"Hai ragione," mormorò l'altro, umiliato. "Non importa, vengo con te,
comprerò il biglietto, cercherò di avere un posto vicino al tuo."
Ma non lo ebbe, dovette contentarsi di un posto di platea, mentre
Riccardo aveva una poltrona: si diedero appuntamento per dopo. Brandi
accompagnava sempre Riccardo a casa. Confitto nella sua poltrona,
Riccardo ascoltava attentamente la produzione; e mentre alle sue spalle
e dietro a lui molti applaudivano, egli non dava segno di approvazione o
d'altro. Un momento che si volse, vide il Brandi che applaudiva forte;
Riccardo fece una levata di spalle.
La commedia era volgare, a grandi tirate rettoriche, tutta gonfia di
parole sonore e di sentimenti lirici: ma la digestione rendeva
sentimentali i borghesi della platea e il popolo del lubbione: i palchi,
quieti, si astenevano. Vi era di tutto, nella commedia: la tesi del
divorzio, l'emancipazione della donna, la tirata contro i seduttori, la
tirata contro i preti, quella contro i potenti -- e vi era il solito
deputato frivolo e imbroglione, il solito giornalista imbecille e
velenoso, una ragazza pura, un giovanotto virtuoso e tentato, una donna
non virtuosa e tentatrice, infine l'antica miscela, la combinazione
triviale dei vecchi elementi, un tritume, una rifrittura graveolente. In
fondo, vi furono ancora degli applausi: ma gli spettatori delle poltrone
e dei palchi si astennero. Sotto l'atrio Riccardo accese il suo sigaro a
quello di Brandi e si avviarono insieme. Brandi era ancora tutto
commosso:
"L'autore di questa commedia è un uomo di grande ingegno," esclamò
l'impiegato postale.
"Tu sei una bestia," gli rispose tranquillamente Riccardo.
"Sarà...." fece l'altro, un po' scosso.
"Chi trova bella questa commedia è una bestia, caro mio."
"Già tu sei infallibile come il papa...." disse sottovoce il Brandi.
"Non sono io infallibile, è l'autore che è un asino."
"Ma scusa.... la commedia è piaciuta.... tutti l'hanno applaudita.... è
piena di posizioni drammatiche.... uno si commuove quando si toccano
certi tasti.... a me, che vuoi, mi piace.... sarò pure una bestia.... ma
puoi negare che le situazioni sieno assai interessanti?"
Come Riccardo fumava il suo sigaro in silenzio, senza ribattere le
ragioni del Brandi, il Brandi seguitò, con la monotonia di un robinetto,
a versare le cause della sua ammirazione per la commedia. Ripetè tutti i
luoghi comuni che si possono dire, a proposito di un'opera drammatica: e
la trovata che era una bellezza, l'intreccio di cui uno seguiva le fila
con ansietà, la scena-madre, la scena forte che afferrava pel collo lo
spettatore e lo costringeva all'attenzione, i finali di atto che
colpivano l'immaginazione, il movimento naturale delle persone, e quelle
persone, quelle persone che erano così vere, così rassomiglianti a certi
tipi che noi conosciamo, quelle macchiette così vere, così spiritose: e
infine lo scopo morale della commedia, la tesi, anzi le varie tesi
sociali che vi s'intrecciavano.
"Quando avrai finito di dire sciocchezze, mi lascerai parlare," osservò
Riccardo, mentre uscivano da Via di Pietra.
"Parla, parla," disse, rassegnato, il Brandi.
Allora Joanna cercò di spiegargli, con la maggior chiarezza possibile,
con uno stile piano, le ragioni per cui quella commedia era cattiva.
Smontandola, pezzo per pezzo, gli dimostrava la vecchiezza
dell'argomento, anzi dei vari antichi argomenti cuciti insieme, già
mille volte tentati come ingredienti di commedie: gli mostrava la
rigidità automatica dei personaggi, la fanciulla non era simile a
nessuna fanciulla umana, la moglie tentatrice non esisteva, un deputato
come quello non si era mai visto, un giovanotto come l'eroe della
commedia bisognava pescarlo nella luna, e il giornalista....
"Oh il giornalista, poi, non puoi negare, è indovinato!"
"Non vi sono di tali sciocchi cattivi, fra noi, e quando te lo dico io,
basta," ribattè severamente Joanna.
E ritornò all'argomento, prendendosi la pena di far vedere al Brandi
come fossero fuori di uso, perchè vuote di senso, quelle tirate contro i
preti, contro i banchieri e tutte le altre. Ora sprezzante, ora bonario,
ora insultante, Riccardo Joanna distruggeva linea per linea la commedia,
eseguendo certe brillanti variazioni di spirito e di critica, che
avevano per solo ascoltatore Vincenzo Brandi, impiegato alle regie
poste. Costui, presso la porticina di Riccardo Joanna a Via in Arcione,
col pomo della mazzettina appoggiato alle labbra, ascoltava con una
compunzione profonda l'attacco critico del suo amico: e i carabinieri
che gironzavano intorno alle reali scuderie, manco si voltavano a vedere
chi fosse quel declamatore che ora nominava Shakespeare e Molière.
Parlava del teatro, ora, Riccardo, cavando dalla memoria, che aveva
forte e pronta, citazioni e titoli, date e raffronti. Brandi, taciturno,
non osava interrompere quel bel discorso, incantato, preso da quella
forma varia ma efficace. Poco intendeva e poco poteva seguire il moto
rapido del cervello di Riccardo: ma sentiva che egli diceva delle cose
giuste, belle e profonde. Alla fine, inebetito, giusto quando Riccardo
credeva di averlo convinto, di avergli dimostrato la trivialità della
commedia e di coloro a cui piaceva, l'impiegato stupidamente disse:
"Ma è stata molto applaudita...."
"Va al diavolo!" gridò Riccardo imbestialito, ficcando la chiave nella
toppa.
"Ma almeno scrivile queste belle cose," supplicò il disgraziato, "non le
dire a me che non le capisco. Scritte, le capirò forse."
"Le scriverò, le scriverò, e tu non capirai mai nulla," rispose
Riccardo, dalla scala.
Andò subito a letto, sentendosi stanco; spense il lume, credendo di
addormentarsi subito. Infatti un lieve sopore scese su lui: ma se ne
ridestò di soprassalto, si rivoltò, sperando di riaddormentarsi. Niente:
era nervoso: quel somaro di Brandi lo aveva trascinato ancora a
discutere. E rifece nella sua testa la discussione di nuovo: e nel
letto, voltandosi e rivoltandosi, trovava nuovi argomenti, pensava che
avrebbe dovuto dire questo, questo e quest'altro, diventava furioso per
non aver pensato prima la tal cosa e rideva ogni tanto, fra sè, a una
frase comica che gli veniva. Ah, no, non poteva dormire, non ci era
rimedio. Riaccese il lume, prese un volume di storia del commercio, su
cui si preparava ai suoi esami, e lesse per un quarto d'ora, con molta
attenzione, senza capire una parola: la mente non si staccava da quella
commedia e dalla critica che ci si poteva fare. Poi, senza rendersi
molto conto di quello che faceva, si alzò, si vestì e si dette a
passeggiare su e giù per la stanza. Faceva freddo: ma egli non lo
sentiva. Camminava con le mani in tasca e col capo abbassato sul petto,
concentrato nelle sue idee, riunendole, con certe che si ostinavano e
certe altre che sfuggivano. Aveva già pensata l'ultima frase del suo
articolo, prima di mettersi a sedere: e seduto, cominciò a scrivere,
come in sogno, sulle cartelle bianche che devotamente conservava sul suo
tavolino. Non provava nessuna fatica e scriveva prestamente, come
trasportato da uno spirito: ogni tanto si fermava e con la penna faceva
dei segni sopra un altro foglio di carta, meccanicamente, mentre il
pensiero seguiva il suo viaggio. La candela faceva lucignolo per lo
scirocco umido della notte e scoppiettava: egli la guardava, senza
vederla. Nitido, preciso, proseguiva il suo lavoro, nel silenzio della
notte, dove si udivano soltanto i misteriosi scricchiolii dei vecchi
mobili e lo strisciar della penna sulla carta: in un momento fu tanto
l'impeto del pensiero che lo travolgeva, che egli si alzò da sedere,
senza accorgersene, andò sino alla finestra, appoggiò la fronte calda ai
vetri, sentendosi soffocare da tutte le cose che pensava e che
tumultuosamente volevano uscire dal cervello. Ritornò subito al
tavolino, a lavorare di nuovo, con lo stesso fervore, con lo stesso
trasporto spirituale, per cui gli pareva di volar via sulla frase,
trascinato da una volontà ferrea di cui sentiva la mano, ma gli mancava
la coscienza. Mise una firma e la sottolineò con un grande tratto di
penna. Un profondo sospiro di sollievo uscì dal suo petto, ma gli parve
che qualcuno avesse sospirato accanto a lui. Senza rileggere, senza
numerare le cartelle, senza raccoglierle come erano disperse, si spogliò
in fretta, spense il lume e si addormentò subito, senza pensieri, senza
sogni.
"Perdio! che sonno," disse Brandi, all'indomani, entrando nella stanza
di Joanna. "Per fortuna che è domenica. Sono già venuto alle nove, che!
Sua Eccellenza non ha risposto."
Riccardo sorrise languidamente, non alzandosi ancora, godendosi il
calduccio delle lenzuola.
"Hai lavorato molto?"
"Molto."
"Sino a che ora?"
"Alle tre, credo."
"Mi lasci leggere?"
"No, non serve."
"Leggerò stasera, allora. Vestiti e andiamo a portare l'articolo al
giornale."
Senza turbarsi punto, come se Brandi gli avesse proposto la più naturale
delle cose, Riccardo Joanna si alzò, si vestì, arruffò la sua nera
chioma ricciuta di cui era un po' fiero, mise una cravatta di raso nero,
poichè egli si sacrificava in tutto, salvo che nel vestito. Gravemente,
ma con la disinvoltura di un giornalista provetto, egli rilesse il suo
articolo, aggiungendo qualche virgola, rifacendo qualche lettera male
scritta, numerando le cartelle, piegandole in due, come aveva visto
degli _originali_ di altri scrittori.
"Che bella cosa saper scrivere!" disse sospirando Brandi, che aveva
ammirato tutta quella mimica.
"Peuh! non è una gran cosa," fece l'altro, con disprezzo.
"E con questo articolo, quanto guadagni?"
"Non so bene: secondo la misura," rispose Joanna, parlando a caso.
I due impiegati si avviarono per Montecitorio: a Piazza Colonna
incontrarono il direttore del _Baiardo_ che scendeva con un paio di
amici, per far colazione da Morteo. Riccardo Joanna fece un gran saluto,
che gli fu reso con molta gentilezza.
"È il direttore," spiegò poi a Brandi, "e va a colazione."
"Ah! bravo," faceva l'altro, come se quelle notizie lo facessero
penetrare nella vita intima del _Baiardo_; "e quelli altri chi sono?"
"Amici politici del giornale: ma io li conosco poco, capirai...."
"È naturale, è naturale," diceva Brandi, tutto pieno di maraviglia.
Salirono all'ufficio. Senza scomporsi Joanna cavò l'articolo di tasca,
lo consegnò all'usciere e gli disse:
"Giovanni, manderete questo con l'altro _originale_ in tipografia. Io
poi passerò alle quattro per la correzione."
"Che bella cosa, che bella cosa!" andava esclamando Brandi, mentre
scendevano dal giornale.
Mentre facevano colazione, al _Falcone_, dove andavano qualche volta,
alla domenica o nei giorni di paga, Riccardo Joanna ebbe la bontà di
spiegare a Vincenzo Brandi molte cose oscure del giornalismo: e costui,
che si era sempre lagnato del silenzio del suo amico, che gli aveva
sempre rimproverato la sua musoneria, lo ascoltava, tutto beato,
deliziandosi all'aspetto di quei mondi che la parola del suo amico gli
schiudeva, pensando quante cose sieno impenetrabili nella vita e
superiori alle nostre forze. La colazione si prolungava, amichevolmente,
nelle mutue confidenze, perchè Vincenzo Brandi, per ricambiare la bontà
di Riccardo Joanna, gli veniva raccontando tutti i suoi progetti per
l'avvenire, e i concorsi in cui contava di riescire, e la ragazza che
voleva sposare, fra un paio di anni, se essa aveva la pazienza di
aspettarlo.
"Anzi voglio fartela vedere, vieni con me," disse Brandi con uno slancio
supremo di tenerezza.
I due amici se ne andarono sottobraccio, pel Corso pieno di sole, in
quella dolce giornata invernale, incontrando una processione di signore
e di ragazze, che andavano o venivano dalla chiesa, stringendo nella
mano il libro di messa, occhieggiando le amiche, sogguardando con la
coda dell'occhio i giovanotti. Un lieto sole, un fiorire di belle
ragazze, un incontrarsi di persone sorridenti.
"La vita è bella," disse Riccardo Joanna.
Ma Vincenzo Brandi non trovava bella ancora la vita, perchè al Corso
mancava la sua ragazza: erano arrivati a Via Condotti, e non l'avevano
ancora incontrata. Finalmente, la videro discendere dagli scalini di San
Carlo, accanto a sua madre: era una piccolina bionda, un po'
palliduccia, con gli occhi chiari, modestamente vestita. Salutò
l'impiegato con un batter di palpebre: Riccardo Joanna udì tremare il
braccio di Vincenzo Brandi sotto il suo.
"Tu l'ami assai!" chiese Riccardo.
"È una passione, caro mio, una vera passione."
"E che farai?"
"Toh? me la sposo."
"Ah!" fece soltanto Riccardo, come se non avesse pensato questo
scioglimento semplice.
La ragazza andava innanzi, essi venivano dietro: essa si rivolgeva
naturalmente, per sorridere al suo innamorato. Centinaia di questi
idilli si svolgevano pel Corso, dolcissimamente, nella lietezza del
sole, nella purezza delle anime femminili consolate dalla preghiera. Una
carrozza si fermò innanzi al palazzo Theodoli.
"Guarda bene questa signora che scende," disse subito Riccardo a Brandi.
Una signora snella e alta, tutta avvolta in una pelliccia bruna, con una
veletta abbassata sul viso, discese: era una strana bellezza
bianchissima, senz'ombra di roseo sulle guance, dai neri capelli
rialzati audacemente sulla fronte e sulla nuca, dagli occhi verdi,
lunghi, dalle lunghe ciglia. Ella entrò nel portone con un passo svelto,
e scomparve nell'androne, senza rivoltarsi.
"Ti piace?" chiese Riccardo.
".... Sì, mi piace.... è molto smorta," mormorò Brandi, che non voleva
far dispiacere al suo amico.
"È la principessa Sackarine: una Russa."
"Ah!" fece Brandi.
"Se legge il _Baiardo_, stasera, sarà contenta."
"Perchè?"
"Era al Valle ier sera: e non applaudiva. L'ho scritto."
I due amici girarono per Roma sino alle tre e mezzo, si lasciarono un
momento prima delle quattro.
"Mi secca di andare, ma debbo andare," disse Riccardo. "A rivederci, ci
vediamo a pranzo."
E si avviò con le spalle un po' curve e le mani prosciolte della persona
indolente. Senza dire nulla a nessuno, andò a sedersi nel suo
camerottino: le bozze non erano venute ancora, le attese con pazienza,
fumando una sigaretta. Una grande pace era nel suo cuore. Gli portarono
le bozze da correggere: l'appendice, l'articolo politico, una
corrispondenza erudita e poetica da Venezia, ma null'altro, il suo
articolo non vi era. Non s'impazientì, non pensò nulla, sbrigava il suo
cómpito speditamente, fermandosi ogni tanto per trarre una boccata di
fumo dalla sigaretta. Vennero le altre bozze: le svolse placidamente, vi
era il suo articolo. Soltanto, per la novità della calligrafia, era
pieno zeppo di errori, e fu mestieri che egli vi facesse tutto un lavoro
di riattamento. Quando ebbe finita la correzione, lesse il suo articolo,
e gli sembrava la prosa di un altro, una prosa chiara, lucida, tutta
solida, tutta nutrita, anzi troppo folta d'idee: e vibrava in essa un
umorismo giovanile fatto di melanconia, una ironia piena di forza. Egli
si dilettava in quella lettura, come un lettore che s'incontra in
qualche cosa che assai gli piaccia, anche ignorandone l'autore. Mentre
finiva quella lettura, il redattore capo entrò, guardò il correttore e
gli disse:
"Joanna?"
"Signore?" e si alzò.
"Ha fatto lei quell'articolo firmato _Glauco_?"
"Sissignore."
"Ah!" fece soltanto l'altro.
Nulla soggiunse, voltò le spalle, uscì. Non aveva dimostrato nè collera,
nè allegria. Joanna ricominciò il suo lavorío, sulle due prime pagine:
l'articolo era in seconda pagina, e in colonna pareva abbastanza lungo.
Andò in tipografia, la terza pagina non era pronta, dovette aspettare,
seduto sull'alto seggiolone, innanzi al leggío, sotto la vampa del gas.
Il direttore andava e veniva, affrettando i compositori, il giornale era
un po' in ritardo quella sera e non sarebbe partito in tempo: gli
abbonati avrebbero mormorato il giorno seguente. Quando gli ebbero
portato la pagina, Riccardo si adoprò a far prestissimo, la macchina era
pronta. Il direttore arrivò sino al leggío e acconciandosi le lenti
d'oro sul naso, con un modo familiare, disse:
"Signor Joanna?"
"Signor direttore?"
"Passi in amministrazione, quando le pare, a farsi pagare il suo
articolo. Lo calcoli a dieci centesimi la linea."
"Sta bene."
Si lasciarono. Ma Riccardo Joanna non uscì subito di tipografia come
faceva ogni sera. Stette a guardare le pagine nere che l'impaginatore
metteva sotto i rulli lucidi d'inchiostro. Subito la macchina si mise in
movimento, un va e vieni rapido, rumoroso, ingoiando fogli bianchi dal
di sopra, rigettandoli dal di sotto stampati. Una per una, con lo
sguardo, Riccardo Joanna seguì le migliaia di copie che venivano fuori
dalla macchina, che erano piegate dalle mani agili delle donne, chiuse
nelle fasce, riunite in pacchi per essere mandate alla posta: seguì le
migliaia di copie che venivano consegnate a fasci al distributore che
doveva darle ai ragazzi e ai chioschi.
"Dammi l'ultima copia," disse sottovoce al proto.
Il proto gliela dette. La macchina si arrestò, il fornello fu spento, il
gas fu abbassato, un silenzio regnò nella tipografia. Solo, fra le ombre
bizzarre della macchina, con quel giornale in mano, Riccardo Joanna ebbe
un minuto supremo di passione, minuto di paura e di audacia, di
desiderio e di potenza. Un minuto: e la sua vita fu gettata.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
In Via dei Crociferi incontrò i due amici che si preparavano con lui
all'esame di vice-segretario. Gli domandarono a che ora si poteva fare
l'indomani la solita ripetizione.
"Domani non posso," rispose, asciutto, Riccardo.
"Dopodomani, allora."
"Nè dopodomani, nè mai più. Non contate su me."
"E perchè?"
"Perchè così."
E li piantò, sorpresi; entrò nella trattoria _Trevi_, dove Vincenzo
Brandi lo aspettava pazientemente per pranzare.
"Andiamo via," gli disse Riccardo.
Presolo pel braccio, senza dargli nessuna spiegazione, se lo trascinò
dietro sino al _Caffè di Roma_, in Piazza San Carlo, sull'angolo di Via
delle Carrozze. Nessuno dei due aveva mai pranzato in quel posto: ma la
memoria dei sensi era viva, come quella della mente, in Riccardo, ed
egli si trovò subito bene, intonato con l'ambiente ricco e caldo, pieno
di banchieri, di donnine eleganti, di artisti fortunati, di maestri di
musica alla moda. Egli ordinò il pranzo con una grande disinvoltura,
come se non avesse fatto altro nella sua vita, rendendo estatico
Vincenzo Brandi. Dopo le frutta Riccardo chiese dei sigari, _avana_, il
caffè e il _cognac_. E nella serenità della digestione, Riccardo Joanna
contò le linee del suo articolo per calcolare quanto aveva guadagnato in
quel giorno.
"Centottantadue linee, a dieci centesimi, quanto fanno?" andava
ripetendo Riccardo.
"Diciotto lire e venti centesimi," rispose il fedele amico.
"Non ci è tanto male, eh?"
"Niente male, niente male, Riccardo!"
Una fioraia venne, dette dei fiori ai due amici: Riccardo le dette due
franchi. Dopo pranzo, nella mitezza della sera, Riccardo volle fare una
passeggiata in carrozza, per Trastevere, discorrendo piacevolmente con
Vincenzo Brandi. Scesero a Piazza Sciarra: al solito l'impiegato postale
volle accompagnare l'amico sino a casa. E sotto il portoncino
calcolarono quanto aveva speso Riccardo in quel giorno:
"Giusto, diciotto lire e cinquanta: trenta centesimi più di quanto hai
guadagnato."
"Queste le avevo: non contano," disse Riccardo.
Risero insieme, senza ragione, separandosi. Quando fu sopra, solo solo,
un cocente rimorso, l'ultimo, avvelenò la coscienza di Riccardo. Ripensò
tutto il passato, infanzia, adolescenza, giovinezza: pensò la promessa
solenne fatta nell'ora più seria della sua vita. Aveva disubbidito. Ma
addolorato, confuso, non si pentiva, non chiedeva perdono, non tornava
indietro.
-- Se tu vivessi, padre mio, mi assolveresti, -- egli pensò, superbamente.
Nè s'ingannava.
III.
I CAPELLI DI SANSONE.
Quando Riccardo Joanna schiuse la porta a cristalli per entrare
nell'ufficio del _Quasimodo_ si trovò avvolto in un nugolo di polvere
che lo fece tossire. Gregorio, l'usciere, dando certi impetuosi colpi di
scopa, si spingeva innanzi un mucchio di spazzatura. Gregorio,
spazzando, conservava il suo eterno malumore misterioso contro la razza
umana: malumore che ora assumeva la forma collerica di un borbottamento
ringhioso, ora si manifestava in uno scetticismo pieno di malinconia.
"Quanta polvere!" esclamò Riccardo.
"Più ne levo e più ce ne sta," rispose Gregorio, crollando il capo,
sfiduciato.
Stavano l'uno di contro all'altro, il redattore e l'usciere, divisi dal
mucchio di spazzatura: Gregorio lungo, allampanato, pallido, colla
barbetta rada sulle guance giallastre, appoggiato alla scopa; il
redattore, l'articolista brillante, Riccardo Joanna, bel giovanotto,
dagli occhi azzurri pieni di languore, dalle palpebre livide cariche di
stanchezza, dal fine mustacchio castagno sopra una bocca ancora fresca e
rossa, dalle mani bianche femminili, ma tenaci come l'acciaio.
"Ci sono lettere per me?" domandò il bel giornalista con la sua voce
infranta da una grande lassezza.
"Un mucchio," e crollò filosoficamente le spalle, come compiangendo
coloro che ancora scrivono delle lettere.
Riccardo scavalcò le spazzature ed entrò nella redazione, vuota, dove si
sentiva forte ed acre l'odore della polvere smossa e quello
dell'inchiostro di stamperia già rancido. In una cartella di metallo a
compartimenti vi era un fascio di roba al suo indirizzo. In una busta
gialla vi era un biglietto rosso con cui si avvertiva Riccardo Joanna
che poteva pagare sino all'una pomeridiana del giorno seguente, al banco
Savelli, l'_effetto_ di lire mille che scadeva in quel giorno. Leggendo
quell'avviso, mezzo stampato, mezzo manoscritto, stando solo in quella
stanza dalla luce grigiastra, il volto di Riccardo Joanna si decompose.
"Banco Savelli," ripetè piano.
E all'idea tormentosa di quelle mille lire che non avrebbe mai potuto
pagare l'indomani, si unì subito quella di donna Clelia Savelli, la
bella moglie del patrizio banchiere. Erano già due volte in nove mesi
che rinnovava quell'effetto di mille lire all'onesto strozzino che gli
prendeva solo il tre per cento al mese, novanta lire alla volta: e da
tre mesi faceva invano la corte a donna Clelia Savelli, la rosea,
sorridente signora, dai grandi occhi grigi, dai denti sfolgoranti, la
crudele e dolce signora che tanti uomini avevano amata invano. Questa
volta lo strozzino aveva detto no, pel rinnovamento, voleva riavere il
suo capitale, d'altronde la cambiale era girata: ma donna Clelia Savelli
non diceva no, non diceva sì, rideva, rideva, nella sua irresistibile
ilarità di donna bella e felice.