Riccardo, generoso e superstizioso, per evitare il numero fatale gli

dette quattordici lire; quando la carrozza si fu allontanata, egli prese

la sua via, fra le onde di persone che rincasavano per pranzare, che si

avviavano alle trattorie. Le botteghe del Corso erano sfolgoranti di

lumi e di tentazioni, e nell'umidore di quella prima ora serotina, fra i

volti pallidi delle persone affaccendate, fra le facce stanche di chi ha

consumato le forze in una giornata di lavoro, qualche viso femminile,

tutto dipinto, dagli occhi bistorti, appariva e scompariva, nascondendo

l'ansietà sotto il sorriso. Ma in Riccardo la distrazione era profonda;

cessata l'ansietà del bisogno immediato, una più grave, più profonda si

faceva largo, cresceva nella sua anima. Le mille lire della cambiale,

girata a Pompeo Savelli, quelle mille lire introvabili, impagabili,

erano la sua grande tortura, come il cocchiere era stato la sua piccola

tortura. Giusto sopra un cartellone rosso si promettevano _mille lire_

di compenso a colui che sapesse trovare una tintura dei capelli migliore

di quella di Zempt: e una mancia competente era promessa, in un piccolo

cartellino bianco, a colui che riportasse a chi li aveva smarriti, sei

fili di perle orientali. Riccardo pensava se non valeva la pena

d'inventare realmente una tintura, per far la burletta di cavare le

mille lire al signor Zempt; guardava per terra, macchinalmente, cercando

i sei fili di perle, o un portafoglio smarrito: chissà, accadono certe

cose così strane! La vetrina di Marchesini lo arrestò; egli si fermava

sempre innanzi a quegli splendori, attirato, lusingato nelle sue

fantasticherie: e una visione di mani femminili gemmate, di teste

femminili coronate di gioie, di colli rotondi e bianchi anelanti

mitemente sotto le collane di perle, passò tumultuosamente nella sua

immaginazione. La donna lo rapiva di nuovo; in sogni di amore, di

bellezza, di lusso: donna Beatrice Santaninfa preferiva gli smeraldi, i

vivi gioielli delle bionde ardenti; donna Caterina Spinola amava le

misteriose perle brune, tetre come i suoi occhi; donna Paola Spada

scintillava di rubini, sempre insieme al suo ingenuo nastro rosso fra i

capelli arruffati; donna Clelia Savelli i diamanti grossi legati in

argento, i topazi vescovili di un delicato colore di vino bruciato, le

amatiste gialle e vive. Donne e gioielli, belli idoli adorni di ricchi

voti lo trasportavano via sopra le ali rapide del desiderio, e in fondo,

nell'orizzonte del sogno, una leggera figura di biondina smorta

appariva. Elsa Maria, una poetica sottile figura di donna dagli occhi

dolcissimi, dalle chiome morbide sempre adorne di mughetti, in tutte le

stagioni. -- Bisogna che io trovi dei mughetti, -- pensò il poeta.

E si avviò verso il Pierangeli in Via Frattina, ma a mezza via un'idea

lo trattenne. Gli dovea dei quattrini al Pierangeli, non era possibile

ritornarvi: eppure gli occorreva un ramo di mughetto, a ogni costo, per

quella sera, per piacere a Elsa Maria, la delicata signora di quel

grosso e grasso signore che era Pietro Magoz: Elsa Maria andava ogni

sera all'Apollo a sentire il _Lohengrin_. Riccardo cercò il ramoscello

di mughetto da tutti i fiorai minori, che stanno nei portoni e da quelli

ambulanti, ma non ne avevano, la stagione era troppo inoltrata: e il

bisogno di quel ramoscello verde carico di fiorellini bianchi si fece

così impetuoso, che Riccardo entrò ansioso nella bottega profumata della

Zamperini. Ne aveva, ella, dei mughetti, ma già un po' mangiati dal

caldo primaverile, già un po' rosicchiati dalla ruggine dei fiori. Il

migliore dei ramoscelli Riccardo lo pagò due lire. Lo portò via, felice,

tranquillo, coi sensi soddisfatti.

Andava a casa, era per vestirsi in marsina, poichè doveva andare

all'Apollo e in casa Savelli: voleva fare la sua _toilette_ quotidiana

di scrittore amato dalle donne, pallido, fantasioso, dagli occhi pregni

di sogni, pranzare in una trattoria elegante, e poi farsi trascinare al

teatro in carrozza, pensando, fumando. Salì una scaletta del numero

settantuno, in Via della Vite, bussò al primo piano a una porticina

scura, entrò in una stanzetta fredda e buia. La padrona di casa, ferma

sulla soglia, aspettava che egli parlasse.

"Sora Rosa, vi sono camice stirate per la marsina?"

"Sicuro, sor Riccardo, sono qui sul letto, cinque o sei, le ha portate

la stiratrice oggi."

Al lume di una stearica fioca, egli osservò quelle camice insaldate,

dure, lucidissime. Una era a fiorellini neri da estate: una aveva il

goletto troppo alto, un vero capestro: la terza aveva il goletto

arrovesciato, di quelli che non usano più: le due ultime avevano gli

orli del goletto e dei polsini sfilacciati, da non mettersi.

"O sora Rosa, nessuna di queste va!"

"Figlio mio, che v'ho da dire? Le camice si sciupano presto, a lavarle e

stirarle sempre, con quel lucido che vi mangia la tela...."

"Ma come faccio, io, ora?"

"Facciamo la barba alle camice, si radono le sfilature."

"Ma che, ma che...." fece l'altro crollando il capo desolato.

"Tenetevi questa che portate, è buona ancora...."

"Ma vi pare, sora Rosa? E indecente, mi occorre una camicia fresca,

lucida: ho da andare in teatro, dalle signore, dappertutto, non posso

farne senza...."

"Figlio mio, quello che posso fare è di darvene una di Toto mio, ma non

vi andrà, è troppo più grasso di voi...."

"No, no. Sora Rosa, piuttosto fatemi un favore, ve ne prego, andate a

comprarmene una, dai De Paolis, qui al Corso: prendete la misura del

collo, la camicia costa otto lire e cinquanta, eccole qua."

"Io, sor Riccardo mio, per voi ci vado volentieri, che fosse per un

altro, non lo farei; ma qui, in casa non ci ho nessuno, se bussano, mi

dovreste fare il favore di aprire."

"Va bene, sora Rosa, aprirò...."

"Già non verrà nessuno, ma se capitasse Toto, ditegli che torno subito,

avesse a pensar male...."

E la romana chiacchierona, dal floscio viso cinquantenne, se ne andò,

dicendo ancora qualche parola contro le lavandaie, e raccomandando la

porta a Riccardo.

Costui, già distratto, cercava nel cassetto una cravatta bianca e i

bottoni di metallo dorato per la camicia: e nel cassetto era una gran

confusione di cravatte smesse, di guanti vecchi, spaiati, di calzettine

di seta dal tallone bucato: e prima di raccapezzare i cinque bottoni, la

cravatta bianca, il fazzoletto di batista pulito, un paio di guanti

presentabili, Riccardo dovette perdere la testa, rimestare in tutti i

cassetti, in tutte quelle anticaglie, buttando in aria certe camice da

notte un po' logore, scotendo i vecchi _gilets_ estivi, tutto un

ciarpame di roba inutile, un rimescolío di stracci eleganti e buoni a

nulla.

Lo tenevano la malinconia e il dispetto: la malinconia, perchè oramai

non avrebbe più potuto pranzare al _Caffè di Roma_ o da Morteo, non

aveva più che dieci lire e cinquanta, non poteva rimanere senza un

soldo, doveva andare all'Apollo, all'Esquilino, aveva bisogno della

carrozza, e ad andare in una trattoria mediocre ci soffriva troppo; e il

dispetto di quella mancanza continua di quattrini, il dispetto di quel

continuo squilibrio, il dispetto dell'assetato a cui danno due dita di

acqua. Andava su e giù nella stanzetta magramente mobiliata, con un

tappeto stinto sul pavimento, con un lettuccio stretto stretto; e la

fioca stearica si agitava al passaggio nervoso del pallido scrittore.

Alla fine si decise: aprì un balconcino, e chiamò un giovanotto, un

cameriere in marsina senza falde che si pavoneggiava alla porta di

un'osteria, là dirimpetto; costui dovette capire, perchè attraversò

subito la strada, e si ficcò nel portoncino.

"Portami da pranzo," gli mormorò Riccardo piegandosi sulla ringhiera.

"Che ho da portare? Gnocchi al sugo? Pollo alla cacciatora? Un po' di

trippa in umido?"

"Portami gli gnocchi e il pollo, ma subito."

"Vino e pane?"

"Sì."

"Frutta?"

"Sì, sì."

Riccardo rientrò chinando il capo, era il pranzo cattivo, segreto e

umiliante dei giorni poveri, il pranzo da poeta bello, vanitoso e

sognatore fatto in fretta nella piccola stanza in disordine, al chiarore

di una stearica, scostando un calamaio dove l'inchiostro si era seccato,

un volume di Baudelaire tutto macchiato di cera, una bottiglia di acqua

di _fieno_. Dopo dieci minuti il cameriere era risalito un paio di volte

taciturnamente, lasciando la porta socchiusa, portando due o tre piatti

coperti, stendendo un tovagliolo grossolano sul tavolino, posandovi

sopra dei panini biancastri, poco cotti, due mele e un fiaschettino

impagliato pieno di un vinello color giallo. Sempre in silenzio, il

cameriere dalla giacchettina troppo corta coi risvolti unti, posò

accanto al piatto degli gnocchi il conto che ammontava a due lire e

sessanta. Riccardo pagò, prima di pranzare, e dette venti centesimi al

cameriere. Solo solo, torvo, soffrendo solitariamente, col capo

abbassato, egli divorò quegli gnocchi su cui il grasso si era gelato,

quel mezzo pollo tutto coperto di grosso pepe nero, bevve quel vinello

romano acidulo che raschiava la gola, mangiò una mela e respinse sul

tavolino tutti i piatti sporchi.

"Ecco la camicia," disse trionfalmente la sora Rosa rientrando.

E per fargliela ammirare, ella andò a prendere un suo lume a petrolio,

che diffuse un maggior chiarore e un po' di allegria in quella

stanzuccia.

"Avete pranzato qua? Chi sa che intrugli vi avrà portato Checco? Volete

che ve lo faccia un poco di caffè?"

Egli disse di sì, voltando la testa per non vedere quei piatti sudici e

la posata sporca. Come sempre, le donne erano carezzevoli con lui, gli

volevano bene istintivamente, sedotte da quella pura fronte bianca,

dalla melanconia di quei begli occhi languenti, dalle linee delicate e

affaticate di quel volto giovanile.

Cominciava a vestirsi lentamente, di migliore umore, indossando

volentieri quella livrea nera e bianca, dando con la sua persona una

grazia all'abito moderno, un po' tetro: e quella sua lenta

trasformazione da lavoratore stanco e infelice in uomo di società,

pallido ma elegante, quell'appressamento graduale che egli veniva

compiendo ad un mondo più felice, più ricco, gli ridavano la coscienza

di sè stesso.

Profumandosi i ricci e bruni capelli, arricciando il molle mustacchio

sulle morbide labbra, dando una correzione britannica a tutto il suo

vestito, egli sentiva svanire la sua malinconia.

"Per carità, sora Rosa, toglietemi dinnanzi tutti questi piatti sudici."

"Sì, figlio mio: bevete il vostro caffè. Grandi conquiste stasera?

Volete venire a guardarvi tutto nello specchio del mio _armuàr_?"

La padrona di casa reggeva il lume nella sua camera e Riccardo si guardò

due o tre volte di faccia e di profilo, nel grande specchio

dell'armadio.

Passò il fazzolettino di batista nello sparato del _gilet_ e se ne

ritornò in camera sua, dove lo seguì la sora Rosa.

"Non dimenticate nulla," gli disse la padrona, e gli porse i guanti, il

portafogli, la mazzetta.

Macchinalmente egli aprì il portafogli e vide sette lire da una parte,

il biglietto rosso del banco Savelli dall'altra. Uno smarrimento

subitaneo, rapido, lo colse: calcolò mentalmente quante ore lo

separavano dall'indomani a mezzogiorno, in cui doveva pagare le mille

lire. Erano le nove; in quindici ore doveva trovare mille lire o far

protestare la sua firma.

"E domani c'è articolo, sor Riccardo?"

"Domani? non so.... forse ci sarà...."

"La signorina del terzo piano si lagna, vorrebbe che scriveste ogni

giorno...."

"Si seccherebbe poi, sora Rosa."

"Non lo dite, non lo dite. Siete così bravo e dite tante cose belle alle

donne, voi, come nessuno sa dirle, che le donne non si seccheranno mai

di sentirle."

"Vi metterò nel mio articolo, domani," disse ridendo Riccardo.

"Uh! Sono troppo vecchia, figlio mio."

Egli uscì, si mise in carrozza con un piglio deciso, come se buttasse

indietro tutte le sue angustie. Voleva non pensare, voleva godersi la

sua serata, poichè tanto tormentosa era stata la sua giornata: cercò di

dimenticare guardando dalla sua carrozza, mentre fumava voluttuosamente

un sigaro, i pedoni che si affrettavano ai teatri, ai circoli, ai caffè;

non pensava a donna Tecla Spada, dagli occhi ardenti che avrebbe

desiderato vedere molli di lacrime; pensava a Elsa Maria, il fragile

fiore del nord italiano, che languiva nel pesante aere romano, povera

creatura, a cui giammai forse sarebbe comparso liberatore il cavaliere

del cigno. Oh, fosse egli stato un principe, un signore potente e

audace, come l'avrebbe portata via, lontano, nel mare glaciale, Elsa

Maria, la sottile creatura. Donna Caterina Spinola aveva bisogno delle

grandi e brune navate, dei freddi marmi, dell'incenso, dei cantici sacri

per essere amata; donna Beatrice di Santaninfa voleva trionfare nei

balli, dove è profondo, invincibile il fáscino femminile; donna Tecla

Spada amava la viva lotta dello spirito, il suo carattere pugnacemente

nervoso si concedeva solo alle stravaganze del paradosso; donna Clelia

Savelli aveva bisogno dei velluti antichi, degli argenti smorti, dei

bronzi giapponesi, degli avori italiani medioevali per poter essere

amata; Elsa Maria, la snella figurina esangue, aveva solo bisogno della

candida neve e dei negri abeti. Riccardo Joanna avrebbe voluto fuggire

in un grande paese sconosciuto, tutto neve, tutto candido e glaciale, al

polo nord.

"Non vi è _teatro_ stasera a Tordinona," disse il cocchiere, fermandosi

innanzi al teatro buio e silenzioso.

"E perchè?" chiese Riccardo, come risvegliandosi da un torpore.

"È giovedì santo. Dove ha da andare?"

"Portami in.... sì, in Piazza Colonna," rispose il giornalista.

E si rigettò, annoiato e deluso, in fondo alla carrozza.

Natura vivamente impressionabile, ma fugacemente, il teatro chiuso,

tutta quella _toilette_ inutile, il non poter vedere donna Tecla e la

divina Elsa Maria, tutti questi contrattempi presi insieme gli davano un

grande senso d'infelicità. Quando scese di carrozza e pagò due lire al

cocchiere, delle sette che possedeva, dette una crollata di spalle da

uomo disperato: a capo basso salì le scale del _Quasimodo_. Era deciso,

andava a scrivere l'articolo, tanto non vi era nulla di meglio da fare

sino alle undici, in cui decentemente si poteva fare una visita a donna

Clelia Savelli: voleva scrivere l'articolo per noia, per collera,

odiando i caffè, odiando la gente, odiando la propria debolezza,

sentendo che non vi era per lui altro scampo, altro rifugio che il

lavoro.

Questo bel giovanotto in marsina era pieno di una foga ardente

d'indignazione, entrando nell'ufficio del _Quasimodo_, dove Gregorio

sonnacchiava, con la sua faccia grave di filosofo pessimista. Riccardo

non si prese neppure la pena di svegliarlo, entrò nella redazione

deserta, rialzò il gas, e col soprabito addosso col bavero rialzato, col

cappello sul capo, badando bene a non sporcare il candore dei suoi

polsini, egli si curvò a scrivere rapidamente.

E come in uno specchio terso, fedele, tutte le impressioni amare e

gioconde della giornata si trasfondevano in quella prosa ora secca,

arida e tagliente, ora piena di mollezza e di soavità. Lo scrittore che

non studiava più, che non leggeva più, che guardava intorno a sè la

vita, ma senza vederla, che sognava sempre, per cui la esistenza era una

visione fra dolorosa e leggiadra, lo scrittore traeva dalla viva,

fervida anima sua la prosa del suo articolo. Dentro vibrava l'ironia dei

cuori insoddisfatti, che non vivono abbastanza per la loro sete ardente

di vita, vibrava la malinconia delle esistenze affrante dal lavoro e da

una grande delusione o dalle piccole quotidiane delusioni, vibrava la

gaiezza talvolta brutale dei temperamenti audaci nel desiderio, molli e

deboli nell'urto reale dell'esistenza.

In fine, naturalmente, come sempre, le donne apparvero nella prosa di

Riccardo Joanna, che parlava di una lunga e strana giornata romana: e

subito un incanto nuovo surse in quella prosa, la parola divenne più

efficace, più ardente, la frase si fece più rotonda, più carezzevole,

piena di allacciamenti strani, lo stile salì alto. Come allucinato, egli

scriveva scriveva, traendo dai suoi nervi la potenza e l'impeto, traendo

dal fosforo del suo cervello la verità dell'immagine e la bellezza della

parola: egli gettava, col magnifico, generoso abbandono giovanile, tutto

un cumulo di forza, sentendosi ancora troppo ricco in quell'ora di

eccitamento.

"Fai un articolo?" domandò Scano, entrando e cavandosi il cappello,

sedendosi quietamente per fare la cronaca.

"Sì, debbo finirlo presto," mormorò Joanna.

"Io fo la cronaca; essa è il mio male cronico."

"Che ora è?"

"Le dieci e mezzo, a Piazza Colonna."

Riccardo Joanna piegò di nuovo il capo, volendo finire subito, volendo

partir subito per l'Esquilino, non resistendo all'idea di veder donna

Clelia, dai denti che brillavano, dagli occhi grigi scintillanti. Non

aveva più voglia di scrivere, ora, e tutta la sua prosa scritta con

tanto fuoco, gli sembrava una cosa miserabile e inutile. La donna era

stata la sua forza animatrice, un momento prima; ora diveniva la sua

mortale, irresistibile debolezza. Bruscamente irritato contro

quell'indegno lavoro da galeotto, che ogni giorno doveva fare, se voleva

vivere, strozzò l'articolo. Rileggendolo a freddo, un grande disdegno di

sè stesso e dell'arte gli empì di amarezza il cuore: anche in quella

serata, al pubblico ignorante e scettico e brutale egli aveva aperto il

suo cuore, come si apre alla madre, all'amico più caro, alla donna

amata, aveva detto a una folla di sciocchi e d'indifferenti le più

intime, le più tenere, le più melanconiche cose, aveva violato i più

alti misteri spirituali. Una nausea di sè lo assalse, mentre si

spazzolava, per andarsene:

"Che mestiere da cani," mormorava.

"Almeno, essendo molti, fossimo can-tanti, guadagneremmo più quattrini."

"Addio, Scano."

"Addio, Joanna; te fortunato, che vai via!"

"Torneremo tutti, domani, non dubitare," disse il poeta con malinconia.

Di nuovo macchinalmente si mise in carrozza, dando l'indirizzo del

villino Savelli all'Esquilino; un novello cruccio sorse in lui, non

potette più pensare ai sereni occhi bigi di donna Clelia senza vedere

gli occhi freddi e chiari di don Pompeo, il marito, il banchiere: dietro

il sorriso delle labbra rosee di donna Clelia, egli vedeva apparire il

biglietto rosso della cambiale di mille lire. Aveva preso fra sè la

grande decisione di parlare a don Pompeo della cambiale, perchè gliela

rinnovasse, giudicando che non potea negargli questo piccolo favore: ma

l'idea di doverlo dire là, nel salone di donna Clelia, lo torturava.

Fino allora la parte dolorosa e la parte gioconda della sua vita erano

state separate: le donne lo avevano consolato del suo sperpero

quotidiano di quattrini, delle alternative crudeli di splendore e di

miseria, ma ora questi due elementi contrapposti si univano, si

confondevano, il suo tormento e il suo conforto erano una cosa sola. Per

un minuto il volto gli si fece di brace, egli pensò di dovere le mille

lire a donna Clelia e di non potergliele restituire l'indomani. Ma un

largo e mite raggio di luna inondava Santa Maria Maggiore, la chiesa e

la piazza, e nel giardinetto che circondava il villino Savelli un rumore

di musica si effondeva; la palazzina, con le sue lunghe e sottili

finestre dalle tendine increspate di seta rossa, tutta illuminata,

pareva rossa e ardente. In silenzio il servo tolse il soprabito e la

mazzetta a Joanna e lo precedette, senza far rumore, mentre la musica

rinforzava. Joanna rimase sulla soglia, tranquillo, aspettando che la

musica finisse, per salutare. Sedevano al pianoforte donna Clelia

Savelli, la serenità, ed Elsa Maria, l'ideale, quasi trasparente, quasi

consumata da un pensiero dominante; sonavano un pezzo di Beethoven,

pieno di nobiltà. Tutta scintillante di coralli neri, di riflessi

azzurrognoli, nero vestita, ma come corazzata di acciaio, donna Caterina

Spinola si raccoglieva in una poltrona presso il pianoforte, ascoltando

sapientemente; vestita di rosso, piccola e pungente, donna Tecla Spada

teneva a bada due o tre giovanotti, parlando sottovoce, ridacchiando,

scotendo il capo, incapace di prestare attenzione alla musica: mentre

donna Beatrice di Santaninfa posava magistralmente sdraiata in una lunga

seggiola, quieta nell'indifferenza plastica di chi si sente bella in

mezzo a queste donne e a questi uomini felici; era la felicità delle

cose belle e artistiche, i fiori freschi, le piante verdi, le azalee

bianche e rosee, le delicate, futili statuine di Sassonia, i tappeti

molli e le seggiole profonde fatte per i sogni.

Così dalle persone e dalle cose, dalla musica e dai sorrisi delle donne,

un'onda di letizia venne a Riccardo Joanna. Perduto nell'ombra di una

portiera di velluto, egli sentiva il suo spirito liberarsi da tutte le

preoccupazioni, purificarsi da ogni miseria. Questo, questo era il suo

ambiente, fra l'intenso magistero del lusso, fra la bellezza femminile,

diversamente trionfante, fra gli ondeggiamenti della nobile arte

musicale. Giammai, come in quella sera, erano giunte a lui impressioni

così complesse e complete, così perfette: e Riccardo si concentrava

nell'attenzione, godendo di un alto acutissimo piacere spirituale; alla

fine, dopo tanto travaglio, dopo così varia fortuna, in quel giorno, il

poeta ritrovava realizzato il mondo dei suoi sogni.

"Buona sera," disse sottovoce a donna Tecla Spada, mentre la musica

finiva.

"Eccola qua, signor poeta: così non mi si è potuta rapire all'Apollo

questa sera!"

"Per mia fortuna, contessa. Ho troppa paura per fuggire con lei."

"Paura? Noi possiamo ardere, signore, bruciare non mai."

"Manca un pompiere nel mio cuore, contessa."

"Lo chieda alla sua serva. E poi l'Apollo ha il Tevere vicino."

"Bel letto freddo e molle, per dormire," disse Riccardo

malinconicamente.

"O per morire," ribattè donna Tecla.

"Come Amleto."

I gruppi si erano sciolti e formati di nuovo, due altri signori erano

arrivati. Donna Clelia Savelli aveva presentato Riccardo Joanna a donna

Beatrice di Santaninfa: essa lo aveva accolto con un sorriso di

sicurezza. Egli taceva, donna Clelia parlava.

"Figurati, Beatrice, che mentre stavo _bibelottando_ sola sola con

questo caro signor Joanna, sai che malinconia è _bibelottare_ in

solitudine. A chi dire: quanto è bello? con chi dividere la propria

gioia? nel negozio di antichità si sente il bisogno del consorzio umano:

io amo il prossimo mio, quando compro uno stipo o un piviale. Così....

ho sequestrato Joanna oggi, per tre ore."

"I suoi parenti saranno stati inquieti," mormorò donna Beatrice, dicendo

profondamente questa banalità.

"Io non ho parenti, signora."

"Ma se sapessi, cara, se sapessi!" riprese stordita, leggiera come una

capinera, donna Clelia. "Abbiamo visto tante stoffe così belle, dalla

Beretta, che vi era da cadere in deliquio. Oh, Joanna è un buon

compagno: lei verrà spesso con me, nevvero?"

"Sempre."

"Dalla mattina alla sera?"

"Sempre."

"Lasciando tutto e sempre?"

"Tutto e sempre."

"È medioevale, a me piacciono assai le cose e le persone del medio evo.

Ti piacciono, Beatrice, i cofani da nozze?"

"Sono volgari," fece quella, guardandosi gli anelli della mano destra.

Riccardo era alle spalle di Elsa Maria, rimasta presso il pianoforte,

come immobile, sfogliando lentamente certe romanze dalle copertine

fantasiose.

"Sonavate Beethoven: lo amate molto?" chiese il poeta, parlando

sottovoce.

"Lo amo sebbene sia troppo solenne per me," rispose la gentile, e la

voce era come un soffio.

"Ma chi preferite?"

"Chopin."

"È naturale," disse lui, "sapete come è morto?"

"Lo so," disse lei chinando i soavissimi occhi.

"Non amate voi anche i mughetti, signora."

"Sì, sopra tutti i fiori."

"E io li porto per voi."

"Oh," fece l'altra soltanto.

"Ditemi tutte le cose che amate, ditemele, voglio saperlo per amarle

anche io."

Vita e avventure di Riccardo Joanna: romanzo · 第 9 / 18 段