-- Proprio al marito, proprio a lui, -- mormorava Riccardo, a cui quel

biglietto rosso scottava le dita. Distratto aprì la seconda lettera: era

un vecchio abbonato di Mondovì Breo che rimproverava a Riccardo Joanna

le idee audaci espresse nell'ultimo articolo sul divorzio; ma gliele

rimproverava con un ossequio profondo, dandogli dell'illustre

pubblicista. Invece uno studente, da Trieste, gli scriveva una cartolina

piena d'entusiasmi e piena di punti ammirativi, a proposito

dell'articolo sul divorzio: una maestra elementare da Colle Val d'Elsa,

piena di una melanconica e sentimentale ammirazione, gli mandava una

novellina, _Fior di mughetto_, sperando che egli la leggesse, e cercasse

di farla pubblicare nello spiritoso _Quasimodo_; un suo amico di Napoli

gli scriveva una cartolina domandandogli se era possibile trovar lavoro

letterario e giornalistico in Roma. Già rasserenato a quel mite soffio

di adulazione, Riccardo sorrideva: malgrado il continuo incensamento che

da due anni gli facevano il pubblico e la critica ed i colleghi

giornalisti, egli non era ancora disgustato dall'adulazione, era ancora

quella una carezza soave che gli calmava i nervi. Con un puerile moto di

vanità lasciò lettere e cartoline sulla scrivania, perchè i redattori

del _Quasimodo_ potessero leggerle, e schiuse un giornale della sera

innanzi, mandato al suo indirizzo: non intendeva bene perchè glielo

avessero mandato. E guardandolo con l'occhio giornalistico, scorse

subito un segno rosso accanto ad un annunzio del concerto di Beniamino

Cesi, per le due, alla Sala Dante: e trasalì di piacere. Doveva esser

lei, proprio lei, la taciturna pensosa signora Caterina, dal volto di

perla, dalle labbra sottili d'un tono di rosa morta, che non sapeva

sorridere, che non voleva amare, ma che chinava il volto quando dal

pianoforte toccato da mano appassionata uscivano i singhiozzi che

scoppiano, lugubri, solitari nel _Clair de lune_, di Beethoven; nulla

diceva Caterina, che tutti chiamavano santa Cecilia, ma dentro doveva

tremarle l'anima per una emozione suprema. Macchinalmente, smorto

innanzi a quel favore femminile, Riccardo si mise in tasca il giornale e

nel giovane cuore, tutto pieno di fantasmi femminili, s'innalzò,

sottile, potente, il fantasma tutto vibrante d'armonia di Caterina.

"È venuto il Pierangeli," disse Gregorio, entrando.

"Ah! e che vuole?"

"È venuto per quel conto di fiori."

Riccardo fece un gesto di fastidio. Ora, dopo aver spazzato la stanza,

Gregorio spolverava i mobili: ma non aveva piumacciolone nè

strofinaccio. Tutto torvo, colle sopracciglia aggrottate, soffiava sul

piano delle scrivanie e degli scaffali: la polvere si levava da un posto

per posarsi altrove; ma Gregorio si riposava ogni tanto, come stanco per

tutto quel fiato buttato. La stanza, male illuminata, conservava il suo

aspetto impolverato e triste: Riccardo stava ritto, come indeciso,

pensando a chi chiedere mille lire per pagare la cambiale l'indomani.

Poi, seccato da quelle nuvolettine di polvere che Gregorio andava

sollevando, voltò sulle calcagna e andò nella stanzetta

dell'amministratore. Ivi Gaetanino Gargiulo, l'amministratore, un

giovanotto bruno e smilzo, silenzioso ed ardente fumatore di sigarette,

teneva aperto il registro degli abbonamenti innanzi a sè e contemplava

il soffitto. Stava dalla mattina alla sera inchiodato su quel seggiolone

di pelle, come se non potesse staccarsene, fumando sempre, con le unghie

ingiallite dalle sigarette, gli occhi un po' inebetiti di colui che fuma

troppo, lasciandosi andare a quella vita di contemplazione che i

meridionali amano per contrasto.

"Crescono gli abbonati eh?" domandò Riccardo.

"Sì."

"Allora dammi cento lire."

"Non posso."

"Come non puoi?"

"Ho pagato or ora una cambiale di duemila lire."

"Anche ieri avevi pagato una cambiale di duemila lire."

"Anche ieri ti sei preso cento lire," ribattè Gargiulo, quietamente.

"Via, hai ragione sempre tu: ma dammi queste cento lire."

"Non posso, non le ho."

"Non è possibile."

"Non le ho, posso darti delle sigarette, se le vuoi."

"Cinquanta lire?"

"Neppure dieci."

"Eh va al diavolo!" gridò Joanna, con la sua voce lamentosa e rabbiosa

di fanciullo viziato.

Gargiulo lo guardò coi suoi occhi chiari e inespressivi, ma non rispose.

Egli nascondeva, sotto l'apparenza di persona istupidita dal fumo, la

naturale e necessaria durezza della sua anima amministrativa. In fondo

egli invidiava silenziosamente quei giovani redattori del _Quasimodo_

che raccoglievano i minuti suffragi della stampa: biglietti ai teatri,

sorrisi delle attrici, viaggi gratuiti per le inaugurazioni delle

ferrovie; e prima di dar loro quattrini, quando li vedeva innanzi a sè,

stretti da un fittizio o imperioso bisogno, egli si dava il piacere

d'assaporare la sua potenza. Riccardo era già quasi uscito, quando

Gregorio lo richiamò e gli disse:

"Ha letto quello che ha scritto sulla lavagna il direttore?"

Riccardo, senza rispondere, andò difilato nello stanzino che

pomposamente si chiamava salotto di ricevimento: stanzino adorno di due

divani di tela russa, tutt'unti sulle spalliere e sui bracciuoli per le

teste che vi si erano appoggiate, adorno di un falso caminetto in tela

russa con un galloncino azzurro stinto, adorno di uno specchio coperto

da un velo verde. Ivi all'odore di stantío della polvere si univa il

puzzo dei sigari che vi erano stati fumati, e qua e là, su qualche

mensoletta, sul falso caminetto, sul pianoforte vi erano dei mucchietti

di cenere fredda, nauseante. Sopra una lavagna sospesa al muro, il

direttore, capitato alle dieci in redazione, aveva scritto delle domande

ai suoi redattori, che aveano risposto così:

-- "Lamberti, lo fai un articolo sull'Afganistan?"

-- "No, ci ho la moglie in parto: Lamberti."

-- "Scano, fammi il capocronaca sul muratore sfracellato: va

all'ospedale."

-- "Sì: ma fammi pagare la carrozza da Gargiulo: Scano."

La domanda: "Franceschetti, te la senti di tradurmi l'articolo del

_Fremdenblatt_, sbagliando solo una ventina di parole?" non aveva

risposta. Franceschetti non era ancora venuto in ufficio. Per Riccardo

vi era questo:

-- "Joanna, se le tue signore ti lasciano il tempo, fammi un articolo

sulla principessa Pignatelli." E Riccardo, preso il bastoncello di

gesso, scrisse, superbamente:

-- "Non ho nulla da dire alla gente sulla principessa Pignatelli: farò un

articolo sul concerto Cesi, alle tre."

Per le scale Riccardo Joanna incontrò Carlo Mosca, un redattore, quello

che faceva i resoconti giudiziari, un fiero consumatore di aggettivi

sanguinolenti.

"Vai già a lavorare?"

"No, cerco Gargiulo," disse l'altro, alzando la faccia preoccupata.

"È inutile," disse Riccardo, con un gesto di sfiducia.

"Perchè inutile?" e la voce era piena di desolazione.

"Non ha un soldo."

"Proprio niente?"

"Come ti dico."

E restarono fermi sul pianerottolo, ambedue oppressi, guardando per la

finestra, senza vederlo, il cortiletto semibuio, dove pendevano dai

balconcini tanti cenci di vario colore, il piccolo bucato familiare

delle serve vicine.

"Tenterò," fece Mosca, con un gesto disperato.

Riccardo fece sentire un risolino d'ironia e discese via: nell'androne,

incontrando il postino delle raccomandate, preso da una curiosità

bizzarra, gli domandò:

"Nulla per Joanna?"

"Nulla," rispose l'altro, senza voltarsi, con la sua voce cantante.

A Riccardo era venuto in mente che qualcuno potesse mandargli del

denaro, così, per una combinazione, una eredità, un dono di un

ammiratore ricco, un amico che glielo confidasse per negoziarlo; la vita

è un romanzo, un lungo romanzo inverosimile, pieno di donne amate e di

cambiali pagate miracolosamente. Come lo avrebbe salvato un caso simile!

Non poter pagare, al banco Savelli, al marito di donna Clelia, era una

cosa per lui insopportabile, faceva scattare i suoi nervi. Ritto, sul

marciapiedi del Corso, si lasciava passare la folla intorno, senza

vederla. Alzando il capo intravide, dentro un _coupé_, donna Beatrice di

Santaninfa; la carrozza andava lenta lenta, egli da Piazza Colonna la

vide fermarsi innanzi al pasticciere Ronzi e Singer. Irresistibilmente

attratto da quella seducente, provocante testa bionda, egli entrò dal

pasticciere a prendere il _wermouth_. Vestita di nero; alta, flessibile,

donna Beatrice, la bionda, dagli occhi verdi e dall'enigmatico sorriso,

sceglieva le pastine, i biscotti, i _puddings_ pel suo _thè_, e ne

faceva fare dei pacchetti; con le mani sottili calzate di lunghi guanti

di camoscio, prendeva i pasticcini ancora caldi e li mangiava

gentilmente, lungamente, con una irritante espressione di voluttà sulla

faccia. Riccardo Joanna, col bicchiere del _wermouth_ in mano, senza

bere, non distoglieva gli occhi di dosso a lei, la guardava con così

fervida espressione di ammirazione, eravi nel suo sguardo tanto calore

di vita, che la contessa arrossiva come se stesse accanto al fuoco e si

muoveva nell'ambiente di quello sguardo come la salamandra fra le

fiamme. Ella conosceva Joanna benissimo, sebbene nessuno glielo avesse

mai presentato; sapeva bene che egli era l'articolista prediletto delle

signore per quella miscela di languore e di audacia che era nella sua

prosa; sapeva bene che egli era il cronista dell'eleganza femminile, il

deificatore della bellezza muliebre. Ella, dunque, posava per lui:

socchiudeva gli occhi di smeraldo puro, trasparente, rosicchiava le

pastine, sorridendo; sulle labbra grosse e rosse vi era un orlo di

zucchero finissimo, provocante; stendeva la mano regale, con un gesto

vago, per indicare certi biscotti bruni; piegava un po' il corpo; beveva

lentamente, con una linea di braccio alzata, da statua, con gli occhi

spalancati, come dilatati nella loro verdezza, con le sopracciglia

spianate, il bicchiere colmo di _Porto_. Riccardo era incantato; nella

bottega tutta bianca di marmi entrava un raggio del sole meridiano

primaverile; i camerieri andavano, venivano, premurosi, dai tavolinetti

al banco, portando i piatti dei pasticcini ed i bicchieri di Malaga, di

Marsala, di Xeres; nell'aria stava un odore di cose dolci, zucchero,

crema, vainiglia, cioccolatte; nella fontanella del banco l'acqua

scorreva, cantando; ogni tanto si udiva il fruscío dell'acqua di _seltz_

che schiumava dal sifone nel bicchiere, -- e Riccardo si lasciava andare,

dolcissimamente, alla seduzione di questo ambiente che lusingava i

sensi. La contessa di Santaninfa lo incantava, in quel sole caldo e

mite, fra quegli odori di cose dolci, fra quei riflessi rosei di vini e

di sciroppi; quella eleganza sapiente di acconciatura, la ricchezza

della stoffa, l'armonia della tinta e della linea, quella bellezza

bizzarra e provocante e sicura e altera, quella trionfante civetteria

femminile, che più audacemente si manifesta e più attrae, realizzavano i

suoi sogni di poeta adoratore della donna. Egli si abbandonava ad un

languore estatico, una specie di molle beatitudine, dove la bionda

contessa dagli occhi verdi di pietra preziosa gettava un'acredine di

fantasia insoddisfatta. Ella uscì, scomparve qual dea. E Riccardo ebbe

come un senso di freddo, come se fosse entrato in una vasta, glaciale,

solitudine. E in quel freddo, in quel senso amaro di solitudine, il suo

segreto tormento finanziario si risvegliò, gli dette una stretta al

cuore, lo fece trasalire come la donna che sente nel seno il morso dello

scirro. L'idea di far colazione solo, con quella sottile e cocente

tortura interiore, gli era insopportabile; passeggiò lentamente pel

Corso, cercando qualcuno che volesse mangiare con lui. Invero non aveva

denaro, nè per sè nè pel suo futuro invitato, ma al _Caffè del

Parlamento_ gli facevano credito, anche per quindici giorni. Trovò

Scano, il cronista, un giovanotto che scriveva delle cronache comiche,

zeppe di bisticci, di meditate, profonde cretinerie, e che nella vita

era di un contegno lugubre, schivava la gente, non andava nei caffè per

economia o per amore di melanconia; ogni volta che lo invitavano a

pranzo o a colazione, Scano rifiutava, aveva già fatta colazione, si

schermiva con una resistenza, una durezza di persona timida e fiera che

non vuole essere compatita.

"Fa' colazione con me," gli disse Joanna, "mi fai un favore."

"Ho già fatto, non posso."

"Non ti credo, sei un orso."

L'altro arrossì, ma non disse nulla. Riccardo continuò a pregarlo con

quella sua voce spezzata dalla stanchezza, guardandolo con quei suoi

occhi pieni di una tristezza inguaribile, tanto che Scano si commosse e

disse che gli avrebbe almeno tenuto compagnia per non sembrare un orso.

Riccardo conservava nella faccia quell'ombra di sfinimento che molti

prendevano per una posa, e mentre il cameriere del _Caffè del

Parlamento_ gli veniva spifferando la lista delle vivande, egli scoteva

il capo, dicendo no, sempre:

"_Bove brasato_, _arrostino annegato_, _ossobuco_, _costola di manzo,_"

incominciava il cameriere.

"Si prende un _buco_ e ci si mette attorno un _osso_," mormorò

tetramente Scano, pensando a mettere questa scioccheria nella cronaca

dell'indomani.

"Non hai nulla, nulla di diverso?" chiese Joanna al cameriere.

Il cameriere fece un cenno di desolazione, come se mai vi potesse essere

nulla di nuovo nella sua trattoria e in tutte le trattorie. E nella

memoria dello stomaco di Joanna era così lunga la fila dei _buoi

brasati_, degli _ossobuchi_, degli _arrostini annegati_, delle _costole

di manzo_, che nulla poteva più farlo trasalire di desiderio, lo stomaco

giaceva in una atonia donde non valse a trarlo neppure la magnifica

offerta di una trota.

"Dammi delle ostriche e del caviale," disse Joanna, alla fine.

"Se egli ti avesse dato del bue, tu potevi dargli dell'asino," mormorò

Scano, con quella mite intonazione di malinconia che gli serviva a

ripetere le sue vecchie freddure.

"O Scano, tu mi contristi, amico mio."

"O Riccardo, più felice di te, in Roma non vi è che l'acqua di tal nome.

Noi t'invidiamo tutti; noi abbiamo trovato così un mezzo di nutrirci

economicamente, poichè si dice: _L'invidia, figliuol mio, sè stessa

macera._"

"Non puoi tu parlare semplicemente, come parlano tutti gli altri di

questa terra?" gridò Riccardo, esasperato. "Devi per forza irresistibile

fare la freddura? Ti sei abbrutito?"

"Credo," rispose Scano, sorridendo pallidamente.

Non voleva mangiare nè le ostriche, nè il caviale. Riccardo dovette

obbligarlo; Scano si difendeva con fiacchezza, sostenendo sempre che

aveva già fatta colazione, timido dinanzi alle cortesie, temendo sempre

che gliele facessero per un senso di pietà; ed esagerando come tutte le

persone ingenue, disse male delle ostriche, sostenne che il caviale non

valeva le uova di tonno.

"Perchè m'invidiate?" chiese Riccardo.

"La tua prosa _va_: tutti la vogliono. Tu prendi cinquanta lire ad

articolo, ne puoi fare uno al giorno, perchè non ne fai due al giorno?"

"Per questo," rispose Riccardo, brevemente.

"Fossi in te, li farei."

"Fossi tu in me, non li faresti," ribattè Riccardo, sempre più scuro

nella faccia.

"Perchè?"

"Perchè non si può."

Tacquero. Scano non voleva dividere con Joanna i crostini in salsa di

alici, un cibo piccante da stomachi guasti; ma il caviale, le ostriche e

il Capri bianco lo avevano eccitato, la sua resistenza fu di pura forma.

Joanna era sempre buono per lui, Scano lo ammirava ingenuamente, si

lasciava andare a qualche confidenza con lui.

"Vedi, Riccardo, tante volte le penso anch'io quelle cose che tu scrivi,

così bene, con tanta efficacia; perchè non le scrivo mai? Non so. Hai

ragione, ho il cervello guasto; quello del cronista è un morbo cronico.

_Il fatto di sangue_ ci entra nel medesimo e la _data_ di cronaca

diventa quella di tutta la nostra vita."

Riccardo sorrideva; quelle volgari freddure non lo irritavano più. Era

quello il nuovo vocabolario giornalistico, con cui si parlava e si

scriveva, e lo sentiva da due anni; ci si ribellava ogni tanto, nei

momenti di maggior nervosità, ma in fondo quel frasario bizzarro e

convenzionale, quello spezzamento metodico e cervellotico delle parole,

quel doppio significato cavato fuori a forza, stillato dopo intiere

mezz'ore di riflessioni mute, per cui i fredduristi hanno sempre l'aria

di filosofi profondi o di uomini perfettamente infelici, per cui la loro

compagnia è funebre, quel vocabolario falso, così lontano dalle verità

quotidiane della vita, lo cullava. Quello, infine, era uno dei vari

gerghi giornalistici, il più alla moda fra il pubblico grosso, come il

gergo poetico e aggettivante di Riccardo era alla moda fra i letterati e

le signore.

"Io, alla fine," proseguì Scano, "non ho che un solo desiderio: non

vorrei essere il re di tal nome, che andò a finir male, secondo dicono

gli storici, sebbene la storia l'abbiano inventata gli storici per poi

poterla scrivere...."

"E che vorresti?"

"Vorrei avere mille lire, tutte insieme...."

"Oh!" fece dolorosamente Riccardo.

"Se qualcuno me le prestasse, io gliele restituirei. Sicuro, a venti

franchi al mese, togliendole dai duecento che guadagno."

"Ci vorrebbero cinque o sei anni."

"Giusto quattro anni e due mesi. Credi tu che qualcuno me le presterà

mai?"

"Io non lo credo, Scano mio."

Tacquero di nuovo, pensosi. Mentre prendeva il caffè, Scano scriveva

delle cifre con la matita sul piano di marmo del tavolino.

"Che fai?" chiese Riccardo.

"Calcolo.... calcolo che potrei pagare anche venticinque lire al mese,

stringendomi un poco. Ma i calcoli.... i calcoli, come sai, sono una

malattia...."

Riccardo non pagò, non volle vedere neppure il conto: anzi prese dal

cameriere anche venti sigari di avana, _regalias_, e una scatola di

sigarette russe. Scano non volle accettare che un sigaro e quattro

sigarette; per schermirsi egli disse che i sigari _napoletani_ erano

superiori a tutti gli altri, e che lui li preferiva.

Sulla soglia del caffè Riccardo fu preso dalla incertezza; era l'una e

mezzo, doveva andare alla Lotteria di beneficenza, in Via Nazionale,

dove avrebbe trovato donna Tecla Spada, la mordente marchesa, dal naso

sottile, dal mento acuto e dagli occhi neri e pizzicanti come il pepe.

Ogni volta che si trovavano lui e la marchesa, che portava sempre un

nastro rosso infantile negli arruffati capelli neri, vi era un lungo ed

acuto combattimento di parole, di frizzi, di paradossi. Ella posava per

la donna di spirito e talvolta era spiritosa; ma la sua reputazione la

rovinava, ella voleva far dello spirito a qualunque costo, spesso

diventava insolente, la sua voce strideva come metallo limato. Riccardo

usciva da quella conversazione nervosa, eccitante, con una irritazione

che aveva il suo lato piacevole. Ora nel momento della digestione, con

la fantasia risvegliata dal Capri, gli veniva una grande voglia di

combattere una battaglia di sillogismi bislacchi con la simpatica

marchesa dalla bruttezza attraente. Ma alle due cominciava il concerto

Cesi e Via Nazionale era così lontana! Forse, prendendo una carrozza....

trattenendosi soltanto per mezz'ora.... ma come l'avrebbe pagata questa

carrozza? Basta, un santo avrebbe provveduto. Scano e Joanna si

divisero; ognuno salì in carrozza, innanzi al caffè; Scano vi andava coi

quattrini della cronaca, Joanna senza quattrini affatto; i pedoni oziosi

invidiavano, sospirando, i due giornalisti.

"Corsa di _consolazione_," esclamò Scano, che andava all'ospedale

omonimo.

Sulla porta del palazzo dell'Esposizione Riccardo lasciò la carrozza,

dicendo al cocchiere di aspettare; tanto lo prendeva a ora, avrebbe

pagato _più tardi_, anche in quel momento _la dilazione_, la speranza

dei disperati, lo lusingava. La lotteria era nel salone terreno, in

fondo: attorno alla tavola vi era pochissima gente, le signore

sbadigliavano, annoiate, dando ogni tanto un colpetto al manubrio delle

urne, dove rotolavano i cartoccetti sottili dei numeri, mentre nel

fondo, sopra una piattaforma, vi era l'esposizione degli oggetti, una

farragine di tutte cose meschine. La marchesa Spada aveva il suo

tavolino presso la porta, chiamò subito Riccardo.

"Joanna, Joanna, venga qui, si prenda un migliaio di numeri."

Egli rimase interdetto, non aveva pensato a questo. Pure si accostò:

"È fatta l'elemosina," disse, cercando di scherzare.

"Io sono una poverella privilegiata, mi hanno rilasciato brevetto, _s.

g. d. g._, come nelle scatolette dei fiammiferi. Prenda dei numeri,

Joanna, può guadagnare l'anello del Kedive."

"Ma che! L'anello del Kedive non è nei numeri, o è falso, o non è mai

esistito anello di Kedive: questo è un covo di vagabonde, oziose,

mendicanti e truffatrici," e rideva rideva nervosamente, volendo

nascondere con l'audacia il suo imbarazzo. "Perchè non va al concerto

Cesi, invece di seccarsi qui?"

"Perchè non ho bisogno di un accompagnamento di Mendelssohn per

_flirtare_, io!"

"Preferisce Cimarosa?"

"Non _flirto_ io."

"Sì? e allora che son venuto a fare, io, qui?"

"Un corso d'impertinenza, a quel che pare."

"Grazie della lezione," fece Riccardo inchinandosi. Ella rise: era ben

seducente, ridendo, per Joanna, la marchesa Tecla Spada. Le labbra

sottili si distendevano su certi dentini minuti minuti, e i piccoli

occhi neri brillavano, mordevano, bruciavano.

"Io me ne vado a sentire Beethoven, marchesa; egli è più onesto di lei,

che non _flirta_, che tende dei tranelli ai suoi amici, con le lotterie.

Ci va, almeno, a Villa Borghese oggi?"

"Ci vado: porterò meco cento numeri per lei, Joanna."

"Inoltrerò querela al procuratore del Re, per rapina. E all'Apollo ci

viene, questa sera?"

"Joanna, lei ha l'aria di volermi sedurre, come una inesperta

fanciulletta."

"Questa è infatti la mia intenzione, marchesa," soggiunse Joanna,

gravemente.

"Stia attento alla sua riputazione, allora: ella si compromette

orribilmente con me."

"Oh!" fece lui, come desolato, "non ho più nulla da perdere."

E girando sulle calcagna, andò via subito senza voltarsi indietro,

temendo d'essere richiamato; si buttò con un sospiro di sollievo dentro

la sua carrozza, guarito della orribile angoscia di quei minuti,

disfatto dallo sforzo, ma tranquillo. Pensava fra sè: -- Avrà capito la

marchesa che non avevo un soldo in tasca? -- Questo dubbio lo crucciava,

gli faceva venire i sudori freddi come nel salone dell'Esposizione, lo

faceva tremare di collera e di vergogna, di nuovo, soffrendo nel suo

esacerbato, sconfinato amor proprio, che infuriava a qualunque contatto.

Era vergognoso di quella sua povertà, nascosta con tutta la cura, ma che

ogni tanto trapelava: era arso da desiderii sempre più forti e più

larghi, disprezzava quel migliaio di lire che guadagnava al mese,

sfacchinando, buttando via il meglio di quello che pensava e sentiva,

sfruttando il suo successo, imponendosi con quella sua ardente voglia di

guadagnar quattrini. Mille lire! che erano mille lire, consumate a

cinquanta lire alla volta, in un giorno talvolta? Erano così feroci i

suoi desiderii, e così poche quelle mille lire, in un lungo mese di

tanti giorni! Era così duro, così pesante fare un articolo, e cinquanta

lire duravano tanto poco! Ma un pensiero sprezzante lo calmò, ad un

tratto:

-- Queste femmine crudeli non sanno nulla della vita: la marchesa non

avrà capito niente. --

Vita e avventure di Riccardo Joanna: romanzo · 第 7 / 18 段