Guido mandò un'esclamazione dal profondo dell'anima in un commovimento
che non si può spiegare a parole; e senza aver forza di far pure
un atto, rimase lì, tremando, a contemplare con occhi innamorati
quell'apparizione, come si contemplano da un ascetico le celesti
visioni che abbellano i suoi mistici delirii.
Maria, animata da una nuova vita che splendeva ne' suoi sguardi,
nel suo sorriso, nel rossore delle sue guance, come fiamma accesa
entro purissimo alabastro, scossa pur finalmente dal tocco di quella
scintilla che lo scultore aveva con tanta intensità di desiderio
invocata dal cielo, mossa da una nuova, incognita forza che le
padroneggiava e spirito e volontà e cuore; Maria s'accostò all'amante
tutto rapito, e con carissimo abbandono curvatasi su di lui,
inginocchiato come stava tuttavia, depose un lieve bacio sull'ampia
fronte che ardeva.
Per lui fu come se a quel punto gli si spalancassero le porte del
paradiso. Sentì una dolcezza ineffabile scorrergli per tutte le vene e
far capo con acuto diletto al cuore, una nebbia gli passò innanzi agli
occhi; gli parve che sotto quella suprema delizia il suo essere avesse
a disfarsi ed egli fosse per dolcissimamente morire.
“Maria! Maria!” balbettò con voce soffocata, senza poter aggiunger
altro.
E la fanciulla che in quel nuovissimo tumulto dell'anima non
riconosceva più sè stessa e quasi era inconscia de' fatti suoi e
parlava ed agiva come sotto un influsso superiore a cui non potesse
resistere; la fanciulla, ripetendo quel bacio soave, pronunziava
con voce sommessa, che carezzava le orecchie di Guido come una dolce
melodia portata sull'ali d'una tepente aura d'aprile:
“T'amo, Guido, sì t'amo, ancor io!”
Per un istante l'artista non credette a sè stesso; dal suo petto
ansante, dalle sue labbra tremule non potè uscire che un grido, ma un
supremo grido di gioia; poscia, inginocchiato com'era, afferrò le mani
della fanciulla e con un fremito d'emozione ineffabile, disse:
“Tu mi ami! Oh ripetimi questa magica parola che mi cambia in un
paradiso la miseria della vita! Io ti amo, Maria, sconfinatamente,
santamente, eternamente! come non ho amato mai, come non ho creduto mai
neppure che uomo potesse amare sulla terra....
“Quante volte ho desiderato gettarmi così, come ora sono, ai piedi
tuoi, a quei leggiadri tuoi piedi che sì lievemente ti fanno sorvolar
sulla terra, e dirti che t'amo e morire! Quante volte ho sospirato su
queste tue esili bianche manine appoggiare un istante il mio volto,
premere le mie labbra e lasciar sovr'esse l'ultimo soffio coll'ultimo
bacio!... Amami, o Maria. La felicità è un corrisposto amore. Oh
dimmelo ancora che tu mi ami! Questa tua parola ha traversato la mia
esistenza come un lampo illuminandomi un Eden vagheggiato: deh! non
fare che come un baleno pure passi e si dilegui! Ho bisogno di sentirla
ancora.... e sempre!... Non si può credere così facilmente a tanta
ventura. O cielo! Ma è ella probabile! Ed è per me, proprio per me?
Per questo cuore che qui palpita? Dimmelo, dimmelo ancora.... Io l'ho
meritata questa gioia dopo tutto quel che ho sofferto; io ben lo merito
per l'immenso amore che ti porto.”
“Guido!” mormorò dolcemente Maria, ma con infinita tenerezza
nell'accento.
Ed egli viepiù accalorato da quella voce:
“Nessuno t'amerà mai, nessuno ti può amare come io ti amo. Senti questo
palpito irrefrenabile che mi rompe il petto; lì c'è la passione di
tutta la vita d'un uomo.”
E drizzatosi della persona, si levava verso di lei, spasimando,
anelando, spirando voluttà ed amore dagli occhi. La fanciulla
affascinata, commossa a quell'ardenza che tutta la investiva, a quel
palpito di cuore che sentiva corrispondere al suo, a quel suo palpito
che mai non aveva ancora provato prima; la fanciulla si chinava da
parte sua verso quel capo di sì potente bellezza, raggiante essa pure
nel volto di desiderio e di passione.
Ma ad un tratto ella si riscosse, mandò un grido, respinse l'amante,
si sciolse dalle braccia di lui che l'avevano avvinta. Egli vide a due
passi da sè, quale aveva tentato riprodurla coll'opera della sua mano,
la vergine leggiadra, la luce dell'intelligenza e dell'affetto nello
sguardo, dritta in nobil mossa, cinta di virtuosa dignità, pallida
pallida e colle labbra scolorite che le tremavano.
Le si rivolse colle mani giunte:
“Maria!...”
“Non più!” diss'ella con voce tutta ancora commossa. “Non più una
parola, ti prego.”
Egli sorse e volle avvicinarsele.
“Lasciami,” gridò ella vivamente, “lasciami, ho bisogno d'esser sola.”
E ratta sparì dietro la tenda che pendeva dall'uscio dove faceva capo
la scala del quartiere superiore.
Guido rimase là piantato a guardar quella tenda che era ricaduta
dietro i passi di Maria, come chi guarda il luogo per cui è sparita una
carissima visione, quasi credendo d'aver sognato.
Maria corse a rinchiudersi nella sua cameretta.