hai pensato a questo prima, in principio?"
"I pensieri buoni vengono sempre in punto di morte," disse Joanna
gravemente, e subito rise: "dico per ischerzo, perchè son pieno di fede
e di allegrezza: non mi far la tragedia. Sono contento: finalmente mi è
venuta l'inspirazione: i giornali debbono posare sopra una base
d'interessi pratici, di bisogni positivi: la base del giornale
dev'essere la speculazione, non la politica: la politica è un sogno, è
metafisica, è poesia frugoniana."
"Dunque tu parti domani?"
"Sì, parto domani; e ti affido il giornale. Il servigio che io mi
aspetto da te è immenso, è uno di quelli che legano per la vita e per la
morte. Ora fammi un favore, va a cercare quanti più puoi dei nostri
redattori: voglio parlar con loro prima di partire, voglio ufficialmente
investirti de' miei poteri."
"Va bene," disse Frati, "andrò, ma voglio anch'io un favore. Dammi il
_revolver_ che hai nel cassetto."
"Prendilo pure," disse Joanna, "tanto, non mi occorre." Frati lo guardò
in faccia. Era tranquilla come non la vedeva più da due mesi, illuminata
da un risolino persuasivo. Fu sul punto di lasciar lì il _revolver_,
convinto, ma la sua natural prudenza prevalse. Aprì il cassetto, prese
l'arme, se la mise in tasca.
"Vengo subito," disse.
Joanna, rimasto solo, tolse prima di tutto dal muro una delle pistole
che stavano appese al semicerchio di bronzo, con le altre armi da
duello; poi cominciò un lavorío lungo. Staccò le palle incastrate nelle
cartucce del _revolver_ rimaste nella scatola, e radunò la polvere
sufficiente per una carica, la pigiò nella canna, la calcò con un
pezzetto dell'originale di Paolo Stresa, vi calcò dentro due palle del
_revolver_. Mancava la capsula. Dove trovare una capsula? Andò in
anticamera, a svegliare il gerente.
"Vai dal tabaccaio in Piazza Colonna, fatti dare un soldo di capsule per
fucile."
Il reduce lo guardò sbalordito, non tanto dal sonno, quanto dalla
stranezza della commissione.
"Spicciati: che hai? Non capisci?"
Tornò di là, si pose in tasca la pistola carica a metà, prese con le due
mani nel cassetto un fascio di carte, le posò sulla scrivania. Oramai,
la febbre finale, il gran delirio della distruzione lo teneva con una
ossessione completa. Era una ebbrezza ardente di distruggimento, e
insieme un'allegrezza, una consolazione ineffabile di troncare il
martirio quotidiano, di perir nella lotta. Era la vanità e la
vigliaccheria. Pensava al supremo e tragico bene della insensibilità
infinita, alla sensazione finale della morte, all'articolo che l'avrebbe
annunziata, il giorno seguente, nell'_Uomo che ride_. E un desiderio lo
prese, una voglia morbosa di giornalista che muore di giornalismo: prese
un pezzo di carta e una penna, e scrisse:
"Non voglio che la mia morte sia annunziata da altri che da me. Io muoio
col mio giornale, come il capitano con la sua nave. Noi abbiamo lottato
gigantescamente con la tempesta, il mio giornale ed io, sul gran mare
della pubblica opinione. Quando ho sentito che il giornale colava a
picco, mi son bruciato le cervella sul ponte di comando. A quelli che mi
hanno seguito con amore nel combattimento, mando l'ultimo saluto: agli
_altri_ offro l'olocausto della mia vita. Così ne fossero contenti! Per
parte mia, rompo la mia gioventù, la mia forza, le mie speranze,
lietamente. La stampa, come tutti gli stromenti della civiltà, vuole le
sue vittime umane. Io mi getto con gioia, con fede, con entusiasmo,
nelle fauci del mostro. Un giornalista cade sulla breccia: Evviva il
giornalismo! -- Riccardo Joanna."
Joanna scrisse il suo ultimo articolo tutto d'un fiato, con impeto, con
passione, come ai bei tempi antichi, lo rilesse tre o quattro volte
delibandolo, pregustando con raffinatezza feroce la profonda impressione
che avrebbe fatto il giorno seguente. -- Ecco il più bell'articolo della
mia vita, -- pensò. -- Lo riporteranno tutti i giornali: Wood lo
telegraferà al _Times_ -- e, con la compiacenza con cui Carlo V doveva
contemplare il suo funerale, prese una matita rossa, e scrisse in cima
al foglietto: _Primo articolo. C. 12_ (corpo dodici).
Fumò lungamente, guardando il fumo, pensando con tanta intensità, che la
percezione delle sue idee gli sfuggiva, sentendo però in tutto il corpo
un accrescimento formidabile di sensibilità, un'espansione fortissima di
calore, come se la sua vitalità si andasse di minuto in minuto
centuplicando per morir poi tutta quanta d'un tratto. Cominciò a
scernere le carte: fra le prime, gli capitò il verbale del suo ultimo
duello, col direttore della _Pace_, per un articolo veemente dell'_Uomo
che ride_. Lo rilesse, lentamente, per richiamarsene tutti i più minuti
particolari, per riprovare la sensazione della morte che aveva avuto
quella mattina, acutissima, quando i padrini comandarono l'attacco ed
egli si lanciò addosso all'avversario, con la spada avanti, e si sentì
la punta fredda entrare nella spalla, profondamente. Accese una candela,
accese alla fiamma il verbale. A che serviva? Quella era stata la prova
della morte: ora veniva la rappresentazione vera della tragedia. Subito,
la stanza si empì di fumo: quel mezzo non andava; i romanzieri avevano
torto di adoperarlo sempre, nella catastrofe dell'amore. L'amore! Povero
amore! Povera e meschina passione che non salva gli uomini dalla rovina,
nè dalla morte, e che non li rovina, nè li uccide. Prese un pacco di
lettere, le ultime, l'ultima passione. Non le rilesse, non sentì il
desiderio di leggerne neppur una: tutto era finito: proprio. Si alzò,
s'accostò alla finestra, l'aprì: nel cortiletto buio una finestra
illuminata versava un fragor di voci, maschili e femminili, miste.
Sciolse il pacco, cominciò a stracciar le lettere in pezzettini minuti,
le buttò nel cortile, piano, piano: sentiva il freddo umido del vento
lambire la sua pelle, senza raffreddarla: pareva anzi che il vento
s'infocasse, toccandola. Tornò alle altre carte: cominciò a stracciarle
come venivano, tutte senza distinzione, buttando i frammenti nel cestino
ov'erano alcuni giornali e parecchi articoli non pubblicati. -- A che
lasciarsi dietro delle carte inutili? -- E distrusse un fascio di fatture
non saldate, di lettere impertinenti di creditori, lettere di azionisti
che avevano promesso di pagare e non avevano mai pagato, lettere di
redattori che si offrivano, o che si dimettevano: tutta la storia
dell'_Uomo che ride_, tutto l'archivio d'un giornale, ch'è importante e
ricco, umanamente appassionato come un archivio di questura. Infine,
preso da un'impazienza, da una furia, stracciò senza più nemmeno
guardare. E sedette da capo, per tornare a scrivere. Ma questa volta
senza impeto, senza enfasi. Scrisse a Giulio Frati, semplicemente,
affettuosamente, chiedendogli perdono dell'inganno, lasciandogli in
eredità il giornale, supplicandolo di fare sforzi sovrumani per tenerlo
in piedi, dandogli una folla di consigli e di ammonimenti. Scrisse ai
suoi redattori, ringraziandoli del concorso generoso e amoroso, della
loro abnegazione, del loro coraggio, raccomandando anche ad essi il
giornale. E suggellò tutte queste lettere, una dopo l'altra,
accuratamente, chiudendo anche la sua necrologia in una busta gialla e
scrivendovi sopra: _Al proto per domattina_. Mise questa busta al posto
solito, sulla scrivania, sotto il timbro, ove il proto, quattro o cinque
volte nel giorno e nella notte, veniva a cercare l'originale, per
l'edizione della sera e quella della mattina.
Per le scale salivano i redattori, con Frati, parlando forte, facendo un
rumore grande in quel buio silenzioso. Frati aveva pescato Paolo Stresa
al Valle, Malgagno al caffè, Bagatti nell'ufficio del _Sancio Panza_,
ove la sera c'era circolo. Aveva dato la voce, qua e là, nei due o tre
posti ove i giornalisti bazzicano la notte, al telegrafo, da Morteo,
alla birreria del Quirino, di avvertire gli altri di mano in mano che
capitavano. Erano eccitati tutti: avevano tutti un presentimento, una
divinazione tragica: portavano anche l'esaltazione dei luoghi ov'erano
stati, poichè ovunque, come per una fatale combinazione, non avevano
sentito parlare che di Joanna, non avevano parlato che di Joanna.
Bagatti era atterrito. I suoi antichi amici del _Sancio Panza_, che gli
avevano sempre rimproverato il suo attaccamento a Joanna, quella sera
erano tutti pieni di lodi per _L'Uomo che ride_, dicevano che Joanna era
un forte polemista, che il suo giornale era molto bello: peccato! Ma,
già, il pubblico è così strano: chi ci capisce nulla? E mormoravano a
tratti, smorzicatamente, delle frasi di malaugurio, la pietà del
giornalista che è contento della disfatta d'un nemico e mortificato
insieme della disfatta del giornalismo. Qualcuno disse che
l'Associazione Costituzionale, ieri, aveva assegnato alla _Patria_ le
trentamila lire promesse a Joanna. Un altro disse:
"Stasera Joanna ha fatto un tentativo disperato col senatore ***. Aveva
una faccia stravolta. Il senatore s'è fatto fare il bilancio del
giornale: è rimasto spaventato: non gli ha voluto dare neppure un
soldo."
Un altro disse:
"E ora che farà? S'ammazzerà."
Tutta la sala insorse:
"Ma che ammazzarsi; ma uno s'ammazza così, perchè muore il giornale? Ne
muoiono tanti di giornali, allora!"
"L'ha detto lui, che s'ammazzava. Lo farà, vedrete. È un uomo di fegato,
Joanna."
"Vedrete che si rassegnerà."
Allora Bagatti, furioso, balzò su, rosso in viso, violento, feroce, e
con una retorica dirompente, con un'enfasi scatenata, con una voce
scoppiante caricò d'insulti la società, rinfacciandole la sua
vigliaccheria, la guerra settaria e camorristica che aveva fatto a
Joanna, la congiura del silenzio, la lega dei rivenditori, chiamandoli
tutti coccodrilli, fra gli urli di quelli.
Frati lo venne a salvare, lo fece chiamare per l'usciere, lo trasse via,
ancora ribollente, ancora spumante d'indignazione, tutto agitato di
collera e di terrore, per Joanna.
"Che c'è di nuovo?"
"Nulla, per ora: Riccardo pare tranquillo, ha delle buone idee, vuol
partire per l'Alta Italia; ma bisogna sorvegliarlo."
Roma entrava sempre più nella notte lacrimevole, sempre più fredda,
sempre più buia, sempre più solitaria. Gli uomini si ritraevano
addentro, addentro, nelle case calde, nei letti caldi, come per fuggire
dai miseri che avevano bisogno d'aiuto, come per non vedere quelli che
dovevano necessariamente perire.
"La Duse mi ha raccomandato di stare attento a Joanna, di non
abbandonarlo," disse Paolo Stresa, raggiungendo gli amici che lo avevano
fatto chiamare, e che lo aspettavano fuori del Teatro Valle, "io credo
che bisognerebbe persuaderlo a far cessare il giornale: può accadere una
disgrazia."
"A ogni buon fine gli ho portato via il _revolver_," disse Frati.
Entrando nell'ufficio, lo trovarono tutto illuminato. Riccardo stava
prendendo da un armadio le ultime bottiglie di quello sciagurato kummel
ch'era servito a festeggiare le prime settimane del giornale, e che gli
aveva procacciata l'ultima stilettata. Pareva tranquillissimo. Frati si
fermò vicino a lui, gli altri due andarono nel salotto, a seguitare un
racconto che Malgagno aveva cominciato da dieci minuti, e che pareva
eterno.
"Il Ministro pranzava alle _Venete_, col Segretario generale dei Lavori
pubblici, col Direttore della Banca Nazionale, col Presidente della
Società d'Assicurazioni Veneta. L'ho fatto chiamare dal cameriere, per
non parlargli davanti a quegli altri. Gli ho parlato lungamente, ho
fatto di tutto per persuaderlo. È stato inutile. Depretis è seccato
dell'_Uomo che ride_, s'è accorto che non può tirare avanti, preferisce
lasciarlo morire: se lo aiuta a rimettersi in gambe, teme che da un
momento all'altro ritorni all'attacco. Quanto a lui personalmente, non
può far nulla. Le millecinquecento lire che diede a Joanna, in
principio, gli sono state rinfacciate. Poi non può nemmeno aiutarlo
indirettamente, col pretesto di affidargli un lavoro: gli articoli di
Frati sono stati troppo virulenti, la cosa si saprebbe subito. Del resto
il fondo delle spese eventuali era tutto impegnato."
Joanna entrava con Frati nel salotto, ciascuno con due bottiglie in
mano.
"E gli altri?" domandò Riccardo.
"Vengono," rispose Stresa, alzandosi a prendere una bottiglia di mano a
Frati.
Il salotto era comune: aveva un'aria borghese, ma poco casalinga, ma
niente affatto intima. Già la polvere era penetrata nella iuta, già la
vecchiaia prendeva quei mobili recenti. Sulle poltroncine stavano
dispersi dei volumi di relazioni dell'Ufficio di Statistica, sul
pianoforte era una confusione di carte di musica e di giornali, le molle
dei canapè già cominciavano a fiaccarsi per l'abitudine dei redattori di
starvi sopra distesi.
Stresa fece un cenno a Frati che chinò la testa e porse l'orecchio:
"Che t'ha detto?"
"Niente. Vuole che beviamo insieme le ultime bottiglie."
Malgagno si mise al piano, cominciò a strimpellare un pezzo d'operetta.
Stresa s'accostò a Joanna.
"Senti, ho dovuto dare trenta lire alla mia padrona di casa. Eccoti
queste centocinquanta." Joanna sorrise, bizzarramente.
"Dàlle a Frati: domani avrete bisogno di quattrini, per saziar la fame
della stamperia."
"No no, tienile tu," disse Frati: "noi provvederemo alla meglio. A te
occorreranno pel viaggio."
"Bene, prendo anche queste: il viatico mi porterà fortuna. Ma non
dimenticare di telegrafare a Brancacci, domattina: finisca di mandar
l'articolo, avrà i quattrini. A proposito, le prime cartelle non son
mica arrivate?"
"Credo di sì," disse Frati: "aspetta un po'." E andò nella stanza di
redazione.
Bagatti da dieci minuti passeggiava da un capo all'altro del salotto,
con la tuba calata sopra un occhio, con la pelliccia sbottonata,
terminando a sè stesso, senza emettere altri suoni sensibili che certi
grugniti confusi, l'allocuzione furibonda, l'investimento frenetico
cominciato contro quelli del _Sancio Panza_. Ad un tratto, non potendone
più, si voltò a Riccardo:
"Joanna, tu cadi vittima de' tuoi errori."
"Può essere," disse Joanna col suo risolino convulso.
Bagatti restò interdetto, colpito dalle parole che gli erano uscite di
bocca involontariamente, e dalla faccia di Riccardo, gelata
rabbrividente. E per reazione, la sua retorica rigurgitò di nuovo,
prepotente, soffocante, stordente:
"Tu dovevi schiacciare i rettili sotto l'impeto della tua gioventù, tu
dovevi montare sul destriero della tua prosa fiammante, e buttarti in
mezzo al cozzo delle passioni giornalistiche, implacabile, flagellante,
schiacciante, per Dio! Tu hai disprezzato il lavorío sordo e sotterraneo
dei vili insetti che ti circondavano, e questi t'hanno scavato la mina.
Hai voluto essere olimpico, hai voluto essere un Dio; ma gli Dei se ne
vanno, per Dio!"
"Gli Dei sono immortali," disse Joanna, "tu sei sempre la stessa
bestia."
Bagatti rise clamorosamente, sonò il campanello, chiamando il gerente,
che gli portasse un bicchiere d'acqua. Frati diede a Joanna un rotoletto
di carta.
"Due cartelle e mezzo!" disse Riccardo togliendo la fascia è
svolgendolo; "sempre lo stesso, Brancacci."
E cominciò a leggere l'articolo.
"Che dicevate?" domandò Frati a Bagatti, piano.
"Lasciami stare: sono un asino. Ma ti giuro che è tranquillo, che non
pensa ad ammazzarsi: ce ne potremo andare a letto presto, sicuri."
Pure, il tragico presentimento perdurava in tutti. Joanna, guardando in
faccia i suoi amici, aveva quel risolino nervoso che pareva
rassicurante, ed era invece un'ipocrisia: nascondeva, l'infelice, sotto
quel riso, la convulsione de' suoi nervi, vi sfogava un tremito di
tetano che gli s'era messo alle mascelle, e che percorreva tutto il suo
corpo, squassandone ogni atomo sensibile, richiamandogli una intensa e
dolorosa vibrazione della vita. E un terrore bizzarro, a tratti, lo
assaliva: il sospetto che tutti gli leggessero negli occhi il
proponimento fatale, incrollabile; che tutti s'avvedessero dello
stromento di morte ch'egli si teneva in tasca, e che faceva una
rigonfiatura, sul calzone scuro. E leggendo, ogni tanto alzava lo
sguardo furtivamente.
Malgagno seguitava a battere con un dito sopra un tasto, a caso,
stonatamente; Stresa leggeva un giornale, bevendo a tratti un sorso di
kummel, Bagatti e Frati stavano seduti accanto, sopra un canapè, e
parlottavano a bassa voce. "Tieni queste cartelle, serbale," disse
Joanna a quest'ultimo, "è un buon articolo: lo metterai domani, se
vengono le altre cartelle. Non scordarti di mandargli i denari, a
Brancacci, o di telegrafargli, domani."
"Che articolo è?" domandò Stresa.
"Un articolo sul _Lohengrin_," disse Joanna.
"E quando, mio Dio, non si scriveranno più articoli sul _Lohengrin_ e in
favore di Depretis? Quando potrò avere la suprema consolazione di veder
fischiati Wagner e Depretis, questi due immortali, questi due grandi
impostori?" gridò Bagatti.
La porta a vetri si spalancò di nuovo, e si richiuse con fracasso.
"Chi è?" domandò Malgagno.
"Ciao, cane!" disse Bagatti.
"Buona sera, porci!" rispose Bertarelli entrando, con le mani nelle
maniche come un frate, col collo e la barba irsuta nascosti nelle
spalle, con gli occhiali scintillanti alla luce del gas. E andò a sedere
vicino a Stresa.
"Sapete che si dice per Roma?" disse quell'uomo funebre, che aveva il
pettegolezzo malinconico e la malignità iettatoria.
"Che cosa?" domandò Joanna.
"Si dice che dentro la settimana _L'Uomo che ride_ muore, e tu ti
ammazzi."
Ci fu un silenzio glaciale, per un minuto. Frati guardò fissamente
Joanna, aspettando una risata. Vide invece come una nuvola oscurar gli
occhi del suo amico, il quale disse freddamente:
"Mi dispiace per quelli che te l'hanno raccontato, ma tu non
accompagnerai al cimitero nè il giornale, nè me."
Stresa, il più tranquillo di tutti, il più giovane, il più lontano dal
pensiero della morte, preso anche lui dall'inquietudine che tormentava
Frati da parecchie ore, si alzò, andò di là. Si fermò un momento davanti
alla scrivania, guardò la busta gialla ch'era sotto il timbro, invaso da
una curiosità mordente, da un desiderio di aprirla. Resistette, passò in
anticamera, a svegliare il gerente, il povero martire che aveva
rischiata la pelle in dieci combattimenti per concorrere alla
costituzione di una patria ricca di giornali e povera di quattrini:
"Svegliati, Pompeo, rinfresca la tua memoria: rispondimi."
"Che è stato?" rispose trasalendo il reduce, oramai avvezzo a queste
scosse.
"Che ha fatto il direttore stasera, dalle otto alle dieci, mentre noi
non ci eravamo?"
"Cosa doveva fare? Ha letto, ha scritto, non so."
"Non hai notato nulla di straordinario? Non t'ha chiesto nulla?"
"La posta."
"È venuto il proto?"
"Non ancora."
"E la cronaca chi l'ha fatta?"
"Non so. Sordini ha lasciato le notizie sul tavolino del signor Frati."
"Non t'ha data nessuna commissione il direttore?"
"Sì, mi ha mandato a comperare delle capsule."
"Che capsule? Dal farmacista?"
"No, dal tabaccaio: capsule di fucile."
Stresa s'accostò vivamente all'uscio del salotto, senza entrare, e
chiamò:
"Frati!"
"Che c'è?" disse Frati, venendo premurosamente.
"C'è un guaio," disse Stresa; e narrò il fatto delle capsule.
Frati diventò bianco.
"L'affare è serio. Come facciamo?"
"Io esco," disse Stresa, "vado a cercare qualcuno: qui ci vuole una
risoluzione disperata."
E mentr'egli spalancava la porta per uscire, apparve sul pianerottolo
Palumbo, il cronista del Tribunale, basso, secco, con due baffi
spelacchiati sulla bocca meschina.
"Dunque Joanna parte, lascia morire il giornale. E noi che facciamo?"
domandò.
"Chi t'ha detto questo?" disse Frati.
"Non so: si dice. L'ho sentito nella sala di lettura a Montecitorio."
"Chi c'è a Montecitorio?" domandò Stresa, sempre con un piede fuori
dell'uscio.
"C'è l'onorevole Sinibaldi, c'è Wood, c'è l'onorevole Caselli."
Joanna s'accostò alla porta del salotto, e vide quei tre che
parlottavano piano, confusamente.
"Ecco Joanna, io filo," disse Stresa, andandosene.
Riccardo e gli altri due se ne andarono nella stanza di redazione.
"È vero che parlano di me stasera in Roma? Dicono ch'io m'ammazzo,"
domandò nettamente Joanna a Palumbo.
"No, disse Palumbo, nè meno per sogno. Dicono invece che ammazzi il
giornale, e che te ne vai ad Assab, con un incarico del governo."
"Ah, sì?" disse Joanna, con un sorriso d'ironia.
"Il corrispondente del _Secolo_ stava anzi per telegrafar questa fola:
l'ho fermato in tempo."
"Hai fatto male. A che serve? Tanto, lo telegraferà domani lo stesso; se
pure non l'hanno già telegrafato altri. Hai visto il corrispondente
della _Gazzetta Piemontese_?"
"Non c'è: è andato a fare un'escursione nella repubblica di San Marino."
"Meno male, è uno di meno; ma già, non c'è mezzo di scampare: quando
tutto manchi, il corrispondente del _Fieramosca_ e quello della
_Gazzetta di Parma_, domani o domani l'altro ammazzeranno il giornale e
me, per telegrafo."
"Facciamo un articolo violento, smentiamo anticipatamente le voci
possibili," disse vivamente Frati.
"A che serve? Lasciali cantare. Hai fatto la cronaca?"
"Ne ho fatta una metà: vado a terminare."
"Spicciati. Stresa dov'è?"
"Ora viene."
Palumbo seguì Frati nella stanza di redazione: Joanna cominciò a
passeggiare fumando nel breve corridoio tra l'anticamera e il salotto.
Nel salotto, Bagatti, Bertarelli e Malgagno, radunati, stretti in un
gruppo, parlavano a bassa voce. Quelli non avevano nessun dubbio:
Bertarelli parlava della catastrofe come d'una cosa certa, inevitabile:
già la considerava come un fatto di cronaca clamoroso, magnifico, come
un grande avvenimento giornalistico; e spiegava minutamente le ragioni:
e faceva la critica dell'_Uomo che ride_, i vizi organici della sua
costituzione, la fretta della fondazione, l'inopportunità della sua
nascita, l'intempestività del suo ideale politico, il difetto della sua
redazione più letteraria che giornalistica; e faceva l'analisi
psicologica di Joanna, troppo nervoso, troppo poeta, troppo visionario,
un adoratore della parola, un nemico della sostanza. E così, di mano in
mano, quel frate francescano del giornalismo, quel padre guardiano della
libera stampa, così grossolano di gusti e così sottile di malignità,
seguitava l'autopsia di tutto il giornale, di tutti i redattori, di
Paolo Stresa, superficiale, vacuo, parolaio, con pretensioni letterarie;
di Bagatti, retorico, rimbombante, inconcludente; di Frati incoerente,
violento, ignorante, rozzo, che sarebbe rimasto sempre allo stato di
mediocre, di _speranza_; dei _reporters_ che andavano a cercare in
Questura delle notizie già recate da tutti i giornali; di Malgagno che
copiava dal resoconto analitico le relazioni della Camera; di sè stesso
che traduceva gli articoli dal francese. E sotto la lingua velenosa del
frate-sbagliato, che tagliava come un paio di forbici inglesi, che
addentava, che mordeva, la demolizione di quell'opera ch'era costata
tante fatiche, tanti dolori, tante umiliazioni, a cui avevano concorso
tante giovani forze, tanta generosità inconscia, tanta abnegazione
sconosciuta, avveniva. L'organismo malsano si sfasciava: un terrore
riprendeva i due che lo ascoltavano, i quali si guardavano senza osare
di più domandarsi: Come andrà a finire? poichè lo sapevano, lo vedevano
ormai come doveva andare a finire.
"Che fate adesso?" concluse Bertarelli. "È una sciocchezza inutile
quella che s'è messa in testa Frati. Joanna è un uomo finito: si deve
ammazzare per forza."