figlio, Giovanni, più di me."
"Ci baderò," rispose il marito, continuando lo scherzo.
E andò a far mettere i fiori avuti in dono dalla moglie, nel salotto
moderno che è la scena del _Lei, voi, tu_. Senza far cerimonie, Amalia
era passata dietro un paravento a vestirsi e un po' parlava sottovoce
con la cameriera, un po' discorreva, ridendo, ringraziando, salutando le
persone che venivano nel camerino. Scostando una mantiglia di merletti,
Riccardo si era seduto sull'angolo di una sedia e teneva i piedi tirati
indietro per non disturbare la cagnetta che continuava a dormire, in
quell'aria calda, odorosa di muschio. L'Amalia uscì di dietro al
paravento, già vestita per la commedia, tutta seducente in un vestito
scintillante di perline, scollato in quadrato sul petto. Stringeva la
mano a questo, a quello, giornalisti, critici, vecchi buontemponi,
frequentatori di palcoscenico, che le parlavano all'orecchio, o
sottovoce, ed ella si arretrava, ridendo, tutt'amabile, tutta nervosa,
esaltata dai complimenti, dai fiori, dagli applausi.
"Voglio fare una dichiarazione d'amore a Riccardo," esclamò, a un
tratto, l'attrice.
Prese i gerani rossi e se ne acconciò un gruppetto fra i neri capelli.
"Sto bene così?" domandò al bambino.
Gli astanti ridevano: anche Paolo Joanna. Il bambino crollò il capo, per
dire di sì, ma non parlò. Per l'odore, forse, pel caldo di quel
camerino, per l'ora avanzata, una crescente stupefazione invadeva il
cervello del bambino: il pallore si allargava sul suo visino. Si teneva
sul suo angolo di sedia, come stordito, con un piccolo sorriso sulle
labbra, un sorriso vago di persona sofferente.
"Poi verrai a trovarmi, nevvero, Riccardo? Ti darò i confetti!"
Scappò fuori, perchè la musica era finita e l'atto cominciava: gli
ammiratori, gli amici si dispersero per quella penombra del
palcoscenico: alcuni, più pazienti, si sedettero su certi cassoni,
parlando a bassa voce, aspettando l'Amalia, per accompagnarla a casa.
Paolo Joanna aveva attaccato una discussione politica con un suo collega
della stampa, collega e avversario, un Calabrese barbuto e dottrinario,
che parlava con un forte accento di Calabria, e pieno di entusiasmo per
la politica si irritava dello scetticismo di Paolo Joanna.
"Andiamo, Riccardo."
Tutti e tre si avviarono, Riccardo piccolo piccolo, in mezzo ai due
uomini: era quasi mezzanotte. Nella strada la discussione si riscaldò. I
due uomini cercavano di convincersi l'un l'altro, si fermavano,
gesticolavano, si afferravano il bottone del soprabito, tutti infatuati.
Con una sommissione infantile, mentre il sonno gli piombava, pesante,
sulle palpebre, Riccardo si fermava anch'esso: e fermandosi, si
addormentava leggermente, in piedi, svegliandosi improvvisamente, quando
i due uomini si avviavano di nuovo. In quel dormiveglia, egli non capiva
nulla di quello che dicevano suo padre e il Calabrese, egli non sentiva
che un fastidioso ronzío nella sua piccola testa di creatura stanca:
egli non capiva neppure più in che strada si trovassero, ma la via per
arrivare a casa gli sembrava lunghissima, eterna. Suo padre, infervorato
nella discussione, nottambulo del resto, non si accorgeva del tormento
del suo bambino: e il piccolino non si lagnava, oppresso dal sonno,
tenendosi lungo il muro per non vacillare. Le sue gambine lo portavano a
mala pena, il sonno, prepotente, gli si era diffuso per tutta la
persona: gli sembrava di camminare da ore e ore, senza mai arrivare, e
nella piccola anima, esaurita di stanchezza, si formulava solo questo
desiderio:
-- Venisse la casa, venisse! --
A Toledo la discussione, vivace, era passata all'arte: alla Pignasecca,
dove Paolo Joanna doveva voltare, si parlava del socialismo. Il
Calabrese invitò Joanna ad accompagnarlo un po' più su, sino a Piazza
Dante, dove abitava: e il giornalista nottambulo stava per farlo:
"Oh papà!" disse lamentosamente, nel sonno, la povera creaturina.
E il padre fu tanto commosso da quella voce, che salutò in fretta il
collega e si levò in collo il suo bambino -- il quale si lasciò prendere
e portare, addormentato sulla spalla del padre. Silenzio profondo nella
Pignasecca -- e l'aria un po' umida della notte. Una _carrozzella_ passò
lentamente, ritirandosi alla stalla.
"Papà?" disse il bimbo, levando il capo.
"Riccardo?"
"Non hai più denari, è vero?"
"Ho... ho ancora una lira, credo."
"E domani?"
"Domani? Qualche santo provvederà."
"Va bene, papà."
E si riaddormentò.
II.
LA GRANDE GIORNATA.
Nella sua lenta e chiaroveggente agonia, il padre gli aveva detto, con
la rauca voce dei tisici:
"Riccardo, mi vuoi bene?"
"Papà, perchè mi dici queste cose?"
"Se mi vuoi bene, niente giornalismo."
Lo sguardo del morente era così lucido di sgomento e di pietà paterna,
la intonazione era tanto tetra e supplichevole a un tempo, che il
giovanetto balbettò: ".... Niente giornalismo."
"Niente, niente. Vedi come si muore?" soggiunse, con tutto il rammarico
di una vita travagliata e inutile.
E se il funebre testamento di suo padre, consistente in quelle poche
parole, non fosse bastato, sarebbe bastato, pel cuore di Riccardo, il
ricordo dell'agonia paterna. Lo aveva visto ammalarsi di bronchite,
presa uscendo dalla tipografia caldissima all'aria fredda della notte, e
trascurare questa bronchite, tossicchiando, con improvvisi abbassamenti
di voce, mangiando pasticche di gomma, bevendo qualche cucchiaino di
codeina per calmare l'irritazione, ma non tralasciando, ogni giorno, di
far l'articolo di fondo e il capocronaca, di compilare i dispacci e di
correggere le bozze. La tosse parve finita: ricominciò, dopo una cena
all'aria aperta, allo _Scoglio di Frisio_, dove la stampa festeggiava un
commediografo trionfante. Qualche giorno, ogni tanto, quando il
raffreddore si addensava sui bronchi, Paolo Joanna lavorava in casa, in
una camera mobiliata a Taverna Penta, avvolto in uno scialle da donna
che la padrona di casa gli aveva prestato: e il figliuolo, chiuso con
lui in camera, guardava scrivere il giornalista infermo dalla faccia
accesa e dalla fronte bagnata di un lieve sudore freddo: talvolta Paolo
si fermava, pallidissimo, nauseato da quell'odore d'inchiostro fresco.
Appena si sentiva meglio, Paolo Joanna esciva, andava in ufficio, con un
vecchio fazzoletto di seta rossa avvolto al collo: fermandosi solo per
tossire, sospendendo il lavoro solo in quel quarto d'ora in cui gli
_entrava_ la febbre, ricominciando appena calmato il turbamento
dell'accesso. Poi aveva lavorato in casa, in letto, sopra una tavoletta
posata sulle ginocchia, riprendendo fiato ogni momento, appoggiando al
mucchio dei cuscini una faccia gialla e sudata. Venivano amici,
colleghi, buttavano il mozzicone prima di entrare, ridevano un poco,
parlavano di teatri e di politica, restavano poco tempo: qualcuno si
chinava all'orecchio dell'ammalato, parlandogli affettuosamente,
stringendogli misteriosamente la mano; egli accettava sempre, crollando
il capo, ora sorridendo con una malinconia straziante, ora con le
lagrime che gli gonfiavano gli occhi. Due volte era venuto il direttore,
restando cinque minuti, guardando in aria, pronunciando qualche vaga
parola di conforto, lasciando sul tavolino, una volta quaranta lire,
un'altra volta trenta. Ritto ai piedi del letto, appoggiato ai ferri,
taciturno, coi fieri e malinconici occhi abbassati, il giovanetto
Riccardo vegliava suo padre. Due giorni prima di morire, Paolo Joanna
aveva ancora scritto un capocronaca, con la mano tremante, respirando a
ogni parola, col rantolo lugubre dei polmoni sforacchiati dalla tisi.
Nel giorno della morte, aveva ancora preso della codeina, l'inganno
eterno dei tisici: aveva sonnecchiato -- risvegliandosi, con la mano
faceva cenno, ripetutamente, perchè gli togliessero d'intorno qualcosa
che lo infastidiva. Il figliuolo non intendeva e tastava gli oggetti,
interrogando con lo sguardo il morente: poi intese, raccolse tutti i
giornali, li tolse via. Subito il morente si placò. Morì un quarto d'ora
dopo, senza soffrire, senza dire nulla, brancicando lieve lieve il
lenzuolo: e una pace distese quei poveri tratti affaticati, la serenità
augusta della morte nobilitò quel misero volto di lavoratore. Riccardo
si mise a urlare di dolore: ma si vergognò dei vicini, tacque. Sopra un
tavolino vi erano due lire e otto soldi, avanzo dell'ultima carta da
cinque lire, cambiata al mattino: pietosamente la padrona di casa vestì
il morto: non vi erano calze decenti da mettergli, Riccardo si cavò le
sue che erano meno rattoppate. Il direttore dette centocinquanta lire
per i funerali, i colleghi e i tipografi altre centoventi, per
sottoscrizione, a piccole quote di cinque, di due lire, di cinquanta
centesimi. Al seppellimento tutta la stampa intervenne, e qualcuno parlò
dell'operaio umile e laborioso che era morto _sul lavoro_. Gli astanti
pensavano, colpiti da neri presentimenti: e l'orfano guardò la terra
discendere nella fossa, vestito di bigio, non avendo avuti i quattrini
da pagarsi il lutto. Il direttore fu ancora più pietoso, per tre mesi
dette cento lire il mese al giovanotto: dopo, gli procurò un posto di
straordinario al ministero di agricoltura e commercio, in Roma. Tutti i
giornali lodarono discretamente la bontà del direttore del _Tempo_.
Quietamente, nella solitudine di uno spirito privo di amore, nella
natural fierezza di un grande dolore, Riccardo si acconciò facilmente
alla umile sua carriera di impiegato. Quella morte che gli portava via
l'unico essere amante, amato, aveva gettato il suo animo in un torpore:
e il meccanico lavoro, dalle nove alle dodici, dalle due alle cinque,
gli riempiva il gran vuoto del tempo che sentiva intorno a sè. Abitava
presso il ministero, in Via della Panetteria, e pranzava anche lì
vicino, al _Gabbione_, in Via del Lavatore. Guadagnava poco più di cento
lire il mese: ma in quei primi tempi della capitale, a Roma, la vita
materiale era molto facile. Povero, malinconico e superbo, Riccardo non
entrava nei caffè, non andava nè al teatro, nè alle passeggiate
pubbliche. Quella monotonia di esistenza, quel senso di completo
isolamento, quell'austerità di vita e di sentimenti gli sembravano
confacenti alla sventura che aveva sofferta. Con la inclinazione dei
cuori giovani, egli esagerava volentieri il suo lutto. Del resto non
avea idee, non avea progetti: e il naturale ingegno giovanile giaceva
sonnolento, inerte, capace solo di quel metodico lavoro di ufficio.
Aveva amici, in ufficio: ma non voleva mai discorrere del passato, con
loro:
"Abbiamo avuto delle disgrazie," mormorava.
Tanto, che con quella sua aria aristocratica e indolente, con quel
pallore romantico e interessante del volto, con quel silenzio in cui
volentieri si rinchiudeva, vari credevano che appartenesse a una grande
famiglia decaduta. Il giovanotto si assuefaceva sempre più alla vita di
ufficio, vinto dall'abitudine, interessandosi ai pettegolezzi
burocratici, odiando o amando il tal superiore, parlando male del
ministro senza conoscerlo, avendolo visto entrare in carrozza una volta
sola. In due anni cambiò casa una volta sola: andò più su, a Via in
Arcione: cambiò trattoria, andò poco distante, al _Trevi_, frequentato
da altri impiegati. Alla domenica, talvolta, si recavano in quattro o
cinque a ispezionare i lavori di Via Venti Settembre. Ma non voleva che,
lui presente, si parlasse mai di politica: si allontanava, come per una
repulsione istintiva. Non comprava mai giornali, non ne leggeva mai: e
una volta ripetette quello che un suo collega diceva, macchinalmente:
"I giornali? Tutte bugie."
Ma rimase male, come se avesse bestemmiato un nome caro. Un giorno, a
Piazza Barberini, incontrò un Napoletano, un amico di suo padre,
giornalista:
"O caro, caro giovanotto," e gli battea familiarmente sulla spalla,
"come te la passi?"
"Abbastanza bene, grazie."
"E dove lavori? In quale giornale?"
"Faccio l'impiegato, all'Agricoltura."
"L'impiegato? Gesù! E che direbbe tuo padre, povero Paolo, se rivivesse?
Suo figlio, un _travet_!"
"Egli non voleva che facessi il giornalista."
"Son cose che si dicono, capirai, nella malattia. In fondo, è un bel
mestiere, te lo assicuro. E tu non crepi a fare il _travet_? Non
t'incretinisci?"
"Papà non voleva che facessi il giornalista," insistette il giovanotto,
infantilmente.
"Perchè è morto, poveretto. Se vivesse, ti lascerebbe fare."
"Forse...." mormorò Riccardo, "forse.... sono troppo bestia, per
scrivere."
"Che! Ci vuole la vocazione, ecco tutto. Se ce l'hai, figlio mio, ti
vincerà. Poi, ci è l'eredità: si porta nel sangue, te lo assicuro."
Riccardo guardava il suo interlocutore, come trasognato: costui
soggiunse qualche parola di affetto e si allontanò, ritenendo in cuor
suo che il figliuolo del suo amico fosse uno stupido completo. Quella
sera, alla trattoria, Riccardo fu nervoso. I suoi colleghi gli
sembrarono lievemente imbecilli, con la loro eterna lagnanza sulle ore
di ufficio, sulla composizione dell'organico: e per non udirli più,
comprò un giornale. Un memore, acre odore gli salì al cervello e insieme
uno sbuffo della vita infantile, uno sbuffo di poesia malinconica gli
attraversò la memoria. Per un momento egli rivide tutto, in una visione
confusa, e viva, e dolce, saloni di trattorie piene di ori e di velluti,
macchine tipografiche in movimento, dietroscena di palcoscenici pieni di
ombre amiche, monti di giornali che uscivano dalle mani delle
piegatrici. Un minuto: poi, tutto disparve. Si portò il giornale a casa,
e disteso nel letto, lo lesse religiosamente, da cima a fondo: e brani
di frasi gli ritornavano in mente, intieri periodi, la lingua della sua
infanzia e della sua adolescenza gli ritornava, gli ritornava, come in
sogno. _Siamo autorizzati a dichiarare_.... sì, sì, era proprio così....
_che la notizia era assolutamente infondata_. E il capocronaca
descrittivo: _Sin dalle prime ore della mattina_.... come continuava?
Continuava così: _le vie della città offrivano un insolito aspetto di
animazione_! Sì, era questo. Il ricordo di quelle frasi giornalistiche
si manifestava tenuemente, come un motivo musicale, ancora velato,
ancora indistinto: poi si precisava, la cadenza veniva naturalmente.
Erano quelle le canzoni, le strane canzoni che avevano cullata la sua
infanzia, eran quelle le armonie bizzarre che facevano vibrare gli echi
del suo spirito: la musica del suo cuore era quella. _La polizia è sulle
tracce dei ladri_; e ancora l'altra: _così il libro della questura_.
Tutto, rammentava. E una infinita nostalgía lo struggeva.
Ma la fredda quiete mattinale calmò la piccoletta febbre, diradò i sogni
e compose ragionevolmente lo spirito di Riccardo. Non gli rimase che uno
strascico di malcontento, per cui fu taciturno all'ufficio: e come il
giornale della sera innanzi diceva qualche insolenza a un giornale della
mattina, egli comperò il giornale della mattina, per vedere la risposta.
In breve prese l'abitudine di quella lettura mattinale e serotina: la
sua stanzetta fu piena di giornali. Ma leggeva macchinalmente,
approfondendo pochissimo la lettura, non interessandosi molto, come un
lettore sonnolento. Il lavoro di ufficio, le conversazioni di luoghi
comuni, quella vita stereotipata gli avevano assopito il cervello. Pure
una vaga malinconia gli era restata, nel cuore, dopo il discorso fatto
col giornalista. Quello gli aveva dato del cretino, apertamente: e alla
malinconia un po' di rancore si univa. Che credevano, questi signori
giornalisti, di essere una specie rara? Un articolo, su per giù, lo fa
chiunque. E questo rancore, questo dispetto crescendogli nell'animo
solitario, lo tormentava: una sera comprò della carta, e macchinalmente
la tagliò in cartelle, come aveva veduto fare a suo padre: gli parve di
sentirsi passare un soffio sul viso, si fermò, trasecolato, chiudendo
gli occhi, vedendo apparire nella fantasia un volto cereo, con gli occhi
socchiusi, le labbra violette. Lasciò tutto, spaventato, uscì di casa,
perseguitato da un'idea, da un'ombra cara e dolente, da una voce rauca
che gli diceva: _se mi vuoi bene.... se mi vuoi bene...._ Entrò nel
_Caffè Cavour_, a Piazza Colonna, dove non andava mai. Si voleva
sottrarre a quella persecuzione. Si unì a uno studente, due impiegati,
un cronista di giornale che sedevano a un tavolino, discutendo di
politica. Lo studente era collerico, gli impiegati erano flemmatici: il
cronista crollava il capo, gravemente, contraddicendo tutti; Riccardo
taceva. Poi il cronista parlò a lungo, sottovoce, nominando
familiarmente il Minghetti e il Visconti-Venosta, riferendo un colloquio
del Re col Sella -- e aveva, nel suo dire, certe intonazioni, certe
reticenze, certi ammiccamenti d'occhio, certi abbandoni di confidenza,
certe riserve di persona discreta, sì che lo studente aveva finito per
ascoltarlo attentamente, come convinto, e i tre impiegati erano
meravigliati, quasi commossi a quelle confidenze. A un certo momento,
Riccardo, per sottrarsi a quella malía, volle contraddire: ma
superbamente il cronista gli rispose:
"Nessuno può essere informato come me."
E invincibilmente, la sera seguente, Riccardo ritornò alle sue cartelle
bianche e con molto stento, fumando, alzandosi e passeggiando,
ritornando a sedere, scrisse un articolo di politica estera, intitolato:
_La situazione_, lungo, imbrogliato e molto enfatico. Erano le due del
mattino quando ebbe finito, e tutti i suoi nervi vibravano, un lieve
tremore gli agitava la mano sinistra. Si sentiva l'animo gonfio, di
amore, di dolore, di pensieri, di parole, tutte cose che volevano
sgorgare, che non sapeva a chi dire: si sentiva un tumulto profondo nel
cuore e un grande vuoto intorno. Per farsi animo, lesse ad alta voce il
suo articolo, declamando: alla fine, esaltato dalla sua voce, dalle sue
parole, credendo alla verità di quello che avea scritto, pianse.
L'indomani corresse qualche frase, aggiunse delle virgole, copiò in
pulito l'articolo, lo mise in una busta e lo indirizzò alla direzione
del giornale politico del mattino che, sebbene ancora molto giovane, era
già molto forte. Per otto giorni Riccardo aprì il giornale con un
tremolío interno, sperando di veder pubblicato il suo articolo. Nulla fu
pubblicato. Scrisse una letterina dignitosa, dando il suo indirizzo,
richiedendo il suo manoscritto, che gli serviva. Niuno gli rispose, mai.
Rifece la prova, due o tre altre volte, dopo settimane di esitazione,
mandando degli articoli così intitolati: _Dove andiamo?_ -- _Il voto di
ieri._ -- _Il fallimento della politica._ Nessuno di essi fu pubblicato.
Allora una sfiducia grande lo colse: e si sentì sprofondare in una
miseria spirituale, donde niuno lo avrebbe mai tratto.
Ma mentre le ore della giornata gli si facevano sempre più tetre, le ore
della sera erano un sollievo: si andava a ficcare nel _Caffè Cavour_, al
caldo del gas divampante, fra il fumo dei sigari e l'odore pesante di
zucchero che è in ogni caffè: ivi, nel solito crocchio di studenti,
impiegati e giornalisti di second'ordine, avvenivano le grandi
discussioni di politica e di letteratura. Gli studenti si riscaldavano,
coi cappelli buttati indietro sulla fronte, le facce concitate, gli
impiegati mettevano ogni tanto una nota scettica e i giornalisti avevano
sempre la loro aria liturgica di sacerdoti che pontificano. Riccardo,
nella prima ora taceva, obbedendo alla naturale selvatichezza del suo
carattere: ma a poco a poco il calore dell'ambiente e l'andirivieni
delle persone e certi odori di liquori, certi aromi di rosolii, e i
discorsi gli davano un eccitamento nervoso. Per istinto di aristocrazia
contraddiceva la opinione dei più, pur conoscendone, talvolta, la
ragionevolezza: e per non consentire alla volgarità, il paradosso
fioriva dalle sue labbra e scandalizzava i suoi ascoltatori. Sulle prime
impacciato a discorrere, non trovando facile nè la frase, nè la parola,
non vedendo ancora tutti i lati di una questione, non aveva la forza di
sostenere il suo paradosso e si lasciava dare addosso dagli avversari,
non sapendo che cosa ribattere. A casa, solo solo, continuando quello
stato di esaltamento, egli difendeva brillantemente la sua idea, parlava
ad alta voce, allo scuro, rivoltandosi nel letto, non potendo dormire.
Spalancando gli occhi, nell'ombra, egli vedeva scritte le sue parole, a
linee sottili e fitte: e gli sembravano belle ed efficaci, e se ne
innamorava e sospirava penosamente, dopo, più tardi, pensando che tutto
questo era inutile, che nulla mai avrebbe potuto fare di meglio che
formulare pratiche e abbozzare decreti. Ma come le sedute serotine al
caffè si prolungavano e il crocchio era già di sette od otto persone,
Riccardo si fece più audace, sosteneva coraggiosamente le sue opinioni,
per quanto bizzarre esse fossero, per quanto egli ne sentisse la
bizzarria. Uno spirito di pugna nasceva nell'anima di quel povero
impiegato, un'acre voluttà di combattimento lo teneva, e si faceva
impetuoso, e mentre nelle ultime ore della serata egli diventava feroce,
i suoi amici lo ascoltavano inerti, inebetiti dal fumo e dall'ambiente
artificiale. Un impiegato delle poste, specialmente, era l'ammiratore
più ingenuo di Riccardo, era quasi un _compare_, tanto aiutava Riccardo
con la mimica della meraviglia e dell'ammirazione: alla notte lo
accompagnava sino a casa, ascoltandolo ancora, col pomo della mazzettina
appoggiato alle labbra, approvando col capo, approvando sempre:
"Perchè non fai degli articoli? perchè non scrivi nei giornali?" gli
domandava ingenuamente.
"No, no," mormorava Riccardo, "ho promesso...."
"Che cosa?"
"Niente, niente, non puoi capire...."
Invero la promessa non lo tratteneva più, le visioni paterne non
arrivavano a diradare la sua febbre. Ora, nelle conversazioni serotine,
dove egli parlava quasi sempre, ritenuto come un oracolo di stravaganza,
il suo spirito si sviluppava dai pesanti ravvolgimenti che lo avevano
tenuto inerte tanto tempo. Come a tutti gli ingegni fatti di fiamma, a
lui non convenivano, per il naturale germoglio dell'intelligenza, i
lunghi studi solitari nelle biblioteche, nel silenzio della stanza
deserta: a lui si convenivano le discussioni infocate dei caffè e le
arringhe notturne nelle strade brune di Roma, e la lettura rapida,
quotidiana di molti giornali. Dal torpore una vampa d'ingegno guizzava;
dal silenzio una voce concitata si levava, come lama scintillante esce
dal velluto della guaina. Non dai libri gli veniva la scienza, nè dalle
contemplazioni taciturne della vita, nè dalle cose e dagli uomini
antichi; ma dalle concioni a gente mediocre che ascoltava, estatica, ma
dall'urto quotidiano di una vita ardente e desolata, ma dalle cose e
dagli uomini dell'oggi. Come Faust, egli disdegnava e l'alchimia e la
medicina e la filosofia: ma il momento che fuggiva lo innamorava, e
tendeva le braccia, quasi ad arrestarlo.