A un tratto Guido fu colto da un nuovo ardore pel lavoro, e per l'arte
sua, cui da tempo veniva trascurando. Tutto il giorno oramai se ne
stava chiuso nello studio; compariva appena alle ore del desinare;
non usciva di casa, non riceveva più nemmeno i suoi amici, di nulla
piacendosi che d'esser solo all'opera colla sua ispirazione, innanzi
alla massa di creta che veniva plasmando. Colà si provava ad eseguire
quella creazione che da un pezzo tentava la sua fantasia; imperocchè
essa ora imperiosamente domandava di venire effettuata, ed egli
obbediva modellandola in una statua di donna. Come avete indovinato di
certo, in quella statua, alla bellezza corporea d'una Venere, l'artista
aveva congiunto la leggiadria di volto e l'espressione di superba
nobiltà che erano in Maria.
A costei Guido non aveva pur fatto cenno di ciò. I lineamenti di
lei aveva egli sì bene stampati nella mente, che non gli occorreva
vederseli innanzi per ritrarli. Al corpo medesimo aveva dato
l'atteggiamento e la mossa dell'adorata fanciulla; nè aveva voluto per
esso avere alcun modello, parendogli questa una profanazione; ma tutto
veniva facendo col riprodurre nella creta quell'immagine splendida
di fisiche perfezioni che stava incessante innanzi alla sua fantasia
d'artista.
Quando la statua era oramai presso al termine, avvenne che un giorno
la serva di casa, avendo da recarsi nello studio di Guido, ci entrasse
mentre lo scultore stava lavorando, ed essendo egli in uno de' suoi
momenti di più fervore nell'opera, non pensasse a smettere ed a
coprire, come di solito, il lavoro col panno.
La serva, finito il suo compito, era per ripartirne, quando, per caso,
alzò gli occhi sopra la statua, e mandò un'esclamazione di meraviglia.
“Madonna santa! Ma quella è la signorina.”
Guido si riscosse, saltò giù con impeto dallo sgabello su cui era
salito, e si precipitò sulla serva, a cui tappò colla mano la bocca.
“Taci!” gridò egli. “Tu non l'hai a dire. Tu non hai visto nulla. Hai
capito?”
E la meschinella, tutta spaventata:
“No, no, stia tranquillo; non parlo.”
Ma Guido, calmatosi, guardava con amore l'opera sua.
“Ti par'egli adunque che questa statua le rassomigli?”
“Eccome! Se la fosse di color carnicino e coi capelli d'oro come la
signorina, si direbbe che la è essa medesima, e che vive.”
A Guido parve in quel momento che quella femminuccia parlasse meglio
d'ogni persona al mondo; volle ringraziarla, pensò darle una mancia,
e recò la mano al taschino; ma non ne fece nulla, trattenne anche la
parola, e lasciatala partire, tornò con nuova alacrità al lavoro.
È facile indovinare come fosse troppo difficil cosa per quella donna
il tacere; onde non erano trascorse ventiquattr'ore che, dopo mille
preghiere di non tradirla, mille proteste di non voler dire, essa aveva
contato a Maria ciò che aveva visto, e ciò che erale intravvenuto nello
studio di Guido.
La fanciulla, incredula del fatto per un poco, aveva cominciato per
sorriderne come d'una piacevolezza qualunque.
“Eh via! Davvero?” aveva domandato con meraviglia. “Oh che idea gli è
mai venuta? È una strana bizzarria.”
Quindi una specie di preoccupazione l'aveva fatta diventar seria; e sul
suo volto, allo stupore e all'ilarità era succeduta l'espressione d'una
scontentezza, quasi di suscettività offesa.
Senza voler più dire una parola alla serva, ella s'era ritirata nella
sua camera, e là le si aggiravano per la mente poco men che molesti
questi pensieri:
“Perchè ha egli voluto riprodurre le mie sembianze?... Ne aveva egli
diritto?... E non dirmene nulla!... E ora, ogni momento, egli ha colà
sotto gli occhi la mia immagine.... Oh me ne spiace.... E perchè me
ne spiace? Che cosa me ne deve importare? A me, alla mia persona, che
cosa fa codesto? Ebbene sì, mi fa.... Gli è come se avesse una parte di
me....”
Un nuovo pensiero sopraggiuntole la fece arrossire.
“Conviene adunque ch'egli mi abbia ben bene esaminata, bene studiata
per poter così ottimamente ritrarre le mie sembianze a memoria!”
Si sentì prendere da una confusione che non aveva mai provata.
“Ciò non va bene.... Glielo dirò.... Mentre si sta lì, senza un
sospetto al mondo, esserci uno sguardo che vi scruta, vi divisa uno
per uno ogni tratto, ogni mossa.... No, no, non mi piace.... E mi piace
tanto meno ch'egli si tenga quella statua. Che cosa sono io per lui da
voler egli possedere la mia immagine? che glie ne importa?”
Ma qui la sua mente fu certo invasa da altre idee, poichè ella chinò il
capo, stette riflessiva, e una leggiera fiamma di rossore le salì alle
guancie.
Rimasta un poco di questa guisa, meditando, levò quindi la testa con
risoluzione e disse:
“Voglio vederla codesta meraviglia.”
Chiamò la serva.
“Quando Guido sia uscito,” le disse “venite tosto ad avvisarmene.”
Lo studio dello scultore era a pian terreno nel cortile, e dal
quartiere dei mezzanini, abitato dalla famiglia, scendevasi in esso
per una scala interna a chiocciola. Maria non era entrata in quel
vasto stanzone che pochissime volte, e perchè raramente le accadeva di
doverci andare, e perchè provava una tal qual ripugnanza a metter piede
là dentro.
Ora, quando la serva venne a dirle esser Guido partito, la fanciulla
si diresse risolutamente verso la scaletta a chiocciola, col suo passo
franco e leggiero. La donna accennò di seguirla.
“No;” le comandò Maria con accento che non ammetteva replica: “tu sta'
qui.”
Scese la scala, sollevò la tenda di grosso pannolano che pendeva
innanzi all'uscio ed entrò.
Cosa strana, e che non capiva ella medesima, e che non le era capitata
da un pezzo, il suo cuore palpitava per un'inesplicabile emozione.
Nello studio entravano da due alte e larghe finestre splendide cascate
di raggi di sole. Alle pareti dipinte di color grigio, si vedevano
appese tutto all'intorno braccia, gambe, mani, piedi, torsi, capi
modellati in gesso sui capolavori dell'antichità. Una copia, grande
come l'originale, del famoso Fauno della villa Albani si contorceva
in un angolo; un Mercurio di Gian Bologna si slanciava verso il cielo
da un'altra parte; una Venere dei Medici pareva volere scaldar la sua
nudità a quel sole, il quale tracciava traverso la stanza due ampie
striscie luminose tutte piene di atomi brillanti; mentre un Apollo
del Belvedere sorgeva in tutta la sua maestosa bellezza di dio che s'è
vendicato.
Maria stette là in mezzo, press'a poco come un timido che entri in
un'adunanza dove persone ed usi sieno a lui affatto sconosciuti. Le
parve una voce intima le dicesse, quello non esser luogo da lei; la sua
curiosità essere poco meno che una sconvenienza; dover ella tosto di là
allontanarsi.
Nel mezzo dello stanzone, là dove meglio batteva la luce, sorgeva una
mole sopra uno di quei piedistalli di legno che girano su d'un pernio,
dei quali si servono gli scultori per modellare la creta; e codesta
mole era accuratamente tutta coperta da una gran tela inumidita.
Maria pensò tosto che quella esser doveva la statua colle sembianze
di lei, per veder la quale soltanto era essa colà venuta; ma ebbe una
certa peritanza, non che a scoprirla, pure ad accostarsele. La guardò
un poco, così come ella appariva, sotto quel mistero di pieghe cui le
faceva intorno il panno gittatovi su; e poscia ne sviò lentamente gli
occhi a mirare, un dopo l'altro, i vari pezzi di scoltura che ornavano
lo studio. Ella non aveva ancora mai sentito nè cercato quel diletto
che provasi dalle persone di gusto artistico nella contemplazione delle
bellezze dell'arte. Ora in presenza della pura leggiadria dell'Apollo
antico, dell'eleganza di quel Mercurio che vola, della grazia della
Psiche del Canova, del sentimento della Preghiera di Pampaloni,
provò ella come una rivelazione, come un subito ammaestramento a un
linguaggio sublime, sino allora ignorato.
Prima di tutto una specie di turbamento s'impadronì di lei; quella tal
voce segreta le sussurrava ancora che di là si partisse, non mirassero
gli occhi suoi quegli oggetti; ma la casta bellezza di quelle forme
aveva pure un fàscino a cui la non poteva resistere.... Quali pensieri
le passassero per la mente, chi li può dire? Non seppe esprimerli
mai neppure ella medesima. Certo è che sulle sue sembianze passavano
avvicendandosi, e come rincorrendosi, le tracce di mille sentimenti,
di mille affetti i quali parevano agitarsi e combatter tra loro
nel contendersi l'animo di lei, e poi, cessando tutti a un tratto,
lasciarla ripiombare nell'assopimento della sua primiera apatia.
Se non che la vista d'un altro oggetto venne a suscitarle nuove
sensazioni e nuovi pensieri.
In un angolo dello stanzone presso ad una stufa di ghisa che alzava
il suo tubo contro la parete, stava spiegato, come per formare un
ripostiglio, un paravento, e sopra questo, un abito e uno scialle di
donna buttati là a casaccio.
Perchè quella vista riscosse la indifferente Maria? Essa tenea su
que' panni gli occhi fissi, conturbati, come all'aspetto d'una subita
minaccia. A chi apparteneva quella roba? C'era forse una donna nascosta
là dietro, la quale l'avesse sino allora osservata, mentre Maria si
credeva sola? Quest'idea la fece arrossire. Si alzò con coraggio e
camminò risoluta verso quel paravento. Dietro non c'era nessuno; ma
palesi e numerose ci si vedevano le traccie di passaggio e dimora di
donne. Uno specchio alla parete, con un tavolino dinanzi, pettini,
forcine da capelli, spille e spilloni da appuntare i panni, qualche
nastrino, un guanto femminile, vasettini di pomata. Era difatti colà
dove si ritiravano a spogliarsi e rivestirsi le _modelle_.
Che cosa mai passò per la testa alla fanciulla? Il suo volto prese
un'espressione di mal talento, di dispetto insieme e d'ironia. I suoi
occhi caddero per caso sullo specchio, e vedendovisi colle sopracciglia
corrugate e una specie di corruccio in tutta la fisonomia, ebbe
sdegno di sè medesima, arrossì, poi sorrise lievemente, come si fa dei
capricci d'un bambino, e venne fuori di là.
Si trovò dinanzi nuovamente la tela che ricopriva il lavoro di Guido.
Sentì più di prima dispiacere che là fossero ritratte le sue sembianze.
Andò presso la statua, salì sopra lo sgabello di cui si serviva lo
scultore medesimo per lavorarci, e si diede a levar via il panno che
ricopriva la creta. Quando la testa le apparve, Maria gettò un grido
di meraviglia e di ammirazione. Questa testa era davvero la sua, quei
tratti erano i suoi, ma animati dalla dolcezza amorevole d'un sorriso
quale Maria non s'era mai visto nell'immagine che glie ne rifletteva lo
specchio, quale non si credeva nemmen capace di poter abbozzare colle
sue labbra.
Lasciando ancora velato il resto del corpo, ella stette lì a
contemplare quella testa con tanta grazia modellata, piena di tanta
vita, meravigliosa di tanta bellezza. Le pareva che a lei si rivelasse
come una sorella, la quale col suo sorriso le manifestasse un intenso
amore e le penetrasse nell'anima.
Giunse le mani ed esclamò con tutta ingenuità:
“Oh cara!... E sono io?”
Tacque vergognosa e si guardò intorno, quasi temendo che alcuno
l'avesse potuta udire; poi un dubbio gliene venne.
“No, no, è impossibile ch'io sia tanto bella!”
Saltò giù lesta e corse dietro il paravento a mirarsi nello specchio.
Il rossore ne animava le guancie; non era mai sembrata così leggiadra
a sè medesima. Si provò a far quel sorriso amoroso che aggiungeva
tanta malía al volto del suo ritratto; e dopo due o tre tentativi le
parve non se ne discostasse di troppo. Tornò alla contemplazione della
statua.
“Ma questo è uno stupendo lavoro” diceva a sè medesima. “Io non
avrei mai creduto che mano d'uomo fosse capace di tanto.... Ed è
Guido?... Egli è dunque un genio?... Ed è a me che s'è rivolto il suo
pensiero?... Oh come doveva avermi presente ai suoi occhi!... Ma per
ricordare così particolarmente i tratti di qualcheduno, bisogna proprio
averli ben impressi nella mente.... e forse anco nel cuore.... vediamo
un po'.... se io avessi da ricordarmi i suoi.... di Guido?”
Si concentrò un momento.
“Eh via! Appena è se mi sono presenti i tratti principali della sua
fisonomia.... È una bella figura, franca, aperta, intelligente, con
qualche cosa di dolce insieme, lo so; ma poi?... Ah rassomiglia molto
a sua madre; e le care sembianze d'Anna le ho sì contemplate frequenti
volte con tanta soavità d'emozione!... Come le trovavo leggiadre!... E
davvero le son tali!... Eppure se le avessi da riprodurre, da descriver
soltanto, io nol saprei.... Bene avrei saputo ciò fare di quelle della
povera nonna: sì che le avevo presenti al mio pensiero sempre quelle
là!... Ma ancor esse ora si sono un po' sbiadite nella mia memoria; e
l'amavo pur tanto la mia nonna; e l'amo!...”
Questa parola che cadde quasi inavvertita dalle sue labbra fece su
Maria un indicibile effetto quando se la udì suonare all'orecchio. Si
riscosse: fu per lei come un lampo che illumini a un tratto l'oscurità
in cui alcuno sia avvolto, e gli faccia scorgere dove si trova; fu come
una voce estranea, la quale, a chi cerchi la soluzione d'un enigma, ne
dica ad un punto il motto. Chinò la testa e stette un poco meditando.
Poscia la curiosità la punse di vedere intiera l'opera di Guido.
Risalendo sullo sgabello, tolse via del tutto i panni che la coprivano.
La figura di donna era rappresentata senza alcun velo.... Maria se ne
adontò ed arrossì, come se offeso sentisse il suo pudore. Le tornò
subitamente il pensiero di quelle donne che venivano e che forse
avevano visto quella statua, e sentì un'ira, un corruccio contro Guido
quasi gliene avesse fatto un oltraggio da non perdonarsi.
Però la bellezza dell'opera chiamò quasi a forza la sua ammirazione.
In quelle linee c'era una purezza, in quella leggiadria c'era per così
dire un'onestà, in quella verità c'era un sentimento che io chiamerei
di rispetto, che faceva casta quella nudità ideale della forma.
. . . . . . .
Mentr'essa era più assorta nella contemplazione di quel capo d'arte,
agghiacciò tutta, la curiosa fanciulla, nel sentir ad un punto aprire
in fretta l'uscio dello studio che dava nel cortile. Di certo era Guido
che rientrava. Dalla scala a chiocciola che conduceva al quartiere,
Maria era troppo lontana per potervi correre senza essere veduta....
L'uscio era lì lì per girare sui cardini e dar passo a chi veniva.
Piuttosto che essere colta in quel luogo, ella avrebbe dato non so
che. Non sapeva cosa fare. Corse al paravento ed ebbe appunto tempo di
mettervisi dietro, palpitante, che Guido entrava accompagnato da un suo
collega.