XII.

Mentre Guido richiudeva l'uscio d'ingresso, il compagno s'inoltrava

nello studio e i suoi occhi cadevano di subito sulla creta in cui era

modellata l'immagine di Maria.

“Ah!” esclamò, “finalmente ho la ventura di contemplare il tuo

misterioso lavoro.”

Ma non aveva ancora finito, che Guido, volgendosi e vedendo scoperta

la statua, aveva mandato un'esclamazione di stupore e di dispetto,

s'era slanciato sul panno che era in terra, poi salito di balzo sullo

sgabello, in meno che non si dice, aveva ricoperta così bene l'opera

sua che non si poteva più scorger nulla.

“Per Dio! Vorrei un po' sapere chi è stato qui mentr'ero fuori ed ha

avuto l'audacia di levar via questo panno.”

E l'amico un poco punto da questo procedere di Guido:

“Sai che ti si può chiamare un originale senza farti torto:” diceva.

“Tu tieni nascosto quel tuo lavoro più che non farebbe un Turco geloso

della donna dell'amor suo.”

“Il paragone è più giusto di quel che credi:” si lasciò scappar detto

Guido.

“Buono!” soggiunse ridendo quell'altro. “È dunque la statua della tua

bella? Ora capisco!... Si dice che non hai voluto nemmeno una _modella_

perchè occhio profano non la mirasse.”

“È vero.”

“Cospetto! c'è qualche cosa dei tempi antichi in codesto: un profumo di

medio evo. Tu mi sembri un artista del quattrocento degno di figurare

in un romanzo.”

“Io faccio quel che mi piace:” disse Guido seccamente, come chi

desidera che il discorso si tronchi.

“Fa' un'eccezione per me; lasciami vedere questa che a me parve una

bellissima cosa, e ti giuro che non ne fiaterò con anima viva.”

E fece un passo verso la statua, come per volerne alzare la tela.

Guido se gli pose risoluto dinanzi.

“No,” disse. “Per nessuna cosa al mondo consentirò che altr'occhio

veda i tratti di questa mia opera prediletta. Guarda! Piuttosto, se non

potessi altrimenti difenderla, la infrangerei, te lo giuro!”

“Come Rolla nel dramma _Un capolavoro sconosciuto_;” disse l'amico

ridendo.

Ma Guido lo guardò in un certo modo da non incoraggiare la sua ilarità.

“Senti!” disse in tono burbero e secco, “tu sei venuto per prenderti

que' certi disegni.”

Aprì una larga cartella e li trasse fuori.

“Eccoli qui; pigliali e Dio t'accompagni.”

“Diavolo! Tu mi metti alla porta in un modo punto gentile.”

E Guido, con voce e tono più miti e benevoli:

“Lasciami, te ne prego: ho bisogno di lavorare, e più d'esser solo....

Compatiscimi. Io, vedi, sono in una strana fase della mia vita. Non mi

riconosco più io stesso. Ah! tu non sai che cosa sia un vero amore alla

nostra età, per un'anima d'artista!”

E come vide che quell'altro voleva parlare, soggiunse vivacemente:

“Ah! non domandarmi nulla, non dir nulla. Soffro, e m'arrabbio;... e

m'è caro soffrire. Giudicami pure un pazzo: lo sono; ma abbi tu buon

senno e la generosità di non darmi nè consigli, nè conforti, nè di

farmi interrogazioni a cui non risponderò.... Addio.”

Quell'altro uscì stringendosi nelle spalle, dopo avere stretta la mano

all'amico con pietosa sollecitudine.

Quando Guido si credette solo, serrò a chiave l'uscio dietro l'amico

partitosi, andò lentamente alla statua, e la scoprì con un certo

rispetto. Poi le si pose dinanzi e stette a contemplarla, rapito, con

tanta passione nello sguardo che era una tenerezza il vederlo.

Durante il colloquio dei due artisti, il cuore di Maria aveva con

profonda emozione palpitato. Diverse e le più nuove sensazioni si

contendevano il suo animo. Temeva d'essere scoperta colà ad ogni

momento. Che avrebbe detto, che avrebbe fatto, se mai la trovassero lì

appiattata? Dio che vergogna! Quale confusione!

Frattanto le parole di Guido, che rivelavano tanto amore, la

conturbavano tutta e con una soddisfazione, di cui non avrebbe

immaginata l'uguale mai. Trovò lento a partirsi quell'importuno che

era venuto con Guido; e poi, quando colui fu uscito, ed ella si seppe

sola con lo scultore, una specie di paura, un malessere la invase, che

le fece desiderare qualcheduno sopraggiungesse. A questa inquietudine,

della quale non sapeva, nè cercava pure di darsi una ragione, ella

attribuì il rapido battito del suo cuore, fattosi così forte che fu

costretta a porvi su una mano, come per frenarlo. Mai non aveva provate

così acute emozioni; se ne stupiva, e un intimo senso, di cui non era

padrona, glie le faceva trovare, nella loro violenza, dolcissime.

“Ah! ancor io ho un cuore!” si disse ad un punto premendosi più forte

il petto con ambe le mani.

A traverso una commettitura del paravento, ella poteva scorgere per

intiero quello che succedesse nello studio, e l'occhio suo, più vivido

e animato dell'ordinario, vi lanciava uno sguardo di cupida curiosità.

Guido, le mani giunte, stava in muta adorazione innanzi al simulacro

di lei. Le chiome scure, gettate all'indietro, lasciavano scorgere

in tutta la sua bellezza, la vasta e intelligente di lui fronte. Gli

sguardi lampeggiavano; le labbra semichiuse in una specie di sorriso,

che avreste detto estatico, lasciavano passare grave quasi affannoso

il respiro. Nella sua figura, nel suo aspetto, nel suo contegno, egli

aveva forza insieme e grazia, l'imponenza della virilità congiunta a

tutta la tenerezza della passione.

Maria lo mirava con involontario, inavvertito commovimento. Il Guido di

quell'istante, essa non lo aveva visto mai. Le pareva una rivelazione.

Lo scultore sollevò le mani ancora serrate verso la statua, come si

fa da un devoto, pregando, e parlò con voce sì dolce, che la fanciulla

nascosta se la sentì penetrare nel cuore.

“Che occhio umano t'abbia da vedere fuori che il mio, o diletta,

no, no, non lo voglio. Tu sei mia — e solamente mia, tu creta da me

plasmata sull'immagine di quell'angelo adorato, — tu mi appartieni, e

ti possiedo senza contrasto, ignoratamente, e tutta!... Neppur essa mi

ti può togliere; neppure la sua ostile freddezza può contenderti a me.

Io t'ho formata, più che colle mani, coll'anima mia; tu sei la visione

della mia fantasia fatta realtà; tu sei la parte migliore del mio cuore

estrinsecata.... T'amo sai, t'amo; e a te lo posso dire, e in te non

vi ha come in lei cipiglio severo che mi gela sul labbro le parole, e

innanzi a te ho coraggio di tutta effondere la passione che m'arde.”

Salì sullo sgabello e vi si acconciò mezzo inginocchiato, mezzo seduto

innanzi alla statua.

“Oh sorridimi, diletta mia!... Oh guardami Maria!... Abbi tu almeno

pietà di me.... Non sai? Ella è più insensibile del marmo in cui vo'

tradurre le tue sembianze, ella ha sotto le sue carni meno cuore di

quello che abbia tu nel tuo corpo di creta; ella che nulla vide mai del

mio turbamento al suo cospetto, che nulla sentì mai di questa febbre

d'amore che m'arde per lei!... Sorridimi, sorridimi.... Ah no! non è

questo ancora il sorriso che ti vidi ne' miei sogni.”

Si drizzò di scatto e fu per portar la mano sul volto della statua; ma

si trattenne.

“No, no.... ch'io più non ti tocchi.... Non può più oltre l'arte

mia.... e desiderio d'uomo, per quanto intenso, non può compire

miracoli.”

Scese dallo sgabello e si pose a passeggiare per la stanza, la fronte

china. A Maria s'accrebbe l'ansia. Dopo un istante, Guido tornò a

fermarsi innanzi alla statua.

“E dire che a lei non oserò mai parlare come parlo a te! ch'ella

ignorerà forse per sempre ciò che accade in quest'anima!... Se lo

sapesse, s'io le svelassi la mia fiamma, chi sa ch'ella non avesse da

esserne commossa! Se le dicessi come tutto l'esser mio anela verso

di lei; come e dì e notte, e veglie e sonno, e cuore e cervello, e

pensiero e sensi, tutto in me è pieno di lei, della sua immagine, d'uno

spasimante desiderio, d'un incessante delirio per essa! Come ogni suo

atto è per me una seduzione, come il vederla è una necessità della

mia vita, come degl'impeti di passione m'assalgono nel contemplarne la

bellezza da gettarmi in terra a baciar l'orma dei piedi suoi!...

“Oh destare quell'anima assopita in tanta avvenenza di forme,

suscitarne la potenza d'amore, farla palpitare sotto il mio amplesso

e fruirne i primi, i celesti, i casti trasporti, e fare sbocciare

dalla fanciulla la donna, fare scoppiare dalla superba indifferenza

il palpito espansivo, il voluttuoso abbandono dell'amore! Sarebbe il

paradiso sulla terra. Darei per possederlo il mio sangue, tutta la vita

che mi rimane....

“Tu non sospetti nemmeno, o Maria, che cuor d'uomo possa accogliere

e sopportare tali tremendi spasimi, che sono inesplicabili e potenti

come la morte, che sono un nulla e che contengono l'universo. T'amo con

tutta la potenza dell'anima. T'amo, come non ho amato mai, neppure il

tanto seducente fantasma della gloria. Per me, e gloria e felicità e

amore e tutto si comprende in un tuo sorriso.... T'amo, e tu sei più

insensibile che questa fredda creta, e tu frapponi fra il mio cuore e

il tuo una barriera di ghiaccio.... Oh quanto mi fai soffrire, tu non

lo sai!”

Cadde in ginocchio innanzi all'opera sua, e un singhiozzo gli ruppe dal

petto.

“E non ho speranza! Quella tua indifferente venustà mi sembra sì

alta, sì olimpica, che mai, mai non potrò giungere sino ad essa....

Questo sorriso ch'io t'ho dato e che qui, solitario, vagheggio è una

menzogna con cui m'illudo, lo so bene: tu, Maria, mai non mi amerai,

come mai non potrà intendere le mie parole e sentire la mia passione

questa grossolana materia in cui ho informato la tua immagine.... Ah!

s'io fossi Prometeo e potessi rapire al fuoco del cielo una scintilla,

onde animare, non fosse che per un istante, quest'opera mia! Potess'io

coll'intensità del mio desiderio compire il miracolo di Pigmalione

e dar vita un'ora soltanto alla mia Galatea.... un'ora d'amore, di

delirio, e poi morire!”

Si strinse con ambe le mani la testa, come chi sente la ragione

sfuggirgli, e chinò il volto a terra tutto disfatto, e piangendo

inconsciamente silenziose lagrime.

A un tratto udì vicino a sè un fruscio di vesti, un passo leggero, un

lieve respiro affannoso. Il sangue gli si rimescolò, e in sussulto egli

levò il capo e drizzò la persona. Il suo desiderio si era effettuato;

il miracolo agognato si era compiuto. In Galatea era entrata l'anima:

innanzi a lui stava Maria, la sua statua in carne viva, arrossita,

sorridente, le labbra tremanti, una divina fiamma d'amore negli occhi.

Tre racconti: Il cane del cieco - Un genio sconosciuto - Galatea · 第 52 / 58 题