signore, un agente di cambio che mangiava dei vermicelli al pomodoro,
ora una donnina dal vestito di merletto nero, dal largo cappello piumato
di nero, dagli orecchini di brillanti simili a rosette, che tutta sola,
a un tavolino, sorbiva del brodo, agitando le mani bianche cariche di
gemme. Riccardo non parlava, e suo padre era felice di non parlare. Una
grande stanchezza si delineava sulla faccia di Paolo Joanna. Paolo in
quell'ora, sotto la luce cruda del gas, innanzi al grande candore della
tovaglia, al luccichío dei bicchieri, allo scintillío delle posate,
pareva molto più vecchio. La tensione dei nervi era calmata, tutti i
muscoli della faccia si erano rilasciati in un riposo: egli era pallido,
quasi scialbo, con l'occhio spento e il labbro inerte. Era quello il
grande accasciamento serotino, l'abbattimento di tutte le forze
spirituali che pare il principio quotidiano dell'ebetismo, quello stato
di silenzio, di aridità, di nichilismo che fa simile, ogni sera, il
giornalista al contadino che si siede alla mensa dopo aver zappato,
tutto il giorno, sotto il sole o sotto la pioggia: come il contadino ha
in quell'ora il solo, quasi animale desiderio del cibo, il desiderio
della sua copiosa minestra di patate o di barbabietola, così il
giornalista, così Paolo Joanna, in quell'ora è fatto indifferente ad
ogni altro desiderio che non sia quello del pranzo. In quell'ora la
fantasia di Paolo Joanna, tolta al continuo rimuginare di nuove e
vecchie forme giornalistiche, tolta a quel fittizio esaltamento che fa
sembrare fresche e belle idee, immagini da lungo tempo classificate;
_smontata_, come usa dire nel vocabolario giornalistico, questa fantasia
secca e inerte come un sughero, non sapeva sognare altro che le voluttà
del cibo. Paolo Joanna e suo figlio Riccardo in questo si eran trovati
d'accordo nel volere il pranzo a prezzo fisso, a cinque franchi, incluso
il vino. Il pranzo da ordinarsi dà minori voluttà agli stomachi
corrotti, non vi è la varietà, non vi è il piacere acuto della sorpresa:
il pranzo a prezzo fisso, composto di cinque o sei pietanzine, variato,
ignoto, soddisfa, solletica, è tutto un lungo piacere dell'immaginazione
e dello stomaco.
"Chissà che ci daranno!" aveva detto Paolo Joanna, divorando, uno ad
uno, i ravanelli rossi e bianchi dell'antipasto.
"Chissà," aveva risposto Riccardo, posando delicatamente le dita
sull'orlo della tavola, per scherzare con la forchetta.
"Il brodo, di sicuro," aveva proseguito a dire, macchinalmente, il
padre.
"Il brodo, naturalmente."
"Sì: ma che ci sarà dentro?"
E Paolo Joanna levò gli occhi al soffitto in aria di grave
interrogazione, come se rivolgesse una domanda al cielo. Un sottile
odore di costoletta alla milanese, nuotante nel burro, veniva a tratti
dalla cucina: l'agente di cambio spremeva un mezzo limone sopra una
triglia fritta, la donnina versava della salsa di maionese sopra un
pezzetto di ragusta.
"Forse ci saranno le costolette alla Villeroy," mormorò il bambino.
"Forse," rispose il padre.
Intanto il cameriere, Peppino, con un'aria di falso signore nella sua
marsina, con una disinvoltura di giovanotto che sa vivere, aveva versato
nelle scodelle la zuppa per Paolo e per Riccardo. Una glutine bionda si
agitava nel brodo: padre e figlio la sorbivano in silenzio, tutti
raccolti, con una devozione di gente pia.
"Sarà tapioca," disse, dopo un poco, Paolo.
"No: è sagou," rispose Riccardo.
"A me sembra tapioca."
"Ti assicuro, papà: è sagou, io lo so, ce l'hanno dato un'altra volta."
Riccardo, a furia di girare per le trattorie, aveva imparata tutta la
convenzionale nomenclatura delle pietanze: egli si rammentava tutti quei
nomi benissimo, e quando gli presentavano una pietanza sconosciuta, egli
chiamava il cameriere e se ne faceva dire il nome. Per lui non avevano
più segreti il _bue alla finanziera_, le _scaloppine al Madera_, i
_vol-au-vents_, la zuppa alla _Julienne_ e la _Charlotte_ di frutti.
Quelle venti pietanze che si dànno nelle trattorie, che cambiano salsa,
cambiano nome, ma sono sempre le medesime; quei venti intrugli fatti di
carne pesta, di grosso burro milanese, di mollica di pane, di salse
dolci o piccanti, di pesce passato, Riccardo li conosceva bene, e il suo
piccolo palato di fanciullo viziato li adorava. Era un buon fanciullo
che finiva per rassegnarsi a tutto: e quando dovevano pranzare a casa,
per economia, egli fingeva di trovar buono il fitto brodo grasso che
faceva Marianna Rosanía, lo stufatino nero per essere stato troppo
soffritto, o i maccheroni carichi di un sugo pieno di pepe. Ma quel
pranzo casalingo, nella loro stanza, con le forchette appannate e i
piatti incrinati, gli sembrava una miseria suprema: gli venivano le
lagrime agli occhi e le buttava indietro coi bocconi.
"Almeno sapete quello che mangiate," borbottava Marianna, la buona donna
che vedeva scontenti il padre e il figliuolo.
"È vero, è vero," diceva Paolo, chinando la testa a quella voce saggia e
ammonitrice.
Ma erano tristi, Riccardo come Paolo, tristi di non essere in quella
stanza della trattoria, dalle pareti stuccate di bianco, dagli specchi
incorniciati di oro, dai divani di velluto rosso, dal caminetto di marmo
bigio; tristi di non avere quella bella e dura luce del gas, quel mazzo
di fiori nel vaso di porcellana, per lo più formato da dalie
multicolori; tristi di non esser serviti da Peppino, il cameriere in
marsina, dalla camicia sgargiante e dalle guance azzurrognole, rase di
fresco; tristi appunto perchè sapevano quello che mangiavano, la carne
di vaccina, dura e tigliosa, il formaggio di Cotrone, bianco come la
calce e piccantissimo.
"La carne della trattoria è morbida, perchè è fradicia," borbottava
ancora Marianna, che voleva convertire quel padre e quel figliuolo
impenitenti. "È tutto un pasticcio."
Ma giusto quei pasticci piacevano ai due Joanna, quelle falsità, quel
baccalà che fingeva di essere storione, quelle uova di tonno che
fingevano di essere caviale, quelle creste di gallina che parevano
funghi freschi, quelle costolette dall'osso posticcio. Quella
incertezza, quel dubbio, quell'inganno li divertiva, li lusingava.
"Che pesce è questo?" domandò Paolo, tirando la sua parte da un grosso
pesce bianchissimo.
"Non so, papà," rispose il figliuolo, mettendo sul pesce, invece della
salsa, una quantità di olio e di limone.
E quando Peppino venne a portar loro il _pezzo grosso_, sette od otto
ostie sottili di carne rosea arrostita, con un contorno multicolore e
artistico di carote, pastinache, cocozzelli, fagioletti freschi e
fagiolini ancora verdi, tutti commossi e soddisfatti innanzi a questa
tavolozza ingegnosa del cuoco, non chiesero neppure al cameriere che
fosse il pesce. Di nuovo, mangiavano in silenzio, Riccardo rosicchiando
i suoi _grissini_, Paolo divorando la carne che doveva rinnovare le sue
forze cerebrali e tenerlo pronto al lavoro dell'indomani: sulla sua
faccia una novella serenità andava discacciando la stanchezza,
l'accasciamento: il viso scialbo si coloriva leggermente sotto
l'influenza riparatrice del cibo e del vino. Paolo cominciò a guardare
intorno con interesse, con benevolenza, come l'uomo soddisfatto che
prende in considerazione il mondo esterno e comincia a non trovarlo
molto cattivo. In questo il _signor cavaliere_, il proprietario del
_Tempo_, entrò e si diresse verso l'agente di cambio che si alzò subito,
premurosamente, e con cui intavolò un fitto colloquio, a bassa voce. Il
_signor cavaliere_ non aveva più quella sua aria di bonzo, di grasso
idolo indifferente dall'occhio bigio e falso: invece pareva un
piccoletto grasso e bonario, che ha ben mangiato, che è felice e che
farebbe il possibile per la felicità altrui. Era in soprabito chiuso e
si asciugava il sudore della fronte con un fazzoletto di battista, tutto
profumato di verbena, un profumo dolcissimo: un brillante scintillava
alla mano pienotta e bianca, la mano del capitalista contento e quieto.
Riccardo quando aveva visto entrare il _signor cavaliere_, era rimasto
interdetto, come confuso, e aveva levato gli occhi in faccia a suo
padre, come interrogandolo: ma Paolo aveva conservato la sua serenità e
la sua disinvoltura, aveva fatto un cenno con gli occhi al suo bimbo,
quasi per rassicurarlo, come per dirgli: continua a pranzare e non
curarti d'altro. Il _signor cavaliere_ ascoltava i vivi discorsi
dell'agente di cambio, tenendo chini gli occhi, facendo girare e
rigirare il suo anello intorno al suo dito mignolo, e sorrideva.
Completamente rassicurato sul conto del suo spauracchio, Riccardo
gustava lentamente i piselli del piatto di mezzo, mentre Paolo si
distendeva un po' sulla sua sedia, stirando la sottoveste bianca,
passandosi due dita nel goletto per allargarlo. Il _signor cavaliere_ si
divise dall'agente di cambio, si strinsero la mano, guardandosi, come se
convenissero di un patto: il piccoletto bonario si fermò amabilmente, ma
senza sedersi, presso il tavolino dove la donnina vestita di nero e
ingioiellata sbucciava lentamente una pesca.
"Come va?"
"Va bene," rispose quella, con una voce un po' roca, versandosi
dell'acqua di Seltz nel vino di Bordeaux.
"Non si parte?"
"Presto, per Livorno: venite anche voi?"
"Oh io!" fece l'altro, crollando le spalle, con un cenno indefinibile.
La lasciò, si accostò al tavolino di Joanna, si sedette, bonario,
familiare.
"Buona sera, Joanna. Ho visto il giornale, il capocronaca mi va, è molto
forte, così lo volevo, il prefetto sarà giallo di bile."
"Domani lo faremo diventar verde," rispose Joanna, ringalluzzendosi,
sorridendo.
"Ecco, giusto quello che voleva dirvi. Bisogna che v'informiate
precisamente se hanno intenzione di dare quei tali appalti, di cui vi
parlai, a trattative private. Sarebbe uno scandalo."
"M'informerò, e se è vero...."
"Anche se non è vero, bisogna fare un articolo sul sospetto, sul caso
probabile, m'intendete?"
"Ho inteso, vedrete domani," disse Paolo, con una magnifica sicurezza.
"E questo bel bambino," soggiunse il _signor cavaliere_, carezzando i
riccioli di Riccardo, "diventerà anch'esso un giornalista. Quand'è che
farai il tuo primo articolo, piccolino?"
"Presto, _signor cavaliere_," rispose prontamente Riccardo, imitando la
sicurezza di suo padre.
"Ci conto dunque," disse il proprietario del giornale, ridendo e
andandosene.
Il padre e il figliuolo si guardarono con gli occhi lucenti.
"Non è mica cattivo il _signor cavaliere_," osservò Riccardo, sorbendo
il suo _punch alla romana_, un sorbetto biancastro, nel bicchiere, che
spezzava in due il pranzo ed era lo _chic_, l'orgoglio di quel pranzo a
prezzo fisso.
"Ma che! è bonissimo, eppoi è un uomo che sa apprezzare, capisci. Questo
vale molto, nel lavoro."
"Ha molti quattrini, papà?"
"Moltissimi: è un riccone," rispose Paolo Joanna, tutto vanaglorioso,
come fosse lui a esser così ricco.
"Chi glieli ha dati?"
"Il _Tempo_, perbacco! Avere un giornale è una gran cosa, figlio mio: ci
si arricchisce come nulla."
E a malgrado la precocità del bambino, a malgrado la quotidiana,
dolorosa esperienza del padre, nessuno dei due pensò o disse della
propria decente miseria, di quello stento giornaliero a cui non vi era
via di scampo. Padre e figlio, verso la fine di quel pranzo, vedevano la
vita gradevolmente: era con un contegno di piccolo principe, di
fanciulletto ricco e vizioso che Riccardo rifiutava l'insalata russa che
accompagnava due quaglie arrosto, le ultime quaglie della stagione: era
una smorfia di piccolo principe scontento quella di Riccardo al cospetto
della _bavarese_ gialla e tremolante, un dolce che non gli piaceva.
Peppino ne era umiliato. Padre e figlio, guardandosi con una vaga
espressione di beatitudine negli occhi, con un lento sorriso di
soddisfazione sulle labbra, dopo aver ben pranzato, sembravano ed erano
due persone soddisfatte dell'esistenza. Un amico entrò, un uomo dalla
prolissa barba nera, vestito meschinamente: capitava sempre al _Caffè di
Europa_ all'ora del pranzo, ma avendo già pranzato in qualche oscura
osteria da studenti, nei vicoli di Toledo, e non prendeva nulla, dava
del _tu_ a tutti i camerieri, come un frequentatore assiduo: usciva poi
di là, con qualcuno che vi trovava, come se avessero pranzato insieme,
ridendo e chiacchierando ad alta voce. Così la gente che lo vedeva,
supponeva che egli fosse un gaudente della terra: e lui aveva occasione
di poter dire, discorrendo, altrove, con una certa bonomia di signore:
_iersera, pranzando al Caffè di Europa...._
"Ciao, Joanna."
"Ciao, caro: pranzi?"
"No, ho pranzato, figurati, un invito noioso, una specie di banchetto."
"Prendi un caffè, allora?"
"Preferisco un _cognac_, mi hanno dato della _chartreuse_ orribile in
questo banchetto. Senti, ero venuto per raccomandarti quel libro di mio
cognato, mi hai promesso un articolo da tanto tempo."
"Lo farò, lo farò."
"Sai, mio cognato ci tiene, ci tiene assai. Voi altri giornalisti,
quanto vi fate pregare! Debbo diventare giornalista anche io; che vuoi,
è una _carriera_ piena di soddisfazione; io t'invidio, Joanna."
"Peuh! Peuh! non c'è male, ha i suoi vantaggi...."
"Altro che vantaggi. Voi potete tutto, voi create tutto: la fama e il
disonore, la fortuna politica e la fortuna finanziaria, voi lanciate una
prima donna, una commedia, una nuova bibita, una nuova invenzione, voi
fate cadere il Ministero," e si buttò in gola il bicchierino di
_cognac_, dopo avere spifferato la convenzionale tiritera che tutti gli
sciocchi ripetono.
"Come si fa a diventar giornalisti?" soggiunse poi.
"Bisogna nascerci," disse, con una certa importanza, Paolo.
"Io lascerò lo studio del mio avvocato, egli assorbisce tutto, non mi dà
un affare: io mi slancerò nella stampa, mi ci sento la vocazione.
Intanto fammi l'articolo pel cognato."
"Te lo farò."
"Te lo dimentichi? Eccolo, lo dirò al bambino, a questo bel bambino.
Ricordateglielo voi, caruccio mio, che egli deve fare un articolo al
cav. Leutari, sul libro _La nave nel diritto internazionale_."
"Non dubitate, signore, glielo ricorderò."
L'avvocato senza cause andò via, passando dalla scaletta interna, per
farsi vedere agli avventori delle sale terrene. Paolo e Riccardo avevano
deciso di andar a prendere il caffè al _Gran Caffè_, dieci passi più
innanzi, dirimpetto al palazzo reale; e Paolo pagò il conto, dieci lire
e ottanta centesimi, cinquanta centesimi per Peppino che era un
cameriere troppo signore per lasciargli meno, e trenta pel _cognac_. A
quell'ora flutti di gente attraversavano Piazza San Ferdinando, salivano
e scendevano per Toledo: Paolo teneva per mano Riccardo. Un giovane
bruno, con gli occhiali, dal profilo stranamente somigliante a un
gallinaccio, passando, strinse la mano a Joanna e gli disse:
"Bravo, mi congratulo tanto pel vostro capocronaca."
Nelle sale interne del _Gran Caffè_ faceva troppo caldo, padre e figlio
sedettero fuori, sulla strada, dove si allungava una fila di tavolini,
circondati da persone che bevevano il caffè o sorbivano un gelato.
"Vuoi il gelato, Riccardo?"
"No, papà, voglio il caffè."
"Portami anche dei _trabucos_," ordinò Paolo Joanna al cameriere.
Sotto un lampione, l'uno accanto all'altra, i due piccoli venditori di
giornali stavano fermi, tenendo il loro fascio di giornali. E la
sorellina dava il grido:
"_I' mazzate d'i' Cammere, vulit'u Temp!_"
E il fratelluccio, con una voce più flebile, riprendeva:
"_I' mazzate d'i' Cammere, vulit'u Temp!_"
"Papà, dimmi, che è questa cosa che gridano quei due piccolini?"
"Nulla, Riccardo: è per vendere il giornale."
"Ma non ci è, nel giornale?"
"No, Riccardo."
"Allora perchè gridano così?"
"Te l'ho detto, per vendere il giornale."
"E quelli che non ce la trovano, che dicono?"
"Niente: che vuoi che dicano?"
"Ah!" fece soltanto il bimbo, come quando gli dicevano qualche cosa che
lo sbalordiva.
Ma un signore vecchiotto, dai mustacchi bianchi, dalla carnagione rosea,
dagli occhi vivi salutò Joanna e venne a sedersi al suo tavolino.
"Posso offrirvi qualche cosa, signor commendatore?..." domandò, tutto
premuroso, Joanna.
"Grazie, grazie."
"Un buon _trabucos_?"
"Questo sì: ma ditemi, che vi ha fatto quel povero prefetto?" e
sorrideva argutamente.
"A me? niente."
"E allora? Come è che lo tormentate tanto?"
"Proprio si tortura assai?"
"Sicuro: ogni volta che apre il _Tempo_ si fa livido: questa sera avrà
la febbre, io credo."
"Credete?" e rideva d'orgoglio.
"Infine smetterete?"
"No, no, non smetto sino a che il governo non lo traslochi."
"Mi pare difficile: il ministro dell'interno non si occupa dei
giornali."
"E fa male, commendatore. Il prefetto sarà traslocato, vedrete."
"Si consolerà facilmente: ha tanti quattrini!" soggiunse filosoficamente
il commendatore. "Venite al Sannazaro questa sera? È la _serata_
dell'Amalia: ci andiamo tutti, un momento. Ma forse questo bel ragazzo
avrà sonno?" e gli carezzava una guancia.
"Io non ho mai sonno, o signore, domandate a papà," rispose, tutto
baldanzoso, il piccino.
"Oh, Riccardo è un omino," soggiunse il padre.
Il commendatore si allontanò, dopo aver presa una gardenia da una
fioraia, una bella fioraia, dalla fisonomia corretta e fredda, vestita
di broccato nero, con due rose bianche nei capelli rialzati e due
stelloni di brillanti alle orecchie. Ella, dopo aver sorriso al
commendatore, fece il giro dei tavolini, arrivò a quello di Paolo
Joanna:
"La vuole, una rosa?" chiese ella con la sua voce tranquilla e
armoniosa.
"Dammela pure."
"A questo bel bambino gli darò dei gelsomini."
E diresse al bimbo un affettuoso sorriso che agli uomini non dirigeva
mai: il bimbo la contemplava, estatico, per quel volto purissimo, di un
biancore delicato, per quella nobiltà dello sguardo. Paolo le dette una
lira: ella la gittò graziosamente in fondo al paniere, senza guardarla,
e si allontanò col suo passo lieve lieve. Riccardo stringeva il
mazzolino dei gelsomini. Paolo Joanna pagava il conto al cameriere, una
lira di sigari, settanta centesimi fra caffè e mancia.
"Questa fioraia mi pare che somigli alla mamma," mormorò il bambino,
riattaccandosi alla mano del padre per andare al teatro Sannazaro.
"No, no, Riccardo."
"Sì, quando ride, papà."
"No, la mamma era tutta un'altra cosa."
"Sì, è vero, era tutta un'altra cosa: ma quando rideva, papà... non
rideva sempre la mamma. Perchè, papà?"
"Era seria," disse brevemente il padre.
A un tratto, in mezzo alla folla che ingombrava la Via di Chiaia, fra
tante ricche botteghe, fra tanti lumi, fra il chiasso serotino estivo
napoletano, il piccolino pareva preso da una grande malinconia.
Camminava piano, si faceva trascinare, guardava svogliato, come
distratto, le vetrine scintillanti.
"Vorrei avere la mamma, papà: la mamma mi voleva bene," diceva,
sottovoce, in mezzo a quella folla, il bambino triste.
"E io non ti voglio bene?"
"Sì, sì, ma vorrei avere la mamma."
"Ma che hai, nino mio?"
"A casa mi secco, solo: Marianna è noiosa e la padrona di casa è
brutta."
"Ma ti maltrattano forse?"
"No, no, ma mi secco, vedi. Se ci fosse la mamma, resterei. La mamma non
ci è, non mi lasciare più solo solo, papà."
"Ti porterò sempre con me, Riccardo: non dire più queste cose."
"Portami sempre con te, papà: non mi lasciare mai."
Nella folla il padre si chinò per baciare il suo bambino. Erano giunti
al Ponte di Chiaia, al fioraio che sta sotto l'arco.
"Dovremmo portare dei fiori all'Amalia, Riccardo."
"Sì, sì, portiamoglieli, ella mi dà sempre i confetti."
"Glieli darai tu, Riccardo: un mazzo ci darebbe troppo fastidio,
compreremo dei fiori sciolti."
Ma i fiori sciolti, in quella calda stagione che bruciava tutti i fiori,
costavano molto. Per due gardenie, per quattro o cinque rose bianche,
per dei bastoncelli carichi di fiammanti gerani, con un po' di
cetronella e qualche ramoscello di vainiglia già quasi appassito, il
fioraio voleva sei lire. Paolo Joanna discusse lungamente sul prezzo col
fioraio: voleva lasciare i fiori e andarsene: ma Riccardo li aveva già
presi e li teneva stretti; si dovette venire a patti; il fioraio
strillando li lasciò per quattro lire. Riccardo si avviò in trionfo
verso il teatro Sannazaro:
"L'Amalia sarà contenta: i fiori sono molto belli," disse quasi a sè
stesso, a modo di consolazione, Paolo.
Innanzi alla porta del teatro, dei giovanotti stazionavano. Uno di essi
si mise a parlare con Joanna, mentre Riccardo aspettava, sulla soglia,
impaziente.
"Vi è molta gente?"
"Pieno zeppo: l'Amalia fa una bellissima _serata_. Io non avevo
biglietto, sono stato in piedi, ma ora ne ho abbastanza."
"Vieni dunque," diceva Riccardo.
"Ci avete i biglietti, voi, Joanna?"
"Noi andiamo in palcoscenico," disse Paolo, con un gesto di padronanza.
Infatti si avviarono per un piccolo corridoio laterale, sino a una porta
pesantemente foderata di panno.
"Stampa," disse Paolo, al custode.
Camminavano per un passaggio stretto, fra il muro e le quinte: Riccardo
in punta di piedi, temendo di far rumore. Il marito dell'Amalia in
parrucca bianca, marsina di broccato e spadino, con un pizzo finto
attaccato al mento, appena li aveva visti, aveva sorriso loro, ma
posando un dito sulle labbra: l'Amalia era in iscena, vestita da uomo,
recitando nelle _Prime armi di Richelieu_: ella faceva andare in estasi
il pubblico, il marito dalle quinte ne sorvegliava il successo,
gelosamente. Come un'eco lontana, fioca, giungevano gli applausi. Il
marito dell'Amalia, lusingato, crollava il capo e sorrideva: oramai egli
non aveva amor proprio che per lei.
"Milleottocento lire," diss'egli, senz'altro, a Paolo Joanna.
"Perbacco!" esclamò l'altro, meravigliato.
"Dodici mazzi di fiori."
"Belli?"
"Peuh!"
"Regali?"
"Un ventaglio e un anello: belli."
"Per la stagione, ti devi contentare."
Parlavano pianissimo, come un soffio: erano risaliti verso il fondo,
dietro la scena, in una penombra vasta, piena di cassoni, di tavoloni,
dove delle ombre si agitavano vagamente, senza far rumore. Riccardo si
teneva stretto a suo padre. Sempre il palcoscenico gli faceva un certo
effetto, di sgomento e di curiosità: quel luogo strano, che non
rassomigliava nè a una piazza, nè a una trattoria, nè a una chiesa, nè a
una casa, che non rassomigliava a nulla, quel parlottío basso e quelle
voci lontane che venivano dal palcoscenico, quei comici bizzarramente
camuffati, con le guance dipinte, le labbra dipinte, gli occhi dipinti,
che si movevano in quella penombra, con la faccia stanca o indifferente,
aspettando il loro turno, colpivano la immaginazione del fanciullo.
"Qui Riccardo ha portato i suoi fiori," mormorò Paolo.
"Andiamo ad aspettare l'Amalia in camerino: ora finisce l'atto," rispose
il marito.
Nel camerino il gas fiammeggiava, il caldo era soffocante: le sedie
erano coperte di vestiti, di mantelli, di asciugamani: una cagnetta
dormiva in un angolo, arrotolata sopra una gonnella di raso rosso: le
scarpette erano sbandate, una da una parte, l'altra dall'altra: un paio
di calze di seta pendeva dalla spalliera di una sedia: la cameriera, con
un paio di occhi imbambolati dal sonno, inginocchiata dinanzi alla
tradizionale cesta, cavava il vestito femminile di una commedia in un
atto: _Lei, voi, tu_, di Cagna. Riccardo restava immobile presso la
_toilette_, non osando sedersi, aspirando quell'aria muschiata,
guardando i mazzi di fiori sparsi dappertutto, per terra, sopra una
mensoletta, alla porta del camerino. Uno stupore teneva il piccolino.
Paolo Joanna e il marito dell'Amalia chiacchieravano fra loro. Ma un
rumore lontano s'intese: vestita da Richelieu adolescente, con un'aria
da birichino, l'Amalia comparve, portando dei fiori, tutta riscaldata in
volto, tutta nervosa.
"Ecco," disse semplicemente al marito, dandogli i fiori.
"Quindici," fece costui.
E subito, con la sveltezza abituale delle attrici, si mise a disfare la
sua acconciatura, con le mani un po' tremanti.
"Ecco dei fiori, signora Amalia," disse fievolmente il piccino.
"Oh caro, caruccio, quanto sei gentile, ti voglio dare un bel bacio."
La bella faccia tutta dipinta di roseo, con gli occhi sottolineati di
bistro e le labbra come sanguinanti, si chinò sul bimbo e lo baciò: egli
restò tutto interdetto.
"Se continuate così, signora Amalia, mio figlio prenderà una terribile
passione per voi," e rideva.
"Lo spero bene: ma Riccardo l'ha digià. Non è vero, piccolo, che mi vuoi
tanto bene?"
"Assai, assai," disse il piccolino, seriamente.