"Me la fai una novella per domenica?"

"Ma che novella! io non ne faccio più novelle. Ci vuole troppa fatica, e

non c'è sugo."

"Dammi una poesia, allora."

"Ti farò quattro sonetti sui denti della principessa di Santaninfa; quei

denti di tigre, sai?"

"Anche tu?" disse Joanna, guardandolo con una tristezza infinita.

"Come anch'io? L'ho vista stamani da Ronzi e Singer, mentre comprava le

paste pel suo _thè_. È divina."

"So, so," disse Joanna. "Dunque me li dai questi sonetti?"

"Te li do, ma voglio cinquanta lire subito."

"Ora non le ho: fammi prima i sonetti."

"Ciao, allora: mi occorrono subito e vado a farmele dare

dall'amministratore del _Baiardo_."

"Addio, bambino," disse Joanna, alzandosi, e di nuovo guardò il poetello

con tanta amarezza d'amore, con una tristezza così compassionevole, che

costui si avvide di qualche cosa.

"Che hai? E vero che il tuo giornale sta per morire?"

"Questo non lo vedremo nè io, nè tu," disse vivamente Riccardo; "ma più

ti guardo, e più mi sento commuovere; mi sembri mio figlio."

E s'accostò al tavolo ove pranzava il milionario, che lo aveva visto e

gli aveva fatto cenno con la mano.

Il buon vecchio di Basilicata, senatore del Regno, vice-presidente e

consigliere d'una dozzina di banche, di compagnie di assicurazione, di

società anonime, il buon vecchietto placido, dalla barba bianca, che

pareva felice di sè e della vita ad onta della sua grande tragedia

coniugale, mangiava dolcemente, ma con le gengive spoglie di denti, e

ascoltava con tranquilla attenzione le cose crudeli che Joanna gli

veniva dicendo a voce bassa e con faccia serena.

Proprio lì accanto la tavolata allegra romoreggiava, e poco oltre un

vecchio dottore tedesco distribuiva il pasto alla sua numerosa famiglia.

Joanna, freddo di fuori ma bruciante dentro come se tutti gli spiriti

della sua vita si fossero accesi per dar l'ultima fiammata, stava

piegato sul fianco destro, e stringeva fra due dita convulsamente una

cocca della tovaglia, parlando con calma e lucidezza grandissima.

"L'ultima mia speranza è riposta in lei: se lei mi abbandona, io mi

debbo ammazzare questa notte."

"Non dica questo," disse il senatore, "non son cose che si dicono,

perchè poi o si fanno, e si commette una sciocchezza, o non si fanno, e

si diventa ridicoli. Lasci stare, creda a me, i giornali passano, gli

uomini restano."

"Lei non mi conosce bene, senatore, o non conosce i giornalisti; un

giornalista è come un capitano di mare: deve colare a picco con la

nave."

"Non dica queste cose, caro Joanna, a un uomo d'affari a cui vuol

proporre un affare. Lei vuol esser poeta in tutto, anche nella

speculazione, anche nel giornalismo. Ho conosciuto molti ma molti più

giornalisti di lei: ho conosciuto bene Girardin, per esempio, il quale

diceva che il giornale è oggi ciò ch'era alcuni secoli fa un reggimento.

Allora metteva su un reggimento chi voleva tentare l'avventura della

forza, ora fonda un giornale. Se l'avventura era buona, il capitano

saliva in groppa alla fortuna; se era cattiva, il reggimento si

scioglieva, il capitano tornava ai campi, o al castello, secondo la sua

condizione."

Il placido senatore parlava mollemente, bonariamente, con un risolino

benevolo, diffondendosi con compiacenza per mostrare la sua erudizione

del giornalismo e della vita. Joanna si sentiva torcere le budella per

l'impazienza. Sapeva bene oramai il tormento di queste divagazioni degli

uomini d'affari coi giornalisti che ne propongono, aveva provato cento

volte oramai la tortura feroce che la gente di danaro si compiace di

infliggere, menando attorno chi si rivolge ad essa, sermoneggiandolo,

facendogli la lezione.

La faccia di Joanna si cominciava a far tetra; quella volta, proprio, la

necessità era troppo incalzante; ogni deviamento dalla questione gli era

insopportabile.

"In sostanza," disse il senatore, "veniamo all'affare. Di che si

tratta?"

"Si tratta," disse Joanna, piano sempre, ma con la virulenza magnetica

d'un uomo che si lancia ad abbattere un muro, "che se non risolvo il

problema insolubile che le ho detto, stanotte mi debbo ammazzare."

Il senatore lo guardò in faccia, questa volta un po' impressionato più

dal tono che dalle parole, e con un principio d'agonia.

"Dite, dite: vediamo."

"Mi occorrono diecimila lire domani," disse Joanna tutto in un colpo,

brutalmente.

Il senatore tornò freddo e dolce come prima.

"Sarà un po' difficile che le troviate. Io non posso darvele."

"Allora addio," disse Joanna tranquillamente, facendo atto di alzarsi.

"Aspettate," disse il senatore, alzandosi a metà anche lui, di nuovo

inquieto; "aspettate, che andate a fare?"

"Vado a trovare non dieci, ma venti, ma centomila lire. Se domani

_L'Uomo che ride_ esce col suicidio di Riccardo Joanna, la sua fortuna è

fatta; se ne tireranno centomila copie, nessuno gli negherà più i fondi

necessari alla vita."

"Aspettate un poco, vediamo cosa si può fare," disse il buon vecchio,

spaventato sinceramente, sconcertato da quella faccia serena e delirante

insieme. "Vi occorrono proprio diecimila lire?"

"Non so, mi occorre tutto: seimila lire a Fontanella che non mi dà più

carta se non lo pago, milleduecento lire alla tipografia che non mi

stampa domani il giornale se non saldo il conto, cinquanta lire a

Brancacci che non mi finisce l'articolo se non gliele mando per

telegrafo, cinquanta lire a quel ragazzo che porta i sonetti al

_Baiardo_ se non gliele do subito, quattromila lire ai miei redattori

che da due mesi non hanno avuto un soldo, dodici lire al gerente...."

Il senatore lasciava sfogare il disperato ch'era stato preso da una

specie di furore; e masticando lentamente pensava, valutava, misurava

l'abisso dal fondo del quale Joanna gridava aiuto.

"Ecco," disse, "io debbo domattina partire per Torino, ove ho consiglio

d'amministrazione della Banca Piemontese; sarò qui fra cinque o sei

giorni, e potrò occuparmi di voi. Parlerò coi miei amici, vedrò cosa si

può fare, e spero di mettervi insieme fra due o tre settimane otto o

diecimila lire. Ma voi dovete darmi la vostra parola d'onore che il

vostro giornale durerà."

"Ve l'ho già detto: il giornale vivrà; ma io non posso aspettare tutto

questo tempo."

"E allora che volete che vi faccia?"

"Sentite," disse Joanna, "datemi cinquemila lire domani, e non

v'infastidirò più."

"Io non posso, assolutamente."

"Datemene tremila."

"Ma no, ve l'ho detto."

"E allora," disse Joanna di nuovo glaciale, "tutto è inutile."

Il senatore cominciava a fremere di paura e di collera.

"Ma come diavolo vi trovate a questi estremi? Non avevate preveduto le

grandi spese che richiede un giornale?"

"E potevo io pensare che Sella si sarebbe ammalato? Voi lo sapete: senza

la malattia di Sella a quest'ora la Destra e la Sinistra non

esisterebbero più, non vi sarebbe più che una sola grande maggioranza

dei conservatori più vivaci e dei progressisti più sensati. _L'Uomo che

ride_ sarebbe l'organo di questo nuovo partito, avrebbe trovato i fondi,

si venderebbe a cinquantamila copie."

"E voi fondate un'impresa commerciale sopra un sogno che può esser

distrutto da una febbre malarica."

"Senza simili sogni non vi sarebbero nè giornali, nè banche, nè società

ferroviarie."

"E i vostri azionisti? Mi diceste tempo fa che avevate settantamila lire

sottoscritte. Sono già consumate?"

Joanna fu fermato nel suo impeto da questa osservazione che lo

richiamava alla realtà, che lo puniva con un sol colpo del suo terribile

vizio di considerare i suoi sogni come fatti compiuti, i suoi desiderii

come conseguiti, le sue illusioni come verità. Balbettò, rispondendo una

bugia:

"Hanno sottoscritto, ma non hanno pagato."

"Come non hanno pagato?" disse il senatore con un risolino incredulo, e

riacquistando la sua tranquillità; "non avevate costituita una società

anonima? Gli azionisti non si sono riuniti? Non hanno formato un

consiglio di amministrazione, non hanno nominato un amministratore, non

hanno versato le quote stabilite dalla legge? Voi avete il codice di

commercio e il tribunale dalla vostra parte: difendetevi."

"Io non ho fatto nulla di tutto ciò," disse Riccardo, "non credevo ci

fosse bisogno di tante formalità: mi sono fidato."

Il senatore lo guardò con pietosa indulgenza. Riprese lo _châteaubriand_

che aveva abbandonato. Il poeta, terminato il suo barbarico pasto,

s'accostò, attillato ne' suoi panni serrati e corti all'inglese,

smovendo il collo nel solino che gli segava il mento.

"Senti, Joanna, se non trovo l'amministratore del _Baiardo_ prima di

mezzogiorno, verrò da te: e se mi fai trovare i quattrini ti darò i

sonetti."

"Bene, ciao," disse Riccardo guardandolo mentre s'allontanava

dimenandosi inglesemente sulle anche, con le mani ficcate a forza nelle

piccole tasche della piccola giacchetta.

"Che cosa costa un giornale, ora, a Roma?" domandò il senatore, preso da

una curiosità feroce. Joanna lo guardò negli occhi. Di nuovo colto da

una speranza, e obbedì al capriccio del mite e feroce milionario.

"Secondo i casi: il mio costa da otto a diecimila lire al mese."

"Per Dio! È un affar serio."

"Il conto è presto fatto. La carta dell'_Uomo_ costa sessanta centesimi

al chilo; ogni chilo dà una cinquantina di fogli, quindi per quattro a

cinquemila copie si ha una spesa di cinquanta a sessanta lire al giorno,

da millecinquecento a milleottocento lire al mese. La tipografia costa

da trenta a trentacinque lire al giorno, ossia da novecento a mille lire

al mese. La redazione ordinaria, compresi i corrispondenti dalle varie

città d'Italia, duemila trecento, duemila quattrocento lire al mese. La

redazione instabile, gli scrittori pagati ad articolo, le corrispondenze

straordinarie, l'appendice.... da mille duecento a mille cinquecento

lire. I telegrammi, su per giù, compresa la Stefani, mille cinquecento

lire. La posta, il basso personale, il locale, il gas, millecinquecento

lire. Fate il conto."

"E i proventi?" domandò il senatore, sempre tranquillo.

Riccardo sopraffatto da quella speranza che gli cresceva nel cuore, che

ingigantiva, che diventava una follia, tenne dietro al milionario, come

quei pescatori che gittano il rampone alla balena, e poi si fanno

trascinare dal cetaceo ferito aspettando che abbia perduto le forze e

che possano rimorchiarlo a terra.

"Gli utili sono costituiti dagli abbonamenti, dalla vendita in Roma, e

dalla vendita in provincia. Noi abbiamo pochi abbonati, perchè

l'abbonamento è una cosa lunga, lenta."

"Quanti?" domandò il senatore.

"Circa quattrocento."

"Che pagano?"

"Venti lire all'anno."

"Ottomila lire," calcolò il senatore. "E la vendita?"

"A Roma diamo il giornale ai rivenditori per tre centesimi, se ne vende

da settanta ad ottanta dozzine, sono da venticinque a ventinove lire al

giorno, da settecentocinquanta a ottocentosettanta lire al mese."

"Mettiamo novemila lire l'anno," calcolò ancora il senatore.

"In provincia invece il giornale si dà ai rivenditori per sei centesimi,

se ne vende un migliaio al giorno, abbiamo sessanta lire al giorno

e...."

"Quasi ventiduemila lire l'anno," concluse il senatore. "E la quarta

pagina?"

"La quarta pagina per quest'anno non ci dà quasi nulla, perchè non ci

conveniva di fare un contratto sulla base di quattromila copie, e perchè

a farlo per conto proprio ci vorrebbe un'amministrazione speciale."

"Dunque," disse il senatore, "voi spendete più di centomila lire l'anno,

e ne introitate meno di quarantamila?"

Joanna restò muto, soffocato dalle cifre, ardente, palpitante

d'inquietudine, sotto lo sguardo dolce del milionario, aspettando

convulsamente.

"Voi siete un giovine d'ingegno, caro Joanna; è un peccato che vi

perdiate così; sentite me: questa è una cattiva speculazione: lasciatela

andare. Scrivete dei belli articoli nei giornali degli altri, voi potete

far molto."

Joanna, stordito, finito, sotto quel colpo di mazza, si alzò, prese il

suo cappello, attraversò il caffè, mezzo pazzo, non vedendo la gente che

lo guardava, si trovò fuori, al freddo, nella mezza tenebra del Corso.

Allora gli accadde una cosa nuova nella sua vita. Una tranquillità

lucida empì il suo spirito: il suo cervello, calmo e sicuro, cominciò a

funzionar con ordine, obbedendo alla volontà ferma, incrollabile. Stette

un minuto a pensare, per vedere che cosa ci fosse da fare, per

prestabilire tutto, per provvedere a tutto, senza perder tempo, senza

confondersi.

Pel Corso risaliva poca gente, a causa del tempo cattivo: qualcuno

andava in giù, in fretta, lungo il marciapiede, con una mano in tasca, e

con l'altra reggendo l'ombrello, alcuni venivano dalla _Cacciarella_,

ove s'eran fermati a fare il chilo lungamente, pel freddo, e parlavano

di giornali: erano impiegati e giornalisti. Passarono presso a Riccardo,

due lo salutarono.

"Ciao, Joanna."

Riccardo li lasciò un po' dilungare, poi prese il marciapiede opposto, e

cominciò a correre, riparandosi dalla pioggia sotto la sporgenza dei

tetti. Davanti al caffè Aragno si fermò: voleva guardare a traverso i

vetri, se Frati era là dentro. Ma il contrasto del freddo esterno e del

calore interno aveva sparso sui cristalli delle vetrine una patina

impenetrabile, e non si vedeva che un rosseggiar vivo che pareva di

spiriti brucianti. Joanna girò il manubrio d'una delle porte, ed entrò:

da tutti i tavolini delle voci lo accolsero. "Ciao, Joanna."

Una specie di moschettiere della stampa, alto, con una barba da Ernani,

con un mantello verde da _toreador_ sulle spalle, gli si accostò.

"Senti Joanna: io non ti potevo soffrire; mi eri antipatico: te lo dico

francamente. Ma ora conta sopra di me, per qualunque cosa."

"C'è Frati?" disse Joanna, serrando la mano del moschettiere.

"Guarda lì in fondo: ci dev'essere."

Riccardo traversò le sale, con faccia sicura, con passo fermo, senza

veder la gente che lo guardava, e che parlava di lui.

"Quello è un uomo che finisce male," disse un capitano dei carabinieri

amico de' giornalisti.

"Ma che male," disse il corrispondente del _Secolo_ di Milano, "oggi

stesso si sono accordati con Depretis: gli daranno quattromila lire al

mese. Vedrete _L'Uomo che ride_ risorgerà."

"E pure è un bel giornale, è un peccato!" disse Centola, il

comproprietario d'un giornale del mattino che aveva fatto la guerra,

sordamente, con la camorra dei rivenditori, all'_Uomo che ride_.

Frati era in istato incandescente, pareva una caldaia a vapore. Con un

bicchiere di ponce davanti, col bavero alzato, il cappello indietro sul

cranio, gli occhi lucenti, le mani in aria, polemizzava violentemente

con quattro o cinque giornalisti, corrispondenti, redattori d'altri

giornali. Era il _leader_ dell'_Uomo che ride_. Giulio Frati,

l'entusiasta del suo giornale, il credente nella sua polemica,

l'appassionato della discussione. Per lui, non c'era altro giornale al

mondo fuori del suo; e la sua voce, per solito piana, era salita a una

tonalità imperiosa e burrascosa. Egli urlava, e sbalzava dall'uno

all'altro argomento perorativo, soffocando gli avversari sotto

l'esuberanza della dimostrazione.

"Perchè si deve vendere il _Baiardo_, che è un vecchione, un rudere, una

vacuità, ove non c'è più nè men spirito, ove non c'è nulla, nè un

articolo, nè un dispaccio, nè la cronaca, nè nulla? Perchè si deve

vendere il _Sancio Panza_, che è il monitore ufficiale dell'imbecillità,

della sgrammaticatura, dell'ignoranza? tutto un cumulo di scempiaggini

tradotte dal francese? C'è nessun giornale a Roma che abbia un ideale

politico? Noi lo abbiamo, noi combattiamo per esso, ogni giorno, da tre

mesi, senza tregua. Quando poi la polemica politica si è fatta in Italia

con tanta vivezza, con tanta onestà, con tanto fuoco? Quel poco di vita

letteraria che ci è in Italia, tutta è raccolta nel nostro giornale; noi

pubblichiamo gli articoli di Brancani, di Cesare Dios, di Filippi, le

novelle di Capuana, di Verga, di Navarro, i versi di Stecchetti, di

Panzacchi, quotidianamente. E non siam stati noi i primi ad introdurre

in Roma il sistema dell'informazione telegrafica, rapida, fulminea,

colorita, palpitante? Quando mai s'è visto un lavoro giornalistico

simile al nostro resoconto del processo Faella? Intanto nessuno risponde

ai nostri attacchi, hanno paura, ci fanno la guerra vigliacca, ci fanno

la camorra, impongono ai rivenditori di non gridare il nostro giornale,

ci rubano le notizie senza citarci. Andate là: la stampa in Italia è

vigliacca. Ma, per Dio, verrà il momento...."

"Giulio, vieni via," gli disse, battendogli sulla spalla, Joanna,

ch'eragli sopravvenuto dietro.

"Buona sera, Joanna," dissero quelli che erano stati a sentir Frati,

freddamente, poco convinti dalla sua focosa eloquenza.

"Oh, sei tu? Eccomi," disse Frati, battendo sul tavolino i soldi del

ponce.

"Andiamo all'ufficio," disse Riccardo quando furono fuori.

Quel pezzo di Corso era un po' più popolato; il caffè Aragno e quello

del Parlamento, ove la gente affluiva, lo popolavano anche nelle sere

cattive. Ignazio, il gobbetto allegro, urlava i titoli dei giornali

sotto il palazzo Chigi. Piazza Colonna era nebbiosa assai, e bizzarra,

con quel lunghissimo stelo della colonna che se ne andava in alto, fra i

vapori. Davanti al palazzo del Parlamento, i cui cristalli opachi erano

debolmente illuminati, Joanna si fermò:

"Entra un po'," disse a Frati: "vedi se c'è l'onorevole Feliciani."

Frati stette qualche minuto dentro. Joanna pensava, nella piazza,

fischiando un'arietta e battendo il tempo col piede.

"Non c'è," disse Frati, tornando.

"Chi c'è?"

"C'è Capponi che scrive una lettera, Boselli che parla con Zerbi, e un

vecchio che legge i giornali, non so chi sia."

"Non importa," disse Joanna.

Scesero in Via degli Uffici del Vicario; Frati ancora ardente per la

gran discussione recente, Joanna tranquillo ancora, sebbene una nuova

febbre, il gran delirio finale, gli cominciasse a scoppiare nel sangue.

Giunti al portoncino dell'ufficio, disse Joanna:

"Hai fiammiferi?"

Dirimpetto, il liquorista se ne stava all'ingresso della sua bottega.

Quando Frati accese il cerino, s'accostò a Joanna:

"Senta, caro signore; mi son seccato d'esser menato in giro a questo

modo, per quel conto di duecentoventi lire. Anche ieri il suo

amministratore mi ha mandato a spasso, dicendo che il giornale andava in

rovina."

"Venite domani," disse Joanna, trasalendo a quella guerricciola della

necessità, a quell'assillo del bisogno, minuto, insistente, implacabile,

all'ultimo momento.

"Ma che domani e doman l'altro," gridò sgarbatamente il creditore,

inferocito, "son tre mesi che mi sento ripetere questa storia. Perchè

bevere tanto cognac e tanto kummel, quando non potete pagarlo?"

"Fate un po' quel che vi piace," disse Joanna, entrando nel portoncino;

e mentre abbasso il liquorista bestemmiava e minacciava, egli montò le

scale rapidamente, preso da una ribellione, afferrato dalla pazzia.

Frati accendeva il gas nella stanza di redazione, Joanna si buttò nella

sua poltrona davanti alla scrivania, furioso, con una smania di urlare

prepotente.

C'erano due lettere. Una busta gialla la prese, la buttò in terra, la

calpestò:

"Anche tu, anche tu, anche tu! Andate al diavolo tutti, andate

all'inferno tutti, fallite tutti, cani: non voglio più veder nulla, non

voglio più saper nulla."

"Per Dio!"

Frati raccolse la lettera, guardò la busta, c'era su stampato la ditta

del tappezziere che aveva mobiliato l'ufficio, che insisteva per avere

il saldo, che ingiuriava, che minacciava. Il buon giovine se la mise in

tasca, per nasconderla agli occhi di Riccardo.

"Lascia stare, non c'è bisogno," disse Joanna, che restava nella sua

poltrona, coi gomiti puntati ai braccioli. "Oramai non m'importa più

nulla. Mi dài il giornale di stasera?"

Frati andò in anticamera a farsi dare dal gerente una copia

dell'edizione di provincia, e gliela recò. Joanna aveva cercato un

sigaro nel cassetto della scrivania, e lo aveva acceso: si mise a

leggere il giornale, con una certa attenzione. Frati sedette al

tavolinetto, ove di solito lavorava, e cominciò a scrivere un po' di

cronaca per l'edizione di Roma, sugli appunti che il _reporter_ gli

aveva lasciati. Dall'alto le tre lampade gittavano tre grandi fiotti di

gas. L'ufficio ancora nuovo, ma già pieno di fasci di giornali vecchi e

già polverosi, pareva scoppiare per la luce troppo piena. La faccia di

Joanna era nascosta dal foglio, ma il fumo usciva dai lati e dall'alto

del giornale. Giulio Frati scriveva in fretta: la sua penna correva con

rapidità grandissima sui pezzetti di carta lucida. Dall'uno all'altro,

nel silenzio, una trasfusione avveniva; il pensiero dell'uno passava nel

cervello dell'altro. Il sognatore che aveva travolto l'altro nella sua

illusione, e lo spirito pratico e mediocre che gli aveva dato invano,

per avverarla, tutta la sua tenace volontà di lavoratore,

s'avvicinavano, si tendevano l'uno all'altro, si stringevano unitamente

con un vincolo di simpatia, di fraternità, di affetto, tenacissimo.

"Bello il tuo articolo," disse Riccardo Joanna.

"Ti piace?"

"Senti," disse Joanna, alzandosi dalla sua poltrona e venendo a sedere

sopra uno scannetto accanto a Frati: "tu hai una vera stoffa di

giornalista: hai il cervello solido, non sei poeta, non hai velleità

letterarie, non hai il feticismo dell'aggettivo: tu sarai un gran

giornalista. Io ho fede in te. Ti affido _L'Uomo che ride_."

Frati balzò su, convulso.

"Se non ti levi quest'idea dal cervello, mi affaccio alle finestre, fo

un tal chiasso che fo correre tutta Roma."

"Che idea? sei matto?" disse Joanna dolcemente, sorridendo.

"L'hai detto fino dal primo giorno, l'hai detto sempre, l'hai detto

anche stasera: questa è una follia, tu non la farai," gridò Frati,

eccitandosi rapidamente alle sue stesse parole, correndo alla scrivania

e mettendovi su le mani, come per impedire a Joanna di accostarsi al

cassetto.

"Ma no, smetti, non aver paura, non mi ammazzerò, sarebbe troppo

stupida, e darei gusto ai miei nemici. Lascia pur stare la scrivania,

sentimi."

"Io non mi movo di qua, parla pure," disse Frati.

"Senti dunque. Noi non possiamo andare più avanti. Il senatore, quello

che da principio mi aveva promesso di darmi quindicimila lire, e poi non

volle far altro che avvallarmi la cambiale di Fontanella, di tremila

lire, me ne ha ricusate mezz'ora fa diecimila. L'Associazione

Costituzionale, che mi ha menato in giro per un mese, all'ultimo

momento, ieri, ha dato le trentamila lire alla _Patria_. Fontanella non

vuol farmi più credito, la tipografia non stamperà il giornale domani se

non pago, voi da due mesi non siete pagati, anzi io sono indebitato con

tutti voi, con te, con Stresa che mi ha dato il suo stipendio il mese

scorso, con Bagatti che ha impegnato il suo orologio per me, persino con

Bertarelli che mi ha trovato ottocento lire da uno strozzino. Noi

dovremmo dunque domani sospendere il giornale. Invece, senti che cosa ho

pensato. Io parto domattina all'alba, per l'Alta Italia: voi fate uno

sforzo disperato per trovare dei denari e per ottenere una dilazione

dalla tipografia, e tirate avanti per otto giorni ancora, a qualunque

costo: io vado a Milano, a interrogare i negozianti arditi che hanno

bisogno di _réclame_, i ricchi ambiziosi che hanno bisogno d'appoggio

per riuscire; poi fo una corsa a Genova, e batto in breccia tutti i

ricchi industriali che hanno tanti svariati interessi; i proprietari di

cantieri che hanno bisogno di ordinazioni dal governo, i moderati che

sono irritatissimi della prevalenza radicale; passo per Torino, ove do

l'assalto alle banche che vogliono tentare a Roma delle imprese di

costruzione, ai ricchi commercianti che temono dei disastri all'apertura

della galleria del Gottardo: riunisco in un fascio gl'interessi più

opposti, quelli che vogliono assicurarsi il possesso della ricchezza o

del potere conseguito, e quelli che vogliono conseguirlo. Sarò qui tra

dieci giorni, tra dodici giorni al più tardi con centomila lire, con un

nucleo di aderenze, e non avremo più pensieri. Capisci?"

Vita e avventure di Riccardo Joanna: romanzo · 第 11 / 18 段