Il medico aveva avuto ragione, e il tornare all'aria nativa e, se
non a tutte, a una gran parte delle prime abitudini della sua vita,
aveva giovato assai alla salute di Maria e allo sviluppo della sua
giovinezza. Quelle forme angolose e rigide s'erano venute a poco a
poco rimpinguando e ingentilendo; le ricche e splendide chiome d'oro
con più attenzione e con più intelligenza raccolte e curate, facevano
una smagliante corona alla fronte di lei purissimamente modellata,
piana, candida, veramente virginea; col formarsi della persona avevano
cominciato a perdere la loro disavvenenza, poi avevano preso una
certa acconcezza, da ultimo una grazia squisita le mosse, gli atti
della fanciulla oramai giovine donna; dall'informe e rozza crisalide
era venuta sprigionandosi e ora svolazzava trionfalmente la brillante
farfalla dall'ali d'oro.
Al mutamento fisico tenne dietro altresì un mutamento morale. Studiò
con attenzione e imparò; cessò dalla selvaggia soggezione e quasi
diffidenza che aveva di tutto e di tutti. Fu detto come Anna, da sua
madre, figlia d'un maestro di scuola, avesse ricevuta una istruzione
più ricca e compiuta di quel che si sarebbe pensato potesse avere
una povera ragazza d'un piccolo villaggio. Ora tutto il suo sapere
fu per lei dolce e generoso soddisfacimento comunicare a quell'anima
novellina; e fu un orgoglio il vedere come là dove avevano fallito e
i maestri chiamati all'uopo e suo figlio medesimo, ella ci riuscisse
colla sua amorevolezza e colla sua pazienza. Ciò accrebbe di vantaggio
nella affettuosa madre di Guido quell'amore per Maria, cui già le
avevano ispirato e le misere condizioni di questa e le prove tacite,
modeste, ma non meno reali nella fanciulla, della sua gratitudine. Tale
affetto prese alcun che di materno; se non la vita del corpo, era essa,
Anna, che dava e schiudeva a quella creatura la vita dello spirito. Ci
si adoperò, la brava donna, con quel calore di tenerezza, che ognuno
mette per sempre nelle cose sue.
A poco a poco la condotta delle faccende domestiche era passata
intieramente nelle mani di Maria; Anna non aveva più da prendersi briga
di sorta, ma da desiderare soltanto; tutto sollecitamente era fatto
dalla fanciulla, e con una tranquilla facilità e con un'opportunità che
non lasciavano scorgere l'opera e solo facevano apparire gli effetti.
La giovane aveva preso assai gusto alla lettura; e molte ore del giorno
soleva passarle leggendo. Anna aveva fatto trasportare al villaggio
tutti i libri di Guido: storia, viaggi, poesia, romanzi, critica; e
Maria, un dopo l'altro, lesse tutti quei volumi, e poi rilesse da capo.
Che impressioni venissero in lei facendo tali letture nessuno potè
saperlo, perchè ella non ne parlava mai, e per leggere si ritirava
sempre nella solitudine della sua stanza, come vergognosa di lasciarsi
vedere in tali momenti.
Maria con tutto questo era sempre taciturna come prima. Parlava non più
del necessario, senza calore, senza commovimento mai, senza effusione:
la collera, il trasporto dell'allegria e l'abbandono delle confidenze
erano estranei a lei come il pianto e il riso.
La viveva così, chiusa in una superba indifferenza onde appariva
diversa, e quasi direi, superiore alla comune dell'umanità. Quel suo
contegno non più impacciato, ma serio e riflessivo, riusciva ben tosto
ad imporne a chiunque l'accostasse; e siccome quando diceva il suo
parere parlava sempre assennatamente, aveva acquistata su coloro che
l'attorniavano un'autorità tacitamente riconosciuta, per cui, quando
Maria aveva detto una cosa questa era risoluta.
Era dunque una persona affatto diversa da quella che Guido aveva
lasciata partendo, la Maria che ora gli stava dinanzi e gli aveva fatto
mandare esclamazioni di meraviglia.
“Maria! Maria!” ripetè lo scultore mirandola quasi estatico. “Sei tu?
oh chi t'avrebbe riconosciuta?”
La fanciulla ebbe un lieve sorriso che le sfiorò le labbra, fissò
i suoi occhi freddamente limpidi in volto al cugino, e con una voce
armoniosa, ma non commossa dal menomo tremito d'affetto, nuova ancor
essa per Guido, rispose placidamente:
“Sì, son io. Mi sono mutata dimolto eh?... Te pure, Guido, hanno
cambiato alquanto gli anni.”
Guido pensò tosto alle poche rughe della sua fronte, ai pochi suoi
capelli canuti, e senza capirne bene il perchè, arrossì e sentì
entrargli nell'animo un sentimento di scontentezza.
Primo di lui proposito, nel movere incontro alla cugina, era stato
quello di abbracciarla come una sorella; ma la vista di quella
bellezza, subito lo aveva sbalordito, poi la fredda gravità di
quell'accoglimento lo aveva sconcertato. Il sorriso indifferente di
Maria, le poche di lei parole erano state per Guido come acqua fredda
gettatagli in volto: invece di abbracciarla, egli le tese una mano.
Maria pose in quella di lui la sua destra, una mano piccola, esile,
lunghetta, morbida e cedevole alla pressione, ma fredda come lo
sguardo, indifferente come l'accento; e senza rispondere alla stretta,
ne la tolse poi tosto.
“Ogni cosa è preparata nella tua stanza:” disse ella, “e tu hai certo
bisogno di andarti a riposare.”
La sera, prima di addormentarsi, Guido ebbe con insistenza innanzi a
sè, nella sua fantasia d'artista, l'immagine della cugina.
«Che bella figura! Che strano tipo e stupendo! Chi si sarebbe sognato
mai che da quel mostricciuolo saltasse fuori una tale perfezione
di forme? La è una figura che ogni artista sarebbe ben lieto di
riprodurre. Servirebbe a meraviglia per una testa di Venere la sua....
no, meglio di Giunone.»
Addormentatosi, dopo non breve dar di volta qua e là, sognò di trovarsi
in un ampio e grandioso studio, attorniato dai migliori capolavori
dell'arte greca e italiana; e là in mezzo nell'ardore d'una ispirazione
feconda, quale non aveva avuta mai, senza punto aver modellato la
creta, far egli di botto risaltare a colpi di scarpello da un gran
masso di marmo una statua d'insuperabile bellezza: e tale statua, che
sotto i colpi della sua mano febbrilmente concitata, pigliava forma e
mossa ed espressione, aveva i lineamenti, il portamento e il contegno
di Maria.
Il giorno dopo si agitò fra madre e figlio una grande quistione: dove
stabilire la comune dimora? Alla città o al villaggio?
Guido in quel momento bramava andare al paesello; diceva quel soggiorno
essere più giovevole alla madre; egli stesso aver bisogno di riposo e
di quiete.
“Vivremo colà alcun tempo, solo da noi e per noi!” esclamava con calore.
La madre, al contrario, sosteneva che Guido colà presto si sarebbe
annoiato, che avrebbe negletto l'arte sua; e ciò non doveva fare a
nessun costo; affermava che a lei la più giovevol cosa di questo mondo
era star presso suo figlio in qualunque luogo poi si fosse; che quindi
Guido aveva da ripigliare senz'altro quella sua vita cittadinesca cui
erasi assuefatto prima di partire.
Anna fece appello al giudizio di Maria, la quale, seduta al suo lavoro
presso la finestra, non aveva pronunziato ancora una parola e non
mostrava aver prestato la menoma attenzione al discorso.
Maria sollevò lentamente la testa, e guardando il cugino con quella
medesima espressione con cui guardava il panno che stava cucendo,
disse coll'accento d'un umile personaggio che proclama, per mandato
d'un'autorità superiore, una sentenza inappellabile:
“Tu, Guido, ti devi a tua madre, è vero; ma all'arte tua eziandio. Al
villaggio quest'ultima sarebbe da te abbandonata; ed a tua madre, l'hai
sentito, basta per esser lieta, il viver teco.”
Anna si volse in aria di trionfo a suo figlio.
“Vedi che avevo ragione!”
Guido lanciò uno sguardo di fuoco sulla cugina, la quale, senza
scomporsi altrimenti, richinava la testa sul suo lavoro con una
graziosa curva di collo; e non ribattè parola.
Maria aveva parlato; la lite era finita. Si rimase a Torino.