femminile parlava forte, con l'usciere: il quale rientrò, parlò
sottovoce, questa volta, con Riccardo Joanna, che gli rispose con un
cenno vago. Uscito fuori, lo si sentì che cercava di convincere quella
donna ad andarsene.
"Io le do molto fastidio," disse Antonio Amati, con un mezzo sorriso,
"lei vuol forse ricevere quella signora...."
"No, no, caro Amati, io non voglio ricevere quella signora."
Ma l'usciere rientrò, si mise a parlare energicamente con Joanna,
facendo dei grandi cenni di denegazione: Joanna fece un moto di
fastidio. E lentamente l'usciere se n'andò, lasciando la porta aperta: e
la sora Rosina, la lavandaia, una donna grassa e grossa, con due fili di
corallo al collo, con una catena di oro, entrò. Sulle prime cercò il suo
denaro, ventisei lire, sottovoce; ma quando vide che Riccardo Joanna
neppur le offriva da sedere, che si guardava attentamente le unghie,
come se non le badasse, s'irritò, alzò la voce brandendo il suo ombrello
come una clava. La scena divenne clamorosa: qualunque cosa le dicessero
Riccardo Joanna e l'usciere, che era accorso, non valeva a calmarla;
ella urlava come una trecca, voleva le sue ventisei lire o andava alla
questura, andava da un altro giornale a denunziare questi bricconi che
vanno tutto il giorno in carrozza, e non hanno ventisei lire da dare a
una disgraziata.
"Portate le camicie sporche, quando non avete denaro," strillava.
Invano Joanna le andava ripetendo il suo eterno domani: ella non ci
credeva a questo domani, non voleva tornare, li voleva in quel momento.
E gridava tanto, diceva tante parolacce, che Antonio Amati, tutto
tremante, alzava quanto più poteva il giornale che leggeva, per
nascondersi; avrebbe voluto scomparire, tutto.
"Ritornate alle sei," disse Riccardo Joanna, non sapendo più come
placare la lavandaia.
Ma che! non voleva ritornare, le gambe le dolevano, non stava a sua
disposizione: avrebbe aspettato sino alle sei, non si moveva di lì,
incredula, ostinata. E prese una sedia, si mise a sedere calmata di un
tratto, aspettando quietamente le sei.
"Aspettate pure," aveva detto Joanna, fingendo disinvoltura.
E si era rimesso a scrivere, come se nulla fosse. Ma la sora Rosina
restava lì, piantata, con una cera di donna paziente che aspetterebbe
così il giorno del giudizio. Per poco Joanna scrisse, ma poi la penna
gli schizzò, per un moto nervoso. Antonio Amati continuava a leggere i
giornali, ma non capiva nulla: li spiegava e li ripiegava, pian piano,
come se temesse di far rumore, come se volesse farsi dimenticare.
Immobile, come un dio Termine, la sora Rosina stava lì come un incubo.
Alla fine, non reggendosi più, Antonio Amati si alzò, andò presso
Riccardo Joanna, e gli parlò sottovoce. Il giovane giornalista
arrossiva, il vecchio giornalista impallidiva: e qualche cosa fu fatto,
rapidamente, fra loro. Antonio Amati ritornò al suo posto. Dopo cinque
minuti, con un alto disprezzo, con un cenno imperioso, Riccardo Joanna
tese un batufoletto di carte alla lavandaia:
"Eccovi le vostre ventisei lire."
Ella se ne andò, borbottando. Non era una cattiva donna, no, ma furiosa
quando voleva il suo. Riccardo Joanna non si degnò neppure di
risponderle. E Antonio Amati provò un minuto di felicità pura; aveva
almeno pagato un debito di Riccardo Joanna! Costui aveva finita la sua
lettera, e la mandava in tipografia: aveva promesso al tipografo
Casiraghi di dargli dei quattrini per le sei. Macchinalmente, andava
rivedendo certe corrispondenze antiche, certi vecchi articoli che non
aveva mai voluto pubblicare, e che man mano andava pubblicando, certe
vecchie novelle di scrittrici sconosciute: e con le forbici andava
tagliuzzando pezzetti di altri giornali, incollandoli sopra pezzi di
carta bianca, scrivendovi qualche frase per cominciare e per finire.
Macchinalmente, leggendo i giornali francesi, compose due telegrammi
particolari, assai lunghi: macchinalmente, fumando, dormicchiando, fece
un articoletto, poche cartelline e lo firmò con quell'i lungo che pareva
talvolta un'accetta, talvolta una rivoltella. Antonio Amati lo guardava
con ammirazione, come si guarda un automa che agisce come un uomo.
L'automa giornalista si moveva precisamente, senza dar cenno di fastidio
o di stanchezza: niuna impressione si manifestava sul viso floscio e
pallido, l'occhio smorto restava senza sguardo: solo le mani andavano e
venivano, meccanicamente, adoperando le forbici, la colla, la penna, il
lapis rosso. In mezz'ora di questo lavorío macchinale, Riccardo Joanna,
l'automa giornalista, ebbe combinato tutto l'_originale_ pel giornale.
L'usciere andava e veniva, senza parlare, anch'esso diventato una
macchina, in questa silenziosa asportazione di carta scritta e stampata.
"Ecco fatto," disse Riccardo Joanna, ficcandosi le mani in tasca.
"Già fatto? È un miracolo. Non avevo mai visto fare un giornale. È
bellissimo."
"Domani il giornale sarà orrendo."
"Oh!"
"Orrendo, orrendo: io ne capisco."
"Ma le pare!"
"Almeno questa sua bruttezza piacesse al pubblico! Perchè, vedete, il
pubblico ama assai le cose brutte, le cose volgari: ma ama una speciale
bruttezza, una speciale volgarità. Chi la indovina, quello è bravo.
Io.... non ci riesco. Eppure lo fo abbastanza male, il _Tempo_. Le dirò
una cosa, Amati; e senza _posa_. Alla mattina, io ho un moto di
ripulsione quando veggo il mio giornale."
Antonio Amati ascoltava, fattosi triste. Di là si udiva un grande
scricchiolío di forbici: un ragazzino di dodici anni dava di grandi
forbiciate nelle fasce, per la spedizione. Ritto sopra un seggiolone
egli tagliava le striscette rosse, azzurre e gialle, che spesso volavano
attorno a lui. Nella stanza del direttore si taceva: Riccardo Joanna era
ricascato in uno di quei suoi torpori, quel leggiero sonno che lo
abbatteva, ogni tanto, in mezzo al lavoro, in mezzo alla conversazione.
Antonio Amati taceva, preso anche lui da una stanchezza, da una
sonnolenza, con un bisogno prepotente di mangiare e di bere, di
sdraiarsi, di fumare, di sonnecchiare. Finiva il giorno e la Via San
Dalmazio era già scura. Il ragazzino entrò, con una carta fra le mani; e
la mise silenziosamente innanzi a Riccardo Joanna. Costui la guardò, ma
parve non la vedesse. Il fanciullo aspettava, pazientemente. Alla fine,
disse, sottovoce:
"Trentacinque e settanta."
Riccardo Joanna lo guardò, lesse la carta, macchinalmente:
"Va bene," disse. "Va' di là: ora ti darò le trentacinque e settanta."
"Non tardi, signor cavaliere: son solo e non arriverò in tempo."
"Arriverai, arriverai."
Una inquietudine si manifestò sul volto di Antonio Amati. Si era fatto
pallido: e la sua leale e buona fisonomia di giovanotto spensierato si
contraeva nervosamente.
"Che ci è?" domandò, come allarmato.
"Niente: è la spedizione."
"Quale spedizione?"
"Quanto è ingenuo, lei, signor Amati! Oh questi giovanotti! Ma non lo
sa, lei, che il giornale deve partire per la provincia, e ci vuole un
francobollo da un centesimo, sopra ogni copia?"
"Scusi," fece l'altro, raumiliato.
"Niente: ci vogliono trentacinque lire e settanta."
"E se no?"
"Non parte."
"Oh Dio!"
"Senza trentacinque lire e centesimi settanta il _Tempo_ resta a Milano.
Ce le ha lei, queste trentacinque lire?"
"Io?... no, pur troppo, non le ho."
"E allora.... non partiremo."
"Com'è possibile?!"
"Oh! sono cose che succedono."
"Sono.... sono già succedute?"
"Si: talvolta. Pare che questa sera si rinnoverà il caso."
"Non potrebbe chiederle in prestito a un amico?"
"È inutile," fece Joanna, crollando il capo.
"Cercare i francobolli in credenza?"
"È inutile," ribattè, lugubremente, Joanna.
"Infine far qualche cosa, ma partire?"
"Tutto è inutile, tutto," disse Riccardo Joanna, aprendo le braccia,
desolatamente.
Antonio Amati pensava, pensava. Poi alzò il capo:
"Senta, signor Joanna, io ho un'idea...."
"Sarà buona."
"Io non ho le trentacinque lire, ma posso averle. Ecco qui la mia catena
e il mio orologio: li mandi a impegnare.... ma è tardi, le agenzie dei
pegni saranno chiuse...."
"No, no, sono ancora aperte," disse precipitosamente Riccardo Joanna.
"Ebbene, ecco."
"Grazie," fece seccamente Joanna.
E chiamò il ragazzino, se lo fece accostare, gli parlò sottovoce. Gigino
ascoltava, con aria di furberia, non disse verbo, mise la catena e
l'orologio in una carta e scappò via senza salutare.
"Andate da Sua Eccellenza, sono le sei," disse Riccardo Joanna
all'usciere.
"Gliela porto qua la risposta?"
"No, portatemela in tipografia."
La tipografia era un po' lontana, in Via Santa Radegonda. Già vi ardeva
il gas: e i compositori erano nel fervore del lavoro, i macchinisti
davano l'olio alla macchina, un'aria di febbrile gaiezza regnava. Solo
il signor Casiraghi se ne stava in un angolo, tutto chiuso nella sua
collera. Riccardo Joanna andava e veniva, dal proto ai tipografi,
piegandosi sul marmo, guardando la composizione, evitando, ritardando di
accostarsi al signor Casiraghi. Ma costui era implacabile:
"Dunque?" gli disse, afferrandolo pel soprabito.
"Ora, ora," fece Joanna.
"Ma che ora, ora! Troppe ore sono passate."
"Aspetto una risposta. L'usciere verrà a portarmela qui."
E schiuse la porta a cristalli, guardando sulla via, se l'usciere
comparisse, col suo passo strascicato. Antonio Amati venne a
raggiungerlo.
"Non avevo mai vista una tipografia. È una cosa stupenda."
"Sì," disse brevemente Riccardo.
"È stampato il mio articolo?"
"Composto, non stampato."
"Vale a dire?"
"Dalla coppa alle labbra, vi è tempo di morire."
E guardava sempre sulla via, se l'usciere comparisse. Era nervoso,
adesso, col cappello buttato indietro, le mani che sollevavano, dietro,
le falde del soprabito, la faccia che interrogava ansiosamente la
lontananza di Via Santa Radegonda. Alla fine l'usciere comparve,
lentamente si accostò, restò ritto innanzi a Joanna.
"Ebbene?"
"Sua Eccellenza il principe è partito alle ore 5 e 20 per Parigi."
"Toh!" fece Riccardo Joanna. E rise.
Antonio Amati non l'aveva mai inteso ridere in quella giornata: e se ne
sgomentò.
"È partito.... improvvisamente?" chiese, poi, Riccardo Joanna.
"No, signor cavaliere: doveva partire."
"Nulla ha lasciato detto per me?"
"Nulla."
"Sua Eccellenza il principe non lascia mai detto nulla. E quando torna?"
"Non si sa, signor cavaliere."
"Non si sa mai quando ritorna Sua Eccellenza il principe." E rise di
nuovo. L'usciere domandò:
"Posso andare, ha bisogno più di me?"
"Non mi serve nulla, andate pure."
Riccardo Joanna rientrò in tipografia. Camminava piano, accostandosi al
signor Casiraghi. E costui gli lesse sulla faccia la cattiva notizia. Ma
la sua collera non esplose. Freddamente gli disse che non stampava,
quella sera: un terrore si disegnò sulla faccia di Antonio Amati che
stava a sentire questo discorso. E per mezz'ora vi fu un combattimento
di parole e di gesti fra il signor Casiraghi, tipografo, e il signor
cavalier Riccardo Joanna, direttore proprietario del _Tempo_; un
combattimento dove il vecchio giornalista adoperò tutte le armi della
parola, per convincere Casiraghi a stampare quel giorno il giornale. Ma
quello doveva conoscere oramai tutti i ripieghi della eloquenza di
Riccardo Joanna: perchè nulla valse a persuaderlo: le preghiere più
umili, le promesse più larghe, certe vaghe minacce di suicidio.
Antonio Amati assisteva, tremante, commosso, con le lagrime agli occhi.
Dunque il _Tempo_ non si stampava? Dunque il suo articolo non sarebbe
uscito? Ciò era insopportabile.
"Signor Casiraghi," disse ad un tratto, "senta, senta. Le prometto di
darle io denaro domani."
"Lei?"
"Sissignore, io."
"Me lo dia questa sera."
"Non posso questa sera. Domani telegraferò a mio zio, a mia madre, mi
farò mandare quattrini. Cento lire.... anche duecento, sì, duecento,
gliele darò tutte, purchè stampi questa sera."
"Si obblighi sopra una carta. Io non la conosco, ma m'immagino che sia
un galantuomo."
Antonio Amati si obbligò, sopra un foglione di carta bollata, a dare
duecento lire l'indomani al signor Casiraghi: e le dita gli tremavano
ancora di emozione, scrivendo. Riccardo Joanna lasciava fare senza
neppure ringraziare. Il signor Casiraghi andò a dire una parola al
macchinista: un sorriso lievissimo comparve sulle labbra di Riccardo
Joanna. Il ragazzino entrava col pacco delle fasce; aveva messo i
francobolli coi denari dell'orologio impegnato: diede otto lire e
cinquanta che ci erano avanzate, avvolte nella cartella di pegno, a
Riccardo Joanna. Costui passò il cartoccino ad Antonio Amati.
"Non mi servono," disse costui eroicamente.
E prese soltanto la cartella.
Mangiavano in silenzio, l'uno di fronte all'altro, con la voracità
taciturna di due manovali che hanno passato dodici ore alla fatica.
Quella trattoria di _Monte Tabor_ era piena di borghesi allegri, di
artisti poveri che parlavano forte, scherzavano col garzone, ridevano;
mentre i due giornalisti, il vecchio e il giovane, col capo abbassato,
miravano a saziarsi. Solo Riccardo Joanna metteva molt'acqua di Seltz
nel suo vino: lo trovava pessimo il vino, ed era abituato oramai a non
poter digerire senza l'acqua di Seltz. Si guardavano vagamente,
sorridendosi, senza parlare, e nessuno dei due si occupava più del
_Tempo_, la voluttà del pranzo li teneva. Antonio Amati divorava
grissini: Riccardo Joanna non mangiava pane per paura d'ingrassare.
Verso la fine del pranzo si comunicarono certe loro idee di gastronomia.
Riccardo Joanna, se avesse avuto il tempo, sarebbe stato un
Brillat-Savarin. Antonio Amati stava per le carni fresche e sanguigne,
per le uova, per i latticini, per le frutta: Riccardo Joanna, stomaco
rovinato, stava per le salse, per i pesci, per i pasticci. Ora si
guardavano affettuosamente nella soddisfazione del pranzo, in quel
momento di sonnolenza bonaria che precede la digestione. E Riccardo
Joanna pagò un conto abbastanza forte per quell'osteria. Gli restavano
un paio di lire delle otto e cinquanta.
"Andiamo in Galleria," disse.
Camminavano a braccetto, fumando, in uno stato di beatitudine.
"Siete un buon giornalista, farete farete," diceva Riccardo Joanna,
tutto intenerito, non dando più del lei ad Antonio Amati.
"E credete?"
"Ne sono certo, non v'inganno. Avete forza."
Si sorridevano. Ma una persona li fermò: era Gigino lo spedizioniere che
veniva verso il _Monte Tabor_ tutto scalmanato:
"Oh, signor cavaliere?"
"Che c'è?" domandò questi subitamente turbato.
"C'è che non può stamparsi, stasera, il _Tempo_!"
"E perchè?"
"Manca la testata."
"La testata?"
"Sissignore. Quello della stereotipia aveva avuto ordine di fare la
nuova...."
"E non l'ha fatta?"
"L'ha fatta; ma è venuto una quantità di volte in ufficio per esser
pagato."
"Io non l'ho mai visto...."
"Sì, signor cavaliere...."
"Sarà, ma non me ne ricordo."
"Allora, oggi, per la rabbia, è andato in tipografia e l'ha portata
via."
"Non si poteva rifare in caratteri tipografici?"
"No, erano troppo piccoli."
"Di che si trattava?"
"Di diciotto lire."
"Non avete cercato di questo stereotipo?"
"Sì, signor cavaliere: il proto mi aveva prestato le diciotto lire. Ma
la bottega era chiusa: sono andato a casa sua, aveva sloggiato."
"Bene."
"E lei non viene laggiù?"
"A far che?"
"Sicchè io posso andarmene?"
"Andate pure."
"Quella di stasera, di spedizione, che ne fo?"
"Conservatela per domani; denaro e fatica risparmiata."
"Buona notte, signor cavaliere."
I due giornalisti rimasero soli, piantati nella via.
"Ebbene?" disse Antonio Amati.
"Era una fatalità," gli rispose Riccardo Joanna.
Ma non andarono in Galleria: voltarono per Piazza Fontana, girarono per
due o tre strade senza parlare, finchè arrivarono in Via Sant'Eufemia,
dove abitava Riccardo Joanna.
"Venite su con me?"
"Non vorrei annoiarvi."
"Venite," fece l'altro brevemente.
Il vecchio giornalista salì innanzi sino al terzo piano, aprì un uscio
pian piano, e attraversarono un'anticamera, in cui il fiammifero di
Riccardo Joanna facea sembrar fantastici certi grandi armadi.
"Non risvegliamo la padrona di casa."
"Dorme così presto?"
"È una levatrice: dorme quando può!"
Era una stanza mobiliata banalmente, con un gramo tappeto, certe mezze
tende bianche all'uncinetto e un lettuccio stretto e miserello. Riccardo
accese una mezza stearica: sedettero ambedue accanto al tavolino, dove
vi era l'occorrente da scrivere: ma non un foglio era intiero, tutti
erano macchiati, il calamaio era secco, la penna carica di crosta secca
d'inchiostro. Riccardo Joanna guardava il fumo andarsene al soffitto:
Antonio Amati guardava Riccardo Joanna e la stearica ardeva in mezzo a
loro con luce fioca e giallastra.
"Voi soffrite," mormorò il giovanotto.
"Io? no. Non soffro neppure più."
"Non volete confidarvi? Non vi sono amico abbastanza?"
"V'ingannate. Io non mento. Vi assicuro che non soffro più. L'anima,
come il corpo, si assuefà a certi dolori. Sono passati tanti anni di
questa vita!"
"Sempre questa vita?"
"Sempre uguale l'essenza, varia la forma. Il giornalismo è uno strumento
a molte corde: alcune risuonano stridule, alcune cupe, altre truci, ma
tutte sono dolorose."
"Dolorose?"
"Quanto umanamente comporta un uomo, tanta è la misura di questo dolore.
E non avete visto? Non avete udito?"
"Ho visto e udito."
"Ebbene, questo è un giorno solo. Quanti giorni vi sono in un anno,
quanti giorni in trentacinque anni? Tanti sono passati sul mio capo e
ognuno di essi mi ha ferito, ognuno di essi mi ha portato un colpo."
"Voi esagerate, credo," disse timidamente Antonio Amati.
"Non esagero. Sono duro, sono incallito, io, non mi lagno neppure più.
Parlo per voi."
"Pure, vi sono grandi soddisfazioni."
"Sì, sì. L'amore, per esempio. Le attrici, le cantanti, le ballerine, vi
amano. In molte, poverette, è paura dell'articolo sfavorevole, è il
timore della critica che le critica: in molte, è un altro lato della
debolezza femminile, è il bisogno di appoggio, è la necessità di un
bravo, di un camorrista che le difenda: e in altre è l'attrazione per
una vita egualmente vagabonda, egualmente randagia, alla giornata,
pranzando alla trattoria, dormendo in albergo o in camera mobiliata.
Povere donne! Alle volte, ci amano veramente: e veramente noi le amiamo:
ma la loro povertà le trascina altrove, la nostra miseria ci inchioda
qui e il sogno svanisce, il bell'edificio crolla, ci si divide, addio,
addio! Piangono: piangiamo: alle volte ci è un figliuolo...."
"Avete avuto un figliuolo, voi?"
"Sì: ed è morto presso la nutrice, dove la madre aveva dovuto lasciarlo.
La madre è morta di febbre gialla a Rio Janeiro," disse seccamente
Riccardo Joanna.
La stearica dette in un guizzo, stridendo, come se l'anima della povera
morta fosse là presente.
"Ma nessuno ha famiglia dei giornalisti?"
"L'hanno. Nulla di più infelice. Famiglia: ma non si paga il padron di
casa e costui vi sequestra i mobili e vi dà lo sfratto. Famiglia: ma
bisogna andarsene in camere mobiliate. Famiglia: ma la serva, non
pagata, v'insulta e vi abbandona. Famiglia: ma bisogna mangiare in
trattoria, spendendo il doppio, mangiando malissimo. La moglie?
Poverina, quando ha le scarpe, non ha il cappello; quando si fa il
cappello il vestito è già consumato. Vede il marito per due ore al
giorno, stanco, pallido, preoccupato, collerico e abbattuto. Non osa
chiedergli nulla. Ella soffre in silenzio; egli soffre in silenzio. I
bimbi nascono nella malinconia e crescono nella malinconia...."
"Doveva essere buona vostra madre."
"Credo. Non l'ho mai conosciuta. È morta assai giovane."
"Mia madre è buona."
"Amatela assai, amico."
Un silenzio di tenerezza si fece fra loro. Il sigaro di Riccardo si era
smorzato: egli non lo riaccese.
"Grandi soddisfazioni dà il giornalismo! È vero. Potete incrudelire col
vostro più gran nemico, e voltare e rivoltare la freccia nella ferita
che gli fate. E voi passate un'ora deliziosa, ogni tanto, tenendo alla
punta della vostra penna il cuore palpitante della persona che
detestate! Ma oggi a uno, domani a un altro: questa volta ve la prendete
con un partito, un'altra volta con un'associazione, quest'altra con un
gruppo; la schiera dei vostri nemici cresce, si moltiplica, diventa una
legione. Voi sentite l'ostilità e aumentate di audacia; ma viene, viene
l'ora nera in cui vi vedete solo, sventurato, senza forza, senza
coraggio; viene l'ora nera in cui questa legione vi circonda, così
fitta, così salda, così minacciosa, che voi chinate il capo e desiderate
ardentemente la morte. E quel tormento che avete dato con tanta
raffinatezza, lo soffrite voi, lo scontate a oncia a oncia, voi pagate
la penitenza del vostro peccato di superbia, dolorando nella superbia:
poichè la giustizia che regge il mondo è saggia e profonda. La punizione
colpisce dove si è peccato. Sono così vecchio, io, e così solo, così
infelice, così caduto, così vinto! Ebbene, i miei nemici non mi hanno
perdonato, non mi perdoneranno mai."
"Eppure," osservò Antonio Amati, "si trovano anche degli amici, col
giornalismo."
"Già. Dite bene. Ma è più facile dispiacere che piacere; ma dieci
servizi che rendete, non valgono un male che fate; ma la più grossa
misura di lode equivale appena a una piccola misura di biasimo. Le
amicizie cogli uomini politici? Schiavo dovete essere, non amico: non
dovete aver bocca che per laudare: non dovete chiedere e tutto dovete
dare: vi è impedito il giudizio, il consiglio, l'avvertimento. Le
amicizie degli uomini di affari? Durano quanto il loro affare. Le
amicizie dei partiti? Non sono cose umane, sono formole impersonali: il
partito è un ente, l'ente non ha viscere, l'ente non ha cuore, l'ente
non può avere amore e gratitudine. Avete visto che mi ha fatto, oggi,
Sua Eccellenza il principe? Sapeva di dover partire, oggi, alle cinque e
venti: ha fatto dire al mio servo di ritornare alle sei. Non mi ha detto
no, non mi ha respinto, non ha cercato neppure un pretesto: mi ha
burlato."
"Che infamia!"
"Non dite infamia. Egli aveva ragione. Noi ne abusiamo di questa
presunta amicizia, noi la vogliamo sfruttare in tutti i modi. Oggi
cerchiamo denaro, domani protezione, dopodomani intercessione e tutto ci
pare dovuto a noi, noi tutto osiamo di pretendere! Io l'ho seccato, il
principe: egli è capo-partito, ma io l'ho seccato assai."
"Pure gli avete reso dei servigi."
"Sì, ma non l'ho fatto ministro. Egli non mi perdonerà mai questo."
"Un grand'uomo come lui?"
"È uno sciocco."
"Voi scherzate."
"Uno sciocco, vi dico. Ahimè, nessuno meglio di noi conosce la misura di
questi grandi uomini, noi sappiamo il segreto della loro riputazione.
Essa è fatta di aggettivi nostri: essa è fatta di false notizie nostre:
essa è fatta di articoli nostri. Sono quindici anni che io do
dell'illustre a Sua Eccellenza il principe e tutti hanno finito per
crederlo illustre, sono quindici anni che quando egli parte io
scrivo: -- _È partito Sua Eccellenza il principe per Vienna: si crede che
abbia una missione presso quella Corte._ -- La notizia è riportata,
ampliata, travisata, commentata, poi smentita. Oggi io dirò che è andato
a Parigi, e che forse lo invieranno ambasciatore nostro colà. Non è
vero. Ma per quindici giorni la stampa non si occuperà che di Sua
Eccellenza. Sono quindici anni che io dico alla Camera, agli elettori,
al pubblico che le cose non andranno bene, sino a che Sua Eccellenza non
diventi ministro: e moltissimi, con me, hanno questa convinzione,
soltanto perchè l'hanno letto nel _Tempo_. Ecco come si è fatta la
riputazione di Sua Eccellenza, che è uno sciocco."
"E se lo facessero ministro? finirebbero le vostre pene, mi pare."
"No. Crederebbe che lo han fatto per premio alla sua grandezza: perchè
io ho persuaso anche lui, della propria grandezza: e cercherebbe di
comperare il _Fulmine_, che gli dà noia."
"Siete pessimista."