XIV.

Maria si sentiva come sbalordita e non vedeva nulla intorno a sè; il

cuore le batteva, le batteva; la fronte le abbruciava: non riconosceva

più sè stessa.

Andò alla finestra con moto macchinale e l'aprì per cercare nell'aria

di fuori un refrigerio all'ardore della sua faccia. Correvano i primi

giorni della primavera. La brezza era di quelle che ti appaion fresche

alla prima impressione, ma pure hanno in sè un tepore, il quale, quasi

latente, s'insinua nelle nostre vene e fa scorrere il sangue più rapido

e lo spinge con tumulto al cervello e al cuore; quell'auretta di aprile

che suscita la vita nelle piante, i canti amorosi negli augelli, il

rinnuovamento in tutta la natura.

Maria la sentì intorno alle sue tempie, codesta auretta, e un lieve

gradito brivido la invase. Essa le ricordava l'anelito appassionato di

Guido che erale passato sulla fronte.

Innanzi aveva la casa in cui abitava quel giovane che l'aveva chiesta

in isposa e che era partito disperato pel rifiuto di lei. Perchè la

vista di quell'infelice non le aveva nulla destato nel cuore? Egli

aveva pure amorosi e supplichevoli e adoratori gli sguardi! Mostrava

pure il suo aspetto quanto sentisse e quanto soffrisse per essa! E

perchè non ne aveva ella provato che assai sterile compassione? Quel

giovane avrebbe saputo, avrebbe potuto dirle quelle calde parole, con

quell'irresistibile accento che l'avevano vinta in bocca di Guido? Oh

no, certo! Niuno al mondo le sembrava potesse parlare come Guido le

aveva parlato poc'anzi.... Ed ecco penetrare nel suo pensiero con cara

violenza l'immagine dello scultore tutto fuoco nello sguardo, tutto

passione nell'accento.

Ella strinse le mani, e con involontario prorompere esclamò:

“Com'era bello!”

Poi subito arrossì e si vergognò di sè medesima e un altro pensiero le

occupò la mente.

“Oh amare e non essere amati: dev'essere un gran tormento!”

E il suo sguardo ricadde più pietoso sulle finestre chiuse

dell'appartamento di prospetto.

Successe allora una confusione nel suo cervello, dal quale parve

fuggisse ogni pensiero; sembrò che l'intorpidimento di prima volesse

riprendere possesso dell'anima e dell'intelligenza di lei.

Nella strada andava, veniva, si agitava la folla dei passeggeri.

Poco lontano, dalla parte opposta della strada, era un giardino al

di sopra del cui muro sorgevano le cime degli alberi nelle quali

cominciava a sorridere il gaio verzigno di qualche fronda. Su quei

rami scossi dalla brezza d'aprile, saltellavano, si rincorrevano,

cinguettavano, esultavano lieti della vita e dell'ora del tempo in

un allegro pispiglio, i passeri linguacciuti e petulanti. Da quel

giardino, commisto a quel tepore primaverile dell'auretta, veniva sino

alla fronte, alle guancie, alle nari, alle labbra di Maria il profumo

dell'erbe e dei fiori novelli. Il cinguettío degli uccelletti, il

ronzío della folla nella strada, il fruscío dell'aura negli alberi,

tutto s'univa con un'armonia segreta e indefinibile che la fanciulla

non comprendeva, ma assorbiva, per così dire, con inesplicabile voglia

e desio.

A un punto giunse alle orecchie di lei la voce fresca d'una donna che

cantava un'affettuosa canzone. Maria sollevò il capo a guardare in alto

donde scendevano le allegre note.

Era ad una finestra del quarto piano. Una giovinetta, forse dell'età

medesima di Maria, vi stava lavorando. L'atteggiamento n'era

graziosissimo ed avvenente. Sul volto, chinato al lavoro, vedevasi

la floridezza della salute e della gioventù e l'ilarità d'un cuor

contento. La canzone ch'ella veniva cantando era d'amore.

A un tratto la cantatrice s'interruppe mandando un piccol grido e

volgendo bruscamente la testa verso l'interno della stanza, come se

qualcheduno vi fosse entrato allor allora. Un vivo rossore si diffuse

sulle sue guancie e il lavoro le cadde di mano. Tosto comparì alla

finestra accanto a lei la maschia figura d'un giovane operaio. Si

pigliarono le mani e se le strinsero: si guardavano come se intorno a

loro non esistesse il mondo; si sorridevano, si parlavano vivamente a

voce sommessa.

Maria era tutta turbata. Levò lo sguardo al cielo; le parve più bello

che mai l'azzurro del sereno; il sole che splendeva allegramente le

tornò come un sorriso di felicità dell'intera natura: tutto il mondo le

apparve sotto un nuovo aspetto.

“Sono amata!” mormorò con infinita dolcezza, quasi compiacendosi della

dilettosa armonia che sentiva riposta in queste parole. “Sono amata!”

Le venne in mente d'improvviso tutto il suo passato.

Si vide bambina ancora al villaggio natìo; vide la figura della nonna

che la guardava con occhio amoroso; vide le coste erbose della sua

montagna, dove godeva sdraiarsi all'ombra delle roccie muscose, mentre

intorno le pascolavano le capre. Si ricordò delle ore che passava colà

immobile, guardando l'acqua del torrente che scorreva, ascoltando la

gran voce della natura, cui non capiva.

Era meditazione, era pensiero quel suo allora? No; era un sopore, era

un intorpidimento. Ora ella era bene la medesima di quel tempo, ma pure

quanto diversa!...

Più tardi, per le amorevoli cure della buona cugina, erasi desto

dapprima il suo intelletto; aveva capito ed appreso; ma il cuore

aveva continuato a sonnecchiare; fino a quel dì non aveva pur sentito,

fuorchè leggermente, il bisogno d'una nuova vita, non aveva creduto

mai, nè pur pensato, che potrebbe amare.

E tanto più amar Guido!

Ella si ricordò la prima impressione che in lei aveva fatto quel gran

cugino sconosciuto, che le era capitato al villaggio in una giornata

così infausta della sua vita. La ne aveva avuto paura dapprima, poi per

lungo tempo soggezione. Rammentò quella specie di disdegno che Guido

aveva provato in seguito per essa, quando s'era stancato nell'opera

di istruirla; e si ricordò come, anche allora, essa ne avesse sentito

vergogna e dispetto, che aveva accuratamente nascosti. Le tornavano in

mente quegli istanti in cui, per un impulso segreto che non aveva mai

cercato di spiegarsi, sin da giovanissima ella rimaneva sovraccolta

ad ammirare la bellezza e l'espressione dei lineamenti di Anna, e

nel mirarli provava un'intima dolcezza, e si disse ciò che non si

era detto mai: chè quella era pure la bellezza di Guido, tanta era la

rassomiglianza fra madre e figliuolo! Poscia riandava l'epoca in cui

Guido era partito, e tutti le tornavano a mente, parola per parola, i

colloqui in cui Anna aveva esaltato il suo figliuolo con tanto calore,

e si stupiva, come ora, non avendoci pensato più, pure le ritornassero

così presenti alla memoria.

Guido poscia era ritornato. Ella rammentò la meraviglia e l'ammirazione

con cui egli l'aveva rivista, e sorrise a quel sovvenire. Le tornarono

alla mente tutte le occasioni per cui tratto tratto s'era venuto

manifestando il nascosto amore di Guido, e s'accorse che senza volerlo

li aveva notati e raccolti; a un punto esclamò, attonita, commossa,

quasi lieta e atterrita ad un tempo:

“Ma, mio Dio! io l'ho sempre dunque amato, senza volerlo, senza

saperlo?... L'amore per lui era in me nascosto, inavvertito, e ora la

sua parola fu la scintilla che lo ha suscitato.... Oh sì l'amo e ne

sono amata.... Saremo felici.”

Cadde seduta, le mani, colle dita intrecciate, abbandonate sulle

ginocchia, un sorriso di beatitudine sulle labbra, lo sguardo fiso

innanzi a sè, come a contemplare una visione celeste. Innanzi alla sua

fantasia, difatti, si svolgeva intessuta di seta, trapunta delle più

splendide gemme, ricamata d'oro dall'amore, la tela del loro avvenire.

Guido, da parte sua, era rimasto là in mezzo al suo studio, dritto,

smemorato, guardando la porta per cui erasi partita Maria, non potendo

credere a sè stesso, domandandosi se quello era un sogno, temendo esser

vittima d'una troppo gradita illusione.

“Ella era qui” esclamava, “era qui Maria! E io sentii il suo cuore

battere sul mio, il suo alito sulle mie guancie, e la sua voce dirmi

che mi ama... O cielo! è possibile?”

Passò anch'egli un'ora di dolci e sublimi meditazioni d'amore, poscia

salì palpitando la scala a chiocciola, ansioso, determinato di trovar

Maria a ogni patto. Aveva assoluto bisogno di rivederla aveva bisogno

che essa gli riconfermasse la felicità fattagli apparire.

Maria lo udì avvicinarsi e gli mosse incontro serena, un po' pallida

per l'emozione, sorridente come la statua da lui plasmata. Porse con

atto solenne la destra allo scultore e gli disse con grave accento:

“Avevo mestieri di raccogliermi e di pensare. Non ad un subito

turbamento e ad un improvviso delirio volevo dovere il nostro destino,

ma alla convinzione d'un vero affetto. Ora sono tua per sempre. Vieni,

andiamo a gettarci ai piedi di tua madre.”

Anna li vide entrare nella sua stanza, tenendosi per mano, come due

sposi che camminano verso l'altare.

Quando tutto le ebbero narrato, la madre di Guido allargò le braccia e

ambedue li strinse al cuore con affetto veramente materno.

Guido ha ridotta in marmo la statua di Maria ma l'ha rivestita d'un

lungo paludamento. Ora questa stupenda opera dell'amore, nella sua

marmorea bellezza, sta, come un idolo nel santuario, nello studio

dell'artista, e quando alcuno meravigliato a tanta venustà, ne

interroga lo scultore; egli risponde con un caro orgoglio:

— Questa è la statua della donna che amo..... la quale ora è mia

moglie. —

Tre racconti: Il cane del cieco - Un genio sconosciuto - Galatea · 第 54 / 58 题