rispose. Per fortuna la voce stridula di donna Tecla Spada copriva
l'imbarazzo di quel silenzio. Donna Beatrice di Santaninfa se n'era
andata, dea pacifica, taciturna, distribuendo sorrisi, incedendo qual
dea; e donna Clelia ora chiacchierava di scultura con un professore
dell'Accademia di San Luca. Non si moveva donna Caterina Spinola, ma le
sue perline nero-azzurre luccicavano come metallo temprato e brunito.
Riccardo, guardando nel salotto, esaminava l'urna bianca, carica di
fiori nevosi; ella ne profittò per dirgli sottovoce:
"Voi dovete odiarmi?"
"Chi vi ha detto nulla, signora?" rispose lui duramente.
Ella tremò e impallidì. Ma in questa don Pompeo Savelli entrò tutto
sorridente, alto, magro, un po' angoloso, un po' duro. Riccardo provò
una fitta così dolorosa che gli tolse il respiro: e pensò subito che non
era possibile dirgli nulla; era troppo vergognoso parlare della cambiale
a questo gran signore, mentre che lo accoglieva in casa sua. E sebbene
la conversazione si allargasse, Riccardo taceva, confuso, turbato,
combattuto crudelmente, ora decidendosi a dire tutto, immediatamente,
ora sentendosene incapace, debole, avvilito: guardava l'azalea, come
assorto.
"Il poeta è innamorato: non parla;" disse ridendo don Pompeo.
"È vero che è innamorato, Joanna? Di me forse?" stridette donna Tecla.
"Obbedisco," disse lui inchinandosi.
Sì, doveva dirglielo, era necessario, era meglio fare un atto solo di
coraggio: don Pompeo era un gentiluomo, certo avrebbe acconsentito. Alla
fine che costa una parola? E dopo averla detta si resta liberi per tre
mesi: in tre mesi si trovano almeno dieci volte mille lire, si hanno
amici, si lavora assai. Sì, sì, valeva meglio dirglielo! Ma don Pompeo
era così dimentico, così gran signore, così lontano dagli affari, in
quel momento! Ora egli parlava col ministro belga a Roma, forse di cose
diplomatiche: non era quello il minuto propizio.
Poi don Pompeo provava a far chiacchierare donna Caterina Spinola, non
era cortese interromperlo: Riccardo cercava di restar disinvolto, mentre
febbrilmente seguiva con l'occhio ogni movimento di don Pompeo, e dava a
sè stesso, a ogni minuto, una nuova dilazione. Donna Tecla partiva
accompagnata da un giovane conte napoletano; vi fu un po' di movimento,
don Pompeo andò ad accompagnarla sino al giardino: Riccardo Joanna
rimase, mentre si faceva ancora della musica; donna Caterina Spinola, al
pianoforte, accennava vagamente a quel poema di lamento che è lo
_Stabat_ di Pergolese. Riccardo ascoltava, trasalendo dolorosamente,
perchè quella musica rispondeva al suo tormento: ma su quella musica
così piena di pianto, donna Clelia, la bella signora frivola e sempre
allegra, metteva un risolino breve e chiaro ogni tanto.
"Che bella luna vi è in giardino!" disse don Pompeo rientrando.
Riccardo aspettava ancora, agonizzante: ma il suo sorriso fatuo nulla
rivelava del suo cuore. Alla fine, decidendosi, salutò sottovoce donna
Clelia: aveva deciso di essere vigliacco, di non parlare a don Pompeo.
Ma costui, tutto premuroso, lo accompagnò in anticamera.
"Non posso soffrire la musica triste," disse ridendo il banchiere;
"donna Caterina ha l'aria di una coltre funeraria."
"Neppur io ho voglia di morire," rispose Riccardo.
Il banchiere uscì col poeta nel giardino: il plenilunio di aprile lo
inondava blandamente.
"Che bella sera!" mormorò don Pompeo.
"Bellissima!" disse lentamente il giovanotto, e ad un tratto,
bruscamente, rapidamente:
"Avete un effetto mio, in scadenza domani?"
"Ho visto, sì, credo di mille lire...."
"Sarebbe possibile rinnovarlo?"
E la voce pareva rotta da un lieve brivido.
"Impossibile, mio caro," disse l'altro con una intonazione di freddezza.
"La cambiale non è nostra."
"Mi.... mi farebbe piacere...."
"È impossibile, ve lo assicuro. Ma per voi è così facile essere in
misura! Guadagnate quel che volete, voialtri scrittori! noi poveri
uomini d'affari...."
"Buona notte," mormorò Riccardo con molta dolcezza.
"Buona notte."
Il giornalista traversò la piazza lentamente: sonava l'una. La sua
giornata finiva così.
Mentre discendeva per Via Nazionale deserta, lucidissimamente, come se
egli fosse uno spettatore disinteressato, innanzi ad un palcoscenico,
dove ferveva il dramma, tutto quello che egli aveva pensato e fatto,
tutto quello che gli era accaduto, gli riappariva. Senza amarezza,
senz'ironia, freddamente, con una potenza grande di visione, egli si
rivide sognatore inerte, indeciso, lasciarsi prendere da un profilo
femminile, da una mano sottilmente inguantata, si vide vagabondando da
una bottega di dolci a un'esposizione di beneficenza, da un concerto ad
una chiesa, da un magazzino d'arte a un fioraio, da un teatro, ad un
salone, ozioso, senza volontà, senza coraggio, subendo l'attrazione
femminile come un fanciullo, sacrificando ad essa il suo tempo, i suoi
pochi quattrini guadagnati stentatamente, trascurando il suo lavoro che
era tutta la sua forza. Vide tutta la sua immensa, inguaribile vanità; e
ne analizzò tutta la vacuità. Poichè queste donne che come Dalila
congiuravano serenamente, inconsciamente, a togliergli la forza, in
realtà egli non le amava; nessuna di esse gl'ispirava una di quelle
ardenti passioni che tutto devastano: e il sentimento per cui tutto egli
sacrificava non aveva nè altezza nè nobiltà, era una certa attrazione
dell'istinto, una simpatia, un arrovellamento dell'amor proprio. E il
più grave di tutto ciò, il più comico e doloroso, nello stesso tempo,
era che nessuna di queste donne lo amava, lo guardavano dolcemente, gli
sorridevano, lo conducevano in chiesa, al concerto, nel negozio di
antichità, mangiavano i pasticcini con lui, sonavano una mazurka di
Chopin, ma non lo amavano, no, nessuna. Per loro come per lui, quella
compagnia, quella conversazione, quell'essere, insieme, era una piccola
soddisfazione di vanità, l'appagamento di una simpatia a fior di pelle,
il diletto spirituale senza peccato, la piccola battaglia delle frasi: e
anzi tutto, sopra tutto, quel largo odore d'incenso che il poeta
tributava loro nella sua prosa e nei suoi versi. Ma niente altro: e a
nessuna di esse veniva in cuore il desiderio di amarlo, di entrar nella
sua vita, di portarvi la dolcezza ed il coraggio; e quanto egli poteva
soffrire, a quelle donne era indifferente. Alta e rotonda brillava la
luna nel cielo: e di questi suoi trionfi, di queste sue conquiste che
gli fruttavano tanti nemici, egli sentiva la inanità, la miseria; egli
sentiva la grande indifferenza femminile che sa ammantarsi di cortesia,
ma che più oltre non sa andare; sentiva la grande frivolezza muliebre,
la forma più seducente di un egoismo ponderato e tranquillo; fra lui e
tutte quelle donne non un legame di affetto, di tenerezza, di amicizia:
solo il vincolo della vanità. Egli si sentiva solo, per sempre solo.
"Joanna?" disse una dolce voce femminile, da una carrozza ferma in
Piazza Venezia, alla luna.
"Buona sera, Chérie," disse lui, alla donna tutta ammantata di bianco.
"Dove andate?"
"In nessun posto."
"Andiamo al Colosseo, allora, a vedere la luna."
Chérie taceva, alta e magra nel suo mantello di lana: la carrozza andava
verso Via Alessandrina.
"Che avete?"
"Niente, Chérie."
Egli fumava la sigaretta, ella guardava lontano, in cielo. Non si
dicevano nulla. All'Arco di Settimio Severo, ella domandò ancora, con
quella voce che era la sua maggior seduzione:
"Che avete?"
"Niente, Chérie."
Alla porta del Colosseo le dette la mano per discendere, ma non le offrì
il braccio per camminare nell'ampio circo bagnato dalla luna. La donna
si sedette sopra un sasso; e lui rimase in piedi, fumando. Ella guardava
tutto, in un silenzio pieno di pensieri.
"Non mi dite la storia del Colosseo, Joanna; preferisco restare
ignorante."
Egli non rispose; e al lume della luna ella dovette vederlo così
tramutato di volto che di nuovo ella disse:
"Ditemi che avete, Joanna; quando si ha qualche cosa, è meglio dirla."
"Ho una cambiale di mille lire da pagare, domani."
"E non avete i quattrini?"
"No," e un singulto ruppe il petto del poeta.
"Non importa, non importa," mormorò ella carezzevolmente, "le cambiali
non pagate sono protestate."
Nella notte, innanzi a Chérie, nel biancore lunare, il poeta piangeva.
IV.
IL QUARTO D'ORA DI RABELAIS.
L'ultimo redattore se ne andò, sbattendosi dietro l'ultima vetrata
dell'ufficio, saltando a due a due gli scalini. Riccardo Joanna restò
solo nella stanza piena di fumo, ove ancora c'era una penombra del
giorno, ove già il gas asfissiante ardeva. Il bel Riccardo, affranto da
quella fatica divorante che da tre mesi gli rompeva, gli macinava, gli
stritolava la vita, non si mosse dalla scrivania sulla quale i giornali
sforbiciati e i frammenti di carta scombiccherati stavano in confusione
come gli avanzi d'una battaglia dopo il combattimento. Steso nella
poltrona di _reps_ giallo e rosso, a strisce, il _virginia_ fra i denti,
i capelli anch'essi confusi come tutto il resto della sua esistenza, si
riposava nella stanchezza profonda del suo cervello, si ubbriacava
dell'amarezza immortale della sua anima.
Nella redazione deserta, ove egli solo soffriva, l'ultimo numero
dell'_Uomo che ride_ pareva ancora in elaborazione; sopra un tavolinetto
Giulio Frati aveva lasciato le spoglie del suo violento articolo contro
le tariffe doganali di Bismarck, alcuni foglietti sporchi e un numero
del _Temps_ spiegato; davanti a Riccardo Joanna, arrotolato e sudicio di
stamperia, c'era l'originale dell'articoletto anodino di Paolo Stresa
sulle pitture della basilica di San Clemente; alle sue spalle, infissi
al chiodo e aperti, i telegrammi particolari da Milano, che si
stampavano con la data di Parigi, di Berlino e di Londra; e qua e là un
po' di tutto, un volume del Bouillet ch'era servito a Bertarelli per
fare un capocronaca sulla inaugurazione della lapide a Stephenson, nella
stazione di Roma e sull'invenzione della locomotiva, e un volume dei
discorsi di Gambetta che doveva servire a lui per un articolo contro
Rochefort che non aveva poi fatto, un romanzo di Ottone di Banzole, e un
ombrello lasciato da Bagatti, poichè verso sera non pioveva più. Queste
spoglie fugaci del giornale che in quel momento era in macchina per
l'edizione di provincia, assistito da altri, accompagnato da altri alla
luce, gli davano una tristezza infinita. Che gl'importava più, oramai,
di ciò che conteneva il giornale? Purchè il giornale uscisse, comunque,
purchè non morisse d'anemia una sera, che i cilindri d'una macchina
tipografica, accanto ad un'altra macchina che versava a fiotti continui
un altro giornale più fortunato e più forte girassero anche pel suo!
Ecco tutto. I suoi sogni erano svaniti. Egli, Riccardo Joanna, il
brillante articolista, il poeta della prosa quotidiana, il cronista
mondano e fosforescente, l'istoriografo dei balli e dei concerti, tutto
scintillante di aggettivi e di metafore, era schiacciato sotto il peso
del suo sogno ambizioso, era soffocato sotto la mole della sua impresa
gigantesca, non esisteva più. Da quindici giorni non poteva più
scrivere, neppure un articoletto politico pieno di paradossi e di fuoco,
neppure una di quelle sfuriate polemiche così impetuose che lo facevano
ammirare anche da quelli che non si volevano abbonare all'_Uomo che
ride_. Sopraffatto dalla belva famelica ed urlante ch'egli aveva
sguinzagliata, il bell'adoratore del caviale e delle donne aveva
smarrito tutti i suoi aggettivi e le sue metafore: uno era il cruccio
cocente e divorante che lo affocava, uno era il pensiero che lo aveva
abbrancato, una la smania furiosa che lo mangiava; tirare avanti, a
forza, ad ogni costo: se no, morire. E a questo fantasma della morte
ch'egli chiamava ad ogni tratto, ch'egli avea sin dal principio evocato
a sua tutela quando nella cena inaugurale, rispondendo a Giulio Frati
che beveva ai funerali del giornale, disse, freddo in faccia, col
bicchiere alla mano, con la voce tranquilla:
"Non scherzate col becchino, amici cari; voi sapete bene che _L'Uomo che
ride_ sarà il mio sudario."
Di nuovo i vetri dell'uscio tremarono con fracasso, qualcuno entrò, il
gerente venne con un dispaccio che tese a Riccardo; poi cominciò a
rassettargli davanti le carte sul tavolino. Joanna aprì la busta del
telegramma, ma distrattamente; veniva da Bologna; diceva:
_Spedito cinque cartelle; segue resto; mandami per telegrafo 50
lire. -- Brancacci._ Joanna guardò stralunatamente quel pezzo di carta
gialla, poi alzò gli occhi, e vide il gerente che puliva con uno
strofinaccio i due o tre calamai sparsi sul tavolino.
"L'amministratore non s'è visto per niente oggi?"
"No, signor direttore," rispose quell'onesto avanzo dei Mille,
lunghissimo, che aveva la faccia d'un palafreniere inglese.
"E chi c'è stato in Amministrazione?"
"È venuto un momento Antonio, che voleva parlare con lei; ma il signor
Frati l'ha rimandato."
"Chi ha aperto la posta dell'Amministrazione?"
"Nessuno; la tengo di là: la vuole?"
"Portamela. E chi ha preso i danari della vendita?"
"Il signor Frati."
"Va bene; portami la posta."
Il gerente depose sul tavolino un gran pacco di giornali, _la resa_, e
sei o sette lettere. Joanna cominciò a sventrarle con un taglia-carte, e
a scorrerle rapidamente.
Mattirolo di Torino chiedeva si diminuisse la spedizione d'un terzo; non
lo volevano a Torino _L'Uomo che ride_; la resa era enorme. Il pretore
di Campobello di Licata scriveva una lettera furiosa: da tre mesi
respingeva ogni giorno il giornale spendendo due centesimi; volevano
finire di mandarglielo, sì o no? non capivano che non voleva saperne di
abbonarsi? Il Circolo sabaudo di Ragusa inferiore reclamava il giornale,
a cui s'era abbonato, ma che non riceveva mai: perchè? Il _Messaggiero
di Trinitapoli_ si lagnava perchè non gli si accordava il cambio; tutti
i giornali glielo concedevano; perchè _L'Uomo che ride_ glielo negava?
Non si degnava?
Joanna sorrise, scrisse sopra un foglio di carta col lapis rosso: "Si
dia il cambio al _Messaggiero di Trinitapoli_," e diede una scorsa a
cinque o sei cartoline; ancora un rivenditore che chiedeva una nuova
riduzione di spedizione, Carlo Erba di Milano che ordinava si cessassero
le inserzioni dei suoi avvisi, il rivenditore di Bologna che pregava di
passare all'Amministrazione del _Fanfulla_ le 32 lire spedite per errore
tre giorni innanzi. Infine, nell'ultima lettera, un consigliere della
Cassazione di Firenze accludeva sei francobolli da dieci centesimi per
sei arretrati, avendo smarrito sei appendici del romanzo di Ettore
Malot, in corso di stampa.
Joanna chiuse nel cassetto la posta, si pose in tasca il telegramma di
Brancacci, e andò a cercare il suo cappello, lasciando sul tavolino i
francobolli del consigliere di Cassazione.
"Se viene qualcuno a cercarmi, gli dirai che sono in tipografia; torno
subito," lasciò detto al gerente.
La strada ardente di lumi lo accolse con una ventata sciroccale piena di
pioggia, che pareva il pianto pieno di lagrime d'un ragazzo, Riccardo si
fermò un momento, pensando se dovesse andare su a prendersi l'ombrello
di Bagatti o se dovesse montare in una botte; poi s'avviò a piedi per
Piazza del Pantheon alla tipografia. Davanti alla stamperia l'acqua
cominciò a cadere dal cielo con impeto: Joanna entrò in fretta,
strisciando i piedi per asciugarseli sul cemento dell'androne.
In un camerotto piccolo, ov'era la cassa forte dello stabilimento
tipografico, Giulio Frati, piccolo, tarchiato, con una capelliera che
gli copriva il bavero rialzato del _paletot_, stava mezzo bocconi sulla
prova della prima pagina, correggendo avidamente il suo articolo
violentissimo contro Bismarck; e, correggendo, leggeva forte, con
enfasi; Bagatti, panneggiato in una immensa pelliccia, col cilindro
inclinato sulla tempia destra, col torace vestito d'un _gilet_ di
azzurro stellante e gonfio in avanti, ascoltava lisciandosi i mustacchi
enormi ed esclamando e ammirando con veemenza meridionale.
"Hai preso tu i denari da Gardini?..." disse Joanna a Frati.
"Sì," disse Frati sollevandosi un poco dal suo articolo.
"Mi dài cinquanta franchi? Brancacci mi ha telegrafato che li vuole
immediatamente."
"Brancacci aspetterà."
"Se non glieli mando, non spedisce la fine dell'articolo."
"Ma io non li ho."
"Non li hai?" disse Joanna, pallido, stranamente atterrito da questa
piccola difficoltà.
"Aspetta che ti do i conti; oggi ho dovuto far io da amministratore."
Frati si cercò nella tasca e ne trasse un pezzetto di carta che spiegò
sulla pagina umida dell'_Uomo che ride_.
"Ho dovuto dare i quindici franchi dell'articolo a Bertarelli:
quell'animale non consegna le ultime cartelle se non ha avuto i
quattrini. Il gerente doveva avere sei lire e mezzo per dispacci che tu
hai mandati. La vedova Baracconi è venuta a chiedere i cinque franchi
mandatile ieri da Trieste, e che l'amministratore aveva impiegato
altrimenti: fanno 26.50; il conto di Gardini, eccolo;" e Frati tese a
Joanna un altro pezzettaccio di carta tutto sporco sul quale il
rivenditore aveva segnato col lapis il risultato della vendita di quel
giorno: Ottanta dozzine _Uomo_, L. 28.80.
"Restano due lire e sei soldi," concluse Frati.
Joanna, che aveva ascoltato distrattamente la triste aritmetica di
Frati, fece un meccanico cenno affermativo col capo, Bagatti gli pose le
due mani sulle spalle:
"Io ti saluto, o insigne campione della libertà della stampa. La tua
penna sfonda le tenebre dell'oscurantismo, tu sei il gran poeta
parlamentare. Il paese reclama la tua splendida parola alla Camera,
perchè metta in fuga i vili pipistrelli della maggioranza. Non ti far
sopraffare da queste miserie quattrinaie. Specchiati in me, che non ho
neppure una vile lira in saccoccia, ed ho la faccia radiosa nella
speranza del futuro. Non mi restano altri beni mobili che questa
pelliccia e un fucile da caccia, frutto dell'ultima campagna elettorale;
e chi sa? forse il Monte di Pietà, in omaggio alla sua benefica
istituzione, mi prenderà l'uno e l'altra in cambio di cinquecento lire."
"E per l'amministratore come si fa?" disse Frati, interrompendo l'altro.
"Perchè, che è stato?" domandò Joanna.
"Ci ha piantati, dicendo che non può andare avanti."
Joanna si morse le labbra sottili, mentre la fronte gli tremava
lievemente.
"Va bene, ci penseremo domani. E il giornale?"
"Il giornale si sta impaginando; Malgagno di là corregge la Camera; ma
non finisce mai di chiacchierare."
"Hai riletta la pagina? Dammela."
Joanna prese la pagina stampata da una parte e bianca dall'altra, ed
entrò in mezzo al movimento della tipografia, seguito dai due redattori.
Malgagno correggeva il resoconto della Camera vicino al banco dei
compositori sopra un tavolinetto carico di tavolette di caratteri
composti, e litigava col proto espandendo la sua loquacità napoletana a
piena bocca.
"Siamo in tempo?" domandò Joanna.
"È un po' tardi," disse il proto; "il signor Malgagno non finisce più."
"Va bene," disse Joanna indifferente, restituendo la pagina al proto, e
domandò a Paolo Stresa che entrava in quel momento, molleggiante sulle
sue lunghe gambe, dondolante la testa impomatata civettescamente:
"Piove sempre?"
"Non tanto," disse Stresa.
"Io me ne vado," disse Joanna.
"Addio, formosissimo giovine," gridò Bagatti dal mezzo della stamperia.
E mentre Joanna se ne andava, il proto gli si appressò, e gli disse:
"Il contabile della tipografia desidera di parlarle."
Nel camerotto a vetri, ordinato e tranquillo in mezzo al rombo
tumultuante della stamperia, il contabile si teneva davanti i suoi
registri e i suoi libri di commercio ben rilegati, uno sopra l'altro. Il
piccolo uomo freddo con la barbetta bionda e gli occhi gialligni, tirava
delle linee oblique seguendo con la penna il filo d'una riga di ferro
sotto colonne di cifre nitide. Joanna, stordito anche dalla
molteplicità, e dalla rapidità dei fatti, dei movimenti, dei suoni,
entrò stralunato.
"Senta, signor Joanna," disse quella voce fredda e cortese che aveva o
parve avere un che d'insultante, "così non si va avanti. Per fare un
favore a lei, le abbiamo accordato di fare i pagamenti settimana per
settimana: ella è in arretrato di quindici giorni; ogni giorno promette
di pagare, e poi non ne fa nulla. Io non lo posso far più; capirà,
abbiamo anche noi i nostri impegni, dobbiamo pagar gli operai."
Joanna ascoltò la dolorosa filippica che gli scardinava il cuore, senza
rispondere. La voce del contabile salì d'un tono, inasprendosi,
irritandosi a quel silenzio.
"Insomma, mi dispiace moltissimo, ma ho ordine di significarle che se
non paga entro domani, sospenderemo la stampa del giornale."
"Datemi tempo sino a dopo domani," disse Joanna, freddo, ma sentendosi
salire un tumultuoso turbine di sangue alla testa.
"Impossibile. E, capirà, se dipendesse da me...."
"Va bene," disse Riccardo, andandosene, preso da un'ubbriachezza
ardente; e uscendo dal camerotto, ancora con l'usciuolo in mano, chiamò:
"Frati."
Frati venne, tutto infocato dal calore della stamperia. Un gruppo di
redattori del _Baiardo_ uscivano in quel momento dalla tipografia,
ciarlando e ridendo, col loro prosperoso giornale in mano.
"Addio, Joanna," dissero.
"Senti," disse Riccardo a Frati, traendolo nel buio dell'androne; "tu
non hai scordato quello ch'io ti dissi la sera della cena inaugurale:
_L'Uomo che ride_ sarà il mio sudario. Bene, ci ho pensato meglio: morrò
forse io, ma il giornale vivrà. -- Giulio, se io mi ammazzerò, tu farai
vivere il giornale."
"Sei pazzo?" gridò Frati, afferrandolo.
"Non aver paura, non vado ad ammazzarmi ora; ma non si sa mai. Ciao."
La porta della tipografia si rinchiuse rumorosamente dietro Riccardo che
uscì canticchiando.
"Che è stato?"
"Si cessano le pubblicazioni?"
"Joanna s'ammazza?" domandarono i redattori, affollandosi intorno a
Frati.
"Sentite," disse Frati: "noi siamo alla vigilia d'una catastrofe.
Bisogna tener d'occhio Joanna."
"T'ha detto qualche cosa?" domandò Stresa.
"Facciamo dei sacrifizi, intanto, per aiutarlo: io non ho un soldo."
"Io neppure," disse Bertarelli.
"Tu sei un animale," disse Frati.
"Io non ho che il mio stipendio di _travet_ riscosso oggi," disse
Stresa.
"Io impegnerò la pelliccia e il fucile," disse Bagatti.
"Bene: sarà un acconto per la tipografia," disse Frati.
"Andrò a parlare col ministro d'agricoltura e commercio," disse
Malgagno.
"Ma si vuole ammazzare?" domandò Bertarelli.
"È un disperato," disse Frati.
Com'era caldo, grasso, confortevole il _Caffè di Roma_ alle sette di
sera, con tutto il gas bruciante, col brodo alitante, con la carne
odorante!
La gente stanca della giornata laboriosa o seccata della giornata
oziosa, si abbandonava alla delizia del cibo, e una eccitazione saliva
dallo stomaco al cervello scotendo tutti i nervi del corpo, svegliando
l'allegrezza negli spiriti. In un angolo, in fondo alla sala, una
tavolata di artisti e di giovanotti eleganti romoreggiava lietamente; a
un altro tavolo un deputato enorme con una grande catena d'oro spiccante
sulla sottoveste nera, improvvisava un articolo politico a un piccolo e
sottile deputatino dalla testina di vipera e dagli occhiolini di pesce;
due giovani sposi forestieri, seduti l'uno di fronte all'altro, si
ridevano negli occhi spartendosi un piatto di maccheroni; uno scrittore
elegante di vestiti e di stile, caro alle signore, un Riccardo Joanna
giovinetto, pranzava solo, barbaramente, con un po' di caviale e con una
costoletta in salsa d'acciughe.
Questi mentre Joanna passava guardando intorno con l'incertezza di
quelli che entrano in trattoria per cercar qualcuno e non per mangiare,
lo chiamò. Riccardo gli diede la mano a traverso il tavolino:
"Pranzi con me?" disse il ragazzo illustre.
"No, caro: cerco qualcuno."
"Una donna?"
"No, un milionario."
Il bel ragazzo fece un risetto freddo e indifferente cercando di
prendersi coi denti due o tre peli dei baffettini invisibili.
Joanna preso da un improvviso impeto di tenerezza, da uno struggimento
d'amore subitaneo per quella graziosa macchinetta d'aggettivi rimanti e
di periodi sfarfallanti, sedette accanto al poeta sul canapè.