E il momento era strano. Un grande soffio d'impopolarità cominciava a

circondare gli uomini di pensiero che avevano condotto sino allora le

cose pubbliche; il paese si stancava di dover chiamare giusti tanti

Aristidi; gli uomini volgari, arsi dalla sete del potere, si ostinavano

sempre, si moltiplicavano, creavano interessi, si organizzavano con la

potenza degli esseri mediocri. Quelli che pensavano, sentivano già la

solitudine; ma alcuni si affidavano, alcuni contemplavano serenamente il

sopravvegnente infortunio politico della loro parte; altri, già stanchi,

lo desideravano, per riposo. I volgari facevano la voce grossa, nei

caffè, nei circoli parlamentari, nelle piazze, nelle trattorie, e il

combattimento si andava allargando. Riccardo era con quelli che

scendevano, naturalmente, per delicatezza di spirito, per spontaneo

sentimento di nobiltà: mentre i giovani, intorno a lui, eccitati dai

desiderii di miglioramento, avendo amici, protettori, fra quelli che

dovevano essere i vincitori, andavano facendo propaganda per gli uomini

nuovi. Onde Riccardo era solo contro tutti quelli del suo crocchio; e

spesso la discussione si esasperava.

"Bada che se Tal de' Tali diventa ministro, ti destituisce subito," gli

dicevano canzonandolo.

"Se diventa ministro, io mi dimetto," diceva lui fieramente.

E con la freddezza di chi prende la mesata ai ventisette del mese, e

quella sola cosa desidera e ama e possiede, qualche suo collega gli

soggiungeva:

"Ma perchè ti riscaldi? Che t'importano queste cose? Sei un deputato,

forse, o un giornalista?"

"È vero," rispondeva lui, quietandosi subito.

Giacchè più i giorni passavano e più si facea profondo il dissidio fra

la realtà e i suoi sogni. Tutte quelle cose che diceva, che pensava,

tutte quelle esercitazioni brillanti della mente non servivano a nulla.

Quando rientrava a casa, sentiva tutta la miseria della sua esistenza

ripiombargli sulle spalle; la sua meschinità, la sua grettezza lo

umiliavano. Che era lui? La mattina un umile impiegato ignoto: la sera

un vano chiacchierone da caffè. Chi lo conosceva? Tre o quattro

imbecilli, al mattino: sette od otto inebetiti, la sera. Il suo più

caldo ammiratore era quell'impiegato della posta, una buona pecora umile

e affettuosa, che gli diceva:

"Tu dovresti esser ministro, Riccardo."

Più il tempo passava e più si faceva cocente in Riccardo il sentimento

della propria nullità. Divorato dal desiderio di elevarsi, il lavoro di

ufficio gli pareva vile, lo faceva a stento, sempre di pessimo umore,

sempre malcontento, sbagliando spesso, attirandosi delle lavate di testa

che lo rendevano più tetro che mai. La compagnia della sera gli era

diventata incresciosa, la sfuggiva, andava a passeggiare solo, per le

strade di Roma, così piene di mistero e di solennità, crogiolandosi

amaramente nella sua misantropia. L'onda dei ricordi lo assaliva con un

urto fiero: e del passato egli non rammentava le dolorose mattinate

senza denari, ma i pomeriggi allegri nell'approssimarsi del pranzo; non

rivedeva le facce arcigne dei creditori, ma le belle facce dipinte e

sorridenti delle attrici; e della vita raminga, senza tetto, senza

letto, vissuta un giorno per l'altro, senza idea di avvenire, egli non

sentiva, no, orrore: egli ne sentiva di nuovo l'irresistibile

attrazione. E gli pareva che la malattia avesse reso suo padre

profondamente ingiusto, facendogli fare quella rinunzia: e tutti i suoi

nervi fremevano di desiderio, tutto il suo sangue dava un tuffo, alla

speranza di ricominciare, giovanotto, quella esistenza spensierata,

noncurante, senza coscienza del futuro, senza rimpianti di passato. A

che era servito il lugubre scongiuro del padre? Il vecchio sangue

giornalistico, rinnovato e giovane, bolliva: nel temperamento sensibile

del giovanotto erano impressi, incancellabili tutti gli usi quotidiani

della vita giornalistica, le ore di tipografia, le corse precipitose da

una conferenza a un funerale, gli articoli scritti di notte, coi

compositori che vengono a strappare le cartelle ancora fresche

d'inchiostro, le esaltazioni artifiziose dei grandi avvenimenti -- e

buttato sul suo lettuccio egli piangeva, sì, piangeva di dolore e di

collera, non potendo rivivere quella vita.

Ma dove convergevano i suoi desiderii e le sue invidie nascoste, era a

un giornale del pomeriggio, il giornale bello e spiritoso e forte dove

scrivevano i migliori scrittori d'Italia. Molto era il valore di questo

giornale e molta era la sua fortuna: ma fra il pubblico la leggenda

ingrandiva e valore e fortuna, talchè si parlava di migliaia, migliaia e

migliaia di copie vendute, e si accennavano cifre assai rispettabili

come compenso ai collaboratori. E si almanaccava sugli pseudonimi e si

assegnavano nomi di ministri come autori di certi articoli: e del

mordente spirito del giornale molto si rideva, da quelli che non ne eran

colpiti, e i colpiti fingevano di divertirsene, ma assai se ne dolevano

segretamente. Vi era stato qualche duello fortunato, e il giornale

n'aveva avuto maggior decoro: talchè, per la sua elevatezza e per la sua

fortuna, anche gli avversari lo rispettavano. Riccardo era innamorato di

quel giornale, e quasi lo imparava a memoria ogni sera: e gli sembrava

una costruzione alta, solida, fortissima, inaccessibile. Nei suoi deliri

di ambizione giornalistica, collaborarvi sarebbe stato per lui la

felicità suprema. Ne parlava con emozione, sottovoce, come di una

persona adorata: e quanto vi si scriveva, gli sembrava giusto, onesto e

grande. Talvolta, nelle due ore di libertà, dopo il mezzogiorno, andava

a passeggiare in Piazza di Montecitorio, sogguardando la porticina

miracolosa: e tutti quelli che vi accedevano, gli sembravano persone

privilegiate, felici. Due volte aveva avuto il coraggio di salire anche

lui, a chiedere dei numeri arretrati, ed era restato in anticamera,

commosso, fra quegli armadi a caselle, accanto al tavolone coperto di

fasce, non osando guardare attraverso i cristalli ovali delle porte

imbottite di lana verde: se ne era andato via, malinconico come un

esiliato. A furia di passeggiare in Piazza di Montecitorio, aveva

imparato a riconoscere il direttore, un piccoletto, dalla barba bionda e

dagli occhiali d'oro: accanto a lui andava spesso un ometto rotondo, dal

mustacchio nero e dagli occhi vivissimi -- ma costui Riccardo non sapea

bene chi fosse, un redattore sicuramente. Egli li guardava con una certa

tenerezza, pensando che in quel momento essi forse architettavano uno di

quei brevi ma eleganti edifizietti di prosa, dove era così leggiadra la

disinvoltura e così simpatica la fierezza di chi sa.

"Se cade il suo partito, vedrai che calo fa il giornale...." gli diceva

un rabbioso studente che voleva gli uomini nuovi.

"Non può morire: è immortale come tutte le cose fatte di pensiero,"

rispondea superbamente Riccardo.

Ma in cuore suo un rancore col giornale suo prediletto ce lo aveva. Tre

volte gli aveva mandato degli articoli: mai nulla era comparso. Eppure

gli sembrava che fossero il fior fiore della sua intelligenza, il primo

e puro germoglio, quella primizia innocente e forte che va a morire

quasi sempre ignota in un cestino di carte stracciate. Ma come si

comincia, dunque? Ma che avevano fatto per sbucare, quelli che erano lì,

felici, parlando, ogni mattina, a centomila lettori? E una voglia pazza

gli veniva, di sera, incontrandone uno per la strada, di chiedergli il

segreto di quel grande primo passo.

-- Non riescirò mai, -- diceva fra sè disperato.

Ne ammalò. Ebbe una febbre biliosa che degenerò in febbre di malaria: e

nelle ore di intervallo fra una febbre e l'altra, lo teneva lo

stordimento del chinino preso. Sperava assai di morire. Non lesse

giornali per un mese e mezzo, volendo dimenticare. Ma in un'ora di

debolezza, egli ne aperse uno, il solito, quello che amava. Leggeva,

senza intendere, infiacchito dalla infermità e dalla esorbitante vita

interiore. L'avviso con cui la direzione cercava un correttore lo fece

trasalire. Poi si vergognò di sè stesso: certo la debolezza lo rendeva

vigliacco, ora, gli consigliava una umiliazione troppo grande! Cercò di

distrarsi, di non pensarvi: ma invano. E l'anima gli suggeriva

transazioni: nessun lavoro era indecoroso, nessuna opera umile era da

disprezzarsi. Che cosa era lui per tenersi così alto? un misero

impiegato, alla fine, e il lavoro del ministero, poco diverso, era

dunque anche una vigliaccheria? Invano, invano, il poveretto cercava di

difendersi dalla tentazione, era inerme, era debole, era indifeso -- e la

tentazione nelle ore di convalescenza si faceva più viva, il desiderio

di viver là, in un ufficio di giornale, si faceva sempre più pungente,

sempre più forte: e gli pareva già di essere lì, fra quell'odore di

polvere stantía, fra i fasci della carta bianca, innanzi a quei calamai

profondi e melmosi, tenendo una di quelle penne grosse e corte, tutte

morsicchiate alla cima dalla nervosità del redattore avido di idee,

scrivendo su quelle cartelle bianche, empiendo di segni cabalistici

quelle cartelle giallognole e molli che sono le bozze di stampa -- gli

pareva di esser già lì, nell'ingranaggio, rotellina minuscola della

macchina possente, granello di polvere travolto in quel turbine

quotidiano, lieto di quel travolgimento, felice nella sua umiltà -- e

tendeva le braccia, come un bimbo alla madre, invocando.

"O papà, o papà, come posso fare?" gridava, come un fanciullo ammalato.

Ma un'ultima vergogna lo colse, in Piazza Montecitorio, quando andava a

offrirsi. Una fiamma colorì il suo volto bianco e bello di

convalescente: ed esitante, si mise per la Via degli Uffici del Vicario,

voltò per la Maddalena, uscì al Pantheon, camminando meccanicamente,

fremendo all'idea di esser preso per un mendicante. Fu più forte di

tutto la passione, e Riccardo ritornò per Piazza Capranica, deciso,

affrettando il passo, volendo abbreviare quella prova. Era di domenica:

per le scale dell'ufficio, tre o quattro persone scendevano, discutendo

e ridendo: egli chinò il capo, salì presto:

"Vorrei parlare al redattore capo."

"È occupato: abbia la bontà di aspettare," disse l'usciere con una certa

cortesia importante.

Mentre Riccardo passeggiava su e giù, non volendo sedersi, non volendo

aver l'aria del mendico che aspetta pazientemente l'elemosina, un

andirivieni continuo agitava quell'anticamera. Signori affaccendati

entravano, penetravano in redazione senza farsi annunziare, stavano un

momento, uscivano di nuovo, distratti, assorbiti; giovanetti tipografi

in blusa azzurra macchiata d'inchiostro, col berretto di carta,

entravano precipitosamente, partivano correndo; il portalettere delle

raccomandate era in conferenza coll'amministratore, dritto innanzi al

suo tavolino, con la sacca di pelle nera aperta, donde estraeva i

plichi. Nessuno badava a Riccardo che passeggiava, aspettando: egli si

sentiva in mezzo a un largo mondo di operosi indifferenti, in mezzo a un

organismo forte, ma concentrato in quei tali elementi. Due volte si

avvicinò alla porta, per andarsene, ma l'usciere manco si voltò. Lui

rimase, pazientando: ma questo redattore capo, chiuso nel segreto della

sua stanza, presso cui tanta gente entrava, quest'uomo che ogni minuto

faceva squillare il campanello elettrico, breve, come un comando

imperioso, assunse nella immaginazione di Riccardo proporzioni

fantastiche. Non era egli dunque un sacerdote orante in fondo a una

cappella? Non era dunque un signore possente e misterioso, di cui si

sapeva il nome, ma che i pochi, i privilegiati soltanto arrivavano a

vedere?

"Passi," disse l'usciere, ritornando.

Riccardo attraversò un salotto dove non ci era nessuno, una stanza dove

due uomini scrivevano, ma che non alzarono neppure il capo. Questo

redattore capo sedeva in fondo alla terza stanza, dietro uno scrittoio

che pareva una fortificazione di legno e di carta: ed era un bell'uomo

alto e robusto, dal mustacchio brizzolato, dagli occhi dolci e arguti.

Scrisse qualche cosa sopra un pezzetto di carta, chiamò l'usciere,

glielo consegnò, poi alzò il capo e disse a Riccardo:

"Lei cosa vuole?"

L'intonazione era mite, ma di uomo distratto.

"Venivo.... per quel posto di correttore...." mormorò il giovanotto.

"Abbiamo molte richieste.... ma, si vedrà.... lei si chiama?"

"Riccardo Joanna."

"Non fa altro?"

"Sono al ministero di agricoltura."

"Ah! S'intende di correzione?"

"Mio padre era giornalista," rispose Riccardo, sottovoce.

"Dove?"

"Al _Tempo_, di Napoli: un povero giornale," e ingoiava a stento.

"Sa l'orario? Bisogna venire dalle quattro alle sette."

"Sissignore; potrei anche venire da mezzogiorno alle due."

"Non servirebbe. A rivederci, signore."

"Debbo ritornare?"

"Ritorni.... mercoledì, sì, mercoledì."

E chinato il capo si rimise a scrivere. Riccardo se ne andò, col sangue

alla testa, senza neppure chiedere che onorario vi sarebbe stato. Era

precipitato giù, al fondo di tutte le sue speranze. Sperava, aveva

sperato che questo redattore s'interessasse a lui, che lo interrogasse,

che lui, infine, potesse confessare il suo desiderio di scrittore

assolutamente inedito: sperava che sentendolo figliuolo di giornalista

gli avesse chiesto di suo padre, largamente: aveva l'aria così bonaria,

quel signore, che Riccardo gli avrebbe buttato le braccia al collo alla

più piccola parola affettuosa. Ma come tutte le persone molto occupate,

quel signore gli aveva detto cortesemente quello che era necessario, e

niente altro. Ma Riccardo era fuori della realtà: quel ricevimento così

semplice gli pareva una crudele delusione. Decise di non ritornare, nè

il mercoledì, nè mai: si pentì di esser salito lassù, dove nessuno si

curava di lui, dove di lui nessuno voleva sapere: e giurò e sacramentò

di non leggere mai più il giornale, di non leggere mai più nessun

giornale, di non parlare mai più nè di arte, nè di politica. Ma il

mercoledì era ancora in Piazza di Montecitorio, desiderando quello che

aveva disprezzato tre giorni prima, ritraendo una quantità di pronostici

dalle cose. -- Se incontro un cavallo bianco, buon segno -- ma non ne

incontrò. -- Se vedo un gobbo, buon segno -- e ne incontrò uno, verso gli

Orfanelli, un gobbo _vero_, gobbo davanti e di dietro. Pure esitò

ancora, prima di salire, prese un _wermouth_ al caffè, per rianimarsi.

Oh avrebbe parlato, oggi, a questo redattore capo, lo avrebbe forzato ad

ascoltarlo, con l'eloquenza del dolore, gli avrebbe detto, gli avrebbe

raccontato tutto!

Trepidante, salì su: e dette il suo biglietto da visita all'usciere,

perchè lo portasse di là, al redattore capo.

"Lei è il signor Joanna?" chiese l'usciere, un Toscano.

"Sissignore."

"Ho una lettera per lei."

E la trasse di sotto un mucchio di fasce. Riccardo la tenne in mano un

momento, senza leggerla; e gli pesava fra le dita, come piombo. La lesse

con uno sguardo solo: era accettato per correttore, poteva cominciare il

suo lavoro dall'indomani. Confusamente egli salutò e andò via, pieno di

dolcezza e pieno di amarezza. Ecco, ora si sentiva depresso, abbattuto,

dopo i grandi eccitamenti febbrili dei giorni decorsi: e una stanchezza

mortale gli spezzava le gambe. Tornò al ministero, salì dal capo

divisione, per pregarlo di modificargli l'orario, preferiva andare in

ufficio dall'una alle quattro:

"Avete trovato qualche altra occupazione?"

"Sì, signor Commendatore."

"E di che si tratta?"

"È al giornale _Baiardo_."

"Mi congratulo tanto: leggeremo la vostra prosa."

Riccardo non rispose: solo era un po' rosso in viso, vergognandosi della

bugia che egli accreditava col suo silenzio. Subito, il capo divisione

gli accordò il permesso. E in tutto il pomeriggio, a pranzo, al _Caffè

Cavour_, la voce circolò, e tutti gli domandavano, un po' increduli, un

po' invidiosi:

"È vero che sei al _Baiardo_?"

"Sì," rispondeva lui, debole, vile, non osando confessare la verità.

Ma il più commosso fu l'impiegato postale. Con l'occhio umido e la voce

un po' tremante, fece le sue congratulazioni all'amico, facendogli

notare che lui glielo aveva sempre pronosticato uno splendido avvenire,

che la fortuna di Riccardo Joanna egli la considerava come la propria

fortuna, che oramai avrebbe comperato il _Baiardo_ ogni giorno, per

leggere gli articoli del suo migliore amico:

"Io me ne accorgerò dallo stile, se sono tuoi: ma tu avvertimi sempre,

quando ci è qualche cosa di tuo, non ti scordare! Avvertimi, sai."

"Ti avvertirò," mormorava Riccardo, internamente disperato.

A casa, nauseato di sè, degli amici, della vita, dormì profondamente del

sonno delle anime intorbidate. L'indomani, alle quattro, nervoso, non

sapendo quello che avrebbe fatto, era all'ufficio del _Baiardo_: e

l'usciere lo introdusse in un camerottino, dove ci era il posto soltanto

per un tavolino, una sedia. Sulla parete un calendario con una grossa

Italia gialla e rossa, era appeso, e sul legno del tavolino l'altro

correttore, o un redattore, aveva disegnato dei profili femminili, un

biglietto da mille lire, aveva scritto qualche frase, qualche freddura.

Il redattore capo entrò, salutò:

"Ora le portano le bozze. Molti _a capo_, mi raccomando."

Niente altro. Riccardo entrava nel giornalismo per la scala di servizio,

come un muratore che venga a portare della calcina, come uno

spazzacamino che venga a pulire la cappa del camino dalle fuliggini.

Perchè non prendeva il cappello e andava via, se aveva un acino di

dignità? Ma un _piccolo_ di stamperia entrò, gli posò innanzi un fascio

di bozze tutte molli e scappò via. Quando la sua penna si posò sulla

carta e corresse il primo errore tipografico, una lettera capovolta,

egli si sentì vincolato per sempre: la sua dedizione era completa.

L'opera sua procedeva lenta lenta, ancora un po' inesperta, egli cercava

di ricordarsi del tempo quando aiutava suo padre alla correzione delle

bozze: come l'ora passava, altre bozze giungevano, egli vedeva con un

certo spavento accumularsi il lavoro, si confondeva, solo solo, nel

crepuscolo triste di fuori, tristissimo nella penombra del camerottino.

Si sbrigò alla meglio, trascurando varie correzioni: gli portarono le

due prime pagine, già pronte alle cinque, tutte umide. Quella correzione

delle pagine non l'aveva mai fatta, restò confuso, non sapendo dove

mettere i segni: per fortuna vi erano pochi errori, li _trasportò_ alla

meglio, in cima o in fondo alla pagina. Durante il suo lavoro non aveva

visto nessuno, chiuso nel suo gabbiotto, preso dallo stento della sua

inesperienza.

"Viene in tipografia a correggere la terza pagina?" chiese il _piccolo_.

"Vengo."

Era lì presso, in Piazza Montecitorio. Il redattore capo, in uno

stanzino, compilava un telegramma: un vecchio magro, una figura

melanconica e romantica e simpatica da don Chisciotte, scriveva le

_informazioni_ dall'altra parte del tavolino. Non ci era posto per

Riccardo: il proto gli accennò un leggío di legno, un seggiolone alto.

Ivi, sotto la vampa del gas, Riccardo corresse la terza pagina. Non vi

era altro da fare: se ne andò, senza salutare, insalutato, mentre

redattori, proto, tipografi, macchinisti erano assorbiti da quel calore

dell'ultima mezz'ora. Erano le sette: al _Trevi_ non vi era più nessuno,

le vivande erano scarse, gli impiegati che pranzano alle cinque e mezzo

avevano consumato quasi tutto, Riccardo mangiò di pessimo umore. Al

caffè, il Brandi, l'impiegato postale, gli chiese subito:

"Ebbene, vi è nulla di tuo nel _Baiardo_?"

"No, non ancora."

"Non farmi segreti," ribattè l'altro, con la sua aria di volpe fina, "io

me ne accorgo, sai, ti conosco allo stile: tutto possono insegnarmi

salvo quel che pensa e quel che dice Riccardo Joanna!"

Un altro gli chiese:

"È vero che il ministro degli esteri avrà un voto di sfiducia al suo

bilancio?"

"Io non lo so," rispose Riccardo, seccato assai.

"Non vuoi dirlo. Tutti così, voialtri giornalisti!"

Il suo cómpito di correttore continuò, quotidiano, in quel camerottino

solitario, sotto gli occhi rotondi e spiritati della grossa Italia del

calendario, senza incidenti, senza che mai nessuno venisse a visitarlo,

senza che egli conoscesse neppur uno della redazione. Ogni tanto il

redattore capo, il bell'uomo a cui era mancato il pubblico, perchè

diventasse un Girardin, tanti erano i giornali che aveva fondati e di

cui si era felicemente disfatto, entrava nel camerotto e raccomandava

certe correzioni a Riccardo, gli _a capo_, massimamente: il lettore si

stanca della prosa unita, fitta -- e usciva via subito, chiamato dal

lavoro. Di là, Riccardo udiva spesso un grande andirivieni, talvolta

arrivavano a lui discorsi e risate, discorsi dove l'accento toscano

vivacissimo superava qualche pronuncia napoletana o lombarda: ma non

ardiva andare di là senza essere chiamato, non vedeva mai i redattori.

Il _Baiardo_ continuava ad essere per lui un tempio misterioso, dove si

pontificava, recitando le spiritose litanie della politica e dell'arte,

da sacerdoti sconosciuti. Al caffè, la sera, gli domandavano:

"Joanna, dicci dunque chi è _Molosso_?"

"Non so."

"E _Stellino_, lo sai: chi è _Stellino_?"

"Neppur quello."

Gli amici restavano scontenti: si seccavano che egli volesse mantenere

il segreto, quando la loro più viva curiosità erano appunto quelli

pseudonimi, quando le loro più ostinate liti erano per saper chi fosse

_Neera_, un uomo o una donna, per assodare se De Amicis era proprio

_Furio_.

"E tu, come firmi?"

"Non ho deciso ancora."

"Va là, che non vuoi dirlo!"

Questi tormenti serotini gli facevano odiare il caffè e la gente e

tutti: trovava che la punizione della sua bugia era troppo grande. Non

sapeva prendere un'aria disinvolta, non voleva inventarne altre delle

bugie, anche la prima era stata involontaria. E temeva forte che si

scoprisse, che i colleghi del ministero, del caffè appurassero che egli

era un misero correttore, un povero muratorello della stampa che metteva

un po' di calcina nei buchi del bell'edifizio. Quelle sue risposte

troppo evasive, quella sua ignoranza avrebbero dato nell'occhio,

certamente: e saputa la verità, quante beffe, che ironie, che

umiliazione! Trascinato da un falso amor proprio, una sera, al caffè,

disse:

"Leggete l'articolo di fondo: è del direttore, è molto bello."

"Firma _Baiardo_?"

"Sì."

"Come va questo? Se il direttore è in Lombardia, nella villa del nostro

direttore generale," disse un impiegato alla guerra.

"Sarà ritornato," mormorò, arrossendo, Joanna.

Non tentò più. Si lasciò andare, per una settimana, al lavoro di

correzione, meccanicamente. E quel lavoro, ora se ne accorgeva, lo aveva

privato del suo grande piacere quotidiano, serotino: la lettura del

_Baiardo_. Prima, nel tempo della indipendenza, quando ancora non aveva

sporto i polsi volontariamente alle catene, la prosa di _Fantasio_, ora

argutamente scettica, ora malinconicamente sarcastica, sempre piacente,

sempre originale, gli procurava un delicato piacere spirituale: la prosa

di _Scapoli_ aveva una eleganza muschiata, un profumo di salotto, una

piacevolezza serena che lo trasportava in un ambiente aristocratico: la

prosa di _Neera_ aveva il calore e l'attrazione della simpatia. Quella

lettura di giornale, alla sera, _prima_, era per lui una soddisfazione

raffinata dello spirito: a cui si aggiungeva il bel piacere della

sorpresa, quello schiudere il giornale, ignorandone ancora il contenuto

e ogni sera avere l'impressione gradita.

Vita e avventure di Riccardo Joanna: romanzo · 第 4 / 18 段