Ma ora, ogni giorno egli rimetteva a posto le lettere capovolte

nell'articolo di _Fantasio_, metteva in corsivo qualche vocabolo

francese adoperato da _Scapoli_, e aggiungeva gli _a capo_ alla prosa

della scrittrice lombarda. Questo riattamento macchinale, questo lavorío

minuto, fatto sulla parola, gli faceva sfuggire il senso di quello che

leggeva: e il tratto spiritoso, dove una lettera maiuscola era

minuscola, lo lasciava freddo; i versi dove mancavano le virgole, non

gli facevano apprezzare la dolcezza della poesia; il periodo dove il

tipografo aveva dimenticato le interlinee, ronzava nella sua testa,

senza che egli ne intendesse il significato. Cercava di rilegger

posatamente, dopo fatta la correzione; ma quella pioggia di segnetti

neri lo irritava, e buttava giù le pagine, annoiato. Nella serata

tentava di leggere il giornale, come un lettore qualunque, ma ciò non

gli dava più nessun piacere, mancava qualunque sorpresa, egli sapeva

tutto, chiudendo gli occhi rivedeva la misura dell'articolo e il titolo

e la firma, rivedeva tutti quei geroglifici delle correzioni, gli angoli

acuti, i triangoli, le sbarrette, gli ovali: le sue delizie

intellettuali andavano sparendo ogni giorno. Come il tempo passava, gli

nasceva nell'animo irrequieto e sensibile, vivacissimo alle nuove

impressioni, un disgusto di quella prosa politica e letteraria: il

vederla scorretta, nella confusione tipografica delle prime bozze,

infiorata di strafalcioni, qua e là macchiettata di errori di grammatica

commessi dai compositori distratti, spesso sconvolta, coi periodi

_trasportati_, nel disordine mattinale di una bella signora troppo

mondana a cui è necessario un po' di cosmetico, toglieva a Riccardo

tutta la poesia della bellezza letteraria. Una delusione grande, uno

scetticismo nuovo andavan crescendo in lui: come in coloro che sono

destinati dalla loro professione a essere in contatto con la nuda forma

delle cose umane, non per anche adorna ed accarezzata dall'arte ancora

grezza, ancora rudimentale. Riccardo era come il medico che non crede

più alla coscienza, come il sarto che non crede alla bellezza delle

forme, come il parrucchiere che disprezza le folte capigliature naturali

da cui si può trarre poco partito. Quando sentiva lodare quel tale

articolo per la sua giustezza, per la sua semplicità, per la sua lindura

di forma, egli alzava le spalle, infastidito, pensando quanto gli era

parsa brutta quella prosa, nella sconclusione delle bozze, tutta piena

di _refusi_, talvolta comicissima per il senso cangiato dagli errori.

Così il _Baiardo_ perdette un lettore amoroso. Due o tre mesi di

correzioni avevano fatto nascere in Riccardo quella strana ma fatale

infermità dei giornalisti, la repulsione dal proprio giornale,

repulsione istintiva, invano combattuta, talvolta gelosamente nascosta,

spesso scetticamente confessata. Nessun direttore di giornale è capace

di rileggere attentamente _tutto_ il proprio giornale, e i pochi che ne

leggono una parte, lo fanno distrattamente, _senza vedere_ bene quello

che vi è: l'occhio giornalistico così fine nel trovare in sedici colonne

di un altro giornale, il periodo, la frase, la parola che lo

interessano, s'appanna, s'intorbida leggendo il proprio giornale. Il

povero correttore soffriva di questo innocente ma non innocuo morbo,

come se anche lui scrivesse, come se anche lui fosse nauseato di

rileggere la propria prosa.

"Che vi è stasera, nel _Baiardo_?" domandava il Brandi con molto

interesse.

"Le cose solite, credo," scappò detto, una volta, a Riccardo, annoiato e

impazientito.

Ma uno dei maggiori suoi crucci, il segreto rancore che aveva contro i

redattori del _Baiardo_, era la loro invisibilità. Nessuno veniva mai da

lui: e pochissime erano le occasioni di andare nelle altre stanze. Una

sera, in tipografia, vide un signore alto e biondo, dalla chioma

militarmente tagliata a spazzola, dagli occhi chiari, che parlava col

redattore capo, sviluppando un po' il torace, avanzando un po' la gamba

destra: del resto parco di gesti, signorile, freddo. Chiese il nome al

proto: costui era nuovo, non seppe dirgli nulla: ma il _piccolo_ che gli

portò la terza pagina da correggere, lo sapeva:

"Quello è il signor _Scapoli_," disse andandosene.

Un'altra volta fu peggio. Al caffè un gruppo di ufficiali attorniava un

maggiore, un miope dagli occhi vivacissimi, ancora giovane.

Distrattamente Riccardo chiese al suo vicino, un _reporter_ di giornale

democratico, chi fosse quel maggiore.

"Come? Non lo conosci? Ma se è tuo collega, uno scrittore del _Baiardo_,

dicono che firmi _Fucile_."

Queste cose assai lo mortificavano. Trovava i redattori troppo altieri,

troppo aristocratici, che non si degnavano di farsi vedere, quasi mai,

che capitavano un momento in direzione, poi andavano via subito,

chiamati al Parlamento, alle Commissioni, agli affari, gente che faceva

il giornalismo per svago, per diletto, per una soddisfazione dello

spirito, ma da signori, inafferrabili, inaccessibili. Si rammentava di

dieci o dodici anni prima, del giornalismo che faceva suo padre,

passando dieci ore al giorno in ufficio, sempre a lavorare, sempre con

la porta aperta, dovendo dar retta a tutti, contentare tutti, a rischio,

in caso contrario, di far perdere la popolarità al giornale, temendo

sempre di scontentare l'abbonato, facendo di tutto per attrarre il

lettore: giornalismo umile, pedestre, fatto da lavoratori oscuri, che

non firmavano i loro articoli e che combattevano quotidianamente col

pezzo di dieci franchi. La differenza era grandissima, il passo fatto in

dieci anni era enorme: e quando pensava a questo nucleo di scrittori

felici, dove i toscani portavano l'arguzia e i napoletani il fuoco,

padroni delle loro idee e del pubblico, paradossastici, indipendenti,

compensati lautamente, una pietà profonda gli veniva per quel povero

morto, strappato dall'articolo e buttato nella fossa. Un _coupé_,

talvolta, saliva al trotto per Piazza Montecitorio, si fermava innanzi

alla porticina magica: era un uomo politico che veniva a portare una

notizia, o una signora che gentilmente faceva da _reporter_, o era un

redattore, forse, un redattore che possedeva vettura. Riccardo abbassava

la testa sulle bozze: ma la sua anima era sconvolta. Penetrato nel cuore

del _Baiardo_, nella sua intima manifattura, egli era sempre escluso

dalla sua vita: il giornale lo aveva assorbito ed egli vi perdeva ogni

giorno la sua personalità, ignorato, strumento volgare e non necessario.

Ogni tanto, vi era un barlume: quando al Tordinona o al Valle vi era

un'opera nuova, prosa o musica, faceva le riviste teatrali un

meridionale, un Napoletano, dal grosso naso piovente sui baffi, miope,

geniale. Queste riviste bizzarre erano a base di freddure, tempestate di

freddure, in versi, in prosa, in italiano e in latino, talvolta

comicissime: e siccome lo scherzo spesso dipendeva dalla spezzatura di

una parola, da un nome in carattere corsivo, da una ortografia bislacca,

così il redattore, ogni volta, veniva a correggere personalmente le sue

bozze, sedendosi accanto a Riccardo, scambiando con lui qualche parola.

Quello scrittore non era mica molto allegro, come del resto non è

nessuno scrittore di cose allegre: ma era simpatico, parlava col largo

accento napoletano, e quelle poche frasi rincoravano Riccardo, lo

riempivano di tenerezza:

"Siete napoletano, voi?" gli chiese un giorno.

"Sissignore."

"Non dovete trovar Roma molto divertente."

"Napoli è la patria del cuore," mormorò Riccardo, "ma qui si pensa."

"Già," disse il redattore, rimettendosi filosoficamente a correggere le

bozze.

Un'altra volta:

"V'ho incontrato al ministero di agricoltura, oggi. Siete impiegato?"

"Pur troppo!"

"Non è mica una cosa dispiacevole. Io me ne trovo bene, ai ventisette

del mese."

Non altro. Ma era già molto, per un essere abbandonato come Riccardo,

chiuso nel suo gabbiotto, come una lumaca. Egli non discorreva neppure

col giovane amministratore, al primo del mese, quando andava a

riscuotere. Quelle sessanta lire dategli per il suo lavoro meccanico,

gli sembravano una cosa così umiliante, che non le contava, non le

guardava neppure, firmava subito subito nel registro. I suoi amici

credevano che egli guadagnasse molto e si meravigliavano che egli

abitasse ancora una stanza da venti lire il mese, che mangiasse ancora

al _Trevi_, che non pagasse qualche tazza di birra agli amici. Qualcuno

gli chiese in prestito cinquanta lire: un altro, più audace, gliene

chiese duecento. Egli rifiutava: gli dicevano:

"Perchè non te le fai dare all'amministrazione del giornale?"

E lo tenevano per avaro, per egoista. In realtà egli soffriva della sua

miseria, fortemente. Assopito nel cuore il dolore della morte di suo

padre, sviluppata l'intelligenza dalle scorie che la rendevano inoperosa

e la deturpavano, a venti anni, in una grande città come Roma, dove la

vita già si disegnava a linee di capitale, il giovanotto cominciava a

provare l'arsura di tutto quello che gli era conteso. Quando usciva di

tipografia, alle sette, nell'ora in cui tutte le trattorie fiammeggiano

di lumi e sono riboccanti di gente, mentre passeggiava lentamente, per

sollevarsi dal lavoro, prima di pranzare, egli dava un profondo sguardo

d'invidia alle trattorie dei ricchi, degli uomini felici, che mangiavano

delle pietanze delicate in una porcellana elegante: e si rammentava di

averle gustate, da bambino, quelle dolcezze, nei giorni in cui suo padre

aveva denaro, quelle galanterie da palati viziati, il caviale, la

ragosta, la pernice, lo storione, la beccaccia, le salse rosse o verdi,

colorite gaiamente, piccanti. E la sua fantasia viaggiava anche più in

là: passando innanzi ai grandi palazzi patrizi, egli indovinava la

maestà delle vaste stanze da pranzo, coi loro legni scolpiti, col

luccicare vivido dei cristalli e delle argenterie, coi tappeti molli,

dove non si udiva il passo dei servitori, coi fiori strascicanti sul

candore della tovaglia, col sorriso muto e incoraggiante della padrona

di casa. Le trattorie di terz'ordine che era costretto a frequentare,

con la loro biancheria dalla dubbia pulizia, dall'odore nauseante di

sapone, con le posate di metallo giallo, i piatti grossi e pesanti, con

le solite pietanze quotidiane, dai miscugli equivoci, rivoltavano i suoi

istinti aristocratici, e mangiava per saziarsi, sempre seccato, incapace

di prolungare di un minuto il pranzo, soffrendo di tutto, anche delle

mani del cameriere che gli porgevano il piatto e che gli sembravano

ignobili. Quando una prima rappresentazione era annunziata,

strombazzata, aspettata, e tutti ne parlavano, e quelli che potevano

andarvi si consideravano assai fortunati, egli si rodeva di non poterci

andare, ricordandosi della sua infanzia e della sua adolescenza, ogni

sera al teatro, dappertutto, nei migliori posti, senza spendere un

soldo, andando sul palcoscenico dove pochi potevano andare, carezzato

dalle attrici. Giammai al _Baiardo_ aveva avuto un biglietto di teatro:

e intanto tutti credevano che egli ne fosse pieno e gliene chiedevano

talvolta; e quando, in una sera di prima rappresentazione, lo vedevano

comparire al caffè, si meravigliavano:

"Non sei al Valle? Non vai all'Apollo?"

"Il teatro mi secca," faceva lui, alzando le spalle.

Non era vero. Quand'anche fosse stato cattivo lo spettacolo del

palcoscenico, frivola la commedia, noiosa e risaputa la musica, la sua

immaginazione di venti anni trasaliva all'idea di veder tante donne

riunite in una sola sala, vestite elegantemente, sorridenti o

melanconiche, adorne di fiori e di gioielli. Dopo due anni di esistenza

selvaggia, fuggendo le passeggiate e i ritrovi, egli aveva ceduto alla

natural simpatia che lo faceva fantasticare dietro ogni profilo

femminile che incontrava per la via. Timido e superbo con gli uomini,

temendo sempre qualche cosa di offensivo pel suo orgoglio, egli sentiva

che le donne sono più buone, più indulgenti, più carezzevolmente

affettuose, più nobilmente pietose: sentiva che il suo bisogno di

tenerezza, di dolcezza, di amore mite e gentile soltanto in loro si

sarebbe potuto appagare. Egli non invocava, come può farlo un carattere

forte e temprato, un amico serio e affettuoso, sagace nel consiglio,

virile nell'ammaestramento: egli invocava l'amica ideale, parola amorosa

e voce toccante, opra gentile e sguardo ammaliatore, pietà muliebre

vestita di velluto e spirante profumi, affetto sentimentale, vergato in

una calligrafia delicata, sopra una carta bizzarra, bizzarramente

cifrata. Alla debolezza del suo cuore non era necessaria un'affezione

salda ma severa, pronta all'aiuto come al biasimo rigeneratore: egli

aveva bisogno della compassione femminile che ha una scusa per tutti gli

errori, che ha un perdono per tutti i peccati. L'amico vi offre la mano

leale e l'opera sua: ma la donna è sempre più vicina al vostro cuore,

essa non può far nulla, ma piange con voi. Riccardo aveva la nostalgia

di un lungo pianto femminile unito al suo, un lungo pianto dolcissimo e

puro che si portasse via le amarezze accumulate da anni.

Nella crisi di tenerezza che lo invadeva, ogni apparenza muliebre

suscitava la sua fantasia. Un paio di occhi socchiusi dietro una

leggiera veletta nera; un sorriso fuggitivo che arcuava gentilmente un

labbro sottile; un piede snello che appena appena toccava il

marciapiede; una testina intravveduta dietro i cristalli di una carrozza

fuggente; qualche ombra errante sopra un terrazzo principesco, nelle ore

crepuscolari: una impressione, una visione, un nulla che fosse femminile

gli prendevano l'anima. La poesia della donna era la prima che

schiudesse il cuore del poeta, e doveva essere la più profonda: e non

amando ancora, non essendo forse predestinato a quella eccezionale, rara

forma del sentimento che è la passione, egli poteva analizzare

consecutivamente tutte le attrazioni, tutte le seduzioni dell'ideale

muliebre. Uno dei suoi più acuti piaceri erano le domeniche a Villa

Borghese, in quello sfilare continuo di equipaggi, dove le donne

troneggiavano, dove le donne trionfavano, ora nell'umiltà delle palpebre

abbassate, delle bocche pensose, ora nel languore di certe pose

abbandonate, ora nella serenità della indifferenza. Egli vi andava

sempre: e quando cadeva il sole, rosso ardente, fra i cipressi di Monte

Mario, e i vestiti delle donne si scoloravano ed esse stesse sembravano

colpite da pallore, Riccardo provava l'emozione intima dei grandi

spettacoli umani. Due o tre volte, coi suoi quattrini, soggiacendo poi a

piccole ma tormentose privazioni, era andato al teatro: una sera proprio

all'Apollo. Visione prolungata per tre ore, e che illuminò le sue buie

giornate per gran tempo: visione di bei quadri scintillanti che

accendevano il sangue, di profili evanescenti che trasportavano l'anima

in regioni ideali, di pallori pensierosi, di molli linee armoniose:

visione di lusso e di ricchezza, nella bella espansione della donna. Oh,

egli non amava punto le giovanette borghesi dai paltoncini neri e dal

cappellino piumato di nero, che andavano su e giù pei marciapiedi del

Corso; nè le ragazze che lavoravano a macchina nella casa dirimpetto

alla sua; nè le crestaine snelle, dai capelli incipriati, dallo

scialletto nero che batteva sulle calcagna. La donna povera, o gretta, o

costretta a lavorare, o volgare, ripugnava alla sua fantasia di poeta: e

non dava il suo cuore, come tanti suoi amici, al primo sguardo

affettuoso, alla prima dolce parola: egli conservava il suo cuore alla

prediletta, alla ignota, alla donna circondata da tutte le eleganze,

esoticamente profumata, maestra di tutte le finezze spirituali.

Pur desiderandolo, questo essere ideale gli sembrava inaccessibile, a

lui ignobilmente povero, facente un lavoro oscuro di polipo. Solo uno

spiraglio, solo uno: non la ricchezza, o la nobiltà, o la fortuna

politica, conquiste troppo lontane, troppo difficili, ma il successo

letterario, la reputazione di scrittore, il nome di giornalista alla

moda. Egli indovinava, intuiva il cuore femminile: quando nel brioso

resoconto parlamentare, lo scrittore abbandonava gli oratori noiosi

della politica, per inneggiare alla seducente contessa che era comparsa,

benefica apparizione, nella tribuna diplomatica; certo, per quanto la

contessa fosse abituata agli omaggi, quel pubblico, delicato omaggio,

fatto in una forma così gentile, doveva riescirle gratissimo. Quando

all'indomani di una festa al Quirinale, lo scrittore scioglieva in un

poemetto di prosa la sua ammirazione per le dieci dame più belle, più

eleganti, Riccardo immaginava quanto piacesse alle orecchie femminili

quel lusinghiero linguaggio. -- Le donne -- egli pensava -- sono

riconoscenti a chi sa apprezzarle, esse conoscono bene i loro amici;

esse sono dolci al poeta che le canta. -- E per arrivare a questo suo

sogno, l'arte, la poesia, la letteratura, il giornalismo gli apparivano

come un mezzo necessario, unico. Aveva allora ventidue anni: e molte

volte bestemmiava la oscurità da cui niente lo traeva. Le sue collere

erano vane, poichè non producevano nè una risoluzione forte, nè una

reazione di serenità. Come tutti i temperamenti fantastici e morbidi,

alacre era la vita interna del suo spirito, e impacciata, infeconda,

nulla la sua vita d'azione.

Un giorno, il redattore teatrale, che stava correggendo una poesia in

lode della signora Pia Marchi, gli disse:

"Volete andare al teatro? Vi è una poltrona pel Politeama, dove non

posso andare. Vi sentite di far due paroline di cronaca, domani? Due

soltanto."

Riccardo si fece pallido come un cencio, per la collera, pel piacere:

disse di sì, prese il biglietto rosso. Un grande tumulto si faceva nel

suo cervello, andava col capo chino, pensando come avrebbe scritto

quelle poche parole, cercando una frase efficace, che fosse anche una

rivelazione di quello che egli sapeva fare. Ma non aveva provato le sue

forze da tanto tempo, e a un tratto la prosa degli scrittori del

_Baiardo_, che gli era caduta in disgusto, gli sembrava ora

insuperabile, e le colonne del giornale gli parevano troppo maestose per

la sua pochezza. Avrebbe scritto delle corbellerie, o fatta la solita

noticina di cronaca. Volle confortarsi la mente: facevano la _Forza del

Destino_, comprò il libretto, andò a leggere la biografia di Verdi in

una enciclopedia che la biblioteca del ministero possedeva. Mangiò assai

in fretta, andò a vestirsi subito, il Politeama era lontano e doveva

andarci a piedi: e intanto ruminava la sua nota di cronaca, ora pensava

di cominciare con un verso di De Musset, ora con un motto latino,

pensava una freddura sul cognome del baritono e un aggettivo nuovo per

la prima donna. Tutto raccolto in sè, passando sul Ponte Sisto, non si

accorse di qualche carrozza che tornava indietro e dei pedoni che

venivano incontro a lui. Presso il teatro soltanto vide il cartellone

attraversato da una striscia rossa: _Per cause involontarie e

imprevedute, questa sera:_ RIPOSO. -- _L'Impresa._ Ripassando sul ponte,

egli si domandò se non era meglio, dinnanzi a una avversità così

costante, se non era meglio fare un tonfo nelle acque fredde del fiume e

lasciarsi trascinare dalla corrente a mare. Ma non era esso l'uomo delle

pronte decisioni, ed ebbe orrore di una morte volgare, il corpo gonfio

di acqua, la faccia gialla, la bocca piena di rena. L'indomani, malgrado

tutto, egli volle fare la nota di cronaca; ma non sapeva che cosa dire:

inesperto giornalista, non aveva neppure chiesto allo spaccio dei

biglietti la ragione del riposo. Dopo molti stenti, dopo molte carte

lacerate, egli arrivò a copiare, testualmente, l'avviso dell'impresa. Lo

portò al _Baiardo_, in anticamera lo consegnò al _piccolo_ perchè lo

desse a comporre. Come se si trattasse di un articolo, egli trepidò, nel

pomeriggio, aprendo le bozze: la nota non vi era, il redattore capo,

trovandola inutile, l'aveva tolta via. Questo fu l'ultimo colpo.

L'indomani, quietamente, comprò un foglio di carta bollata e fece una

domanda al ministero di agricoltura per essere ammesso a un concorso per

posti di vice-segretario. L'esame si doveva fare in febbraio, e in quei

tempi non si chiedeva molto agli impiegati: d'altronde il suo lavoro

come straordinario era già un titolo. Le ricerche per avere la fede di

nascita, le altre carte necessarie, certe pratiche, l'andare e venire,

distrassero Riccardo Joanna dalla ruina che era avvenuta nelle sue

speranze. Nelle ore di libertà, adesso, invece di legger giornali e di

discutere pei caffè, studiava le materie del programma, voleva almeno

riescire in questo, poichè il suo destino voleva così: e già vedeva il

suo lento progresso burocratico, quel salire duro e stentato, ma sicuro,

quell'orizzonte breve, ma accessibile. Con un paio di altri giovanotti

che pure si preparavano a questo concorso, si vedevano, nelle ore di

libertà, e tenevano conferenze sulle materie dell'esame, passeggiando

talvolta, o anche a pranzo, tenendo sempre lo spirito occupato, non

volendo pensare ad altro, non volendo mai distrarsi. Faceva sempre il

suo lavoro di correzione, ma ora se ne sbrigava molto più presto, con

una certa fretta di andarsene, senza badar più a quello che leggeva. Era

arrivato finalmente a vedere _Fantasio_, un giorno, per le scale,

insieme al direttore: e l'originale scrittore fumava una sigaretta e

sorrideva ascoltando un racconto del suo amico; ma Riccardo era troppo

deluso per provar più nessuna emozione alla vista di quei forti.

Persuaso di non aver nè ingegno, nè vocazione, nè fortuna, ora

l'indifferenza succedeva alla passione giornalistica. Chissà, forse era

meglio, per la pace del cuore e per la salute, essere un buon impiegato,

zelante, amato dai superiori, sempre in aumento di grado e di stipendio,

col cavalierato in prospettiva, la pensione per la vecchiaia e una morte

tranquilla. Almeno, al ministero non vi erano templi misteriosi, chiusi

ermeticamente ai profani, dove non si poteva penetrare nè con l'umiltà,

nè con l'audacia: e la simpatia, l'ammirazione del pubblico non sono un

monopolio! Niente di questo: una bella esistenza monotona e quieta senza

troppi guai. Si trattava di riescire, e Riccardo studiava molto. Per una

reazione naturale e che indicava non esser rimarginate le sue ferite,

egli si burlava di sè stesso, delle sue ambizioni, dei suoi progetti,

delle sue fantasie. Questo impiegato pallido, dall'aria un po' fatale,

lo faceva ridere, quando si mirava nello specchio: questo poeta che non

sapea fare versi, questo prosatore senza prosa, questo giornalista senza

giornali, gli sembrava un caso comico. Un giorno aveva sognato di poter

amare una duchessa, di essere amato da una contessa, di poter sedurre e

rapire la moglie di un banchiere! Riccardo sogghignava. Gli parea di

esser diventato una persona seria, ora che aveva prestabilito il suo

avvenire, rinunziando a tutte le follie: e con la precipitazione e il

bisogno di progettare di tutti gli ingegni meridionali, egli si figurava

già di esser riescito, di aver avuto il decreto di nomina. Allora egli

si vestiva di scuro, come per una solennità, andava dal redattore capo e

in poche parole gli annunziava le sue dimissioni. Costui, forse, lo

avrebbe interrogato sulle ragioni: allora gli avrebbe narrato tutto, la

sua infelice, non corrisposta passione per il giornalismo, e il colpo

sofferto e la delusione immensa e infine il proponimento di salvataggio,

buttandosi nelle braccia della burocrazia. Con questo discorso che egli

avrebbe pronunziato con l'enfasi del sentimento, egli certo sarebbe

arrivato a scuotere la distrazione laboriosa del redattore capo e gli

avrebbe fatto intendere quale servo fedele e amoroso essi perdevano.

Invano avrebbero tentato di trattenerlo: a una vita seducente ma

precaria, piena di grandi soddisfazioni, ma piena anche di grandi

dolori, egli preferiva una esistenza mediocre ma pacifica, gretta forse

ma non fallace: lo lasciassero andare, lo lasciassero andare per la sua

strada, oscuro, ignorato, come tutti coloro che non seppero o sdegnarono

d'imporsi.

Esaltandosi su questo discorso, racchiudendo esso tutta una nobile

vendetta, Riccardo si avvicinava al tempo dei suoi esami. Mancavano

soltanto quindici giorni, quando il _Pompiere_, il redattore teatrale,

che decisamente aveva preso in simpatia questo educato e taciturno

correttore di bozze, gli disse ancora:

"Giovanotto, volete andare al Valle? fanno una commedia nuova, in cinque

atti, di autore patrio: e corre una voce molto grave, che sia una

commedia a tesi. Tutto questo è più forte di me: del resto, io ho da

andare a Napoli. Che Iddio vi assista nella dolorosa prova! Darete gli

appunti di cronaca a qualcuno in redazione che li compilerà. Chiederò

notizie della vostra salute, al mio ritorno." E non smentendo un minuto

la sua gravità abituale, egli girò sui tacchi e andò via. Riccardo

sorrise ironicamente: non era più un bambino come quello di una volta,

per commuoversi di un biglietto di teatro. Placidamente lo serbò e non

affrettò mica il suo pranzo per andare al Valle: obbedendo a un antico

strascico di vanità giornalistica, disse ai suoi commensali, con aria

sdegnosa:

"Che noia, stasera! Il _Pompiere_ è fuori e io ho ancora da andare al

Valle, per udire una terribile commedia in cinque atti."

"Che originale, questo Joanna," disse il suo ammiratore, il Brandi,

altrimenti detto il _segretario particolare_ di Joanna; "egli si secca

di tutte le cose che divertono gli altri. Dammelo a me, questo

biglietto, chè ci vado io."

Vita e avventure di Riccardo Joanna: romanzo · 第 5 / 18 段