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MATILDE SERAO
VITA E AVVENTURE
DI
RICCARDO JOANNA
ROMANZO
MILANO
GIUSEPPE GALLI, LIBRAIO-EDITORE
_Galleria Vittorio Emanuele, 17 e 80_
LIPSIA e VIENNA | MONTEVIDEO
F. A. BROCKHAUS | GALLI E COMP.
1887
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PROPRIETÀ LETTERARIA
_Milano -- Tip. Filippo Poncelletti -- Via Broletto, 43._
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AI GIORNALISTI D'ITALIA.
VITA E AVVENTURE DI RICCARDO JOANNA.
I.
PICCOLO.
Paolo Joanna andava e veniva per la stanza, vestendosi, straccamente,
ancora tutto pieno di sonno. Sul suo letto disfatto stavano una quantità
di giornali aperti e spiegazzati, cascavano dalla sponda, giacevano sul
tappetino miserabile; erano quelli della sera innanzi, su cui si era
addormentato, su cui si era arrotolato, dormendo: quelli della mattina,
ancora chiusi dalle fascette multicolori, erano deposti sul vecchio
tavolino da notte, accanto a una tazza da caffè -- e attratte dal
fondiccio melmoso del caffè, dove lo zucchero si liquefaceva, le mosche
vi ronzavano attorno -- e un sottile odore d'inchiostro di stamperia
restava nell'aria. Paolo Joanna si vestiva pianamente, per non destare
il suo figliuolo. In uno stretto lettuccio il piccolo Riccardo dormiva,
con una manina sotto la guancia palliduccia, con le palpebre un po'
ombrate di livido e socchiuse, con la fresca e rossa bocca schiusa:
respirava leggermente, impercettibilmente. Aveva sul volto una
espressione di stanchezza, e il corpicciuolo elegante, sottile, di
fanciullo a sette anni, si allungava sotto il lenzuolo con una linea di
abbattimento profondo: tanto che il padre voltandosi ogni tanto a
guardare il suo bimbo, diventava sempre più cauto nei movimenti, per
paura di svegliarlo. La notte prima, dopo il teatro, lo aveva condotto a
cenare a una trattoria a Vico Rotto San Carlo, che resta aperta sino
alla mattina: erano rientrati alle due: il bimbo, eccitato da un
bicchierino di Marsala puro, non aveva preso sonno che alle quattro. Ora
sembrava troppo felice di dormire, perchè il padre, preso dalla
tenerezza, non camminasse in punta di piedi e rinunziasse a cercare, nel
vecchio canterano, una cravatta meno vecchia di quella che portava. Ma
una mosca si posò sul volto del piccolo Riccardo, e quel visino, dal
pallore di perla, si scosse, come se il bimbo fosse lì lì per
svegliarsi: il padre tremò. Una seconda mosca venne a ronzare intorno ai
riccioli castagni del piccolo Riccardo, poi si posò sulla fronte: e
Riccardo fece udire, nel sonno, un piccolo lagno di creaturina che
soffre. Allora il padre, delicatamente, senza far rumore, prese da terra
un grande giornale e ne coprì il volto del bambino, per difenderlo dalle
mosche: e sotto il largo foglio di carta stampata, odorante d'inchiostro
di stamperia, il sonno del piccolo Riccardo Joanna continuò tranquillo.
Stava per uscire Paolo Joanna, dopo aver ricercato e trovato un mezzo
sigaro spento, quando la serva si presentò sulla soglia. Era una
tarchiata, robusta contadina del Cilento, dai capelli ispidi e neri,
dagli occhi selvaggi, dalla bocca larghissima:
"Bon giorno, signorì. Che faccio per pranzo?"
Paolo esitò un momento:
"Pranziamo fuori, questa sera," disse poi, presto presto, a bassa voce.
"E per colazione che gli do, a quest'anima di Dio?" domandò Marianna,
accennando a Riccardo che dormiva beatamente, sotto la _Perseveranza_.
Paolo Joanna mise la mano nel taschino della sottoveste, ne cavò certi
soldi e disse a Marianna:
"Basteranno dieci soldi?" e un piccolo tremito era nella sua voce.
"Ci bastano e ci soverchiano. E voi, signorì?"
".... Io..., non importa. Faccio colazione fuori, sono invitato,"
soggiunse.
"A che ora vi debbo portare il signorino don Riccardo?"
"Portamelo in ufficio, alle due. Ti raccomando questa creatura, Marià."
"Non dubitate, non dubitate," mormorò lei.
Paolo Joanna se ne andò, contando e ricontando nel taschino i venti
centesimi che gli erano rimasti, per comperare due sigari _virginia_. La
serva prese la tazza sporca e se ne andò, richiudendo pianamente la
porta. Erano le undici e mezzo quando il piccolo Riccardo si svegliò, il
sole meridiano entrava nella camera, si allungava sui mattoni rossastri,
illuminava tutta la povera decenza di quella stanza mobiliata: egli si
rizzò sul letto, senza meravigliarsi di esser solo, senza chiamar
nessuno, balzò in terra, in camicia, scalzo, si dette a cercare le
calzette e le scarpette. Una calzettina aveva un buco al tallone, egli
la stirò per ficcarla dentro la scarpetta e intanto canticchiava, come
un grande:
"Tu, tu, tu...."
Ogni volta che incontrava un giornale sotto i piedi, lo scartava con un
atto di fastidio, o vi passeggiava sopra, come se fosse un tappeto. Solo
solo, come un piccolo essere ragionevole e buono, si lavò, si pettinò,
si vestì col suo bel vestito nuovo, calzoncini al ginocchio,
giacchettina, grande colletto di trina e cravatta di seta rossa: era il
vestito nuovo che presto sarebbe diventato vecchio, a furia di portarlo
ogni giorno, dalla mattina. E sull'uscio, preso a un tratto da una
impazienza nervosa, si mise a gridare:
"O Marià! O Marià!"
La serva accorse, dal fondo della cucina, dove spremeva il sugo di
pomodoro per i maccheroni della padrona di casa: aveva le mani rosse
sino all'avambraccio.
"Voglio la colazione," disse il bimbo, levando sulla serva i suoi
occhioni azzurri e pensosi.
"Che volete, per colazione?"
"Una bella cosa: una cosa bella assai," disse lui, come sognando una
ghiottoneria.
"Ditemela, signorino mio: e Marianna ve la fa. Volete una bella
frittatina di due uova?"
"No, no, voglio una bella cosa."
"Volete un'insalatella di patate e tonno?"
"No, no," fece il bimbo, con la cera nauseata.
"Volete dei maccheroni col pomodoro?"
"No, no, no," fece Riccardo, irritato, battendo i piedi in terra.
"Signorino mio, che vi posso fare? ditemelo voi."
"Voglio un pollo, tutto un pollo, tutto per me, Marià," disse il
fanciullo.
"Non può essere, signorino mio."
"Io voglio il pollo," disse il fanciullo freddamente, con l'alterezza
del gran signore avvezzo a comandare.
"O Madonna mia? come vi posso comprare il pollo? Proprio non posso."
"O Marià, Marianna mia cara," disse il piccolo seduttore, con una voce
tenerissima, "se mi vuoi bene, comprami il pollo."
"Creatura di Marianna sua, non mi fate disperare, siate buono, papà mi
ha lasciato soltanto dieci soldi per la colazione."
"Soltanto dieci soldi?" chiese il bimbo, diventato a un tratto calmo e
riflettendo profondamente.
"Sissignore."
"Ebbene, non importa: comprami dieci soldi di pollo."
E l'ala di pollo a cui era attaccato un pezzetto di petto, Riccardo
Joanna andò a mangiarla in cucina, accanto al tegame dove bolliva il
sugo di pomodoro: Marianna, la serva, dalle nerborute braccia, aveva
fatto in modo da comprargli anche due prugne dolci e mature. Donna
Caterina, la padrona di casa, andava e veniva, tutt'affaccendata nei
preliminari del pranzo: era una grassona, col viso cosparso di tre o
quattro porri rossi e pelosi. Il bimbo, silenzioso e dignitoso, la
guardava, ogni tanto, coi suoi occhi fieri, rosicchiando la sua ala,
come un piccolo principe.
"Non ti ha dato nulla don Paolo, per me?" domandò donna Caterina a
Marianna, che toglieva le teste e le spine alle alici.
"Nossignora."
"Ma gliel'hai detto?"
"Nossignora, l'ho dimenticato."
Donna Caterina fu lì lì per gridare: Marianna le fece un cenno
supplichevole, indicandole il piccolo Riccardo, che lavava
aristocraticamente le sue prugne in un bicchiere, prima di mangiarle. La
padrona di casa fece una spallata, ma tacque. Erano gli otto del mese e
Paolo Joanna non ancora aveva pagato l'affitto della sua stanza: ogni
mese si faceva pregare sino ai quindici, sino ai venti. In realtà
Marianna, presa da pietà, non glielo diceva spesso, vedendolo
impallidire e balbettare: non glielo diceva, anche per quella bella
creatura di Riccardo, che chinava gli occhi e stringeva le labbra,
quando venivano a chieder denaro a suo padre. Il figliuolo, allora,
levava gli occhi in faccia al padre, preso da una grande ansietà, muto,
angosciato: Marianna voltava la testa in là, per non vedere questa scena
silenziosa. E la gentilezza, la intelligenza del piccolo Riccardo erano
tali che commovevano anche donna Caterina: era un bimbo senza madre,
quello, ed ella era una donna senza figliuoli.
"Vuoi pranzare con noi, Riccardo?" gli disse, quando le alici
cominciarono a saltare nell'olio della padella.
"Grazie, signora," rispose il piccolino, "ho fatto colazione e pranzo
con papà mio, questa sera, alla trattoria."
E se ne andò in camera sua, dove restò solo solo, di nuovo, a giocare
con una scatola di soldatini scompagnati. Ora Marianna aveva piegato i
giornali trovati sul letto e in terra e li aveva uniti ad altri sparsi,
a fasci, ammonticchiati sul canterano, sul tavolino da notte, sopra un
seggiolone di cuoio nero dove nessuno sedeva: ogni tanto, quando eran
troppi, Marianna li vendeva al pizzicagnolo, a cinque soldi il chilo,
quando non erano tagliati, e con quei soldi pagava la stiratrice che
insaldava i grandi colletti di Riccardo, o gli lavorava dei manichini di
lana rossa, per l'inverno. Alle due ella entrò in camera, per condurlo
all'ufficio del giornale, da suo padre: aveva lasciato il suo piatto di
maccheroni a metà, per non mancare.
"Mettetevi il berretto, e andiamo, signorino don Riccardo."
"Posso andare anche solo: so la strada!"
"Madonna, potete capitare sotto a una carrozza!"
"Vado sul marciapiedi."
"Nossignore, ho promesso a papà di accompagnarvi."
Egli posò un berretto grazioso sui riccioli castagni e se ne andò per il
vicolo dei Pellegrini, raccontando a Marianna le meraviglie di
_Giroflè-Giroflà_, che aveva visto la sera prima, al Circo Nazionale, il
nero Mourzouck, i pirati e la vampa del _punch_, acceso nella zuppiera.
La serva lo ascoltava, esclamando ogni tanto:
"O Gesù, o Gesù!"
Innanzi alla tipografia del _Tempo_, nella piazzetta dei Bianchi,
incontrarono Peppino, un ragazzotto tipografo.
"Peppì, vai all'ufficio?" domandò il piccolo Riccardo con aria
d'importanza.
"Sissignore, porto le bozze a papà."
"Ah! va bene," fece Riccardo, tutto soddisfatto.
Ora camminavano in tre, la serva col suo passo di anatra grassa, il
bimbo sottile e snello e il ragazzo di stamperia. Peppino portava un
berretto di carta bianca sui capelli rossi, e il viso bianchissimo era
macchiato di lentiggini e d'inchiostro: e sulla blusa turchina parea che
ci fosse piovuto l'inchiostro. Egli guardava il figliuolo del redattore,
con un rispetto profondo e si teneva un po' indietro.
"Tu sai leggere, Peppino?"
"Sissignore: altrimenti non potrei fare il tipografo."
"E scrivere?"
"Un poco."
"Io non so nè leggere, nè scrivere," disse Riccardo. "Ma non serve, papà
dice sempre che non serve."
"Voi non dovete fare il tipografo, signorino."
"No, no, io non debbo fare il tipografo," mormorò macchinalmente il
bimbo. "Addio, Marianna, addio."
"La Madonna vi accompagni," disse la serva, ferma sulla soglia del
portoncino, guardando ancora il bimbo che si arrampicava lestamente per
la erta scaletta.
E Marianna Rosanía, la vigorosa contadina di Caposele, se ne andò a
casa, col suo passo di bestia grossa, a lavare i piatti, mentre i ferri
da stirare si arroventavano sull'altro fornello. Riccardo attraversò
l'anticamera senza fermarsi, schiuse una porta, corse a una scrivania e
buttò le braccia al collo del padre.
"O papà, o piccolo papà," ripeteva il bimbo, strofinando la sua guancia
contro quella del padre.
Il padre lo baciava, in silenzio, sui capelli, sugli occhi. Per lavorare
in ufficio, Paolo Joanna aveva cambiato il soprabito in una giacchetta
di lustrino: la faccia aveva una monotona espressione di stanchezza e
quasi di ebetismo: il medio e l'indice della mano dritta erano sporchi
d'inchiostro sino alla seconda falange.
"Hai mangiato, nino mio?"
"Sì, papà: Marianna mi ha comprato il pollo."
"Ti è piaciuto?"
"Sì, papà: e tu?"
"Io ho fatto colazione al caffè."
"Con gli amici tuoi, papà?"
"Sì, nino. Ti sei seccato, a casa?"
"Un poco, papà: ma non importa."
Peppino, il ragazzo di stamperia, ritto innanzi alla scrivania di Paolo
Joanna, teneva sempre le bozze in mano e guardava in aria, seguendo il
volo delle mosche. Il giornalista gli prese le bozze e chinò il capo sul
tavolino, a lavorare di nuovo. In silenzio Peppino andò via. Riccardo
aveva posato il berretto sopra una scansia, sopra un fascio di opuscoli
tutti polverosi, e piano piano girava per la stanza, come a cercarvi
qualche cosa di nuovo. Ma era sempre la medesima stanza, con due
scrivanie che si prospettavano, massicce, profonde di cassetti, due
monumenti; con certi scaffali pieni di libri buttati a caso, pieni di
opuscoli, di carte vecchie, di fasci di giornali ingialliti; alle mura
una carta geografica dell'Italia, un vecchio orario generale delle
ferrovie romane, una vecchia _réclame_ dell'esposizione marittima di
Napoli, un cartellone rosso con cui il _Tempo_ annunziava ai suoi
lettori la pubblicazione del romanzo di Montépin: _La Marchesa
Castella_. Ma su tutto questo una polvere fitta, come se ci fosse
piovuta, una polvere che mangiava il colore della carta, che appannava
la vernice del legno, che si depositava, a solchi, nella paglia delle
sedie, che copriva i libri e gli Atti del Parlamento di uno strato
molle, che disegnava delle ombre sugli ondeggiamenti della carta
geografica e dei cartelloni.
Insieme al costante odore d'inchiostro di stamperia, questa volta un po'
rancido, si univa l'odore secco e aspro della polvere: se ne
indovinavano dei monticelli negli angoli dimenticati, dietro gli
scaffali, nei cantucci oscuri: Riccardo procedeva con una certa
diffidenza, avanzando il nasino, indietreggiando il corpo, per la paura
d'insudiciarsi. Sopra un tavolinetto vi era un bicchiere con un po' di
limonata in fondo: accanto una vecchia testata del _Tempo_, tutta nera
d'inchiostro, tutta corrosa dalla polvere. Per cavare da uno scaffale un
fascio d'_Illustrazioni italiane_ Riccardo sollevò un nugolo di polvere,
tossì: Paolo levò il capo, si baloccò con la penna.
"Che cosa scrivi, papà?"
"Scrivo che il prefetto è un cattivo, nino mio."
"Gliene dispiacerà al prefetto?"
"Sì, nino."
"Imparerà a esser cattivo," disse imperiosamente il bimbo, con
l'intonazione di un piccolo tiranno.
E si mise a sfogliare le _Illustrazioni_, senza parlare. Aveva subito
imparato a non discorrere in ufficio, a non chiedere nulla, a non far
rumore, a stare lungo tempo immobile, seduto, curvo sopra un giornale
illustrato, sempre i medesimi giornali, senza seccarsi mai, come un
bimbo precoce e saggio. Non si accostava neppure al balcone che dava
sulla Piazza dello Spirito Santo, quasi alla fine di Via Toledo, donde
veniva un grande rumore di carrozze e di persone: ogni tanto, quando una
persona attraversava la stanza, Riccardo levava gli occhi, curioso, ma
timido. Quella porta, quella stanza _di là_, dove sedeva e troneggiava
il proprietario-amministratore del _Tempo_, sembrava a Riccardo un
tempio: non vi si entrava mai, bisognava chieder permesso, le persone vi
restavano lungamente e certo parlavano a voce bassa, di cose importanti,
perchè niun rumore ne veniva: il proprietario non riconduceva mai
nessuno, era un piccolo uomo panciuto, con una testa di foca e gli occhi
grigi e falsi dietro gli occhiali. Ogni tanto, Paolo Joanna scompariva
anche lui dietro la porta del tempio: Riccardo restava con gli occhi
fissi su quella porta, un po' inquieto. Verso le cinque il proprietario
andava via, senza guardarsi intorno, senza salutare, con l'occhio spento
dietro gli occhiali, chiuso in sè. Giammai aveva detto una parola a
Riccardo, giammai aveva fatto mostra di aver notata la sua presenza: e
Riccardo, il piccolo principe, si sentiva pieno di rispetto e pieno di
paura per quel breve uomo ventruto, dal mustacchio troppo corto e troppo
rado. Quando qualcuno veniva a chiedere del proprietario, domandava
sempre se vi era il _signor cavaliere_, senz'altro: Paolo Joanna,
parlando di lui a tavola, a teatro, diceva sempre _il signor cavaliere_,
e questo titolo pareva a Riccardo qualche cosa di misterioso, di grande.
Talvolta nella stanza _di là_ le voci si elevavano. Paolo tendeva
l'orecchio un minuto, poi diceva a Riccardo di andar a giocare in
anticamera. Quest'ordine, per Riccardo, era una liberazione. Quel
giorno, precisamente, l'ordine non veniva: e Riccardo si accostò alla
scrivania di suo padre, senza dirgli nulla. Costui continuava a scrivere
e non si accorse di nulla: ma levando gli occhi, vide la testa ricciuta
di suo figlio accanto a lui:
"Vuoi qualche cosa?"
"Vorrei andare in anticamera."
"Va: non t'insudiciare."
"No, papà: mi porti al trattore questa sera?"
".... Sì."
"A quale?"
".... Non so, vedremo, nino mio."
"Mi fai mangiare la ragusta, papà?"
".... Se ce n'è, nino."
"Voglio anche il dolce, papà."
".... Sì, sì," mormorò il padre chinando il capo.
Il bimbo guardò bene suo padre, con un occhio così indagatore, così
acuto, che parea quello di un vecchio.
"Se non abbiamo quattrini non importa, papà," disse Riccardo, scotendo
il capo.
A Paolo salirono le lagrime agli occhi, ma rispose allegramente:
"Ne avremo, ne avremo, piccolino, non dubitare."
Riccardo scappò fuori, tutto felice; l'anticamera, una stanzetta quasi
buia, la cucina formavano la sua felicità. Nell'anticamera, innanzi a
una scrivania, sedeva don Domenico, un vecchissimo e piccolissimo
gobbetto, tutto bianco, tutto grinzoso, con certi occhietti vivi, il
gerente responsabile del giornale, che teneva anche il registro degli
abbonati e faceva i conti. Don Domenico era grande amico di Riccardo, lo
lasciava scherzare col timbro colorato tutto umido d'inchiostro azzurro,
gli regalava le ostie colorate, rosse, turchine, gialle: facevano
insieme, il gobbetto antico e il bambino, certe conversazioni lente, a
voce sommessa, a riprese:
"Dove sta vostra moglie, don Domenico?"
"È morta, signorino."
"Ah!"
Qui un silenzio: il gobbetto continuava a scrivere in quei suoi libroni.
"Che avete fatto, don Domenico, quando è morta vostra moglie?"
"Che dovevo fare? Niente."
"Papà ha pianto quando mammà è morta, a Milano," diceva il bambino, con
un accento da trasognato.
"Mammà vostra doveva essere bella."
"Era bella assai, bella assai," continuava il piccolo, con la sua aria
di sonnambulo.
Quando entrava un signore per prendere un abbonamento, Riccardo taceva,
mentre il gobbettino scriveva con la sua larga e chiara calligrafia,
staccava la ricevuta nettamente e salutava con un sorriso il nuovo
abbonato. Quel giorno don Domenico era in collera con una macchia
d'inchiostro cascata sulla pagina bianca di un registro, e col capo
abbassato, con la gobba quasi fatta più prominente per l'attenzione,
strofinava, strofinava con la gomma per cancellare quella macchia. E
tutto preso dalla sua smania di pulizia, il gobbetto non gli dava retta,
a Riccardo, che gli voleva raccontare come il papà di _Giroflè_, al
Circo Nazionale, rassomigliava a lui, don Domenico.
"Don Domè?..." disse Riccardo.
"Ah?" fece quello, senza levare la testa.
"Don Domè, non vi voglio più bene."
"Aspettate, aspettate, signorino mio, ora parleremo."
Ma Riccardo si era seccato: aveva voltate le spalle e se n'era andato
nella stanzetta semibuia, dove stava l'altro suo amico, Francesco. Era
un giovanotto alto e forte, che prima aveva fatto il mestiere del fabbro
nell'arsenale di Napoli e guadagnava tre franchi al giorno, essendo
bravo: ma un giorno, battendo col martello sul ferro incandescente, una
scintilla gli era schizzata in un occhio e gli aveva bruciata la cornea:
lo avevano tenuto cinque mesi all'ospedale dei Pellegrini, alle mani del
primo oculista di Napoli, ma aveva perduto l'occhio: all'arsenale non
avevano voluto riprenderlo, egli si era acconciato in quell'ufficio di
giornale, lavorando dalle otto della mattina sino alle nove della sera,
per cinquanta lire il mese. Chiuso dalla mattina in quella stanzetta
oscura, dove si accendeva il gas alle tre, seduto sopra un alto
seggiolone, innanzi a una grande tavola, con un forbicione in mano,
Francesco tagliava le fasce, lentamente, con un moto uniforme, con uno
stridío regolare delle forbici. I larghi fogli di carta dove gli
indirizzi erano stampati, sotto le cesoie di Francesco diventavano tante
strisce piccoline tagliate precisamente, e gli si ammonticchiavano
accanto. Più tardi, quando aveva finito, Francesco disponeva le fasce a
scaletta, in tanti mucchi bene ordinati, pronti a essere bagnati di
gomma, pronti a stringere il giornale nel loro legame. Riccardo era un
grande amico di Francesco, lo andava sempre a trovare nella cameretta
buia, dove non entrava mai nessuno, dove il forte fabbro dall'occhio
bianco passava le giornate, inchiodato sul seggiolone. Riccardo lo
guardava a tagliare, per intieri quarti d'ora, senza dire nulla, e il
tagliatore dava prova di maestria, tagliando con una certa grazia,
arrotondando il braccio, con un colpo quasi volante delle cesoie.
"Don Domenico pare un gatto che raspa, oggi," osservò Riccardo.
"Certi giorni pare uno scimmiotto," rispose Francesco, con un accento
profondo.
"Mi fai tagliare un poco, Francesco?"
"Vi potete far male."
"No, no, non mi faccio male."
"Mi taglierete storte le fasce e poi mi gridano."
"Ti gridano spesso, Francesco?"
"Non sono molto buono per questo mestiere, signorino," mormorò
l'ex-fabbro.
"Ti piaceva meglio l'altro, Francesco?"
"Sicuro."
"Raccontami come ti successe la disgrazia," disse il bimbo, sedendosi
sopra uno sgabello e incrociando le mani.
L'aveva intesa raccontare cento volte, quella storia della scintilla
ardente che era schizzata nell'occhio di Francesco e glielo aveva
bruciato: ma Francesco amava di narrarla la storia della sua disgrazia,
il più grande avvenimento della sua vita. Cominciava sottovoce,
brandendo le sue cesoie, facendole stridere attraverso i fogli di carta,
mentre il bimbo lo fissava coi suoi grandi occhi azzurri, tutti intenti:
ma pian piano Francesco si riscaldava, alzava un po' la voce, non
tagliava più, gesticolando con le cesoie, la cui lama lucida brillava:
una emozione strozzava le parole del fabbro, un pallore si mescolava
alla tinta bruna del volto -- quando arrivava a dire come dalla barra di
ferro arroventato si staccasse la fatale scintilla. Francesco si
fermava, tutto commosso, non potendo più parlare. Il piccolo Riccardo
ascoltava senza batter palpebra, senza interrompere, preso anche lui da
una emozione: e quando taceva il tagliatore, anch'esso taceva, un
silenzio regnava nella stanzetta semibuia.
"Ti fece molto dolore?" disse, dopo una pausa, il bambino.
"Un dolore immenso."
"Bruciava?"
"Assai, assai bruciava."
"Povero Francesco!" disse, sottovoce, il piccolo Riccardo.
"Volete tagliare, signorino?" esclamò il tagliatore, con un moto di
entusiasmo.
E gravemente, stringendo le labbra, Riccardo afferrò le cesoie e si
diede a tagliare le fasce.
"Quante saranno le fasce, Francesco? Un milione?"
"Sono tremila."
"Più di un milione?"
"Meno."
"Tu non sai leggere?"
"No, signorino."
"E non sai a chi vanno queste fasce?"
"Non lo so."
"Non vorresti saperlo?"
"Che me ne importa?"
"È vero, che te ne può importare?" soggiunse il bimbo, col suo tono di
persona ragionevole.
Ma le cesoie gli stancavano le piccole dita, le depose. Una voce di
fuori lo chiamò.
"Riccardo?"
"Eccomi."
Fuori vi era il cronista, un giovinottone lungo e magro magro, con le
spalle curve, il collo esile, le guance rossastre del tisico: un
Veneziano dalla dolce pronuncia, dai modi dolcissimi, perduto in quel
vasto Napoli, tossicchiante appena veniva l'autunno, povero, sempre
allegro, che scriveva presto presto un italiano pieno di errori di
ortografia che Paolo Joanna doveva correggere e per cui Alessandro
Dolfin non si offendeva mai, quando lo riprendevano. Riccardo era il suo
prediletto, aveva sempre in tasca per lui un paio di soldi di confetti,
un giocarello di pochi centesimi. Entrava in redazione tutto scalmanato,
col respiro affannoso, avendo troppo camminato, dalla Questura alla
Prefettura, agli ospedali, sempre in giro sino alle tre, e si buttava a
scrivere come un disperato, con una calligrafia grande e informe di
ingegno mediocre: a un certo punto, domandava:
"Non ci è il bimbo?"
"È fuori."
"Ora, ora lo vado a prendere."
E buttava giù in fretta e furia la sua cronaca, facendo uno sforzo sulla
sua naturale indolenza, vincendo la debolezza di essere destinato a
morire di tisi, scriveva come se avesse il diavolo in corpo, per poter
poi andare a cercare il piccolino.
"Ti ho portato una cosa, indovina?"
"Che cosa, che cosa?" chiedeva Riccardo, attaccato alla lunghissima
gamba di Dolfin.
"Una pesca, una pesca: ma devi venire a prenderla."
E Dolfin avanzava il piede e il ginocchio destro, Riccardo vi si
arrampicava come uno scoiattolo, gli saliva sul petto, opprimendolo,
tendeva le mani, afferrava la pesca, la mordeva.
"Mangia anche tu, Alessandro."
"Non ne voglio, mi fa male."
"Tutto ti fa male a te?"
"Tutto."
"A me nulla."
Questo dialogo avveniva in cucina; una cucina fredda, coi fornelli
spenti, senza un utensile: il focolare era coperto di grandi pacchi di
_Tempo_, la _resa_: sotto l'arco, dove si conservava il carbone, vi
erano certe scatole di caratteri tipografici consumati, corrosi, ma
sempre un po' umidicci, puzzolenti di antimonio; in un angolo certi
strofinacci sudici. Sul muro, dove un tempo erano state le casseruole e
vi avevano lasciato la loro orma rotonda, erano attaccate certe
caricature rosse e nere del _Pasquino_, la Francia con la cresta di
gallo, Bismarck coi tre capelli ritti sul cranio, Depretis con la barba
fluente di un Fiume. Ivi Alessandro Dolfin oziava un pochetto, facendosi
arrampicare addosso il bambino, parlandogli affettuosamente in quel
molle dialetto veneziano, soddisfacendo quel bisogno di tenerezza che
immalinconiva quel giovinottone ammalato, nostalgico e povero. La cucina
aveva un finestrino dai vetri sporchi che dava sulla scaletta: un grosso
naso, una testa di faina vi comparve e gridò:
"Cronista, un suicidio!"
Dolfin lasciò Riccardo a malincuore, e andò dietro al _reporter_ che
aveva tutti i particolari della notizia. Il _reporter_ era un
napoletano, afflitto da uno sciagurato amore pel giornalismo, piccolo,
scarno, con un naso che pareva si trascinasse dietro la testa, con la
faccia di un vecchietto astuto e un modo di parlare telegrafico, tutto
compreso dell'altezza del suo ufficio, quasi che fosse un redattore del
_New-York Herald_. Nell'anticamera, frettolosamente, Angiullo dava la
notizia a Dolfin, leggendogli le note del taccuino: Dolfin ascoltava con
aria stracca, e Riccardo, che gli aveva tenuto dietro, aveva un contegno
di personcina attenta.
"... Dal Ponte alla Sanità. Si crede che sia morto prima d'arrivare in
terra."
"L'hai visto, tu?" domandò il bimbo al _reporter_.
"Certamente: faceva orrore."
"Qual è la _causa del triste proponimento_?" domandò il cronista, con lo
stile della cronaca.
"_Credesi dissesti finanziari_," rispose sullo stesso tono Angiullo. E
scappò via.
Dolfin entrò nella redazione per scrivere la notizia, annoiato; Riccardo
lo seguiva. Paolo Joanna scriveva sempre, con un movimento della bocca
che imitava quasi quello della penna. Non levò neppure il capo. Dolfin
scriveva tenendosi il bimbo accanto.
"Dimmi, che significano _dissesti finanziari_?" chiese il bambino, dopo
aver pensato.
"Mancanza di quattrini," disse Dolfin.
"E uno si ammazza?"
"Più di uno."
"Ah!" disse soltanto il bimbo.
"Che ora sarà?" domandò Paolo Joanna, levando il capo e mostrando la sua
faccia stanca e preoccupata.
"Mah!..." fece il cronista, con un cenno d'ignoranza.
Ambedue non avevano orologio: e l'orologio grosso e grossolano, da
paccotiglia, sospeso al muro, era fermo da sei mesi alle undici e mezzo.
"Ora domando a don Domenico," propose il piccolo Riccardo.
Adesso, nella stanza di redazione era cominciato un certo viavai; il
deputato ispiratore del _Tempo_ aveva mandato l'articolo di fondo contro
il governo, e Paolo Joanna lo arricchiva di punti, di virgole, di
esclamazioni, spezzava i periodi, ne rifaceva qualcuno; il
corrispondente da Torino aveva mandati due telegrammi, di cui uno si
fingeva fosse da Parigi; era venuto il fattorino dell'_Agenzia Stefani_
col solito dispaccio; Peppino era capitato di nuovo, con altre bozze;
due o tre signori erano passati, si erano ficcati nella stanza del
proprietario. Dolfin con le mani in tasca guardava il soffitto, con
quella immobilità sorridente del Veneziano immerso nelle sue
contemplazioni.
"Sono le quattro e un quarto," tornò a dire Riccardo.
"Paolo, dammi Riccardo, lo porto a passeggiare."
"No, no, lascialo stare," mormorò Paolo, pensoso.
"Che ti fa qui? Te lo riconduco all'ora del pranzo."
"Lascialo Riccardo: mi serve."
"Quello si annoia: fallo venire a passeggiare."
"Ti annoi, Riccardo?"
"No, papà: non mi annoio mai," rispose il piccolo uomo.
"Senti una parola, Alessandro," disse Paolo.
E per parlarsi in segreto, i due redattori se ne andarono fuori il
balcone. Ivi Paolo fece la domanda: aveva da prestargli venti lire,
Alessandro? E lo aveva detto presto presto, con quella timidità e quella
soffocazione di voce che hanno le persone veramente bisognose: e
giocherellava col bottone quasi strappato della sua spolverina. Dolfin
si fece pallido, una viva espressione di dolore gli si dipinse sulla
faccia: non aveva che tre lire per pranzare, potevano dividere, egli si
sarebbe contentato.
"Non importa, non importa," disse Paolo, vergognandosi.
"Prendile, Paolo, prendile: almeno per Riccardo."
"Troverò altrove: lascia fare," e abbozzò un pallido sorriso di
sicurezza.
Rientrarono. Erano smorti ambedue, e si dolevano, l'uno della domanda
fatta inutilmente, l'altro della propria impotenza. Il bambino li
guardò, uno dopo l'altro, come se volesse leggere nelle loro facce: egli
era serio serio, come se avesse indovinato.
"O Riccardo, vuoi arrampicarti ancora?" domandò fiaccamente quel
bonaccione di Dolfin, tendendo il piede e il ginocchio destro.
"No," disse lentamente il bambino, "non ho più voglia."
"Che hai, piccolino?"
"Niente."
"A rivederci, io vado al Consiglio comunale," disse Dolfin, che non si
reggeva a vedere il padre preoccupato e il bimbo triste.
Uscì. Paolo, dopo aver pensato un poco, aveva preso un foglietto e
scriveva una lettera. Poche parole: ma ad ognuna di esse si fermava,
come pentito, come esitante, come se non trovasse la forma giusta.
Stracciò il foglio: ne prese un altro. Riccardo si era seduto, le mani
abbandonate, l'occhio spento, come stanco.
"Riccardo?"
"Papà?"
"Senti una cosa."
Il figliuolo si appressò al padre, che gli carezzò i capelli
leggermente.
"Mi vuoi bene?"
"Sì, papà mio."
"Allora vuoi farmi un piacere?"
"Sì, papà."
".... Senti.... senti," e pareva che inghiottisse difficilmente la
saliva, "dovresti andare.... dentro.... dal _signor cavaliere_...."
"Oh, papà!..."
".... A portargli questa lettera," terminò di dire precipitosamente il
padre.
Il bimbo tese la manina, ma aveva chinato la piccola testa sul petto.
"È proprio necessario, papà, che ci vada io?" chiese poi, con voce
fievole.
"Necessario, Riccardo mio," rispose il padre.
".... Ora vado, papà."
E si avviò.
"Senti, Riccardo."
"Che cosa?"
"Digli anche: Papà mio si raccomanda."
"Niente altro?"
"No."
"Vado, papà."
Il bimbo bussò debolmente: una voce secca gli strillò di entrare. Paolo,
mentre Riccardo era di là, volle rimettersi a scrivere, ma non potè, le
mani gli tremavano. Quando la porta si chiuse, egli arrossì di vergogna
sino ai capelli.
"Ecco, papà," sussurrò Riccardo.
Gli pose sulla scrivania quattro rotoli bianchi, venti franchi in monete
di rame.
"Bravo, Riccardo."
Si chinò per baciare il figliuolo sulla guancia, ma il bimbo non potette
più rattenersi, le lagrime gli gonfiarono gli occhi, egli si attaccò al
collo del padre, dicendo fra i singhiozzi:
"Oh papà mio.... oh papà mio bello!..."
"Per carità, non piangere, mi fai disperare," e cercava di calmarlo, lo
carezzava, dava delle occhiate di paura verso la porta.
"Ti possono, udire, per carità, Riccardo!"
Il fanciullo cercava di trattenersi, ma non poteva, i singulti lo
soffocavano. Il padre se lo tolse in collo, e non sapendo dove andare,
lo portò in cucina, chiuse la porta.
"Ma che hai, che hai?" gli andava ripetendo.
"Oh papà, non mandarmi più.... il _signor cavaliere_ mi fa
soggezione.... mi fa paura.... non mandarmi più...."
"Non ti mando più, non dubitare. Che ti ha detto?"
"Ha detto, leggendo la lettera: _solite fandonie_..."
"Imbecille! E poi?"
"Poi ha messo la lettera in un librone nero, ha aperto un cassetto:
quanti denari, papà! e mi ha dato.... quei quattrini...."
Si diede a piangere di nuovo.
"Non piangere: perchè piangi?"
"Mi sono vergognato, papà."
Tacquero. Un grave silenzio era fra loro: la faccia del padre si era
scomposta, quella del bimbo pareva quella di un vecchietto, che avesse
tanto vissuto, tanto sofferto.
"Hai ragione," mormorò Paolo. "Non dovevo mandarti: dovevo andare io,
sono un vile...."
"No, non dir queste cose, non ti arrabbiare, papà mio, un'altra volta
non piangerò più, manda sempre me...."
"Speriamo di non averne più bisogno," soggiunse solennemente il padre.
"Speriamo," aggiunse piamente il figliuolo.
Erano già consolati: uscirono dalla cucina.
"Ora papà tuo ti manda a comperare qualche cosa che ti piaccia. Vuoi il
_fernet_?"
"È amaro."
"Vuoi il _wermouth_?"
"Sì, ma col _seltz_, papà."
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Nella tipografia il rombo della macchina era finito. Tutta l'edizione di
provincia era stata tirata: in un camerotto di legno, sotto la vampetta
di un lume a gas, Paolo Joanna e Dolfin scrivevano le ultime
_informazioni_ e le ultime notizie di cronaca per l'edizione di Napoli
che doveva uscire fra un'ora. I due redattori erano in maniche di
camicia: in quel camerotto si affogava -- e non parlavano, scrivevano
rapidamente, presi dall'ansietà di quella ultima ora. Riccardo gironzava
per la tipografia, come una piccola ombra, fra i larghi tavoloni e gli
scaffali della composizione: sopra certe _casse_, dove non si lavorava
più, il gas era abbassato: solo tre tipografi componevano gli ultimi
pezzi del giornale; Peppino si ergeva sopra uno sgabello, essendo ancora
troppo piccolo per arrivare alle cassette dei caratteri; il proto, tutto
attento, si curvava sopra un ampio tavolone coperto di marmo macchiato
di inchiostro, umidiccio di un'acqua sporca, e con certe sue pinzette
cavava certe lettere dalla pagina composta, tutta nera. Riccardo
gironzava, ma sapeva che non doveva parlare ai tipografi, massime in
quella fervida ora di lavoro: e dopo un poco, se ne andò in un camerotto
di legno, simile a quello dove lavoravano suo padre e Dolfin. Attorno a
una larga tavola, sedute sopra certi alti seggioloni, stavano le tre
piegatrici dei giornali: e innanzi a ognuna di loro, un fascio di
giornali aperti si elevava. Rapidamente, senza smettere di parlare,
senza guardare, esse piegavano il giornale in due, poi in quattro, poi
in otto, poi in sedici: agilissime volavano le dita, l'unghia del
pollice passava sulla piega per fissarla meglio, i giornali piegati si
elevavano in mucchi.
Maria lavorava lentamente: era la giovane moglie di un cocchiere,
bellina, dall'aria signorile, convalescente ancora di un tifo che le
aveva minacciato per più giorni la vita, coi capelli corti e ricciuti e
la naturale indolenza dei convalescenti: Raffaela chiacchierava,
canticchiava, lavorava come se avesse una grande fretta, i suoi quattro
figliuoli l'aspettavano a casa per mangiare, era vedova da due anni, suo
marito era un _fontaniere_, era morto in un pozzo improvvisamente
inondato: la più silenziosa era Concetta, una sciancata, una povera
giovane dal volto lungo e pallido, dal vestito di percalla nero, dal
fazzoletto di cotone bianco al collo, una monacella, così la chiamavano
le sue due compagne. Riccardo si metteva accanto a lei, a vederla
piegare con le lunghe dita scarne, muta, fingente non udire le storielle
di amore che le raccontavano le sue compagne, per scandalizzarla un
poco. Maria, specialmente, diceva quella sera di un signore che la
seguiva sempre, quand'ella usciva dalla tipografia, un signore con
orologio e catena, col _tubbo_ e con un brillante grosso grosso al dito
mignolo: un brutto signore, del resto, che se Totonno, suo marito, si
accorgeva di tale cosa, correvano le coltellate -- e ne parlava con un
brivido voluttuoso di spavento, con quel desiderio e quella paura
mistica del sangue che hanno le Napoletane in fondo all'anima. Raffaela,
per scherzare, accusava Concetta di avere un innamorato e quella non
rispondeva, piegava più rapidamente i giornali. Sì, sì, aveva un
innamorato, la monachina, era don Domenico, il vecchietto gobbo e
bianco, un bel matrimonio, il gobbettino e la monacella zoppa. Ella
quasi piangeva, col naso che le si faceva rosso e con le labbra che si
protendevano per lo scoppio delle lagrime.
"Non te ne incaricare, Concetta, lasciale dire," l'ammonì Riccardo, per
consolarla.
Il bambino si arrampicò sulla sedia di Maria per toccarle i capelli.
"Se mo' avessi ancora Pascaluccio mio, sarebbe come voi, signorì," disse
quella, immalinconendosi al pensiero del suo bimbo morto.
"Ringrazia la Madonna che se l'ha preso," gridò Raffaela, "oh quanto
pane mangiano le creature!"
"A me il pane non mi piace," osservò Riccardo.
"Voi siete un signore, è un'altra cosa."
Le piegatrici avevano finito, si guardavano le mani già tutte nere
d'inchiostro, si mettevano gli scialli, Concetta si annodava un
fazzoletto sotto il mento.
"T'aspetta don Domenico?" le disse, per burla, Raffaela.
Le tre piegatrici se ne andarono, attraversando la tipografia, ridendo a
qualche motteggio dei tipografi, Maria con la sua fiacchezza di malatina
debole, Raffaela dicendo qualche paroletta vivace. E dopo un poco il
rombo della macchina ricominciò. Riccardo si era ritirato in un angolo
lontano, ma non toglieva gli occhi di dosso alla macchina. Sempre quel
grande congegno nero, a ruote che s'ingranavano l'una nell'altra, a
rulli neri e lucidi che andavano e venivano, con quel cilindro che si
arrotolava sulle pagine, con quei telai semoventi, con quel fischio
sottile dei fogli che scivolavano, quasi afferrati e divorati da
quell'ingranaggio, quel macchinone rombante sempre lo meravigliava.
Quando era al riposo, Riccardo vi si accostava, timidamente, toccava con
la punta del ditino una ruota, poi si ritraeva, girava attorno alla
macchina con una curiosità ansiosa; ma quando la macchina si metteva in
moto, un timore, un rispetto lo faceva rinculare lontano. E nello stesso
tempo egli invidiava Peppino, il ragazzo, e Ciccillo un altro ragazzo,
che sedevano in cima ai due piani inclinati, sicuri, tranquilli, facendo
scivolare i fogli di carta dentro la macchina, con un atto disinvolto,
di operai avvezzi. Non tremavano essi, lassù, mentre la macchina si
moveva tutta, con un rombo forte, sotto di loro; essi parevano due
domatori della macchina, due trionfatori, due piccoli re. Riccardo li
invidiava.
A Riccardo la macchina pareva una cosa grande e misteriosa. Quando si
trovava innanzi a essa, vedendola inghiottire di mano in mano i fogli
bianchi e subito buttarli fuori stampati, con gli articoli, con le
notizie, coi telegrammi, gli sembrava che essa sola facesse il giornale:
il fanciullo dimenticava il lavorío faticoso di suo padre, di Dolfin,
degli altri redattori, a cui assisteva ogni giorno, dimenticava il
lavorío quotidiano, paziente dei tipografi che componevano il giornale
linea per linea. Per Riccardo la macchina pensava e sapeva, scriveva e
correggeva, componeva, faceva tutto, sapeva far tutto: quell'organismo
ignoto, ma forte e potente, creava ogni giorno il giornale, lo cacciava
dalle sue viscere nere, con un movimento preciso e inflessibile di
generazione. Tutto l'agitarsi minuscolo di tante persone, scrittori,
fattorini, compositori, stampatori, correttori spariva dinanzi a quel
largo movimento di creazione della macchina, stridente, rombante,
mugolante. Riccardo, assorbito, contemplava il grande congegno, tenendo
la bocca un po' schiusa, le manine inerti lungo le gambe: invidiava
Peppino e Ciccillo, i due _ragazzi della macchina_, ma non avrebbe mai
osato di salire lassù. Ogni tanto, quando parlava con suo padre, gli
diceva:
"La macchina, papà...."
E diceva queste tre sole parole lentamente, con un accento profondo,
staccando le sillabe, dando alla frase come un senso sacro. Una notte,
il padre lo aveva condotto in tipografia, dopo il teatro: Paolo Joanna
aveva bisogno di dire qualche cosa al proto: i tipografi della notte
lavoravano, ma la macchina stava ferma: sopra certe ruote erano buttati
degli strofinacci unti di olio, una gran tela nera quasi quasi la
ricopriva.... ed essa s'immergeva nella penombra.
"Che fa la macchina?" aveva chiesto sottovoce il bambino.
"Dorme," aveva risposto distrattamente il padre.
"La macchina dorme," ripeteva pian piano Riccardo, come se non volesse
svegliarla, "la macchina si riposa."
Gli pareva quasi una gran cosa umana, come un congegno che avesse
l'anima. A un tratto il gas intorno alla macchina fu alzato, la tela fu
portata via, i cenci unti furono buttati in un cantuccio e con un rombo
prima sordo, poi fragoroso la macchina, svegliata, viva, cominciò a
buttar fuori le copie del giornale _La Patria_ che usciva al mattino.
Riccardo era rimasto compreso di meraviglia; e da quella notte, ogni
tanto, pensava fra sè:
-- La macchina non riposa mai. --
Sulla porta del suo camerotto, ancora in maniche di camicia, con un
mozzicone nero di sigaro spento fra le labbra, Paolo Joanna aspettava.
Gli toccava restare in tipografia sino a che la tiratura fosse finita:
nel caso che venisse qualche notizia importante da Torino o da Napoli
stesso, bisognava inserirla, fare una seconda edizione. Aveva sul volto
l'ansietà, l'impazienza di quella ultima ora: era quell'esaltamento
finale di un lungo lavoro della mente, quella piccola febbre che soffre
il giornalista al termine della sua fatica quotidiana, l'occhio un po'
stralunato, le labbra un po' secche, le mani un po' calde, tutti i nervi
tesi.
"Riccardo, levati di là," disse da lontano Paolo.
"Perchè, papà?"
"Perchè ci fa caldo e ti puoi far male."
"Non fa caldo, papà, e non mi posso far male."
"Riccardo, non discutere, levati di là."
Il figliuolo guardò bene il padre e gli scorse la brutta faccia nervosa
delle ore cattive: non rispose più nulla e lentamente girò intorno alla
grande macchina che egli amava, passò attraverso le _casse_ della
composizione e si andò a sedere sopra una panchetta di legno, presso la
porta a vetri della tipografia: ivi un po' di fresco veniva. Poi,
attratto dallo spettacolo di fuori, Riccardo accostò la faccia ai vetri.
Fuori la porta, a tre passi di distanza, una trentina di monelli
stazionavano, aspettando: vi erano dei bimbi di sei anni e degli
adolescenti di quattordici: due o tre vestiti decentemente, tutti gli
altri laceri, cenciosi: alcuni scalzi: qualcuno con un cappelletto
sfondato, qualcuno con un berretto stracciato, gli altri col capo nudo.
Si affollavano innanzi alla tipografia, urtandosi, spingendosi per farsi
avanti, buttandosi in terra, dandosi degli scappellotti, piangendo,
ridendo, bestemmiando: ma Capozzi, un giovanottone, stava piantato
innanzi alla tipografia e non li lasciava entrare. Capozzi era il loro
capo, il loro comandante, il loro signore: Capozzi era il loro
ingaggiatore, era quello che distribuiva i giornali, era il tiranno
temuto e venerato. Stava sulla porta, col cappello abbassato sopra un
orecchio, con la mazza d'India del _guappo_, con un'aria di autorità che
pochi ribelli osavano affrontare. E come litigavano fra loro, si
acchiappavano pel collo, egli con una parola, con un rovescio di mano li
divideva.
"O _moccosiello_, sta fermo, se no ti mando via senza giornali!"
"_Bellu guaglione_, figlio di buon cristiano, lo vuoi un calcio?"
"Che credi che non ti vedo, _Sciurillo_? Adesso ti pigli quattro
schiaffi!"
"_Caporaluccio_, questa sera ti metto a mezza razione!"
In tutto quel chiasso di monelli impazienti che solo la voce di Capozzi
arrivava ogni tanto a sedare, fra gli strilli, le canzoncine e i fischi,
solo due di essi stavan quieti, appoggiati al muro. Erano un maschio e
una femmina: fra gli otto e i dieci anni, fratello e sorella, si
rassomigliavano tanto che parevano gemelli. La femmina, la sorellina,
aveva un visetto scarno, dagli occhi vivissimi, con un treccione di
capelli castagni mezzo disfatto sul collo: e sul vestitino di percallo
scuro un grembiule di merinos, un fazzolettino di cotone al collo. Così
il fratelluccio, anch'esso magro e pallidino, con l'aria un po'
femminile.
Senza parlare, mangiavano del pane e delle prugne gialline, piccoline,
quelle che si vendono a sei un soldo: le prugne stavano nel grembiule
della sorellina che le passava al fratello, invitandolo con gli occhi.
Quando le prugne furono finite, la sorellina scosse il grembiule: il
fratelluccio mangiava ancora il suo pane, guardandolo dopo ogni morso
che vi dava. Ma allora i clamori cessarono: la distribuzione cominciava.
Capozzi, assistito da un suo aiutante, Salvatore Decrescenzo, detto
_Totore_, dava a chi cento, a chi cinquanta, a chi duecento copie di
giornali. Le mani si tendevano, i monelli si urtavano: ma Capozzi era
flemmatico, non perdeva la testa, faceva l'appello come pei soldati.
"Dove sta Gennarino Mennella?"
"Sto qua."
"Sebastiano Loiodice?"
"Eccomi, don Giovannì."
"Margherita Santaniello?"
La ragazzina era lì, con le mani tese.
"Cento a te, cento a tuo fratello."
Ora, come la distribuzione finiva, i monelli battevano i piedi per
l'impazienza. Tenevano il fascio dei giornali per un capo, spiegati
innanzi come un tovagliolo, e stavano già quasi col corpo proteso, per
fuggire. Ma Capozzi, quasi scherzando con la loro furia, li tratteneva
ancora. Essi aspettavano da lui la parola d'ordine, la frase che
dovevano gridare, per vendere meglio i giornali. E solennemente, in
napoletano, Capozzi la pronunziò:
"_I' mazzate d'i' Cammere._"
E con un cenno olimpico della sua canna d'India licenziò i monelli. Fu
una fuga come la partenza di una freccia: fuga muta, ansiosa. A venti
passi una vocina sottile di fanciulla diede il primo grido:
"_I' mazzate d'i' Cammere, vulit'u Temp!_"
E il fratellino subito la ripetette, gli altri monelli la ripetettero su
tutti i toni, ogni momento, correndo, correndo, gridando, diffondendosi
dappertutto, pei vicoli e per le grandi strade, ai cantoni e sulle
piazze, dovunque arrivava il galoppo di quei monelli, dovunque si
ripercoteva l'eco di quelle vocette stridule o sonore.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Riccardo si era annodato dietro la nuca, con molta disinvoltura, il
tovagliolo bianco, per non sporcare il suo bel vestito nuovo. Seduto di
fronte a suo padre, a una tavola della elegante trattoria _Caffè di
Europa_, il piccolino non dimostrava nessuna impazienza, aspettava il
pranzo con la serietà di un grande che non dà in escandescenze in
pubblico.
"Hai fame?" domandò il padre, offrendogli le sardine di Nantes
dell'antipasto.
"Abbastanza, ma non voglio sardine," rispose Riccardo, con la cera
disillusa del vecchio frequentatore di trattorie.