La Sala Dante era piena di gente. Beniamino Cesi era un artista molto

amato nella società romana: in tutta la lunghezza della sala vi erano

cinque file profonde di signore, nell'aria tepida primaverile alitava

quel delicato soffio femminile, odore di stoffe, odore di capigliature,

odore di pelle macerata nei profumi. Con le nari dilatate e frementi,

Riccardo Joanna respirò quell'alito, un'espressione di benessere gli si

dipinse sul volto. Tenendo il cappello in mano, lasciando vedere la

ricciuta testa dalla bianchissima fronte, cercando vagamente con gli

occhi una persona ancora introvabile, Riccardo Joanna si avanzava, senza

far rumore, strisciando fra le sedie, con la cautela del gentiluomo che

non vuol disturbare, con l'aria della persona illustre ma modesta che

non vuole attirare l'attenzione. Qualche testa femminile si volse a

guardare due volte il bel giovane dal viso pensoso e languente, qualche

voce sussurrò: Joanna. Piccolo mormorio dilettoso che si levava sempre

sul passaggio di Riccardo, e che il suo orecchio fino coglieva a volo,

suffragio carezzevole dell'ammirazione, che gli produceva sempre un

trasalimento di vanità. Sul lato sinistro della sala, accanto a due

signore, vi era una sedia vuota, vi sedette, senza far rumore, cercando

con gli occhi Caterina. Era poco lontana da lui, la bruna creatura

mistica, dai grandi occhi neri e torbidi -- un nero opaco di carbone, --

ed il viso pallidissimo, di anima inferma, non ebbe neppure un brivido,

scorgendo Riccardo Joanna solo. Come aveva guardato nella bottega del

pasticciere la contessa Beatrice di Santaninfa, Riccardo guardava

intensamente donna Caterina, mettendo tutta la potenza de' suoi nervi in

quello sguardo. Naturalmente solo la donna aveva il potere di fissare e

di concentrare l'anima vagabonda di Riccardo, solo la donna ne attraeva

tutti i sogni in un sogno solo, solo la donna gli dava l'obblio di ogni

cura. E della donna lo attraeva tutto: bellezza aperta, sfacciatamente

luminosa, assorbente come il sole, o timida purità di bellezza immersa

nella penombra, fantasia mondana che di frivolezze vive e di frivolezze

non sa morire -- o immaginazione sentimentale che cerca l'amore e non

vuol subirlo, avendolo trovato -- o cuore profondo e sconosciuto che si

ammanta di leggerezza, ma palpita di passione -- o grande mistero

indecifrabile di cuore, di sensi, di fantasia, come spesso la donna è. --

Le labbra della bionda contessa impolverate di zucchero chiamavano i

baci dell'amatore pazzo e irriverente; gli occhi cocenti di donna Tecla

Spada davano all'amatore crudele il desiderio di vederli dolcificati

dalle lagrime dell'amore; ma egualmente strano doveva essere il segreto

delle labbra violette e dei neri occhi di carbone di donna Caterina

Spinola. Baciavano quelle labbra smorte che non sapevano ridere? Che

erano, nell'amore, quegli occhi spenti? Riccardo guardava donna

Caterina, profondamente interessato, amandola con tutto l'impeto dei

suoi nervi, come aveva amato la contessa di Santaninfa e donna Tecla

Spada: e desiderando di essere amato da lei, non volendo altro, non

desiderando altro, come aveva desiderato l'amore di donna Beatrice e di

donna Tecla, parendogli che oltre quell'amore niente altro vi fosse.

Nel grande, religioso silenzio degli ascoltatori, Cesi sonava: e sonava

con quel concentramento, con quell'assorbimento delle sue ore di musica

solitaria. Giammai si voltava al pubblico, sonando, e distrattamente,

come se nulla vedessero, i suoi occhi seguivano il volo delle sue mani

sulla tastiera bianca e nera. Un pensiero di Beethoven, pensiero grave,

quasi solenne, si allargava nella nota di una musica eminentemente

semplice: e il pensiero parlava di cose alte e pure, di nobili cose che

nascono dal cuore e al cuore arrivano. Donna Caterina Spinola, sotto la

falda nera del gran cappello piumato alla Rubens, stava a sentire con la

faccia immobile, senza batter palpebra. Non si voltava mai a guardare

Riccardo Joanna, solo un lievissimo rossore le si distendeva di mano in

mano sotto gli occhi, a striature. Non si scosse neppure quando Cesi fu

applaudito alla fine del pezzo. Riccardo, scontento di quella

indifferenza, di quella freddezza, cominciava ad irritarsi, un senso di

collera si mescolava al suo desiderio. Non era dunque lei che gli aveva

mandato il giornale, segnato col lapis rosso? Non era quella una

dichiarazione chiara ed aperta, nel medesimo tempo un appuntamento dato

senza essere stato richiesto? Ed ella non si smoveva, inflessibile, in

quella morte apparente del suo viso; tanto che, profittando del

movimento fra un pezzo e l'altro, egli si tolse donde era seduto, e

scivolando fra la gente, andò a sedere alle spalle di donna Caterina.

"Ebbene?" le disse, duramente, con la prepotenza dell'uomo imperioso.

"Che cosa?" domandò lei, senza voltarsi, senza turbarsi.

"Niente," fece lui, chinando il capo, umiliato, sentendosi salire un

flutto di lagrime agli occhi, un nodo di singhiozzi alla gola.

E un lamentío, un singhiozzo era nell'aria divina di Pergolese: _Tre

giorni son che Nina_, che Cesi sonava al pianoforte. Nina era ammalata,

Nina si moriva d'amore, e la musica piangeva sulla giovinetta morente

con una insistente mestizia, con un abbandono di note musicali che si

trascinavano, tristi, monotone, profonde, appassionate di dolore. Donna

Caterina Spinola, che le amiche chiamavano Santa Cecilia, piegava un po'

il capo, come se poca forza ornai lo reggesse, come se avesse bisogno di

un petto su cui appoggiarsi e piangere.

"Caterina," mormorò la voce tramutata del fanciullo infelice.

E fu così forte l'appello, giunse così direttamente alle fibre profonde

di quel cuore di donna, fu così potente l'evocazione, come quella di

Cristo innanzi alla tomba di Lazzaro, che senza voltarsi, ella disse:

"A San Pietro, dopo il concerto."

Quando Riccardo Joanna scese la scaletta della Sala Dante, trovò il suo

cocchiere che lo aspettava pazientemente con le gambe incrociate,

leggendo un giornaletto del mattino, molto popolare fra i vetturini.

Joanna fu interdetto, un minuto, pensando che non aveva nulla da dare a

questo cocchiere, ma la sua fantasia correva già a San Pietro; pure,

macchinalmente, cavò di tasca un taccuino, ne lacerò una paginetta e ci

scrisse:

"Caro Carlo, non posso _farti_ il concerto Cesi, vengo alle cinque in

ufficio a fare il _giovedì santo a San Pietro_. Ciao. -- Riccardo."

Non osando salire in ufficio, passando innanzi il portone del

_Quasimodo_, lasciò il bigliettino al portinaio, perchè lo portasse su

al direttore del giornale, e fece galoppare il cavalluccio della _botte_

verso San Pietro, vinto da una grande impazienza, cercando domare la

febbre dei suoi polsi. L'atmosfera fresca e la penombra della basilica

lo calmarono subito: tanto che essendovi entrato di corsa,

immediatamente rallentò il passo, placato, felice, come l'uomo che è

accanto alla felicità. Donna Caterina Spinola non si vedeva, la basilica

era quasi vuota, e in fondo ad una cappella laterale, certi preti e

certi diaconi cantavano nasalmente, inascoltati, le antifone della

passione di Gesù. Riccardo andava attorno, senza far rumore, cercando il

cappello piumato di donna Caterina, sapendo di doverlo trovare da un

minuto all'altro. Infatti vide un'ombra nera inginocchiata al cancello

di bronzo della cappella di papa Della Rovere; le si accostò, la lasciò

pregare, non le disse nulla, non la chiamò. Ella sapeva bene che egli

era là, ma reclinato il capo, le mani congiunte, orava fervidamente. Non

si alzò che dopo qualche tempo, s'inchinò, fece un ampio segno di croce

e si pose accanto a Riccardo. Passeggiarono insieme, guardando

distrattamente i monumenti, scambiando qualche parola.

"La chiesa è troppo vasta."

"E fredda," e rabbrividì sotto il suo mantello di velluto nero che

sembrava una coltre funebre.

"Voi pregate però, qui, signora."

"Prego sempre."

"Che gli dite a Dio?"

"Tutto."

"Ditelo anche a me."

"No."

"Perchè?"

"Perchè.... così."

"Che volete da me, allora?"

"Non voglio nulla."

Tacquero, ella già chiusa e diffidente, gelata nel misticismo bizzarro

del suo spirito, indietreggiando spaventata e sospettosa innanzi al

fatto che stava per compiersi: egli scontento ed offeso nel suo amor

proprio di uomo, sentendo il ridicolo di quella posizione, di due che

non si amano e che si pentono di aver voluto cominciare ad amarsi.

Riccardo specialmente, anima ansiosa di amore, ardente ricercatore di

avventure, credendo tutto dovuto al suo ingegno e alla sua bellezza, era

crudelmente mortificato; sotto la calma esteriore, sotto il consueto

pallore del bel viso giovanile, infuriava una grande collera di amor

proprio. Come un fanciullo che tutto vuole e a cui tutto è negato, egli

avrebbe voluto piangere, strillare, battere i piedi in terra, far male a

quella donna, lacerarle il vestito; ma si dominava con un forte sforzo,

cercava di lasciarsi vincere da quel disprezzo del femminile che ogni

tanto trapelava attraverso il suo entusiasmo per la donna.

"Vi piace la _Nina_, signora?" chiese freddamente, come se si trovasse

in un salone e non in quella immensa chiesa fresca e silenziosa, a un

convegno d'amore.

"Mi piace assai," rispose l'altra, fissandogli in viso i suoi occhioni

tetri.

"E perchè vi piace?"

"Perchè intendo il suo dolore."

"Che!" fece lui, con un disprezzo profondo, con un riso fierissimo

d'ironia.

"Addio, signore."

"Addio, signora."

Ella affrettò il passo, senza voltarsi, senza neppure farsi il segno

della croce, uscendo dalla chiesa. Riccardo, non soddisfatto di quello

che le aveva detto, rabbioso contro sè stesso e contro tutte le femmine,

non la seguì neppure, la lasciò allontanare, mandando alla malora le

beghine e la musica e l'amore. Uscì dopo; la vista della sua carrozza

che lo aspettava lo fece trasalire di nuovo, come se una trafittura, per

poco calmata, ricominciasse a trapassargli l'anima.

"Dove andiamo?" chiese il cocchiere.

"Andiamo.... al Corso, va piano, che non c'è premura."

E morsicchiando il suo sigaro avana, al mezzo trotto del cavalluccio,

Riccardo si domandava, ostinatamente, come avrebbe fatto a pagare quel

cocchiere; erano le cinque, forse, doveva dargli tre ore e mezzo, almeno

sette lire, doveva trovare sette lire fra tre minuti, per darle a

quell'odioso cocchiere, che gli pesava sullo stomaco come un incubo. Per

Via Borgo, lungo il Tevere, per Ponte Sant'Angelo, Joanna si guardava

attorno vagamente, con una curiosità disperata, come se dovesse trovare

nelle insegne delle botteghe, nelle vetrine, nelle acque sacre del

fiume, nelle statue brune, le sette lire per pagare il suo cocchiere, il

suo feroce nemico che non lo abbandonava. Oramai l'offesa al suo

orgoglio di uomo che gli aveva fatto subire donna Caterina Spinola si

affievoliva sempre più, dinanzi al cruccio reale, presente, di queste

sette lire mancanti, che egli doveva trovare ad ogni costo: e si

rammentava di donna Caterina, perchè era proprio lei che se lo era

trascinato dietro a San Pietro, aumentando così a ogni minuto il suo

debito verso il cocchiere, facendolo morsicare sempre più profondamente

da quel verme roditore che è la carrozza presa a ora. Nella stretta via

di Tordinona, la sua carrozza si fermò; un _coupé_ ingombrava la via,

fermo innanzi ad una bottega di antiquario. Sulla porta della bottega,

una signora parlava vivamente con un commesso dell'antiquario, un

giovanotto pallido, anemico, coi capelli rossi, gli occhi lattei e le

guance macchiate di lentiggini. Era donna Clelia Savelli, che vedendo

Riccardo, subito gli sorrise, facendogli un amichevole cenno del capo:

egli restò incantato innanzi a quel sorriso, d'un tratto rasserenato,

con una letizia che gli penetrava nel cervello, gli si diffondeva per le

vene. Scese dalla carrozza, raggiunse donna Clelia.

"Eccomi sorpresa," disse ella, ridendo. "È un gran mistero, tutta

un'istoria, ma per carità, non la racconti sul giornale!"

"Io la racconto sicuro."

"No no, la prego, sia discreto."

"Me la paga, questa discrezione?"

"A che prezzo?"

"A discrezione."

"Bene, si vedrà. Sa, si ricorda, che io desiderava da gran tempo una

portantina? Quella portantina tutta dorata, dipinta sulle quattro

pareti, così barocche, così artistiche nel loro barocchismo? Vari amici

mi avevano promesso di trovarmela, una portantina, anche lei doveva far

ricerca, si rammenta? Ebbene, io ho da ieri la mia portantina, foderata

di vecchio velluto rosso, una tinta disfatta che è seducentissima...."

"Come lei...."

"Come me, più di me, anzi! Indovini chi me l'ha data?"

"Io non indovino mai nulla, presso lei."

"Mio marito, glielo dico subito: quel caro e buon marito che attraverso

i suoi affari di banca ha il tempo di pensare alle mie portantine. Che

marito!"

"Eccellente," mormorò Riccardo, come distratto.

"Ha duecento anni la mia portantina, è vecchia assai, una perla di

portantina, credo che l'abbia pagata mille franchi, per la rarità. È,

del resto, bruttina, ma io la desideravo tanto!"

"Si farà condurre in portantina?"

"Ma no: quella non serve a nulla, la terrò in salone, vi metteremo in

penitenza quelli che mancano da troppo tempo da casa nostra."

"Non io vi andrò."

"No; lei è molto fedele. Ritornando al mio discorso, io cerco di rendere

la cortesia a mio marito. Voglio donargli una bella cosa pel suo

scrittoio, che ne dice? un pugnale, un bel pugnale moresco, ricurvo...."

"Il coltello divide, contessa."

"Dividere per regnare," e rise in un modo seducentissimo. "Io tengo al

mio pugnale, ma qui non ve ne sono; ne ha visti, lei, dei pugnali, dei

bei pugnali, in qualche posto?"

"Nel mio cuore, contessa, come si dice nei vecchi romanzi."

"I vecchi romanzi sono più belli dei nuovi articoli: ma dove potrei

trovare il pugnale per mio marito? Da Cagiati?"

"No, non credo."

"Da Janetti, allora?"

"Forse; o dalla Beretta, vi sarà qualche pugnale giapponese con cui

quella brava gente ha l'onesta abitudine di aprirsi il ventre."

"Bene, venga con me, Joanna, _bibelotteremo_ assieme."

"È che dovrei andare al giornale," disse lui, abbozzando un pallido

sorriso.

"Oh! il giornale, a che serve? io l'aspetto dalla Beretta, venga."

E lestamente salì nel _coupé_. Riccardo rimase sulla soglia della

bottega di antiquario, stupefatto, guardando fuggire la carrozza.

"Lo vuole, un bel cofano da nozze?" domandò placidamente a Joanna il

commesso pallido dai capelli rossi.

"No, no."

"Allora una lampada di argento antico?"

"Non mi serve," rispose il giornalista, sempre più imbarazzato.

Ma ancora gli balenava dinnanzi la luce di quegli occhi incantatori,

luce tutta temperata di dolcezza che infondeva una letizia a colui che

la contemplava; e non esitò più, si buttò in carrozza, ordinando al

cocchiere di condurlo in Via Condotti, accordando a sè stesso un'altra

dilazione, tutto preso di donna Clelia. Anzi, di nuovo trasportato nelle

esaltazioni della fantasia, scese precipitosamente davanti al grande

magazzino della Beretta: ma la contessa non v'era ancora, egli restò

interdetto. Erano le cinque e mezzo, il gas era già acceso in quel

negozio che sembra un piccolo appartamento esotico, tutto caldo e

chiuso, in una temperatura orientale.

"Vuole qualche cosa?" domandò, dolcissimamente, la piccola signorina

Beretta, dal pallore di avorio giapponese, dai lunghi pensosi occhi

giapponesi.

"Mi faccia vedere.... delle scatole da thè."

Mentre lui sogguardava la porta, sperando di veder entrare la contessa,

la signorina dalle lunghe mani candide, dalla vocina discreta, veniva

disponendo, innanzi a lui, le scatole di lacca bruna su cui si rileva

qualche bizzarro fiore d'oro, le scatole di legno leggerissimo dove

s'incrosta qualche piccolo animale metallico, madreperlato, una

lumachetta, una mosca, un ragno; le scatole di metallo traforato, dove

la pesante materia è vinta dal magistero di un lavoro che la fa

rassomigliare a una trina.

"Bambou con applicazioni di metallo; _cloisonné_, metallo dalla patina

di porcellana; avorio scolpito," mormorava la signorina vestita di nero,

portando le scatole brune, azzurre, gialle.

La sottile seduzione di quegli oggetti singolari cominciava ad invadere

il cervello di Joanna, prestandosi alle morbose raffinatezze sensuali

dei suoi gusti. Quella bizzarria poetica di forme, quella morbida

attrazione misteriosa che sta nelle cose dell'estremo Oriente, quella

visione di colori e di linee piene di un senso strano andavano sino al

cuore ammalato di poesia del giovane giornalista. Nulla egli poteva

comperare, ma qualunque oggetto gli presentasse la signorina, egli non

sembrava mai contento: quando ella gli proponeva di prendere qualche

altro genere, egli annuiva col capo, un po' stupefatto da

quell'ambiente. Ella alzava le mani verso una scansia alta, si chinava

ad aprire una cassetta, piccolina, taciturna, come una brava fata

silenziosa e sorridente.

"Buona sera, Joanna," disse una molle voce.

Donna Clelia Savelli era entrata senza che egli la vedesse, tutta

ridente negli occhi e nelle labbra. Ella emise un sospiro di

soddisfazione, si guardò attorno, si sedette, s'installò, sbottonò il

mantello di velluto, e tutt'assorta nella contemplazione di una bella,

elegante, slanciata gru di bronzo, chiese alla signorina:

"Mi fate vedere qualche arme?"

La signorina si dette di nuovo a ronzare per quel salotto esotico, senza

far più romore di una mosca, e portò a donna Clelia tre o quattro

sciabolotti ricurvi, dalla lama d'acciaio, dal manico altissimo, dalla

guaina di legno. La signora, tutta serena, con una bell'armonia di

movimenti, con la sua tranquillità di persona felice, considerava

lungamente le impugnature di avorio, le lame filettate e passava l'arme,

in silenzio, a Joanna, e passandogliela, non parlava, solo il suo

benefico sorriso le fioriva sulle labbra. Riccardo ritto accanto a lei,

seguendo il moto ondeggiante di quel cappellino nero scintillante di

perle che si curvava sulle armi o si arrovesciava indietro per

contemplare la poesia colorita di un paravento, deliziandosi nella soave

linea di quel corpo femminile così placidamente bello nel riposo, così

vivo nel movimento, Riccardo prendeva la sciabola e l'osservava collo

sguardo acuto e pregno di ammirazione dell'artista -- ogni tanto lui e

donna Clelia Savelli si guardavano, come per dirsi che nulla valeva

ancora la pena della loro scelta. Alla fine un pugnaletto muliebre, dal

manico di avorio scolpito, piccolo, sottile, fermò il gusto di donna

Clelia, e lo guardava tutta lusingata, ne provava la punta acuta sul

dito.

"Sono venute le stoffe?" chiese, con la strascicante e morbida voce.

E a Joanna:

"Che ha comperato?"

"Nulla, guardavo le scatole da thè."

"Chi glielo fa, il thè, a casa?"

"Nessuno; sono solo."

"E l'ha trovata la scatola?"

"Io non trovo mai quel che cerco, contessa."

Insieme si misero a guardare di nuovo le scatole, un po' curvi ambedue,

dando in qualche esclamazione di meraviglia. Il calore del salotto

chiuso, tutto foderato di tende e di tappeti, tutto pieno di mobili,

faceva salire una fiamma rosea sulle guance di donna Clelia: curvandosi

accanto a lei, Riccardo sentiva come un profumo voluttuoso e caldo, che

forse veniva da lei, forse si combinava con quello dei legni odorosi e

teneri dei mobili. Intanto la signorina tornava con le braccia cariche

di un mucchio di stoffe e le depose su una sedia, cominciando a

spiegarne una innanzi agli occhi di donna Clelia e di Riccardo. Era una

lieve garza colore di latte, color di cielo biancastro, appena appena

ricamata di roseo, di verdino, d'oro.

"È un vestito di estate, da signora giapponese," mormorava la signorina,

piegando delicatamente la garza.

"Perchè non si veste così, contessa? Io le farei una poesia in

giapponese."

"Vorrebbe chiamarsi Tien-Tsin?"

"Perchè no?"

La seconda era una stoffa nera, di un nero profondo e tetro, ricamato di

rosso e di giallo, a grandi fiori clamorosi. Poi la signorina ne spiegò

un'altra, di un grigio ferro, tutta cosparsa di fiori rosei e di cicogne

bianche.

"È un sogno," mormorò donna Clelia.

"Sì, un sogno," ripetè Riccardo.

La esposizione continuava; sotto le mani bianche della signorina, le

stoffe aperte e ripiegate sfrusciavano come vestiti serici femminili,

che si affrettino al convegno amoroso; e le tinte che i paesi di Levante

amano, le tinte che i grossolani europei non hanno ancora nella loro

tavolozza, lusingavano teneramente e ardentemente gli occhi dei due

spettatori: il bianco d'argento simile al ventre lucido di certi pesci,

il viola che sfuma nel roseo, la vampa fra rossa e gialla, il verde

intenso dove l'azzurro si è liquefatto, e infine il roseo giapponese, il

roseo del salmone, il roseo che pare carne o che pare corallo, il roseo

così vivo e così languente che pare tutta la vibrazione d'un amore -- e

dappertutto sulle tinte smorte come su quelle accese, sugli azzurri di

cielo, sui biancori di latte, sulle tetraggini rosse, la grande nota

calda, la grande nota ricca, la nota del lusso e del piacere, -- l'oro --

il fantastico fiore di oro, di una flora impossibile, il bizzarro

animale d'oro, dragone o liocorno d'una impossibile fauna. Donna Clelia,

creatura esteriore, ma fine, sorrideva di piacere innanzi a quella

galleria, sempre variabile, innanzi a quei quadri apparenti e sparenti,

e tendeva un po' le mani, curiosa, eccitata, desiderosa di portarsi via

tutta quella ricchezza artistica, per adornarne i suoi salotti. Ma

Riccardo, dai nervi squisiti, dalla vita tutta falsa o falsificata, dai

sensi vibranti, godeva profondamente, aspirando il godimento da tutti i

pori. La temperatura calda del salotto lo circondava come di una tepida

carezza soffiante sul volto e sulle mani, e la luce chiara si arrestava,

dolce sui legni, sugli avori, sui bronzi, scintillante sulle porcellane,

sulla madreperla; un alito profumato vibrava nell'aria, profumo di

donna, profumo orientale; niun rumore; accanto a lui, donna Clelia,

bella, sorridente, lievemente esaltata, lievemente accesa dal riflesso

de' colori; e innanzi a lui la piccola fata muta e miracolosa, che

dispiegava tutti i tesori dell'estremo Oriente. Un pallore più intenso

si allargava nel bel volto del sognatore: e al sognatore sembrava di

essere un possente signore, dei paesi del sole, un possente signore

carico di ricchezze, nonchè di amore, che tenendosi accanto la

bellissima sua donna, in una stanza del gineceo, tutta odorosa di legni,

tutta odorosa di acque fragranti, lasciasse errare i suoi occhi stanchi

e soddisfatti sopra le stoffe meravigliose, che le schiave ricamano per

deliziare l'occhio del loro signore. La visione penetrava in lui per

tutti i sensi lusingati e si facea una realtà.

"Addio, Joanna," disse la molle voce, e una mano strinse la sua

dolcemente.

Era solo, sul marciapiede, nella via bruna, dove il freddo della prima

ora notturna lo faceva rabbrividire, la carrozza della contessa fuggiva

verso la Trinità dei Monti, dietro di lui la porta a cristalli della

Beretta s'era chiusa. Finito il sogno esotico, caldo ed odoroso, un

fiato umido e acre lo feriva, nell'ombra, nella solitudine.

"Dove comanda?" domandò il cocchiere suo, paziente.

A Riccardo parve più oscura la notte, più triviale la luce dei fanali,

più umido il marciapiede; gli parve di essere così solo, così infelice,

così infinitamente infelice, di fronte a quell'uomo che gli chiedeva

dove andava, che uno smarrimento lo inchiodò sul marciapiede. Dove

andava? Non sapeva che dirgli, si guardava intorno, come trasognato.

"Dove comanda?" chiese di nuovo il cocchiere.

Gli doveva dare dieci lire, forse, a quest'uomo che si era trascinato

dietro, da tante ore, chissà da quante ore, consumando in sua compagnia

il tempo, il tempo che è denaro.

"Va' a Piazza Colonna," gli disse.

Percorse quel breve tratto, torvo, concentrato nella sua volontà di far

quattrini, per pagare quel cocchiere: era deciso a prendere d'assalto

Gargiulo; d'altronde, in ufficio, avrebbe scritto un articolo sul

Giappone, il suo vasto sogno esotico.

"Quanto devi avere?" chiese al cocchiere.

"Sei ore: dodici e cinquanta."

"Bene, ora te le mando giù."

E corse per la scala, col capo chino, come un soldato che marcia

all'assalto di una fortezza; diede un urtone al direttore che scendeva.

"Sei un bel tipo, Joanna," disse costui, riabbottonandosi i polsini,

finendo la sua acconciatura, mentre scendeva; "non mi fai l'articolo

sulla Pignatelli, non lo fai sul concerto Cesi, non lo fai su San

Pietro, perchè prometti?"

"Vado a farti un articolo sul Giappone."

"È tardi, il giornale va in macchina."

"Lo farò stasera, per l'edizione di Roma."

"Sì. Ci conto."

Se ne andò quietamente, con la sua aria di manovale indifferente,

d'impiegato freddo e puntuale.

"Gargiulo; cinquanta lire?" chiese, entrando dall'amministratore,

Riccardo, e la sua voce pareva un grido di dolore.

"Non le ho," fece costui, togliendosi la sigaretta.

"Cerca bene, te ne prego; fammi questo favore."

"Sai che conto di anticipazioni è il tuo?"

"Gargiulo, non mi fare la predica, ho da pagare dodici lire di

carrozza."

"Perchè vai dietro le donne?"

"Sono le donne che mi vengono dietro," fece l'altro, con un moto di

fatuità.

Gargiulo, aprì il cassetto, frugò, rovesciò una scodella di soldoni,

lentamente, fumando sempre, facendo fremere d'impazienza Riccardo,

contento di tenere nelle sue mani scarne di amministratore quel bel

poeta fortunato, la cui voce tremava di dolore come se gli cercasse

l'elemosina.

"Eccone venticinque...."

"Non basta, non basta, cerca bene."

"Ventisette, trenta.... trenta dovrebbero bastarti, devi darne solo

dodici al cocchiere...."

"E pranzare? fa' un miracolo, Gargiulo, pesca almeno quaranta lire, te

ne prego...."

"Impossibile, contentati di trentacinque lire, te le do del mio."

"Sia," fece l'altro con un sospiro doloroso.

"Ma mi devi fare un sonetto, un bel sonetto per nozze, da stamparsi sul

raso."

"Te lo farò: addio!"

"Domani, domani...."

Scappò via, scese nella strada, per pagare il cocchiere.

"Sarebbero tredici lire, sor padrone, è finito un altro quarto d'ora."

Vita e avventure di Riccardo Joanna: romanzo · 第 8 / 18 段