XI.

A un tratto Guido fu colto da un nuovo ardore pel lavoro, e per l'arte

sua, cui da tempo veniva trascurando. Tutto il giorno oramai se ne

stava chiuso nello studio; compariva appena alle ore del desinare;

non usciva di casa, non riceveva più nemmeno i suoi amici, di nulla

piacendosi che d'esser solo all'opera colla sua ispirazione, innanzi

alla massa di creta che veniva plasmando. Colà si provava ad eseguire

quella creazione che da un pezzo tentava la sua fantasia; imperocchè

essa ora imperiosamente domandava di venire effettuata, ed egli

obbediva modellandola in una statua di donna. Come avete indovinato di

certo, in quella statua, alla bellezza corporea d'una Venere, l'artista

aveva congiunto la leggiadria di volto e l'espressione di superba

nobiltà che erano in Maria.

A costei Guido non aveva pur fatto cenno di ciò. I lineamenti di

lei aveva egli sì bene stampati nella mente, che non gli occorreva

vederseli innanzi per ritrarli. Al corpo medesimo aveva dato

l'atteggiamento e la mossa dell'adorata fanciulla; nè aveva voluto per

esso avere alcun modello, parendogli questa una profanazione; ma tutto

veniva facendo col riprodurre nella creta quell'immagine splendida

di fisiche perfezioni che stava incessante innanzi alla sua fantasia

d'artista.

Quando la statua era oramai presso al termine, avvenne che un giorno

la serva di casa, avendo da recarsi nello studio di Guido, ci entrasse

mentre lo scultore stava lavorando, ed essendo egli in uno de' suoi

momenti di più fervore nell'opera, non pensasse a smettere ed a

coprire, come di solito, il lavoro col panno.

La serva, finito il suo compito, era per ripartirne, quando, per caso,

alzò gli occhi sopra la statua, e mandò un'esclamazione di meraviglia.

“Madonna santa! Ma quella è la signorina.”

Guido si riscosse, saltò giù con impeto dallo sgabello su cui era

salito, e si precipitò sulla serva, a cui tappò colla mano la bocca.

“Taci!” gridò egli. “Tu non l'hai a dire. Tu non hai visto nulla. Hai

capito?”

E la meschinella, tutta spaventata:

“No, no, stia tranquillo; non parlo.”

Ma Guido, calmatosi, guardava con amore l'opera sua.

“Ti par'egli adunque che questa statua le rassomigli?”

“Eccome! Se la fosse di color carnicino e coi capelli d'oro come la

signorina, si direbbe che la è essa medesima, e che vive.”

A Guido parve in quel momento che quella femminuccia parlasse meglio

d'ogni persona al mondo; volle ringraziarla, pensò darle una mancia,

e recò la mano al taschino; ma non ne fece nulla, trattenne anche la

parola, e lasciatala partire, tornò con nuova alacrità al lavoro.

È facile indovinare come fosse troppo difficil cosa per quella donna

il tacere; onde non erano trascorse ventiquattr'ore che, dopo mille

preghiere di non tradirla, mille proteste di non voler dire, essa aveva

contato a Maria ciò che aveva visto, e ciò che erale intravvenuto nello

studio di Guido.

La fanciulla, incredula del fatto per un poco, aveva cominciato per

sorriderne come d'una piacevolezza qualunque.

“Eh via! Davvero?” aveva domandato con meraviglia. “Oh che idea gli è

mai venuta? È una strana bizzarria.”

Quindi una specie di preoccupazione l'aveva fatta diventar seria; e sul

suo volto, allo stupore e all'ilarità era succeduta l'espressione d'una

scontentezza, quasi di suscettività offesa.

Senza voler più dire una parola alla serva, ella s'era ritirata nella

sua camera, e là le si aggiravano per la mente poco men che molesti

questi pensieri:

“Perchè ha egli voluto riprodurre le mie sembianze?... Ne aveva egli

diritto?... E non dirmene nulla!... E ora, ogni momento, egli ha colà

sotto gli occhi la mia immagine.... Oh me ne spiace.... E perchè me

ne spiace? Che cosa me ne deve importare? A me, alla mia persona, che

cosa fa codesto? Ebbene sì, mi fa.... Gli è come se avesse una parte di

me....”

Un nuovo pensiero sopraggiuntole la fece arrossire.

“Conviene adunque ch'egli mi abbia ben bene esaminata, bene studiata

per poter così ottimamente ritrarre le mie sembianze a memoria!”

Si sentì prendere da una confusione che non aveva mai provata.

“Ciò non va bene.... Glielo dirò.... Mentre si sta lì, senza un

sospetto al mondo, esserci uno sguardo che vi scruta, vi divisa uno

per uno ogni tratto, ogni mossa.... No, no, non mi piace.... E mi piace

tanto meno ch'egli si tenga quella statua. Che cosa sono io per lui da

voler egli possedere la mia immagine? che glie ne importa?”

Ma qui la sua mente fu certo invasa da altre idee, poichè ella chinò il

capo, stette riflessiva, e una leggiera fiamma di rossore le salì alle

guancie.

Rimasta un poco di questa guisa, meditando, levò quindi la testa con

risoluzione e disse:

“Voglio vederla codesta meraviglia.”

Chiamò la serva.

“Quando Guido sia uscito,” le disse “venite tosto ad avvisarmene.”

Lo studio dello scultore era a pian terreno nel cortile, e dal

quartiere dei mezzanini, abitato dalla famiglia, scendevasi in esso

per una scala interna a chiocciola. Maria non era entrata in quel

vasto stanzone che pochissime volte, e perchè raramente le accadeva di

doverci andare, e perchè provava una tal qual ripugnanza a metter piede

là dentro.

Ora, quando la serva venne a dirle esser Guido partito, la fanciulla

si diresse risolutamente verso la scaletta a chiocciola, col suo passo

franco e leggiero. La donna accennò di seguirla.

“No;” le comandò Maria con accento che non ammetteva replica: “tu sta'

qui.”

Scese la scala, sollevò la tenda di grosso pannolano che pendeva

innanzi all'uscio ed entrò.

Cosa strana, e che non capiva ella medesima, e che non le era capitata

da un pezzo, il suo cuore palpitava per un'inesplicabile emozione.

Nello studio entravano da due alte e larghe finestre splendide cascate

di raggi di sole. Alle pareti dipinte di color grigio, si vedevano

appese tutto all'intorno braccia, gambe, mani, piedi, torsi, capi

modellati in gesso sui capolavori dell'antichità. Una copia, grande

come l'originale, del famoso Fauno della villa Albani si contorceva

in un angolo; un Mercurio di Gian Bologna si slanciava verso il cielo

da un'altra parte; una Venere dei Medici pareva volere scaldar la sua

nudità a quel sole, il quale tracciava traverso la stanza due ampie

striscie luminose tutte piene di atomi brillanti; mentre un Apollo

del Belvedere sorgeva in tutta la sua maestosa bellezza di dio che s'è

vendicato.

Maria stette là in mezzo, press'a poco come un timido che entri in

un'adunanza dove persone ed usi sieno a lui affatto sconosciuti. Le

parve una voce intima le dicesse, quello non esser luogo da lei; la sua

curiosità essere poco meno che una sconvenienza; dover ella tosto di là

allontanarsi.

Nel mezzo dello stanzone, là dove meglio batteva la luce, sorgeva una

mole sopra uno di quei piedistalli di legno che girano su d'un pernio,

dei quali si servono gli scultori per modellare la creta; e codesta

mole era accuratamente tutta coperta da una gran tela inumidita.

Maria pensò tosto che quella esser doveva la statua colle sembianze

di lei, per veder la quale soltanto era essa colà venuta; ma ebbe una

certa peritanza, non che a scoprirla, pure ad accostarsele. La guardò

un poco, così come ella appariva, sotto quel mistero di pieghe cui le

faceva intorno il panno gittatovi su; e poscia ne sviò lentamente gli

occhi a mirare, un dopo l'altro, i vari pezzi di scoltura che ornavano

lo studio. Ella non aveva ancora mai sentito nè cercato quel diletto

che provasi dalle persone di gusto artistico nella contemplazione delle

bellezze dell'arte. Ora in presenza della pura leggiadria dell'Apollo

antico, dell'eleganza di quel Mercurio che vola, della grazia della

Psiche del Canova, del sentimento della Preghiera di Pampaloni,

provò ella come una rivelazione, come un subito ammaestramento a un

linguaggio sublime, sino allora ignorato.

Prima di tutto una specie di turbamento s'impadronì di lei; quella tal

voce segreta le sussurrava ancora che di là si partisse, non mirassero

gli occhi suoi quegli oggetti; ma la casta bellezza di quelle forme

aveva pure un fàscino a cui la non poteva resistere.... Quali pensieri

le passassero per la mente, chi li può dire? Non seppe esprimerli

mai neppure ella medesima. Certo è che sulle sue sembianze passavano

avvicendandosi, e come rincorrendosi, le tracce di mille sentimenti,

di mille affetti i quali parevano agitarsi e combatter tra loro

nel contendersi l'animo di lei, e poi, cessando tutti a un tratto,

lasciarla ripiombare nell'assopimento della sua primiera apatia.

Se non che la vista d'un altro oggetto venne a suscitarle nuove

sensazioni e nuovi pensieri.

In un angolo dello stanzone presso ad una stufa di ghisa che alzava

il suo tubo contro la parete, stava spiegato, come per formare un

ripostiglio, un paravento, e sopra questo, un abito e uno scialle di

donna buttati là a casaccio.

Perchè quella vista riscosse la indifferente Maria? Essa tenea su

que' panni gli occhi fissi, conturbati, come all'aspetto d'una subita

minaccia. A chi apparteneva quella roba? C'era forse una donna nascosta

là dietro, la quale l'avesse sino allora osservata, mentre Maria si

credeva sola? Quest'idea la fece arrossire. Si alzò con coraggio e

camminò risoluta verso quel paravento. Dietro non c'era nessuno; ma

palesi e numerose ci si vedevano le traccie di passaggio e dimora di

donne. Uno specchio alla parete, con un tavolino dinanzi, pettini,

forcine da capelli, spille e spilloni da appuntare i panni, qualche

nastrino, un guanto femminile, vasettini di pomata. Era difatti colà

dove si ritiravano a spogliarsi e rivestirsi le _modelle_.

Che cosa mai passò per la testa alla fanciulla? Il suo volto prese

un'espressione di mal talento, di dispetto insieme e d'ironia. I suoi

occhi caddero per caso sullo specchio, e vedendovisi colle sopracciglia

corrugate e una specie di corruccio in tutta la fisonomia, ebbe

sdegno di sè medesima, arrossì, poi sorrise lievemente, come si fa dei

capricci d'un bambino, e venne fuori di là.

Si trovò dinanzi nuovamente la tela che ricopriva il lavoro di Guido.

Sentì più di prima dispiacere che là fossero ritratte le sue sembianze.

Andò presso la statua, salì sopra lo sgabello di cui si serviva lo

scultore medesimo per lavorarci, e si diede a levar via il panno che

ricopriva la creta. Quando la testa le apparve, Maria gettò un grido

di meraviglia e di ammirazione. Questa testa era davvero la sua, quei

tratti erano i suoi, ma animati dalla dolcezza amorevole d'un sorriso

quale Maria non s'era mai visto nell'immagine che glie ne rifletteva lo

specchio, quale non si credeva nemmen capace di poter abbozzare colle

sue labbra.

Lasciando ancora velato il resto del corpo, ella stette lì a

contemplare quella testa con tanta grazia modellata, piena di tanta

vita, meravigliosa di tanta bellezza. Le pareva che a lei si rivelasse

come una sorella, la quale col suo sorriso le manifestasse un intenso

amore e le penetrasse nell'anima.

Giunse le mani ed esclamò con tutta ingenuità:

“Oh cara!... E sono io?”

Tacque vergognosa e si guardò intorno, quasi temendo che alcuno

l'avesse potuta udire; poi un dubbio gliene venne.

“No, no, è impossibile ch'io sia tanto bella!”

Saltò giù lesta e corse dietro il paravento a mirarsi nello specchio.

Il rossore ne animava le guancie; non era mai sembrata così leggiadra

a sè medesima. Si provò a far quel sorriso amoroso che aggiungeva

tanta malía al volto del suo ritratto; e dopo due o tre tentativi le

parve non se ne discostasse di troppo. Tornò alla contemplazione della

statua.

“Ma questo è uno stupendo lavoro” diceva a sè medesima. “Io non

avrei mai creduto che mano d'uomo fosse capace di tanto.... Ed è

Guido?... Egli è dunque un genio?... Ed è a me che s'è rivolto il suo

pensiero?... Oh come doveva avermi presente ai suoi occhi!... Ma per

ricordare così particolarmente i tratti di qualcheduno, bisogna proprio

averli ben impressi nella mente.... e forse anco nel cuore.... vediamo

un po'.... se io avessi da ricordarmi i suoi.... di Guido?”

Si concentrò un momento.

“Eh via! Appena è se mi sono presenti i tratti principali della sua

fisonomia.... È una bella figura, franca, aperta, intelligente, con

qualche cosa di dolce insieme, lo so; ma poi?... Ah rassomiglia molto

a sua madre; e le care sembianze d'Anna le ho sì contemplate frequenti

volte con tanta soavità d'emozione!... Come le trovavo leggiadre!... E

davvero le son tali!... Eppure se le avessi da riprodurre, da descriver

soltanto, io nol saprei.... Bene avrei saputo ciò fare di quelle della

povera nonna: sì che le avevo presenti al mio pensiero sempre quelle

là!... Ma ancor esse ora si sono un po' sbiadite nella mia memoria; e

l'amavo pur tanto la mia nonna; e l'amo!...”

Questa parola che cadde quasi inavvertita dalle sue labbra fece su

Maria un indicibile effetto quando se la udì suonare all'orecchio. Si

riscosse: fu per lei come un lampo che illumini a un tratto l'oscurità

in cui alcuno sia avvolto, e gli faccia scorgere dove si trova; fu come

una voce estranea, la quale, a chi cerchi la soluzione d'un enigma, ne

dica ad un punto il motto. Chinò la testa e stette un poco meditando.

Poscia la curiosità la punse di vedere intiera l'opera di Guido.

Risalendo sullo sgabello, tolse via del tutto i panni che la coprivano.

La figura di donna era rappresentata senza alcun velo.... Maria se ne

adontò ed arrossì, come se offeso sentisse il suo pudore. Le tornò

subitamente il pensiero di quelle donne che venivano e che forse

avevano visto quella statua, e sentì un'ira, un corruccio contro Guido

quasi gliene avesse fatto un oltraggio da non perdonarsi.

Però la bellezza dell'opera chiamò quasi a forza la sua ammirazione.

In quelle linee c'era una purezza, in quella leggiadria c'era per così

dire un'onestà, in quella verità c'era un sentimento che io chiamerei

di rispetto, che faceva casta quella nudità ideale della forma.

. . . . . . .

Mentr'essa era più assorta nella contemplazione di quel capo d'arte,

agghiacciò tutta, la curiosa fanciulla, nel sentir ad un punto aprire

in fretta l'uscio dello studio che dava nel cortile. Di certo era Guido

che rientrava. Dalla scala a chiocciola che conduceva al quartiere,

Maria era troppo lontana per potervi correre senza essere veduta....

L'uscio era lì lì per girare sui cardini e dar passo a chi veniva.

Piuttosto che essere colta in quel luogo, ella avrebbe dato non so

che. Non sapeva cosa fare. Corse al paravento ed ebbe appunto tempo di

mettervisi dietro, palpitante, che Guido entrava accompagnato da un suo

collega.

Tre racconti: Il cane del cieco - Un genio sconosciuto - Galatea · 第 51 / 58 题