agabito.

Costui le compra una bottiglina d'inchiostro: e lei ha il liquido e il

recipiente nello stesso tempo. Raccomandi: _doppio nero_."

Si sentì, in anticamera, l'allegra voce di Antonio Amati che si

raccomandava ad Agabito, per aver, presto, presto, una bottiglina

d'inchiostro assai nero.

"A che ora vengono i redattori?" chiese Antonio Amati, rientrando.

"Mah!... quando vogliono. Io non li obbligo a venire puntualmente,"

disse Joanna, con suprema indifferenza.

"Verranno puntualmente il giorno della paga," ribattè Amati, credendo di

fare dello spirito.

"Si paga quando si può," rispose tranquillamente Riccardo.

Amati lo guardò un po' mortificato.

"Ciò non mi riguarda," riprese poi, il buon giovanotto: "io sono a

_gratis_. Ciò riguarda loro. Che dicono, essi?"

"Nulla."

"Nulla?"

"Cioè, alcuni strillano, alcuni si lamentano, alcuni se ne vanno, altri

si rassegnano e restano, sperando sempre."

"Ma da che dipende?" chiese ingenuamente Antonio Amati.

"Dalla mancanza dei quattrini," disse asciutto, asciutto, Riccardo

Joanna.

"Il _Tempo_ non ha quattrini?"

"No."

"E perchè?"

"Mah! Nessun giornale ha quattrini."

"Nessuno?"

"Nessuno."

"Neppure quelli a trentamila copie?"

"Neppure quelli a centomila."

"Da che dipende?"

"Non lo saprei dire: ma accade sempre così."

"Io vado a fare l'articolo," mormorò remissivamente Antonio Amati. "Per

che ora lo debbo fare?"

"Per l'ora che le piace."

"Come? L'ora che mi piace? A che ora va in macchina, il _Tempo_?"

"Alle sette e mezzo, spesso: o in nessuna ora talvolta."

"In nessuna ora?"

"Già."

"Non intendo. Talvolta non va in macchina?"

"Talvolta."

"E perchè?"

"Oh, per varie cause! Talvolta si sfascia una pagina, o il motore non

va, o i nastri non afferrano la carta: o semplicemente il tipografo è di

cattivo umore. Non ha mai letto, in cima al _Tempo_, la narrazione di

uno di questi guasti, per cui il giornale non è giunto agli abbonati?"

"Ho letto, ho letto," disse macchinalmente Antonio Amati, "ma non il

malumore del tipografo."

"Quello, no, naturalmente: ma è la causa più facile, veda: i tipografi

sono assai nervosi, massime il sabato."

"Vado a far l'articolo," rispose, sempre più remissivamente Antonio

Amati.

"Ci ha un _Minghetti_?"

"No, un _Virginia_."

"Me lo dia, tanto fa lo stesso."

E si mise tacitamente a far ardere, sopra un fiammifero, la punta del

_Virginia_. Antonio Amati era andato di là, sopra un tavolino tutto

macchiato d'inchiostro: guardando la parte della stanzaccia nuda,

tappezzata da una meschina carta da parati, si affannava a comporre il

suo articolo. Ogni tanto, alzando il capo, si meravigliava che nessuno

venisse: solo solo, in anticamera, Agabito mangiava un pezzo di pane,

lungamente, scotendosi ogni tanto le molliche dalla giacchetta, con aria

filosofica. Poi un ometto piccolo, unto e bisunto, venne a parlamentare

sottovoce con Agabito, il quale lo ascoltava e crollava il capo: poi

entrò nella cameruccia di Antonio Amati, e lasciò che sull'angolo della

tavola, dove il neo-giornalista scriveva, l'ometto piccolo, unto e

bisunto, scrivesse qualche cosa in certi suoi lunghi fogli di carta.

Anzi, Antonio Amati prestò la sua penna, e aspettò che gliela

rendessero. E Agabito lasciò i fogli sul tavolino, senza curarsene.

"Non li portate di là, al signor direttore?" domandò Antonio Amati.

"No," fece il servo. "Tanto, quando vede carta bollata, non legge mai."

"Ma la carta bollata si paga!"

"Mah!... ne abbiamo un fascio, e non ci dà nessun fastidio."

"Pare a voi," mormorò il neo-avvocato, tutto pensieroso.

"A _quello_ niente gli dà fastidio," susurrò Agabito, indicando la

stanza di Riccardo Joanna.

"Omo grande, eh?" disse Amati, con ammirazione.

"Grande," fece laconicamente il servo.

Ma il suono rauco del timbro, quel singhiozzo sbagliato fece andare

Agabito di là, dal direttore. Quando uscì crollava il capo, con quel suo

fare fra distratto e annoiato: e nell'anticamera, da certe scansie a

casella, da certe canestre si pose a cavare dei giornali, a fasci, e a

buttarli in mezzo alla camera, confusamente: se ne formò una montagnola.

Antonio Amati, che andava e veniva, nel fervore della ispirazione che lo

aveva fatto alzare dal tavolino, arrivò in anticamera.

"Sono giornali che vanno agli abbonati, questi?" domandò.

"Vanno tutti al nostro migliore abbonato," disse Agabito

filosoficamente.

"E chi è?"

"Il pizzicagnolo."

"Giornali vecchi," fece con disinvoltura, per parere informato, Antonio

Amati, "quanto al chilo?"

"Cinque soldi."

"Bene, bene!"

E ritornò al suo articolo. Mentre scriveva, venne il garzone del

pizzicagnolo, e il contratto durò lungamente, fra lui e Agabito: le voci

si alzarono. Riccardo Joanna, attratto dal rumore, comparve sulla porta:

e assistette al dibattito. Ora che lo vedeva in piedi, Antonio Amati si

rimetteva dalla impressione di magnificenza che gli aveva fatto Riccardo

Joanna. La pancia rotonda si vedeva troppo, gonfiante il panciotto

bianco di un candore un po' dubbio, e quella pancia incongrua, assurda,

squilibrava tutto il corpo. Malgrado la stagione calda, Riccardo portava

una _redingote_ greve: la testa si affogava un po' nelle spalle. Intanto

il garzone del pizzicagnolo, dopo aver contato e ricontato i quattrini

di rame, se ne andava, borbottando ancora. Agabito rimaneva, con le mani

cariche di soldoni.

"È venuta la risposta di Sua Eccellenza?"

"No, signor cavaliere."

"Ah! E quanto avete fatto?"

"Nove lire e venticinque, signor cavaliere."

"Quanti chili?"

"Trentasette."

"È strano: parevano di più.... Cambiatemi questi soldoni."

Se ne andò in camera sua: si sentì che spazzava il suo cappello,

lungamente. Poi Agabito gli portò le nove lire in argento. Riccardo

Joanna si accostò al tavolino di Antonio Amati, e gli domandò:

"Ha finito?"

"No," fece l'altro, tutto vergognoso, "sa, è la prima volta...."

"Venga a far colazione meco."

"Veramente.... sarebbe meglio, forse, che finissi l'articolo...."

"È sempre meglio far colazione, che fare l'articolo: se lo abbia per

assioma. -- Agabito, se viene il sor Rinaldo, ditegli che mi faccia un

pezzo sulle conquiste dell'Inghilterra in Africa."

"In Africa? Bene, signor cavaliere."

"Se venisse la risposta di Sua Eccellenza...."

"La porto subito al signor cavaliere, alla trattoria."

"Bene: veggo che capite. Vi farò dare due lire di gratificazione,

rammentatemelo."

"Veramente, signor cavaliere, vorrei che si rammentasse le mesate

arretrate: la padrona di casa non mi fa aver bene...."

"È una donna immorale, essa offende la libertà della stampa. Addio,

Agabito."

Antonio Amati, pieno di meraviglia, seguiva docilmente Riccardo Joanna.

Mangiavano in una cattiva trattoria, di Via Rastrellieri, in una stanza

bassa, dove si sentiva un acre odore di burro soffritto, quell'odore

fitto delle trattorie milanesi: e in quella stanza bassa, le mosche

ronzavano pesantemente. Il cameriere li serviva con un'aria

addormentata, con un vago sorriso. Antonio Amati, tutto esaltato ancora

dell'articolo interrotto, mangiava assai poco: e Riccardo Joanna

mangiava pochissimo, con la più pallida cera di uomo nauseato, a cui

nulla fa venir più l'appetito.

"Che bettola!" disse a un tratto, respingendo il suo piatto.

"Perchè non va altrove?" chiese Antonio Amati.

"Tutte bettole, tutte bettole!" borbottò Joanna.

"Avevo letto.... in un giornale, credo.... in un giornale di provincia,

che ella andava al Cova, con altri colleghi suoi.... vi era anzi la

descrizione di un banchetto...."

"Può darsi," fece Joanna, duramente.

"Scusi," mormorò Amati, con civiltà.

Vita e avventure di Riccardo Joanna: romanzo · 第 15 / 18 段