VIII.

Guido abbandonava spesso il suo studio pel salotto in cui era solita

lavorare Maria. Una irrequietezza, qual forse egli non aveva provato

mai, lo travagliava di continuo; intorno al suo lavoro non aveva

pazienza di reggere lungo tempo; in mezzo a tutti i suoi concepimenti

artistici venivagli sempre un pensiero estraneo che lo sviava;

parecchie volte ei si trovava innanzi al masso di creta cui s'era

messo per plasmare, immobile, le braccia penzoloni, la fantasia lontana

lontana dal suo lavoro. Allora, indispettito gettava gli attrezzi e la

blusa, ed usciva, come se all'aria libera avesse da riacquistar tosto

l'idea e la volontà che gli erano fuggite.

Non v'era più donna che trovasse convenirgli per modello; in tutte

scopriva mille difetti: non la grazia, non la purezza delle linee,

non l'espressione ch'egli andava vagheggiando; e si raccomandava agli

artisti suoi compagni perchè gli procurassero quanto conoscevan di

meglio.

«Voglio fare una grande statua, un'opera da metterci l'amor mio, la

mia gloria;» diceva egli. «Sarà una Venere, sarà un'Ebe, sarà una

Psiche.... fors'anco una Madonna? Non so. Ma ne ho in capo delle forme

vaghe d'un'armoniosa bellezza, cui vorrei poter far concrete coll'aiuto

d'una realtà che s'accostasse un poco al tipo ch'io vagheggio; e

la sciupata beltà di queste vostre _modelle_, qualunque m'avvenga

d'incontrare, sta al mio sogno come la volgarità d'un becero alla

sublimità d'un poeta.»

Un giorno ch'egli ripeteva cotali sue parole, un allegro scapato de'

suoi compagni rispose ridendo:

“Se vuoi una figura veramente superiore in leggiadria, qualche cosa

d'angelico congiunto a tutto ciò che ha di bello la carne.... e la ne

ha, cospetto se ne ha di bello questa povera carne così maltrattata

dagli ascetici!... Se vuoi una simile meraviglia, te la posso additar

io.”

“Sì?” interrogò Guido con avida curiosità.

“Sicuro. E ce l'hai proprio, come si suol dire a gittata di mano.”

La fronte di Guido si corrugò.

“Chi?” interrogò egli con voce punto punto di scherzo.

“Piglia tua cugina.”

A Guido il sangue diede un rimescolo; sentì le sue guancie impallidire,

poi accendersi; un subito impeto lo assalse d'inveire contro chi aveva

così parlato, e se ne ritenne a stento.

“Taci;” gli disse con fiero cipiglio: “questi non sono scherzi, ma

sciocchezze.”

Per nascondere la sua emozione, si alzò e si diede a girare per lo

studio, toccando questo e quell'oggetto senza ragione, e in fatti

non sapendo quel che si facesse. Ma il peggio fu che quelle parole

del buontempone fecero sorgere fra tutti i presenti un vero concerto

di lodi e d'ammirazione alla ragazza. Guido stava come sui carboni

ardenti, e si faceva forza per trattenersi dall'insultare quegli

encomiatori di sua cugina, che pur si tenevano nei più stretti limiti

delle convenienze. Gli pareva quella poco meno che una profanazione.

Si svestì della veste da lavoro con moto che pareva di rabbia, e

infilando affrettatamente il soprabito, e piantandosi in testa il

cappello:

“Usciamo,” gridò; “ho da uscire io.... ho bisogno di respirare aria

libera.”

La verità era che il pensiero di pigliare Maria a modello della sua

statua gli andava spesso per la mente, e senza spiegarsene bene il

motivo, ne sentiva vergogna, e non osava confessarlo neppure a sè

stesso.

Soventi volte gli avveniva che, solo, nel suo studio, ripensando a quei

lineamenti che aveva impressi nel cuore e nel cervello, gli sembrasse

di non ricordarsene più esattamente, di non aver presente più qualche

minuta particolarità di quella fisonomia, precisamente come accade a

chi guardi troppo fisso e troppo lungamente un oggetto, che la vista

gli si confonde, e l'oggetto medesimo pare abbuiarglisi, e perdere la

precisione delle forme.

«Quando abbassa lentamente quelle sue lunghe ciglia di seta dorata,

la sua fisonomia piglia un _fare_ raffaellesco che non ho mai potuto

compiutamente afferrare; quando atteggia le labbra al suo superbo

sorriso, gli è più qua e più là che s'incava nelle sue guancie quella

cara pozzettina tutta grazia e avvenenza!»

Così dicevasi egli, e correva presso di lei a rivederla, col desio di

chi da lunghi giorni non ha più visto cosa che gli è carissima. E ad

ogni volta parevagli che una nuova bellezza gli si manifestasse.

«Eppure,» pensava altresì Guido tal fiata nella sua solitudine, «eppure

manca qualche cosa in quella perfezione! Vi è ancora un grado superiore

di bellezza a cui la potrebbe giungere. Che cos'è? Non so bene; ma

direi che una lieve nebbia avvolga e veli tanto splendore, rimossa la

quale, più viva e più eletta ne sarebbe la luce.»

Una volta che pensava appunto a codesto, mirando il fino e purissimo

profilo di Maria, questa alzò il capo con quella sua solita mossa

lenta e tranquilla, e volse verso Guido lo sguardo più freddo e più

indifferente del solito.

«Ah! quello sguardo non ha vita, non è l'espressione d'un'anima,»

disse il giovane fra sè. «È lo sguardo d'un automa, non rivela nè

l'intelletto nè il cuore.... Ecco ciò che le manca. La scintilla del

pensiero e dell'affetto. Oh! se un Prometeo venisse e infondesse in

quelle belle membra il fuoco celeste!... Come? Possibile! Quella non

sarebbe che una meraviglia di forma, e in essa non si conterrebbe il

_quid divinum_, l'essenza superiore, la bellezza ideale cui adombra la

corporea?... No, no: la sacra favilla è nascosta, ma vi è di sicuro.

Felice chi la susciterà! E allora anche l'avvenenza delle forme ne sarà

avvantaggiata e compiuta. Ah! se io....»

E non osò nemmeno formolare il pensiero che seguiva.

C'era poi delle volte che, mirando quell'inalterabile serenità dello

sguardo di lei, Guido ne provava quasi dispetto. Avrebbe voluto far

qualche cosa da scuoterla in un modo o in un altro, fosse pur anche

eccitandone lo sdegno; ma per quanto tentasse questo mezzo e quello, la

placidità contegnosa della ragazza non si alterava pur mai.

Un dì Guido era venuto a sedersi, come soleva spesso, vicino alla

fanciulla che lavorava al suo solito posto; la madre dello scultore non

era molto lontana, Anna e il figliuolo parlavano interrottamente; la

giovane, come l'usato, se non la s'interrogava, taceva. Guido ammirava,

come se non le avesse viste mai, le sempre più belle fattezze di Maria;

e in quel momento, fosse la sua intima emozione che lo illudesse, fosse

la realtà, credeva di scorgere nel volto di lei una traccia, non dirò

di tenerezza, ma di sentimento. Anzi, ad un punto ch'essa levò il viso,

per guardare traverso i vetri della finestra (che erano chiusi) o il

cielo, o la casa dirimpetto, o due rondini volanti, o forse nulla di

preciso, parve a Guido che un lampo di pietoso e di benigno affetto

passasse sui lineamenti di lei. Egli si sentì inondare il cuore da

una nuova commozione, come se gli fosse apparsa a sorridergli allora

lusinghevolmente la Dea della speranza.

Poco di poi Maria lasciò cadere le sue forbicine; e l'artista lesto a

chinarsi per raccoglierle. La ragazza si curvò anch'essa, e abbassò la

sua bianca mano a prenderle. I due giovani, chini ambedue, si toccarono

leggermente; e Guido con un lieve fremito dolcissimo nelle fibre,

sentì sulla guancia, sulla fronte, sul collo scorrere soave una ciocca

dei capelli di Maria. Fu per lui un istante di delizia ineffabile:

il cuore gli batteva ratto ratto e forte forte, sì che gli pareva

doversi rompere, dandogliene un tormento insieme e una gioia da non

potersi esprimere. Le destre d'ambedue trovarono le cercate forbici,

incontrandosi; Guido prese colla sua calda e fremente la fredda mano di

lei, che pareva di marmo, e la tenne un poco, e la strinse. Non la più

lieve pressione, non il menomo moto gli rispose, nè pure un tentativo

per isvincolarsi; ma, sollevando egli le pupille, incontrò quello

sguardo vitreo, in cui non c'era rimprovero, nè stupore, nè emozione di

sorta, ma la solita freddezza, che gli parve fatta più ingrata da una

fugace espressione d'ostilità.

Guido abbandonò quella mano, arrossì un poco, e si trasse in là,

imbarazzato e indispettito.

Maria, prima di ripigliare il suo lavoro, lasciò cascare quasi

sbadatamente lo sguardo sui vetri della finestra, e questa volta

visibilmente apparve sul suo volto un sentimento che avreste detto di

compassione.

Lo scultore sorse subito in piedi, e guardò ancor egli in quella

direzione; vide a una finestra di prospetto una tendina abbassarsi

prestamente sotto la mano d'un uomo che si ritraeva.

Fino allora, Guido non avea saputo rendersi un conto chiaro e preciso

del sentimento che gl'ispirava sua cugina. La subita gelosia che lo

morse al cuore a quel punto, gli aprì gli occhi. Egli amava Maria

disperatamente. Egli, che non aveva ancora amato mai, l'amava con tutta

la potenza dell'anima sua. L'amava di quell'amore dell'uomo maturo, che

ha ancora tutta la foga della prima giovinezza, e ha già la tenacità

della forza virile; quell'amore che è l'ultimo che occupi il cuore d'un

uomo, perchè vi s'incide profondo e incancellabile.

L'amava, così da non avere più bene che con lei e per lei, l'amava

da non poterla pensare nelle braccia d'un altro. L'amava ed era

ferocemente geloso.

A questa scoperta impallidì, provò ad un punto e vergogna di sè stesso

e dispetto contro quella creatura cinta di tanta freddezza che pure

aveva potuto accendere in lui un tanto ardore; ma poi, tosto, un impeto

misto di tenerezza e di gioia lo assalse, perocchè sentì essere un gran

fatto, una tremenda ventura nella vita dell'uomo quella che un vero,

profondo, appassionato amore ne invada l'anima.

Sua madre gli dirigeva giusto in quel punto una domanda. Guido,

oppresso dalla sua emozione, non seppe rispondere, balbettò alcune

parole, e per celare il suo turbamento, non trovò altro mezzo migliore

che quello di uscire dalla stanza.

Anna lo seguitò con uno sguardo pieno d'inquietudine materna.

“Hai tu osservato?” diss'ella poi a Maria con voce commossa. “Guido ha

qualche cosa che lo tormenta, forse un segreto dispiacere.”

E Maria levando il suo placido viso e coll'accento della più naturale

tranquillità:

“Non istate a mettervi in mente di queste cose, Anna, che vi farete

male senza una ragione al mondo. Il vostro occhio di madre è sempre

pronto a vedere alcun male e farvi impaurire sul conto di Guido; ma vi

dico io che l'ho osservato bene eziandio, ch'egli non ha nulla.”

E intanto l'artista era corso a chiudersi in camera, e passeggiandovi

in lungo e in largo a passi concitati, i pugni chiusi, la faccia

contratta, esclamava con impeto che metà era di sdegno, metà di

contentezza:

“L'amo, l'amo, l'amo come un pazzo.”

Si arrestò a mezzo la stanza, sopraccolto a un punto di bel nuovo

da quel sospetto che aveva destata così di subito la sua gelosia.

Accostossi alla finestra la quale guardava nella stessa strada in cui

quella del salotto dove lavorava Maria.

Al balcone di prospetto a cui aveva già visto muoversi una tendina,

Guido scorse dietro i cristalli la faccia d'un giovane che stava

assorto contemplando innanzi a sè. Lo scultore mandò una bestemmia e

lasciò cadere un pugno sul davanzale.

“Ed essa lo amerebbe?.... Potrebbe amarlo mai?” si domandò cacciandosi

le mani nei capelli. “Amarne un altro!... Essere d'un altro!...

Lei!.... Oh!”

E due calde lagrime gli spuntarono dagli occhi.

“Voglio sapere chi è colui.”

Nel fugace istante in che gli era apparsa la figura di quel cotale,

Guido aveva scorto delle chiome bionde, una faccia pallida e magra,

due occhi languidi, un sorriso pieno di mestizia, benchè su labbra di

venticinque anni.

L'artista si pose di nuovo a passeggiare per la camera parlando a sè

stesso nella concitazione della sua mente.

“Maria penserebbe a quell'uomo?... E potrebbe giungere ad amarlo?...

E lo amerebbe?... No, no; è impossibile.... Forse ella non è neppure

capace d'amare. La sorte, facendola di tanta perfezione esteriore non

volle che a questa corrispondesse l'interno! Ed è forse meglio così.

Sarebbe troppo se pari alla beltà del corpo fosse il valore dello

spirito. Non è che una meraviglia di forma cui bisogna contentarsi di

vagheggiare senza chieder di più. Ma questo diletto, non vorrei che

altri nemmeno lo avesse; non vorrei che occhio d'altri pur potesse

mirarla. Al pari di me nessuno nè può, nè sa capire la poesia di linee

che l'abbella....”

Tornò alla finestra. Il giovane di prospetto più non compariva. Guido

appoggiò la sua fronte ardente ai vetri.

“Eppure” rispose egli dopo un poco, “è egli possibile che la natura

abbia lasciato imperfetto un simile capolavoro e manchi il cuore?....

Forse l'anima in lei non è posta al riparo, dietro tanta freddezza,

se non per conservarvi più intatte, più sublimi, più divine tutte

le potenze affettive, e felice chi giungerà sino a quell'anima per

ridestarvele! Chi sa quanti tesori d'amore si nascondono forse in quel

cuore addormentato!... E perchè non potrei essere io quello che?... E

perchè non mi amerebbe?...

«Amore.... a null'amato amar perdona.»

Oh! se mi amasse!...”

Corse allo specchio a guardarsi.

“Ah! la mia giovinezza è oramai ita!... Oh darei la mia parte di

paradiso per essere ancora a venticinque anni.”

Si ravviò la chioma, si lisciò la folta barba, e poi sorrise di scherno

a quegli atti come vergognandosi di sè stesso.

“Chi me l'avesse detto!... Ma torno io forse peggio d'un fanciullo?...

Eh via! Non è colle grazie d'un ganimede da _figurino_ che si conquista

il cuore d'una donna dabbene. E se Maria fosse tale da pigliarsi con

quelle arti e con quei meriti? È così strano, è così piccolo l'animo

della maggior parte delle donne! Quello là di faccia è giovane, ed è

biondo al pari di lei.... Ella non sa, non può supporre nemmeno qual

vulcano d'amore frema nell'anima d'un uomo come son io....”

Uscì per prendere informazioni sul giovane che abitava dirimpetto.

Tre racconti: Il cane del cieco - Un genio sconosciuto - Galatea · 第 48 / 58 题