E prese il _Tempo_ del giorno prima per leggerlo, lo scorse da cima a

fondo. Due romanzi, tradotti, uno dal francese, uno dal russo, con tre

titoli per ciascuno; tre colonne di telegrammi in prima pagina, altre

quattro, tutte le quattro della terza pagina; una cronaca amplissima,

romana e italiana; e delle notizie, delle notizie di tutto, sempre delle

notizie, senza commenti, redatte alla meglio, pur di metterne molte, da

tutti i paesi, di agricoltura, di borsa, di commercio, di politica, di

suicidi, di deviamenti di treni. Nessun articolo: nessuna opinione

politica enunciata, difesa o attaccata. Nessuna traccia di arte, di

letteratura, di scienza: nulla.

-- È abbastanza brutto, per tirare centomila copie, -- egli pensò, -- ma si

può farlo più brutto ancora. --

E uscì dalla sua stanza, per andare a colazione. Una carrozza chiusa, di

rimessa, ma abbastanza elegante, aspettava tutto il giorno innanzi alla

porta dell'ufficio il direttore. Egli si fece condurre a casa, in Piazza

di Spagna, un grande appartamento mobiliato, al primo piano, di quelli

che si affittano pei quattro mesi d'inverno a famiglie d'Inglesi

ammalate o lunatiche, che vengono a guarirsi o a fare economia sul

continente: appartamento bello, vasto, mobiliato con lusso, ma senza

nessun gusto, pieno di broccati, ma incomodo, e in tutto qualche cosa di

vago che rivelava lo stato provvisorio, la residenza passeggiera,

l'attendamento di un giorno. Ivi, Riccardo Joanna viveva solo, con una

cameriera e un servitore; gente che non gli era affezionata, che egli

non amava, che vedeva solo due o tre volte al giorno, per cinque minuti.

Egli non aveva nè figliuoli, nè moglie, nè fratelli o sorelle: e aveva

conservata l'abitudine di pranzare dal trattore, non sopportando la

solitudine, all'ora del pranzo, non sapendosi vincere. Soltanto, quando,

come in quel giorno, egli invitava un amico a colazione, faceva

colazione a casa, un cuoco gli mandava tutto, pietanze, vino,

biancheria, cristalli, argenteria, anche l'obbligatorio mazzo di fiori.

Dopo un'ora, tutto scompariva, in un paio di canestre che due facchini

portavano via: la casa restava solitaria, priva di vita, come

abbandonata.

"Bravo, eccovi puntuale," disse Joanna andando incontro al deputato

Bolognetti, un uomo sulla cinquantina, dal viso pallido e floscio, dagli

occhi chiari e dalle mani sempre fredde.

E taciturnamente, seduti sulle poltrone di damasco rosso del salone,

fumarono i loro sigari di avana. Ognuno studiava l'altro, senza volerlo

dimostrare.

"Ebbene, che sarà del ministero?" chiese Joanna, scotendo la cenere del

suo sigaro.

"Casca," mormorò Bolognetti, con la sua voce stanca, semispenta.

"Ma che!"

"Casca, vi dico: fareste bene ad abbandonarlo."

"Io non sono con nessuno," rispose vivamente Joanna.

"Ma lo difendete: le sue idee sono le vostre."

"Cioè, cioè: le mie idee sono le sue. Ma in realtà, Bolognetti, non ci

burliamo; nè io, nè voi, nè il ministero, nè i vostri amici, nessuno di

noi ha un'idea. Non ci sono più idee."

"È vero: ma vi sono interessi."

"Parlate al singolare. Vi è un interesse solo, il proprio."

"Naturalmente."

Tacquero: la colazione era pronta, passarono nella saletta da pranzo, un

po' fredda, un po' malinconica, col caminetto spento, il servitore

avendo trascurato di accendervi il fuoco: e vi si respirava, come

dappertutto, la mestizia degli ambienti morti. Ma nè Joanna, nè il

deputato Bolognetti pensavano a tali delicate sfumature di sentimento:

li teneva un desiderio vivo di farsela a vicenda, in quella grande

battaglia che avevano impegnata.

"Perchè dicevate che il ministero cascava?" chiese, di nuovo, Joanna,

mangiando le ostriche, col pane e burro.

"Vi è una diserzione, ogni giorno: anche ieri, Galluppi con due o tre

amici suoi, lo ha abbandonato. Il centro sinistro è tutto nostro.

Sentite, Joanna, il momento è grave...." fece Bolognetti, con un falso

abbandono.

"Vi pare?"

"Grave assai. Vendeteci il vostro _Tempo_, non aspettate che cada il

ministero, per subire uno scacco anche voi, con esso: il giornale se ne

potrebbe risentire. Vendetelo a noi, noi lo faremo apertamente di

opposizione."

"Io non cerco di meglio che vendere il _Tempo_. Ditemi quello che volete

darne," e si tagliò un pezzo di costoletta di vitello, immergendola

nella salsa piccante.

"Fate il vostro prezzo."

"No, no, dite voi."

"Anzi tutto, qual è la posizione vera del _Tempo_?"

"Centomila copie," disse, decisamente, Joanna.

"Non ancora, Joanna."

"Manca pochissimo, cento copie, è lo stesso, domani saremo a centomila,"

mormorò lui, arrossendo.

"E rende?"

"Ottantamila lire, nette."

"Non precisamente, Joanna."

"Poco più, poco meno."

"E quanto lo apprezzate?"

"Due milioni, naturalmente."

"Quando ve li daranno," disse, con un risolino d'ironia, il Bolognetti.

"Voi me li darete, se volete il _Tempo_."

"Il _Tempo_ ha molti debiti, caro direttore: io potrei enumerarveli,

cifra per cifra."

"E che ve ne importa?"

"Voi avete bisogno di quattrini per pagarli, è evidente: perciò volete

due milioni."

"V'ingannate: perchè tenendomi il giornale, posso non pagare. Io ho

tutto da perdere, vendendo."

Il Bolognetti tacque, quasi vinto, per un momento.

"E se il _Tempo_ nelle nostre mani discende?"

"È probabile," fece Joanna, sorridendo, "e se nelle mie mani, sale

ancora?"

"No, perchè il ministero cadrà e voi lo sostenete."

"Sono buon corvo, io, Bolognetti, e sento il morto: io non mi faccio

seppellire con nessuno."

"Voi non avete influenza politica, Joanna, col vostro giornale."

"È vero: ma la influenza politica è buona per le ambizioni personali,

nuoce alla diffusione del giornale."

"Voi non avete ambizioni personali?"

"No," disse l'ex-poeta, l'ex-novelliere.

"Nessuna?"

"Nessuna. Io voglio che si vendano molte copie del _Tempo_: niente

altro."

"Voi volete due milioni: ma il _Tempo_ è un giornale brutale, fatto

senz'arte...."

"L'arte non serve a nulla, caro deputato, salvo a contristare la vita

degli artisti."

"Il _Tempo_ avrebbe bisogno di molte modificazioni, noi ci dovremmo

spendere altri quattrini. Voi rimarreste come direttore, come

articolista?"

"Resta a vedersi."

E siccome avevano finito di mangiare, passarono nello studio di Joanna,

mobiliato di reps verde, con una grande scrivania di acero.

"E che proposte voi mi fareste, Bolognetti?"

"Mah!... io ho poteri fino a un milione e duecentomila lire."

"Sapete bene che non ne faremo niente."

"È probabile: ma quello che vi offro, è un bel denaro, confessatelo."

"Anche il _Tempo_ è un buon giornale."

"Per un giornalista come voi, che ha cominciato dal nulla...."

"Vi fermo, Bolognetti: io non amo parlare del passato. Credevate mai

diventare deputato, quando eravate commesso nella banca Halphen, a

Brindisi? Non credo."

"La politica è una cosa diversa dal giornalismo."

"Non è vero: sono due mestieri di avventura. Riesce chi riesce,

fatalmente."

"Ecco il progetto nostro, Joanna, scrivetelo, per studiarlo."

Sulla bella scrivania, dal calamaio di bronzo, Joanna cercò invano un

foglio di carta: si decise a staccare un foglietto dal suo taccuino. Ma

nel calamaio mancava assolutamente l'inchiostro.

"Non lavorate mai in casa?" chiese Bolognesi.

"No, mai."

"Capisco: state meglio all'ufficio."

"Io non scrivo neppure all'ufficio."

"Non scrivete?!"

"No."

"Vi riposate?"

"Sono quattro anni che non scrivo."

"E perchè?"'

"Perchè è inutile," disse quietamente Joanna. E scrisse col lapis, sul

foglietto del taccuino, il progetto della vendita, la forma del

pagamento, le firme, tutti i capitoli del contratto.

"Non ne faremo niente," ripeteva ancora Joanna.

"Pensateci, pensateci, vendeteci il _Tempo_."

E con la precisione dell'uomo di affari che non perde un minuto del suo

tempo, Bolognetti cercò il cappello per andarsene. Ma dopo aver

salutato, un'idea lo colpì: tornò indietro.

"Voi sapete qualche cosa, Joanna, se tenete tanto al vostro giornale. Il

ministero ha preparata qualche altra burletta, per avere la

maggioranza?"

"Non so nulla."

"Ditelo, ve ne prego."

"Siete un avversario, non posso dirvi nulla," e rideva, rideva.

"Siate leale via, ditemi che vi è."

"Adesso la facciamo noi la burletta, Bolognesi."

"Addio, amico."

"Addio, nemico."

Joanna restò un po' preoccupato; malgrado il suo disinvolto cinismo, era

grande il suo desiderio di vendere il _Tempo_. Il suo giornale gli dava,

in grande, i fastidi dei piccoli giornali e le stanchezze da qualche

tempo lo assalivano, più lunghe, più invincibili. Molti e di cifre

rispettabilmente rotonde erano i debiti del _Tempo_, e un impiegato di

fiducia, un ragioniere, li amministrava, pagando gli interessi,

rinnovando le cambiali, diminuendone la cifra, ma di poco, sicchè

gl'interessi mangiavano la metà dei guadagni del _Tempo_. E siccome i

mesi passavano, ogni tanto, malgrado la crescente prosperità del

giornale, un presentimento di male gli veniva, temeva che la vendita

diminuisse a un tratto, o lentamente, per una qualche causa misteriosa o

palese: ed esausto, avendo dietro di sè venti anni di giornalismo

corrodente, dove s'era consumato tutto il suo vigore, temeva, temeva la

mala fortuna. Un grande desiderio di pace, dopo tanta lotta, si

manifestava attraverso l'ambizione del giornalista. Venduto il _Tempo_,

pagati i debiti, gli restava abbastanza, da vivere signorilmente, come

un borghese filosofo, spettatore della vita. Indeciso, dominato da venti

anni di abitudine fortissima, dominato da quella seduzione che è il

potere e nell'istesso tempo voglioso di abdicare, uscì di casa fumando,

senza scambiare neppure una parola col servitore e si fece condurre al

Teatro Nazionale, alla Pilotta.

Ivi, nella penombra fioca del palcoscenico, come in fondo a un pozzo,

alcune ombre si agitavano, provando una commedia nuova: e le facce erano

scialbe e stanche, i vestiti neri di un nero smorto, parevano lugubri,

le voci sembravano cavernose e quel muoversi strano di quelle persone,

entrando nell'ombra, mettendosi nel raggio di luce che veniva dall'alto,

aveva qualche cosa di spettrale, una vita di ombre nei recessi oscuri

della terra. Riccardo, abituato da anni a quell'ambiente, avendo vissuto

su tutti i palcoscenici e conosciuto tutti i comici, si appoggiò a una

quinta, senza interrompere, seguendo il movimento della commedia. Ma gli

occhi vivissimi della prima donna lo avevano scoperto e scintillavano

nella penombra, guardandolo: e recitando, distrattamente, si voltava

sempre verso lui, quasi parlandogli. A un tratto un tumulto di passi e

di voci sorse, l'atto era finito, tutti passeggiavano, battevano i piedi

per riscaldarseli, chiacchieravano forte, dei loro guai, dei loro

interessi, delle loro infermità.

"Come è noiosa questa commedia!" mormorò dolcemente l'attrice a

Riccardo.

"Tutte le commedie sono noiose," disse lui, distratto.

"Non sarebbe meglio andare a passeggiare per la campagna, non ci

verreste voi?"

"O Serafina, a quest'ora l'idillio? Fa un freddo cane, fuori."

"Io vi rapirei," disse ella, ridendo. "Avete visto che mi scrive quella

_Gazzetta Nazionale_?"

"No: delle lodi?"

"Ma che! delle insolenze, un orrore! E dire che ho sempre accolto bene

quell'asino presuntuoso del cronista teatrale."

"Dovevate accoglierlo male."

"Ah! se si potesse...." mormorò melanconicamente la prima attrice,

rivelando la sua segreta miseria.

"Vi difenderemo, non dubitate, Serafina."

"Ecco, voi siete un buon amico, ci conosciamo da gran tempo, mi siete

sempre stato devoto...."

"È inutile, cara, vi difenderò senza queste dichiarazioni."

"Voleva dirvi...." soggiunse ella, con un certo stento, "di difendermi,

sì, ma senza difendermi troppo...."

"E perchè?" chiese egli, con un sorriso, volendo forse dire tutto.

"Ecco, il _Tempo_ è un giornale troppo forte, per non avere molte

inimicizie, nella stampa: se mi proteggete troppo apertamente, gli altri

mi attaccheranno ancora," disse ella, con un innocente egoismo.

"Non temete, figliuola mia," fece Riccardo, freddamente, "non guasteremo

i vostri affari."

"Siete in collera meco?" chiese umilmente la prima attrice.

"Non sono mai in collera con nessuno, io."

"Dipende tanto dalla stampa la nostra sorte," ella disse, come fra sè.

Egli aveva voltate le spalle, sorridendo nel buio: e attraversò il

palcoscenico per andare a salutare il capocomico. Ma l'ingenua, una

simpatica creatura bruna, lo fermò, tutta vezzi, tutta moine:

"Già, fate sempre le viste di non vedermi, voi, signor Joanna, non mi

potete soffrire."

"Vi fuggo, mia cara, siete troppo pericolosa...."

"Mi burlate ora: voi avete le vostre simpatie altrove, si sa, noi non

possiamo pretendere nulla."

"È la vostra beneficiata, sabato o lunedì, mi pare?"

"Sì: come lo sapete?"

"Me lo immaginavo."

"E mi farete un bell'annunzio sul _Tempo_?"

"Non posso, cara."

"E perchè?"

"Il _Tempo_ non è più mio."

"Sul serio?" fece lei, arretrandosi, subitamente raffreddata.

"Sul serio: l'ho venduto."

"A chi? a chi?"

"Non posso dirvelo. Addio carina."

"Addio," disse lei, gelida, pensosa, senza dargli la mano.

Riccardo andò via, i suoi dubbi tormentosi erano cresciuti, un turbine

di cifre gli si affollava nella mente, la tiratura del _Tempo_, i debiti

del giornale, il milione e duecentomila lire che gli offrivano. Nella

strada incontrò un deputato della maggioranza:

"È vero che ella vende il _Tempo_?"

"Sì," disse lui decisamente.

"Per molto?"

"Un colpo di fortuna."

"Mi congratulo tanto."

"Le pare che abbia fatto bene?"

"Non era il momento, forse.... ma la fortuna è bene afferrarla subito."

Si lasciarono: Riccardo andava, perduto in riflessioni, con le mani in

tasca, il cappello abbassato sugli occhi. Non vedeva ancora il piano da

seguirsi, non vedeva quale era la sua strada, come l'aveva trovata dieci

anni prima. Si trovava in un momento di stanchezza morale, in cui la

potenza dell'organismo giornalistico che egli aveva creato, lo teneva

sempre, con tutte le sue seduzioni, e una fiacchezza spirituale, una

voglia melanconica di finirla, combatteva dall'altra parte, con tutte le

tentazioni della pace. Un crocchio di persone, sue conoscenti, era fermo

presso il liquorista, a Piazza Venezia:

"Joanna, Joanna," chiamarono due o tre, vivamente.

"È vero che vendete il _Tempo_?"

"Volevano comprarlo," disse lui, orgogliosamente, "ma non l'ho voluto

dare, per due milioni."

"E quanto ne volete?" domandò qualcuno.

"Mah! sono segreti di ufficio," fece lui, ridendo, allontanandosi.

Un po' più innanzi, pel Corso, due o tre giornalisti passeggiavano: uno

di essi che aveva lavorato con Joanna, nel _Tempo_, lo fermò:

"È vero che vendete il _Tempo_, per un milione e mezzo?"

"Smentitelo, vi prego," disse vivamente Joanna.

"La notizia o la cifra?"

"La notizia e la cifra."

"Molti corrispondenti di giornali lo hanno telegrafato."

"Smentite, smentite."

Parlando così contraddittoriamente, egli obbediva a un impulso interno.

E senza più fermarsi, andò direttamente in ufficio a chiudersi nella sua

grande stanza vuota, dove il fuoco sonnecchiava sotto la cenere.

Fiocamente, ogni tanto, dal Corso arrivava la voce di uno strillone che

annunziava il _Tempo_: e in quell'anima disseccata al soffio rovente

della vita, una memoria indistinta, lontanissima, si faceva largo, una

voce dell'infanzia rinasceva, come tremante, di un altro giornale, un

povero e piccolo giornale che si tirava a duemila copie e su cui era

morto il padre, Paolo Joanna, morto di malattia e di lavoro. E dalla

grande tristezza di questo ricordo, da questa storia semplice e funebre,

nasceva, egoisticamente, un senso di piacere e di superbia, la distanza

enorme fra il piccolo e umile giornale di trent'anni prima e questo

fiero _Tempo_, ricco e diffuso, organizzato come una vasta e solida

associazione di forze. Egli pensava al modesto e oscuro lavoro

quotidiano di suo padre, che appena gli fruttava il pane: e lo

paragonava a queste cifre di milioni, sonanti, brutali, che egli aveva

dette a Bolognetti e agli amici.

"Povero padre, povero padre," disse sottovoce, come se lo avesse lì

presente e volesse carezzarlo con la voce e col gesto.

Ma anche da questo compatimento una novella superbia sorgeva,

l'ammirazione di sè, della sua opera. Avrebbe voluto averlo colà, il

povero padre che era stato così povero, così infelice, averlo colà

quieto e sereno, in quello stanzone severamente mobiliato di velluto

bigio e di legno quercia, per fargli ammirare il _Tempo_, il giornale

dei tempi nuovi, il giornale dell'avvenire, per farsi dare dal padre il

bacio commosso dell'orgoglio paterno. E forse domani doveva disfarsene,

così, come di un cencio inutile, di questo giornale che era il trionfo

della sua vita tribolata.... come avrebbe potuto rinunziare?

"Un telegramma," disse uno degli uscieri, entrando, col solito piatto di

argento.

Roasenda, candidato ministeriale, sostenuto apertamente dal _Tempo_, era

caduto per cinquecento voti, nel suo collegio. Joanna aggrottò le

sopracciglia: queste disfatte politiche toccavano oramai troppo spesso

al suo giornale, i suoi candidati spesso non riuscivano. Il giornale era

diffuso, ma non accreditato. Molte volte le cause che egli difendeva,

fallivano: il pubblico comperava il giornale, ma non se ne lasciava

influenzare: ognuno leggeva nel _Tempo_ la notizia, il telegramma che

più gli interessava e poi lo buttava via, senz'altro. Chissà, la

soverchia diffusione neutralizzava l'influenza del giornale,

generalizzandola troppo; e i cittadini calabresi, come i friulani, da un

capo all'altro del paese italico facevano l'omaggio del loro soldo, ma

non quello della loro stima, i lettori erano troppo lontani, troppo

dispersi. O forse per l'ostinato silenzio del _Tempo_ contro le accuse

che gli si rivolgevano, molte di queste accuse calunniose si erano

diffuse nel pubblico e avevano finito per screditare un poco il

giornale. Anzi, due o tre volte, per un giorno solo, era venuto in mente

a Riccardo Joanna di portarsi candidato nelle elezioni amministrative o

in quelle politiche: ma di fronte a quelli insuccessi, quasi continui,

non aveva mai osato. In realtà nessun peccato grosso egli aveva

commesso, giammai: e aveva sempre fatto male, nei suoi errori, a sè

stesso, non agli altri; ma il ricordo del passato gli era

insopportabile, i suoi avversari lo avrebbero ricercato nella lotta, e

si sentiva impari.

Questa disfatta lo faceva pensare allo strano destino dei giornali, mai

completamente furbi, mai completamente efficaci, dalle grandi apparenze

di fortuna, ma sempre con un difetto, sempre corrosi dentro da un baco,

portanti, come ogni uomo porta, nel proprio organismo il germe della

malattia per cui dovrà morire. Anche il _Tempo_ aveva la sua carie: e in

quel grande ingranaggio di uomini, di cose, d'interessi, Riccardo Joanna

sentiva una rotellina che strideva, che andava contro il movimento

generale, ma non sapeva quale. Dentro il giornale, bello e rigoglioso,

come in tutte le cose umane, vi era il germe della morte. Così era: la

grande opera sua doveva morire. E non valeva meglio ritrarsi da essa,

prima della catastrofe, pilota prudente, a riva, guardando la nave sulle

alte onde in tempesta?

"L'onorevole Cardella," annunziò l'usciere.

Era un deputato della maggioranza, un personaggio alto e robusto,

grasso, molto rosso nel viso pingue, con due folti mustacchi bianchi,

con l'aria bonacciona di un grosso bove. Riccardo Joanna, ritornato

presente a sè stesso, subito, gli andò incontro con cordialità,

riattizzò il fuoco, gli offrì da sedere presso il caminetto.

"Sono passato di qua, per caso, e son venuto a farvi una visitina. Non

siete occupato?"

"No."

"È fatto il giornale?"

"È uscito."

"E quello di domani?"

"Si farà da sè."

"Siete contento del _Tempo_, Joanna, sia detto senza giuochi di parole?"

"Abbastanza, onorevole."

"È un bel giornale, non ci è che dire: ci si trova tutto," disse

Cardella, riversandosi sulla sua poltrona, con aria beata.

"Ancora ci manca molto."

"No, no, non lo dite, io non posso vivere senza il mio _Tempo_

quotidiano."

"Io ne farei a meno volentieri," disse Joanna.

"Veramente?" E la curiosità si rivelò, ardente, in un momento.

"Veramente."

"Non veggo la ragione."

"Sono stanco, onorevole."

"Così giovane ancora e così saldo?"

"Venti anni di giornalismo valgono per sessanta: io mi son guadagnato il

mio riposo."

"Un lottatore forte come voi, non si deve arretrare dal campo, parrebbe

una vigliaccheria."

"Sono troppo stanco."

"Ma via, non lo ripetete; non vi fa più dunque piacere questo potere,

che sebbene sia il quarto, incute tanto timore a tutti gli altri? Noi

stiamo sul banco dei rei: voi siete i giurati e potete assolverci o

condannarci."

"Sono vecchio."

"Ma che! Pensate che se ve ne venisse la voglia, quante novelle vie si

aprirebbero facilmente alla vostra attività: la banca, l'industria, la

politica...."

"Nulla mi tenta più, onorevole, io ho consumato tutti i miei desiderii:

non vi sono più Margherite per questo vecchio Faust...."

"E poi pensate che perdita farebbe il partito, non avendo più voi per

campione."

"Oh si consolerebbe facilmente."

"Non tanto, non tanto: vi sono persone che non si sostituiscono. E se il

giornale non più posseduto e diretto da voi, deperisse, o peggio,

cascasse in cattive mani, quale danno al partito!"

"Il partito non ha fatto nulla pel _Tempo_, perchè io abbia troppi

obblighi," disse duramente Joanna.

"Materialmente...."

"Scusate, il giornale non ha bisogno di appoggi materiali...."

"Lo sappiamo bene," ribattè l'onorevole, parlando ingenuamente in

plurale, "ma l'appoggio morale ci è stato, ci sarà sempre più, il

partito ama i suoi amici, sa riconoscerli ed esser riconoscente."

"Nulla io chiedo."

"Siamo noi che chiediamo, caro Joanna: da qualche tempo vi lagnate di

stanchezza, e questi pensieri vi possono condurre a una determinazione

improvvisa, violenta certamente, che farebbe danno a voi e ci

dispiacerebbe molto."

"Vale a dire?"

"La vendita del giornale."

"Il _Tempo_ è ancora mio," rispose ambiguamente Joanna.

"Speriamo che sia tale ancora per lunghi anni: è una speranza e una

preghiera che vi fanno, per mio mezzo, gli amici del partito. Voi siete

una forza: non ci lasciate."

E il grasso uomo che aveva sin allora nascosta la sua inquietudine,

sotto la bonarietà e la cordialità, la lasciò a un tratto trapelare

tutta.

"Io faccio quel che posso," mormorò Joanna.

"Via, sacrificatevi, voi avrete una pagina gloriosa negli annali della

nostra storia politica. Restate sulla breccia, non la lasciate occupare

dall'inimico. Che debbo riferire agli amici?"

"Che agirò secondo coscienza."

"Niente altro?"

"Mi pare che basti."

"Una parola più precisa?"

"È l'unica che potevo dire."

"La vostra coscienza è sicura: io me ne vado contento. Addio, caro

martire. Voi avrete uno splendido avvenire."

Riccardo s'inchinò, senza rispondere: e accompagnò il deputato sino alla

porta. Giusto in quel momento entrava l'usciere con una lettera: era un

biglietto da visita dell'onorevole Bolognetti, che diceva semplicemente

aver potuto ottenere, come ultimo sacrificio, tre quarti della somma che

Riccardo Joanna chiedeva. Il milione e mezzo non era dichiarato, ma era

sottinteso. E subito Joanna prese un suo biglietto da visita e vi

scrisse:

"O tutto, o niente."

In carrozza, quel giorno, a villa Borghese, dove egli si recò, -- come

ogni giorno vi andava, macchinalmente, simile in questo alle donne, che

non possono fare a meno di un numero quotidiano di saluti e di

sorrisi, -- fra i tanti saluti amichevoli e indifferenti, notò sempre un

senso di curiosità, come una interrogazione. Spesso entrando nei luoghi

dove molta gente sta riunita, egli aveva inteso mormorare il suo nome:

Joanna, Joanna, Joanna, ma in quel giorno, da tutte quelle facce, gli

parve di leggere un interesse nuovo, un desiderio di sapere, mentre la

sua carrozza andava a mezzo trotto.

-- Domani io non sarei più nulla per costoro, -- pensò fra sè.

Vita e avventure di Riccardo Joanna: romanzo · 第 14 / 18 段