"Capisco," disse Frati, senza moversi dalla scrivania; "ma perchè non

hai pensato a questo prima, in principio?"

"I pensieri buoni vengono sempre in punto di morte," disse Joanna

gravemente, e subito rise: "dico per ischerzo, perchè son pieno di fede

e di allegrezza: non mi far la tragedia. Sono contento: finalmente mi è

venuta l'inspirazione: i giornali debbono posare sopra una base

d'interessi pratici, di bisogni positivi: la base del giornale

dev'essere la speculazione, non la politica: la politica è un sogno, è

metafisica, è poesia frugoniana."

"Dunque tu parti domani?"

"Sì, parto domani; e ti affido il giornale. Il servigio che io mi

aspetto da te è immenso, è uno di quelli che legano per la vita e per la

morte. Ora fammi un favore, va a cercare quanti più puoi dei nostri

redattori: voglio parlar con loro prima di partire, voglio ufficialmente

investirti de' miei poteri."

"Va bene," disse Frati, "andrò, ma voglio anch'io un favore. Dammi il

_revolver_ che hai nel cassetto."

"Prendilo pure," disse Joanna, "tanto, non mi occorre." Frati lo guardò

in faccia. Era tranquilla come non la vedeva più da due mesi, illuminata

da un risolino persuasivo. Fu sul punto di lasciar lì il _revolver_,

convinto, ma la sua natural prudenza prevalse. Aprì il cassetto, prese

l'arme, se la mise in tasca.

"Vengo subito," disse.

Joanna, rimasto solo, tolse prima di tutto dal muro una delle pistole

che stavano appese al semicerchio di bronzo, con le altre armi da

duello; poi cominciò un lavorío lungo. Staccò le palle incastrate nelle

cartucce del _revolver_ rimaste nella scatola, e radunò la polvere

sufficiente per una carica, la pigiò nella canna, la calcò con un

pezzetto dell'originale di Paolo Stresa, vi calcò dentro due palle del

_revolver_. Mancava la capsula. Dove trovare una capsula? Andò in

anticamera, a svegliare il gerente.

"Vai dal tabaccaio in Piazza Colonna, fatti dare un soldo di capsule per

fucile."

Il reduce lo guardò sbalordito, non tanto dal sonno, quanto dalla

stranezza della commissione.

"Spicciati: che hai? Non capisci?"

Tornò di là, si pose in tasca la pistola carica a metà, prese con le due

mani nel cassetto un fascio di carte, le posò sulla scrivania. Oramai,

la febbre finale, il gran delirio della distruzione lo teneva con una

ossessione completa. Era una ebbrezza ardente di distruggimento, e

insieme un'allegrezza, una consolazione ineffabile di troncare il

martirio quotidiano, di perir nella lotta. Era la vanità e la

vigliaccheria. Pensava al supremo e tragico bene della insensibilità

infinita, alla sensazione finale della morte, all'articolo che l'avrebbe

annunziata, il giorno seguente, nell'_Uomo che ride_. E un desiderio lo

prese, una voglia morbosa di giornalista che muore di giornalismo: prese

un pezzo di carta e una penna, e scrisse:

"Non voglio che la mia morte sia annunziata da altri che da me. Io muoio

col mio giornale, come il capitano con la sua nave. Noi abbiamo lottato

gigantescamente con la tempesta, il mio giornale ed io, sul gran mare

della pubblica opinione. Quando ho sentito che il giornale colava a

picco, mi son bruciato le cervella sul ponte di comando. A quelli che mi

hanno seguito con amore nel combattimento, mando l'ultimo saluto: agli

_altri_ offro l'olocausto della mia vita. Così ne fossero contenti! Per

parte mia, rompo la mia gioventù, la mia forza, le mie speranze,

lietamente. La stampa, come tutti gli stromenti della civiltà, vuole le

sue vittime umane. Io mi getto con gioia, con fede, con entusiasmo,

nelle fauci del mostro. Un giornalista cade sulla breccia: Evviva il

giornalismo! -- Riccardo Joanna."

Joanna scrisse il suo ultimo articolo tutto d'un fiato, con impeto, con

passione, come ai bei tempi antichi, lo rilesse tre o quattro volte

delibandolo, pregustando con raffinatezza feroce la profonda impressione

che avrebbe fatto il giorno seguente. -- Ecco il più bell'articolo della

mia vita, -- pensò. -- Lo riporteranno tutti i giornali: Wood lo

telegraferà al _Times_ -- e, con la compiacenza con cui Carlo V doveva

contemplare il suo funerale, prese una matita rossa, e scrisse in cima

al foglietto: _Primo articolo. C. 12_ (corpo dodici).

Fumò lungamente, guardando il fumo, pensando con tanta intensità, che la

percezione delle sue idee gli sfuggiva, sentendo però in tutto il corpo

un accrescimento formidabile di sensibilità, un'espansione fortissima di

calore, come se la sua vitalità si andasse di minuto in minuto

centuplicando per morir poi tutta quanta d'un tratto. Cominciò a

scernere le carte: fra le prime, gli capitò il verbale del suo ultimo

duello, col direttore della _Pace_, per un articolo veemente dell'_Uomo

che ride_. Lo rilesse, lentamente, per richiamarsene tutti i più minuti

particolari, per riprovare la sensazione della morte che aveva avuto

quella mattina, acutissima, quando i padrini comandarono l'attacco ed

egli si lanciò addosso all'avversario, con la spada avanti, e si sentì

la punta fredda entrare nella spalla, profondamente. Accese una candela,

accese alla fiamma il verbale. A che serviva? Quella era stata la prova

della morte: ora veniva la rappresentazione vera della tragedia. Subito,

la stanza si empì di fumo: quel mezzo non andava; i romanzieri avevano

torto di adoperarlo sempre, nella catastrofe dell'amore. L'amore! Povero

amore! Povera e meschina passione che non salva gli uomini dalla rovina,

nè dalla morte, e che non li rovina, nè li uccide. Prese un pacco di

lettere, le ultime, l'ultima passione. Non le rilesse, non sentì il

desiderio di leggerne neppur una: tutto era finito: proprio. Si alzò,

s'accostò alla finestra, l'aprì: nel cortiletto buio una finestra

illuminata versava un fragor di voci, maschili e femminili, miste.

Sciolse il pacco, cominciò a stracciar le lettere in pezzettini minuti,

le buttò nel cortile, piano, piano: sentiva il freddo umido del vento

lambire la sua pelle, senza raffreddarla: pareva anzi che il vento

s'infocasse, toccandola. Tornò alle altre carte: cominciò a stracciarle

come venivano, tutte senza distinzione, buttando i frammenti nel cestino

ov'erano alcuni giornali e parecchi articoli non pubblicati. -- A che

lasciarsi dietro delle carte inutili? -- E distrusse un fascio di fatture

non saldate, di lettere impertinenti di creditori, lettere di azionisti

che avevano promesso di pagare e non avevano mai pagato, lettere di

redattori che si offrivano, o che si dimettevano: tutta la storia

dell'_Uomo che ride_, tutto l'archivio d'un giornale, ch'è importante e

ricco, umanamente appassionato come un archivio di questura. Infine,

preso da un'impazienza, da una furia, stracciò senza più nemmeno

guardare. E sedette da capo, per tornare a scrivere. Ma questa volta

senza impeto, senza enfasi. Scrisse a Giulio Frati, semplicemente,

affettuosamente, chiedendogli perdono dell'inganno, lasciandogli in

eredità il giornale, supplicandolo di fare sforzi sovrumani per tenerlo

in piedi, dandogli una folla di consigli e di ammonimenti. Scrisse ai

suoi redattori, ringraziandoli del concorso generoso e amoroso, della

loro abnegazione, del loro coraggio, raccomandando anche ad essi il

giornale. E suggellò tutte queste lettere, una dopo l'altra,

accuratamente, chiudendo anche la sua necrologia in una busta gialla e

scrivendovi sopra: _Al proto per domattina_. Mise questa busta al posto

solito, sulla scrivania, sotto il timbro, ove il proto, quattro o cinque

volte nel giorno e nella notte, veniva a cercare l'originale, per

l'edizione della sera e quella della mattina.

Per le scale salivano i redattori, con Frati, parlando forte, facendo un

rumore grande in quel buio silenzioso. Frati aveva pescato Paolo Stresa

al Valle, Malgagno al caffè, Bagatti nell'ufficio del _Sancio Panza_,

ove la sera c'era circolo. Aveva dato la voce, qua e là, nei due o tre

posti ove i giornalisti bazzicano la notte, al telegrafo, da Morteo,

alla birreria del Quirino, di avvertire gli altri di mano in mano che

capitavano. Erano eccitati tutti: avevano tutti un presentimento, una

divinazione tragica: portavano anche l'esaltazione dei luoghi ov'erano

stati, poichè ovunque, come per una fatale combinazione, non avevano

sentito parlare che di Joanna, non avevano parlato che di Joanna.

Bagatti era atterrito. I suoi antichi amici del _Sancio Panza_, che gli

avevano sempre rimproverato il suo attaccamento a Joanna, quella sera

erano tutti pieni di lodi per _L'Uomo che ride_, dicevano che Joanna era

un forte polemista, che il suo giornale era molto bello: peccato! Ma,

già, il pubblico è così strano: chi ci capisce nulla? E mormoravano a

tratti, smorzicatamente, delle frasi di malaugurio, la pietà del

giornalista che è contento della disfatta d'un nemico e mortificato

insieme della disfatta del giornalismo. Qualcuno disse che

l'Associazione Costituzionale, ieri, aveva assegnato alla _Patria_ le

trentamila lire promesse a Joanna. Un altro disse:

"Stasera Joanna ha fatto un tentativo disperato col senatore ***. Aveva

una faccia stravolta. Il senatore s'è fatto fare il bilancio del

giornale: è rimasto spaventato: non gli ha voluto dare neppure un

soldo."

Un altro disse:

"E ora che farà? S'ammazzerà."

Tutta la sala insorse:

"Ma che ammazzarsi; ma uno s'ammazza così, perchè muore il giornale? Ne

muoiono tanti di giornali, allora!"

"L'ha detto lui, che s'ammazzava. Lo farà, vedrete. È un uomo di fegato,

Joanna."

"Vedrete che si rassegnerà."

Allora Bagatti, furioso, balzò su, rosso in viso, violento, feroce, e

con una retorica dirompente, con un'enfasi scatenata, con una voce

scoppiante caricò d'insulti la società, rinfacciandole la sua

vigliaccheria, la guerra settaria e camorristica che aveva fatto a

Joanna, la congiura del silenzio, la lega dei rivenditori, chiamandoli

tutti coccodrilli, fra gli urli di quelli.

Frati lo venne a salvare, lo fece chiamare per l'usciere, lo trasse via,

ancora ribollente, ancora spumante d'indignazione, tutto agitato di

collera e di terrore, per Joanna.

"Che c'è di nuovo?"

"Nulla, per ora: Riccardo pare tranquillo, ha delle buone idee, vuol

partire per l'Alta Italia; ma bisogna sorvegliarlo."

Roma entrava sempre più nella notte lacrimevole, sempre più fredda,

sempre più buia, sempre più solitaria. Gli uomini si ritraevano

addentro, addentro, nelle case calde, nei letti caldi, come per fuggire

dai miseri che avevano bisogno d'aiuto, come per non vedere quelli che

dovevano necessariamente perire.

"La Duse mi ha raccomandato di stare attento a Joanna, di non

abbandonarlo," disse Paolo Stresa, raggiungendo gli amici che lo avevano

fatto chiamare, e che lo aspettavano fuori del Teatro Valle, "io credo

che bisognerebbe persuaderlo a far cessare il giornale: può accadere una

disgrazia."

"A ogni buon fine gli ho portato via il _revolver_," disse Frati.

Entrando nell'ufficio, lo trovarono tutto illuminato. Riccardo stava

prendendo da un armadio le ultime bottiglie di quello sciagurato kummel

ch'era servito a festeggiare le prime settimane del giornale, e che gli

aveva procacciata l'ultima stilettata. Pareva tranquillissimo. Frati si

fermò vicino a lui, gli altri due andarono nel salotto, a seguitare un

racconto che Malgagno aveva cominciato da dieci minuti, e che pareva

eterno.

"Il Ministro pranzava alle _Venete_, col Segretario generale dei Lavori

pubblici, col Direttore della Banca Nazionale, col Presidente della

Società d'Assicurazioni Veneta. L'ho fatto chiamare dal cameriere, per

non parlargli davanti a quegli altri. Gli ho parlato lungamente, ho

fatto di tutto per persuaderlo. È stato inutile. Depretis è seccato

dell'_Uomo che ride_, s'è accorto che non può tirare avanti, preferisce

lasciarlo morire: se lo aiuta a rimettersi in gambe, teme che da un

momento all'altro ritorni all'attacco. Quanto a lui personalmente, non

può far nulla. Le millecinquecento lire che diede a Joanna, in

principio, gli sono state rinfacciate. Poi non può nemmeno aiutarlo

indirettamente, col pretesto di affidargli un lavoro: gli articoli di

Frati sono stati troppo virulenti, la cosa si saprebbe subito. Del resto

il fondo delle spese eventuali era tutto impegnato."

Joanna entrava con Frati nel salotto, ciascuno con due bottiglie in

mano.

"E gli altri?" domandò Riccardo.

"Vengono," rispose Stresa, alzandosi a prendere una bottiglia di mano a

Frati.

Il salotto era comune: aveva un'aria borghese, ma poco casalinga, ma

niente affatto intima. Già la polvere era penetrata nella iuta, già la

vecchiaia prendeva quei mobili recenti. Sulle poltroncine stavano

dispersi dei volumi di relazioni dell'Ufficio di Statistica, sul

pianoforte era una confusione di carte di musica e di giornali, le molle

dei canapè già cominciavano a fiaccarsi per l'abitudine dei redattori di

starvi sopra distesi.

Stresa fece un cenno a Frati che chinò la testa e porse l'orecchio:

"Che t'ha detto?"

"Niente. Vuole che beviamo insieme le ultime bottiglie."

Malgagno si mise al piano, cominciò a strimpellare un pezzo d'operetta.

Stresa s'accostò a Joanna.

"Senti, ho dovuto dare trenta lire alla mia padrona di casa. Eccoti

queste centocinquanta." Joanna sorrise, bizzarramente.

"Dàlle a Frati: domani avrete bisogno di quattrini, per saziar la fame

della stamperia."

"No no, tienile tu," disse Frati: "noi provvederemo alla meglio. A te

occorreranno pel viaggio."

"Bene, prendo anche queste: il viatico mi porterà fortuna. Ma non

dimenticare di telegrafare a Brancacci, domattina: finisca di mandar

l'articolo, avrà i quattrini. A proposito, le prime cartelle non son

mica arrivate?"

"Credo di sì," disse Frati: "aspetta un po'." E andò nella stanza di

redazione.

Bagatti da dieci minuti passeggiava da un capo all'altro del salotto,

con la tuba calata sopra un occhio, con la pelliccia sbottonata,

terminando a sè stesso, senza emettere altri suoni sensibili che certi

grugniti confusi, l'allocuzione furibonda, l'investimento frenetico

cominciato contro quelli del _Sancio Panza_. Ad un tratto, non potendone

più, si voltò a Riccardo:

"Joanna, tu cadi vittima de' tuoi errori."

"Può essere," disse Joanna col suo risolino convulso.

Bagatti restò interdetto, colpito dalle parole che gli erano uscite di

bocca involontariamente, e dalla faccia di Riccardo, gelata

rabbrividente. E per reazione, la sua retorica rigurgitò di nuovo,

prepotente, soffocante, stordente:

"Tu dovevi schiacciare i rettili sotto l'impeto della tua gioventù, tu

dovevi montare sul destriero della tua prosa fiammante, e buttarti in

mezzo al cozzo delle passioni giornalistiche, implacabile, flagellante,

schiacciante, per Dio! Tu hai disprezzato il lavorío sordo e sotterraneo

dei vili insetti che ti circondavano, e questi t'hanno scavato la mina.

Hai voluto essere olimpico, hai voluto essere un Dio; ma gli Dei se ne

vanno, per Dio!"

"Gli Dei sono immortali," disse Joanna, "tu sei sempre la stessa

bestia."

Bagatti rise clamorosamente, sonò il campanello, chiamando il gerente,

che gli portasse un bicchiere d'acqua. Frati diede a Joanna un rotoletto

di carta.

"Due cartelle e mezzo!" disse Riccardo togliendo la fascia è

svolgendolo; "sempre lo stesso, Brancacci."

E cominciò a leggere l'articolo.

"Che dicevate?" domandò Frati a Bagatti, piano.

"Lasciami stare: sono un asino. Ma ti giuro che è tranquillo, che non

pensa ad ammazzarsi: ce ne potremo andare a letto presto, sicuri."

Pure, il tragico presentimento perdurava in tutti. Joanna, guardando in

faccia i suoi amici, aveva quel risolino nervoso che pareva

rassicurante, ed era invece un'ipocrisia: nascondeva, l'infelice, sotto

quel riso, la convulsione de' suoi nervi, vi sfogava un tremito di

tetano che gli s'era messo alle mascelle, e che percorreva tutto il suo

corpo, squassandone ogni atomo sensibile, richiamandogli una intensa e

dolorosa vibrazione della vita. E un terrore bizzarro, a tratti, lo

assaliva: il sospetto che tutti gli leggessero negli occhi il

proponimento fatale, incrollabile; che tutti s'avvedessero dello

stromento di morte ch'egli si teneva in tasca, e che faceva una

rigonfiatura, sul calzone scuro. E leggendo, ogni tanto alzava lo

sguardo furtivamente.

Malgagno seguitava a battere con un dito sopra un tasto, a caso,

stonatamente; Stresa leggeva un giornale, bevendo a tratti un sorso di

kummel, Bagatti e Frati stavano seduti accanto, sopra un canapè, e

parlottavano a bassa voce. "Tieni queste cartelle, serbale," disse

Joanna a quest'ultimo, "è un buon articolo: lo metterai domani, se

vengono le altre cartelle. Non scordarti di mandargli i denari, a

Brancacci, o di telegrafargli, domani."

"Che articolo è?" domandò Stresa.

"Un articolo sul _Lohengrin_," disse Joanna.

"E quando, mio Dio, non si scriveranno più articoli sul _Lohengrin_ e in

favore di Depretis? Quando potrò avere la suprema consolazione di veder

fischiati Wagner e Depretis, questi due immortali, questi due grandi

impostori?" gridò Bagatti.

La porta a vetri si spalancò di nuovo, e si richiuse con fracasso.

"Chi è?" domandò Malgagno.

"Ciao, cane!" disse Bagatti.

"Buona sera, porci!" rispose Bertarelli entrando, con le mani nelle

maniche come un frate, col collo e la barba irsuta nascosti nelle

spalle, con gli occhiali scintillanti alla luce del gas. E andò a sedere

vicino a Stresa.

"Sapete che si dice per Roma?" disse quell'uomo funebre, che aveva il

pettegolezzo malinconico e la malignità iettatoria.

"Che cosa?" domandò Joanna.

"Si dice che dentro la settimana _L'Uomo che ride_ muore, e tu ti

ammazzi."

Ci fu un silenzio glaciale, per un minuto. Frati guardò fissamente

Joanna, aspettando una risata. Vide invece come una nuvola oscurar gli

occhi del suo amico, il quale disse freddamente:

"Mi dispiace per quelli che te l'hanno raccontato, ma tu non

accompagnerai al cimitero nè il giornale, nè me."

Stresa, il più tranquillo di tutti, il più giovane, il più lontano dal

pensiero della morte, preso anche lui dall'inquietudine che tormentava

Frati da parecchie ore, si alzò, andò di là. Si fermò un momento davanti

alla scrivania, guardò la busta gialla ch'era sotto il timbro, invaso da

una curiosità mordente, da un desiderio di aprirla. Resistette, passò in

anticamera, a svegliare il gerente, il povero martire che aveva

rischiata la pelle in dieci combattimenti per concorrere alla

costituzione di una patria ricca di giornali e povera di quattrini:

"Svegliati, Pompeo, rinfresca la tua memoria: rispondimi."

"Che è stato?" rispose trasalendo il reduce, oramai avvezzo a queste

scosse.

"Che ha fatto il direttore stasera, dalle otto alle dieci, mentre noi

non ci eravamo?"

"Cosa doveva fare? Ha letto, ha scritto, non so."

"Non hai notato nulla di straordinario? Non t'ha chiesto nulla?"

"La posta."

"È venuto il proto?"

"Non ancora."

"E la cronaca chi l'ha fatta?"

"Non so. Sordini ha lasciato le notizie sul tavolino del signor Frati."

"Non t'ha data nessuna commissione il direttore?"

"Sì, mi ha mandato a comperare delle capsule."

"Che capsule? Dal farmacista?"

"No, dal tabaccaio: capsule di fucile."

Stresa s'accostò vivamente all'uscio del salotto, senza entrare, e

chiamò:

"Frati!"

"Che c'è?" disse Frati, venendo premurosamente.

"C'è un guaio," disse Stresa; e narrò il fatto delle capsule.

Frati diventò bianco.

"L'affare è serio. Come facciamo?"

"Io esco," disse Stresa, "vado a cercare qualcuno: qui ci vuole una

risoluzione disperata."

E mentr'egli spalancava la porta per uscire, apparve sul pianerottolo

Palumbo, il cronista del Tribunale, basso, secco, con due baffi

spelacchiati sulla bocca meschina.

"Dunque Joanna parte, lascia morire il giornale. E noi che facciamo?"

domandò.

"Chi t'ha detto questo?" disse Frati.

"Non so: si dice. L'ho sentito nella sala di lettura a Montecitorio."

"Chi c'è a Montecitorio?" domandò Stresa, sempre con un piede fuori

dell'uscio.

"C'è l'onorevole Sinibaldi, c'è Wood, c'è l'onorevole Caselli."

Joanna s'accostò alla porta del salotto, e vide quei tre che

parlottavano piano, confusamente.

"Ecco Joanna, io filo," disse Stresa, andandosene.

Riccardo e gli altri due se ne andarono nella stanza di redazione.

"È vero che parlano di me stasera in Roma? Dicono ch'io m'ammazzo,"

domandò nettamente Joanna a Palumbo.

"No, disse Palumbo, nè meno per sogno. Dicono invece che ammazzi il

giornale, e che te ne vai ad Assab, con un incarico del governo."

"Ah, sì?" disse Joanna, con un sorriso d'ironia.

"Il corrispondente del _Secolo_ stava anzi per telegrafar questa fola:

l'ho fermato in tempo."

"Hai fatto male. A che serve? Tanto, lo telegraferà domani lo stesso; se

pure non l'hanno già telegrafato altri. Hai visto il corrispondente

della _Gazzetta Piemontese_?"

"Non c'è: è andato a fare un'escursione nella repubblica di San Marino."

"Meno male, è uno di meno; ma già, non c'è mezzo di scampare: quando

tutto manchi, il corrispondente del _Fieramosca_ e quello della

_Gazzetta di Parma_, domani o domani l'altro ammazzeranno il giornale e

me, per telegrafo."

"Facciamo un articolo violento, smentiamo anticipatamente le voci

possibili," disse vivamente Frati.

"A che serve? Lasciali cantare. Hai fatto la cronaca?"

"Ne ho fatta una metà: vado a terminare."

"Spicciati. Stresa dov'è?"

"Ora viene."

Palumbo seguì Frati nella stanza di redazione: Joanna cominciò a

passeggiare fumando nel breve corridoio tra l'anticamera e il salotto.

Nel salotto, Bagatti, Bertarelli e Malgagno, radunati, stretti in un

gruppo, parlavano a bassa voce. Quelli non avevano nessun dubbio:

Bertarelli parlava della catastrofe come d'una cosa certa, inevitabile:

già la considerava come un fatto di cronaca clamoroso, magnifico, come

un grande avvenimento giornalistico; e spiegava minutamente le ragioni:

e faceva la critica dell'_Uomo che ride_, i vizi organici della sua

costituzione, la fretta della fondazione, l'inopportunità della sua

nascita, l'intempestività del suo ideale politico, il difetto della sua

redazione più letteraria che giornalistica; e faceva l'analisi

psicologica di Joanna, troppo nervoso, troppo poeta, troppo visionario,

un adoratore della parola, un nemico della sostanza. E così, di mano in

mano, quel frate francescano del giornalismo, quel padre guardiano della

libera stampa, così grossolano di gusti e così sottile di malignità,

seguitava l'autopsia di tutto il giornale, di tutti i redattori, di

Paolo Stresa, superficiale, vacuo, parolaio, con pretensioni letterarie;

di Bagatti, retorico, rimbombante, inconcludente; di Frati incoerente,

violento, ignorante, rozzo, che sarebbe rimasto sempre allo stato di

mediocre, di _speranza_; dei _reporters_ che andavano a cercare in

Questura delle notizie già recate da tutti i giornali; di Malgagno che

copiava dal resoconto analitico le relazioni della Camera; di sè stesso

che traduceva gli articoli dal francese. E sotto la lingua velenosa del

frate-sbagliato, che tagliava come un paio di forbici inglesi, che

addentava, che mordeva, la demolizione di quell'opera ch'era costata

tante fatiche, tanti dolori, tante umiliazioni, a cui avevano concorso

tante giovani forze, tanta generosità inconscia, tanta abnegazione

sconosciuta, avveniva. L'organismo malsano si sfasciava: un terrore

riprendeva i due che lo ascoltavano, i quali si guardavano senza osare

di più domandarsi: Come andrà a finire? poichè lo sapevano, lo vedevano

ormai come doveva andare a finire.

"Che fate adesso?" concluse Bertarelli. "È una sciocchezza inutile

quella che s'è messa in testa Frati. Joanna è un uomo finito: si deve

ammazzare per forza."

Vita e avventure di Riccardo Joanna: romanzo · 第 12 / 18 段