E mentre Joanna, posseduto dal fantasma della sua fine che lo divorava

silenziosamente, passeggiava tra alcuni suoi amici frementi di

strapparlo alla morte e alcuni altri amici che lo abbandonavano alla

fatalità, Paolo Stresa, infocato, ansante, rientrò con l'onorevole

Sinibaldi, e con Wood. Entrarono tutti e quattro nel salotto, ov'erano

quei tre a parlare, e che si empì. Il deputato meridionale, alto,

colorito, con molta barba nera, e il giornalista inglese, secco,

muscoloso, una pertica, si posero Riccardo in mezzo, sul canapè,

parlando di cose indifferenti, travolgendolo in un discorso copioso, un

po' sconcertati dalla sua apparenza tranquilla. A un tratto Wood gli

disse bruscamente, lealmente, non sapendo più oltre sopportare quella

falsa ipocrisia che non ingannava nessuno, quell'allontanare il discorso

dalle cose che tutti pensavano, che tormentavano tutti gli spiriti:

"Non avete più denari? Ammazzate il giornale."

"Così fanno in Inghilterra?" domandò Riccardo, non persuaso, sorridendo.

"Certamente."

"Noi siamo più sentimentali."

"Allora scrivete delle poesie."

"Non avrete torto; ma oramai ci sono; che volete che faccia?"

"Smettete. Non avete mai comprato rendita turca?"

"No," disse Riccardo col suo brutto sorriso.

"Fingete d'averla comprata, e di vedervela morire in mano, buttatela

via."

"E poi?"

"Poi, quando sarà il momento, quando la rendita turca risalirà, ne

ricomprerete: farete un altro giornale."

"Sentite, Joanna," disse il deputato Sinibaldi, alzandosi e traendosi

Joanna nel vano della finestra. Gli fece un discorso lungo, pieno di

saviezza, pieno di bontà affettuosa: gli voleva bene, aveva conosciuto

suo padre. Joanna ascoltava, sorridendo sempre, non rispondendo mai,

quasi per una cortesia fredda, per lasciar parlare sino alla fine quel

bravo ed onest'uomo che si credeva in dovere di consigliarlo.

"Sentite, Riccardo: persuadetevi. Il vostro bel giornale è prematuro:

non può vivere, non può vincere la concorrenza degli altri più forti.

Lasciatelo morire. Non abbiate falsi pudori. Nessuno vi rinfaccerà la

disfatta. Vedrete: i vostri nemici, finita la concorrenza, saranno i

primi a riconoscere che il vostro giornale è stato un miracolo di forza,

di costanza, d'ingegno. Anche non riuscendo, voi avete dato una grande

prova di voi, del vostro valore. Avete conquistato un nuovo pubblico, il

pubblico degli uomini politici, della gente seria. A un nuovo tentativo,

troverete appoggio da tutte le parti. Siete una forza, oramai: fra un

anno, fra due anni, il punto d'appoggio lo troverete naturalmente, nel

bisogno che si avrà di voi. Dove non è riuscito Sella, riuscirà

Minghetti, riuscirà Spaventa, riuscirà fors'anche Bonghi. I vecchi

partiti sono corrosi, crolleranno. Il partito, anzi la maggioranza del

buon senso, della pratica, del lavoro, sta per costituirsi, per forza

propria, necessariamente. Allora potrete fare un gran giornale, sopra

una larga base parlamentare, sopra un solido fondamento finanziario. Ora

abbandonate questo figliuolo, nato prima del tempo, e non vitale: siate

spartano, uccidetelo, non vi fate uccidere da lui."

"Vi ringrazio assai delle buone parole," disse Joanna, "ma non deve

morire nè il padre nè il figlio."

Il deputato lo guardò, stupito.

"Io parto domattina per l'Alta Italia, vado a Milano, Torino, Venezia, a

cercare i fondi necessari a tirare innanzi, finchè il momento buono non

sia venuto, e il giornale possa continuare da sè."

"Buona fortuna," disse Sinibaldi, non sapendo che pensare, addolorato

davanti a quella frenesia persistente; e s'allontanò.

Ma Joanna cominciava ad essere stanco. Quella opposizione muta alla sua

volontà lo irritava. Egli voleva morire, e tutti lo volevano tenere

incatenato alla vita. Egli si voleva buttare nel gran mare del nulla, e

tutti, tacitamente, senza dirgli nulla per dissuaderlo, con la sola

forza della loro volontà, col solo influsso magnetico dell'amicizia, o

della ripugnanza della morte, lo trattenevano alla riva. Per reazione,

il fantasma della morte non lo tormentava più: ci si era assuefatto, lo

vedeva in sè, con indifferenza. A ogni sguardo, a ogni parola di quelli

che lo attorniavano, sentiva una nuova dissuasione dalla morte, e la

ribatteva in sè, dicendosi che doveva morire, senza nessuna sensazione

troppo viva. Solamente la fatica di quella giornata terribile gli

penetrava nelle ossa, fiaccandolo. Pensò: -- Come farò a stare sveglio

sino all'alba? -- E lungamente, meditò se dovesse dormire, prima.

Intanto, per non farsi prendere dal sonno, ricominciò a passeggiare.

Tutti i gruppi s'erano riuniti in un angolo del salotto: parlavano a

bassa voce, mentre Joanna passeggiava: parlavano di lui, della sua

sorte, apertamente, tutti, non facendosi più illusioni.

"Ma se mi ha detto che vuole andare a cercar fondi pel giornale? Spera

sempre," disse il deputato.

"Non gli credete," disse Frati: "deve avere la pistola in saccoccia: ne

manca una, in redazione: io non ci avevo pensato."

"Lasciamolo stare," consigliò piano Bertarelli.

"Sei pazzo?" urlò piano Stresa, furioso. "Io avvertirei la Questura."

"Non lo abbandoniamo. Stiamo con lui tutta la notte," disse Frati:

"domattina lo accompagneremo alla stazione. Vedremo. Forse si calmerà."

Joanna, fatalmente, tornò alla scrivania, al trono che stava per mutarsi

in catafalco. La piccola scrivania di falso mogano, tutta scarabocchiata

di pupazzetti, tutta istoriata di nomi, di leggende scritte fra una

cartella e l'altra, era già, dopo tre mesi, un monumento di lavoro, di

dolore, di collera. Guardò la busta gialla, sotto il timbro, la sua

condanna. La stanchezza cresceva.

Di là, tutti i suoi amici, radunati insieme, cercavano il modo

d'impedire la sua catastrofe, preconizzata da lui, auspicata da lui,

annunziata da lui. Lentamente, senza spiegazioni, naturalmente, s'erano

reciprocamente intesi. La posizione era imbarazzante. Come fare a

sottrarsi? Ammazzarsi in quel momento, mentre essi erano tutti di là,

con un colpo solo, d'un tratto?

Di nuovo, il fracasso della porta aperta empì le stanze silenziose. Era

il proto. Prese le cartelle della cronaca, si fermò per vedere se Joanna

aveva null'altro da dargli. Riccardo, macchinalmente tese la busta

gialla. Ma come la vide in mano al proto, un fuoco gl'investì il

cervello, le tempie gli batterono furiosamente.

"Dammi quella lettera. Non c'è altro, per ora: verso l'alba, forse, si

manderanno poche righe."

Il proto se ne andò. Joanna restò con la lettera in mano, un tremito

convulso lo facea vibrar tutto, era gelato. Pensò alle parole di suo

padre, le ultime: "Vedi come si muore!" Un abbattimento lo accasciò, si

sentì spezzato, in tutte le molle; e con la penna, che aveva presa,

macchinalmente, trasognato, scarabocchiò delle parole incoerenti.

All'alba, alla stazione, tutti i redattori dell'_Uomo che ride_, tetri,

pieni di sinistri presentimenti, non osando più lottare contro la

fatalità inevitabile, aspettarono che il treno di Firenze partisse. Non

partiva nessuno quella mattina, fredda, funebre, lacrimevole. Joanna era

una massa inerte. Bianco, con gli occhi rossi, la faccia contratta. Era

un uomo morto. Baciò i suoi amici, lungamente, convulsamente, non

nascondendo più il pianto. Li guardò dallo sportello, accasciati,

distrutti anch'essi da quella tragica avventura che li aveva tutti

trascinati. Gli era caduto il cappello, salendo nel vagone: i suoi bei

capelli erano tutto un tumulto.

Non seppe parlare stendendo a Frati la busta gialla che aveva portata

seco.

Frati, prendendola, non seppe dir nulla. Tutto era inutile, tutto.

Solamente, quando il treno se ne andò, battendo, sbuffando, nella

tragica alba romana, quelli che restavano alzarono le braccia a più

riprese, agitandole. Joanna si buttò dentro, scomparve. Uscirono dalla

stazione come morti. E allora Frati stracciò la busta d'un colpo; lesse:

una stupefazione, una collera, uno sdegno gli sconvolsero il volto.

Passò la carta al vicino. Se la passarono tutti: lo stesso stupore

furioso, in tutti.

Sulla carta era scritto:

«C. 12. Per ragioni indipendenti dalla nostra volontà, _L'Uomo che ride_

cessa le sue pubblicazioni. -- _La Redazione._»

"_Homo est: nil humani ab eo alienum puto_," disse Bertarelli,

filosoficamente.

V.

ELDORADO.

Riccardo Joanna stese la mano, al cui dito mignolo scintillava un grosso

brillante e toccò un bottone del campanello elettrico, sulla sua

scrivania. Un usciere, in livrea azzurra cupa filettata di bianco, si

presentò, camminando delicatamente sul tappeto.

"Il bollettino," disse Riccardo, senza alzare il capo da certe carte che

leggeva.

Dopo un minuto, l'usciere ritornò, portando sopra un piatto di argento

un foglio di carta, una lettera e un biglietto da visita. Senza

curiosità, Joanna non aprì la lettera, lesse distrattamente il

biglietto.

"Dite al signor Cimaglia che aspetti."

La porta, foderata di velluto bigio, si richiuse discretamente: Joanna

meditava sul bollettino del giorno prima. La provincia aveva comperato

cinquantaduemila copie del _Tempo_: gli abbonati erano sedicimila; la

vendita in Roma era di trentunmila ottocento ottanta copie. Totale:

novantanovemila ottocento ottanta copie del _Tempo_. Mancavano, per

centomila copie, numero rotondo, altre centoventi copie: e da due mesi,

la vendita aveva sempre fluttuato, un po' meno, un po' più, ma senza

scavalcare mai la cifra di centomila.

-- Ancora centoventi ostinati che non vogliono il _Tempo_, -- pensò fra

sè.

E solo solo, nella grande severità della stanza mobiliata di velluto

bigio, tutta incorniciata di legno quercia scolpito, dall'ampio

caminetto fiorentino dove una bella vampa consumava le legna, seduto

dietro la larga, profonda scrivania che aveva il massiccio e la forma di

una fortificazione, egli pensò a questi centoventi ostinati, esseri

fantastici, scettici, che non volevano saperne del _Tempo_. Forse il

giornale non era abbastanza bello per loro, forse la corrispondenza

telegrafica da Parigi, Londra, Berlino e Vienna, non sembrava loro

abbastanza ricca: e quietamente, pesando le parole, egli scrisse quattro

telegrammi, esortando i corrispondenti a telegrafare di più, a

telegrafare sempre. Stese la mano sopra un altro bottone della tastiera

elettrica: un altro usciere si presentò:

"Questi telegrammi all'impiegato, li trasmetta subito."

Poi, pensò di nuovo: forse quei centoventi sdegnosi non trovavano

completa la cronaca, i _reporters_ che aveva, evidentemente non

bastavano al lavoro. E un'idea gli balenò, chiamò di nuovo il primo

usciere:

"Aspetta sempre il signor Cimaglia?"

"Sempre."

"Fatelo entrare."

Il signor Cimaglia entrò, con un'aria fra rispettosa e disinvolta: era

un giovanotto biondo, con gli occhi un po' stanchi, di fisonomia

simpatica, vestito con grande cura, correttamente; certo egli si era

preparato a quel colloquio, come una fanciulla che deve incontrarsi con

un presunto fidanzato. E tutto fece crescere il suo rispetto: l'ampiezza

del caminetto, la mollezza del tappeto, la vasta mole della scrivania e

l'accoglienza gentilmente fredda di quel signore in soprabito e in

goletto chiuso, alla militare.

"Le hanno già parlato di me?" mormorò il signor Cimaglia, già un po'

confuso, sentendo che doveva cominciare lui.

"Sì, credo," disse lento lento Joanna.

"Il signor deputato Galletti è stato tanto buono da scrivere delle cose

molto lusinghiere per me...." fece Cimaglia, con un po' di fatuità.

"Non ho letto la lettera," disse freddamente il direttore del _Tempo_,

arrestando l'espansione di Cimaglia.

Stese la mano, prese la lettera e l'aprì. Il candidato Cimaglia profittò

di quel momento per studiare il volto di quel giornalista onnipotente:

era un volto che doveva essere stato bello, ma sciupato, invecchiato; le

rughe si diramavano dall'angolo dell'occhio, da quello delle labbra,

deturpavano una fronte che doveva essere stata bellissima; poi, come una

glaciale immobilità aveva colpito quei tratti, arrestandone la

convulsione, e gli occhi erano smorti, spenti, tutta la faccia aveva la

tinta terrea della lava raffreddata.

"Anche Galletti la raccomanda caldamente," disse Joanna, piegando

metodicamente la lettera. "Lei vorrebbe entrare nella redazione del

_Tempo_?"

"Avrei questo desiderio," disse con una certa modestia baldanzosa il

Cimaglia.

"E che titoli ha?"

"Io mi sono laureato in lettere e filosofia, ho il diploma, ma la vita

dell'insegnante non mi va, non sono nato per fare il pedagogo, voglio

lanciarmi nel giornalismo, è l'unico mezzo per riescire...."

"Ha scritto già nei giornali?"

"Sissignore, ho scritto quando ero ancora all'Università degli articoli

di erudizione in varie importanti riviste...."

"Questo a me non serve," disse Joanna, guardando sempre fiso il suo

interlocutore, che aveva preso un certo tono di confidenza, l'abbandono

dei giovani che credono all'amicizia del primo venuto.

"Capisco," fece Cimaglia, inchinandosi, "la erudizione è una gran

seccatura, ma non è male che un redattore sia istruito. Ho scritto delle

novelle in vari giornali letterari della domenica, che ella certamente

segue...." e interrogò Joanna con lo sguardo.

"Non leggo mai giornali letterari," rispose glacialmente il direttore

del _Tempo_.

"Oh già, naturalmente, fa benissimo," soggiunse subito Cimaglia, con la

premura di chi vuole ingraziarsi l'interlocutore, "sono così noiosi!

Quelle mie novelle, raccolte in volume, hanno, senza vantarmi, avuto un

bel successo."

"Ah!" fece soltanto Riccardo, come disinteressato.

"Ho anche pubblicato un volume di versi, odi barbare e sonetti,

_Autumnalia_: lo conoscerà, forse...."

"No."

".... Siccome anch'ella è stato poeta...."

"Oh pochissimo!"

"Ma sì, ma sì, signor Joanna, e poeta di vaglia," insistè l'altro.

"Le assicuro di no, signore," disse duramente Joanna.

Il candidato tacque, scorato. Joanna pensava:

"Lei conosce molta gente, signor Cimaglia?" chiese poi.

"Ben poca, sa, mi tengo da parte...."

"Il prefetto, il questore, li conosce?"

"Nossignore; forse loro, probabilmente, conosceranno me."

"Ha pratica dei ministeri?"

"Per nulla, i _travetti_ mi sono odiosi, uno scrittore come me,

capirà...."

"Senta, signor Cimaglia, io non ho bisogno nè di erudizione, nè di

novelle, nè di versi. Mi occorre un _reporter_, un nuovo e buon

_reporter_, che vada, venga, si ficchi dappertutto, sappia tutto,

precisamente."

"E questo _reporter_ che cosa scrive?" domandò Cimaglia, come inebetito.

"Niente. Scrive il cronista, sulle notizie del _reporter_."

"Credo.... credo di non poter fare tale _mestiere_," e accentuò la

parola con un certo disprezzo.

"Lo credo anche io," soggiunse Riccardo, con una ironia profonda.

"Scusi tanto; buon giorno, signore."

"Buon giorno."

Lo scrittore se ne andò, mettendosi sotto l'ascella un manoscritto, che

Riccardo non gli aveva neppur dato il tempo di offrirgli. Joanna si alzò

dal suo posto, andò a riscaldarsi alla fiamma del caminetto, piegò un

po' la testa, dalle tempia già rade, dai capelli brizzolati: e

crucciosamente il pensiero di non aver ancora la cifra di centomila,

segnata sulla vendita del _Tempo_, lo riassalse. Da due mesi aveva fatto

preparare una grande leggenda a gas, così fatta:

IL TEMPO

=Centomila copie=

e voleva metterla davanti al terrazzo, una bella sera, orgogliosamente.

Ma non poteva farlo ancora, malgrado il suo desiderio: malgrado il suo

desiderio e le molte transazioni che avevano domato e vinto il suo

spirito, non voleva mentire. Raggiunte le centomila, non una di meno,

avrebbe fatto divampare la superba leggenda, che doveva contristare i

suoi piccoli rivali ed empire di meraviglia il pubblico. E l'opera sua,

così paziente, così lunga, così forte, gli sembrava meschina,

incompleta, poichè ancora centoventi increduli si stringevano nelle

spalle, udendo gridare il _Tempo_.

-- Se dessi tre romanzi, invece di due? -- pensava.

-- Bussarono discretamente alla porta; era Colombani, il segretario della

direzione, un impiegato, non un giornalista, di cui il doppio incarico

era di scrivere talvolta qualche lettera ufficiale per conto di Joanna,

ma quotidianamente doveva leggere tutti i giornali italiani e metter da

parte tutti quelli che dicevano bene o male del _Tempo_. Era del resto

un impiegato ignorante, zelante, molto preciso, che quietamente segnava

di rosso gli articoli che parlavano male del _Tempo_, e di azzurro

quelli che ne parlavan bene, portando ogni giorno, con un sorriso

d'impiegato soddisfatto, questo fascio di giornali a Riccardo Joanna:

"Molti _rossi_, oggi, Colombani?"

"Abbastanza, abbastanza, da qualche tempo. Il _Corriere di Piacenza_ ha

tre colonne."

"Frati ha buon tempo," disse ridendo Joanna.

"Se la piglia con lei personalmente," soggiunse l'altro, con un risolino

di compiacenza, da stupido.

"Al solito," e si strinse nelle spalle.

"Vi è nulla da scrivere, signor direttore?"

"Nulla, andate pure, Colombani."

Il segretario uscì. Malgrado l'acre desiderio che aveva di leggere il

_Corriere di Piacenza_, anzi per vincersi, Joanna lesse quattro o cinque

giornali, segnati di azzurro, una frase, una linea, una parola in lode

del _Tempo_; siccome la vendita cresceva visibilmente, e il _Tempo_

diventava più forte e più orgoglioso, le lodi degli altri giornali

diventavano più parche, più brevi, più asciutte: e la gran maggioranza

della stampa italiana, irritata dalla grande tiratura del _Tempo_,

confrontandola con la propria meschina tiratura, serbava rancore

profondo al giornale e attaccava copertamente, con allusioni maligne, o

assaltava a viso aperto, con accuse violente e strampalate. Riccardo

Joanna leggeva tutto, dalla prima parola sino all'ultima, talvolta

sorridente, talvolta pensoso, non andando, apparentemente, mai in

collera, abituato oramai all'ingiuria quotidiana, sapendone la causa

palese e quella segreta. Anzi, spesso, tutto questo livore accumulato

contro lui, allo scoppio rumoroso di tanti odii, lo rendeva orgoglioso,

sentendo la forza che dà l'inimico: e piegava il capo, sorridendo, come

per lasciar passare l'insulto. Oh nulla, più nulla restava del focoso

animo meridionale, trabalzante a ogni più piccola frase che rivelasse

malanimo, nello scrittore! Del giornalista che si era battuto due volte,

per certi suoi articoli politici, nel _Baiardo_, del cronista mondano

che quand'era al giornale _Quasimodo_ si era battuto alla pistola, con

un coraggio stoico, del direttore del giornale _L'Uomo che ride_ che si

era battuto alla spada, con un fortissimo avversario, non rimaneva più

nulla: e gli eterni ghiacci dell'indifferenza, dello scetticismo, erano

scesi in quell'anima. E non rispondeva mai: e i giornali avversari

tornavano alla carica, furiosamente, resi feroci dall'aperto disprezzo

del _Tempo_; sempre silenzioso, il _Tempo_ continuava la sua strada, non

facendo polemiche, sentendo di aver sempre ragione di fronte al proprio

pubblico, conoscendo tutta la forza del disprezzo muto. In mancanza di

risposta, la discussione cadeva, i giornali tacevano, rodendo la propria

collera: salvo a ricominciare più tardi, sopra un altro tema, più

veementi, più feroci. Qualcuno, talvolta, inconsciamente, imbroccava

giusta l'ingiuria e la freccia andava a colpire il cuore di Riccardo

Joanna: tutto quello che riguardava il suo passato di scrittore, prima

del _Tempo_, nei tre giornali dove aveva scritto, conservatore,

radicale, trasformista, lo faceva trasalire, come per una ferita che

frizzasse: ma erano lotte interne, ultimi tumulti, che niuno conosceva e

che Joanna vinceva, solitariamente, nella muta solennità della sua

stanza direttoriale, passeggiando in su e in giù, fremendo di collera

per un'ora, ma calmandosi a mano a mano, facendo risonare sempre, sempre

più alta, la voce del suo interesse. La vendita, la vendita, era la

grande ragione del suo silenzio, nella lotta fra un piccolo giornale e

uno grande, chi ci perde, è sempre il grande. Il _Tempo_ si doveva

vendere, molto, sempre più: e il direttore vinceva la sua indegnazione,

uscendone pallido, disfatto, ma fiero, come Giacobbe dopo la lotta

coll'angelo.

Ma quello che trovava sempre la via del cuore di Riccardo Joanna, era

Giulio Frati, il giornalista valoroso ma violento e incoerente, che era

rimasto sempre in uno stato di oscura mediocrità vegetando nei giornali

di provincia, errando da Cagliari a Perugia, da Ancona a Piacenza,

sempre laborioso, sempre collerico, sempre sconclusionato, guadagnando

stentatamente e senza gloria il suo pane. Costui aveva fondato, molti

anni prima, a Roma, insieme a Joanna, _L'Uomo che ride_, che era vissuto

tre mesi; Frati e Joanna erano partiti quasi insieme, Frati era rimasto

per la via, Joanna era diventato potente e temuto. Il giornalista di

provincia, iroso per la propria mediocrità, furioso contro il successo

del _Tempo_, se ne vendicava, insultando quasi quotidianamente Joanna. E

come Frati sapea molti segreti della vita di Joanna e costui molte

debolezze e molti errori aveva nel suo passato, così gli articoli del

_Corriere di Piacenza_ erano carichi di un fiele profondo che Riccardo

assorbiva, ogni mattina, impallidendo, tutto solo nella maestà della sua

grande stanza.

Era Frati, che aveva rinfacciato a Riccardo Joanna l'avventura

dell'_Uomo che ride_, un giornale che aveva mangiato sessantamila lire,

prendendone a chi duemila, a chi duecento, a chi dieci: allora, il

giornalista _fatale_, il poeta, aveva detto di voler morire lui, pur di

salvare il suo giornale, e all'ultimo momento, vigliaccamente, non aveva

avuto coraggio di ammazzarsi, aveva lasciato morire il giornale, non

aveva pagato nessuno, nè i redattori che avevano lavorato _gratis_ per

lui, impegnando l'orologio, quelli che lo avevano, per far vivere un

altro giorno _L'Uomo che ride_, nè il gerente che doveva avere dodici

lire. Ogni tanto, ferocemente, Giulio Frati rievocava il fantasma

dell'_Uomo che ride_, con la sua tragedia comica, con quel miscuglio di

straziante e di buffo che porta con sè la morte di un giornale: e

Riccardo Joanna ne trasaliva, leggendo quella prosa, verde di bile,

ripensando a quel tempo della sua vita. Era Frati che rinfacciava a

Riccardo Joanna la fondazione del _Tempo_, fatta coi quattrini di cento

azionisti, di ogni classe, di ogni qualità, di ogni opinione, e di

costoro, a mano a mano, aveva difese tutte le idee, tutte le opinioni,

tutti i progetti, talchè il _Tempo_ era chiamato il giornale di tutti i

colori, il giornale Arlecchino: era Frati che rinfacciava a Joanna tutte

le debolezze, tutte le transazioni, tutte le piccole vigliaccherie.

_L'ex-poeta, diventato speculatore, è sempre eguale a sè stesso_: così

cominciavano sempre gli articoli di Frati e parea che il _Corriere di

Piacenza_ fosse fatto soltanto per ingiuriare il _Tempo_ e Riccardo

Joanna; e il giornalista di provincia, sconclusionato ed esagerato,

passava il segno e riesciva inefficace, ma la guerra continuava. Dalla

sua misera stanza, dove a stento guadagnava le dieci lire quotidiane per

vivere, dal piccolo giornale che tirava duemila copie, il mediocre

giornalista aveva il potere di turbare il giornalista forte, potente,

creatore e animatore di un grande organismo. Invano Riccardo Joanna

cercava di corazzarsi nella indifferenza: gli antichi spiriti bollenti

si ribellavano. Più volte aveva ruminato una risposta fulminante a

Giulio Frati: anzi una volta l'aveva anche scritta, ma sarebbe stato un

far conoscere al mezzo milione di lettori del _Tempo_ che uno

scrittorello qualunque aveva osato d'insultarlo, sarebbe stato far una

_réclame_ a quel giornaletto provinciale. Il _Tempo_, forse, ne avrebbe

sofferto: la salute del giornale, anzi tutto. E reprimeva la voglia che

aveva di battersi contro Frati, contro l'antico amico, contro il

presente nemico: rinunziava, fremendo, all'idea di trovarsi in faccia,

pronti ambedue alla vendetta, sciabola contro sciabola, senza dar

quartiere, senza usar pietà. Rinunziava, per la vendita del _Tempo_.

Per consolarsi della quotidiana dose d'ingiurie di Frati, quel giorno,

rilesse il bollettino; ma esso, implacabilmente, portava la cifra di

novantanovemila ottocento ottanta.

-- Il giornale non è ancora abbastanza bello, -- pensò fra sè, di nuovo.

Vita e avventure di Riccardo Joanna: romanzo · 第 13 / 18 段