“Alfredo all'infelice esito de' suoi colpi, fece un gesto di dispetto,
gettò via rabbiosamente la seconda pistola e si volse a guardare qua e
là con irrequietezza, quasi spaventato, come per chiedere che cosa gli
rimanesse da fare, per cercare qual via gli si aprisse di scampo. Fu
un baleno. Presto si ricompose, e serrando al petto le braccia, levò
superbamente la fronte verso di me, in atto di fiera aspettazione e di
sfida.
“Io camminai risolutamente verso di lui tutto quel tratto che potevo
percorrere, e quando mi trovai alla distanza di soli dieci passi dalla
sua faccia pallida ma sicura, alzai tutte e due le mani e puntando le
pistole nella direzione del mio avversario, senza mirare altrimenti, le
sparai ambedue d'un colpo.
“Udii un gran grido; e dietro la nube del fumo prodotto dalla
esplosione delle mie armi, vidi barcollare e precipitare a terra
Alfredo.
“I testimoni si slanciarono verso di lui. Io lasciai cadere di mano le
pistole, e mi spinsi innanzi stimolato da un'avida, feroce curiosità;
ma ben tosto, alla vista della fronte insanguinata d'Alfredo, mi
ritrassi inorridito.
“Dietro me, come in risposta a quello del trafitto, suonò un grido
acutissimo, dolorosissimo. Mi volsi. Una donna scarmigliata accorreva
disperatamente.
“Era Albina!
“Il nostro duello aveva destato cotanto l'attenzione della città tutta,
che era stato impossibile l'impedire non ne venisse voce all'orecchio
di lei. Informatasene qua e colà coll'ansia maggiore, turbato forse il
cuore da funesti presentimenti, l'infelice donna era riuscita a sapere
dai servi il luogo e l'ora dello scontro, e, spinta dal suo fatale
destino, arrivava sul terreno, giusto al momento in cui il suo diletto
cadeva al suolo, cadavere.
“Sì, cadavere! Alfredo era morto, e per mia mano! Questa orrenda verità
non tardò ad apparirmi in tutta la sua crudezza, e distrusse tosto
quell'esaltazione di sdegno e d'odio che mi aveva fatto, un momento
prima, volontario assassino.
“Sentii le roventi unghie del rimorso lacerarmi il cuore; ebbi orrore
di me, e mi parve la natura medesima inorridisse al mio cospetto;
credei udirmi suonare all'orecchio, tremenda, la maledizione lanciata
su Caino. Rimasi stupidito, guardando quel cadavere sanguinoso
sull'erba, senza rendermi ben conto della realtà, come se tormentato
dall'incubo d'un sogno penoso, supplicando mentalmente da Dio la grazia
impossibile che non fosse vero quello che era avvenuto, prendendo a
sperare con dissennata lusinga che tutto quanto s'agitava sotto ai miei
occhi non fosse che una illusione da dileguarsi ad un punto.
“L'angoscia disperata d'Albina, che si abbandonava con tanto spasimo
sul corpo dell'uomo da lei supremamente amato, invocando essa stessa
la morte, accresceva in me il pentimento e la coscienza dell'orribile
delitto. Apparivo un mostro a me stesso; e mi dicevo accusatore e
condannatore più severo e inesorabile d'ogni umano tribunale, che avevo
ad una stolta vanità della mia persona sacrificato la preziosa vita
d'un uomo, a cui avevo pure giurato riconoscenza ed affetto eterno.
“Ah! pregate Iddio che tenga da voi lontana la sventura e la colpa di
macchiarvi le mani nel sangue d'uno dei vostri simili. Shakespeare,
per bocca di Macbeth, dice che l'uccisore d'un uomo uccide il proprio
sonno; e ciò è tremendamente vero. Egli uccide insieme la propria
quiete, la propria anima, se non ha cuore di scellerato; sia pure
attenuato dalle circostanze il suo delitto, avesse pure dal suo lato la
giustizia della causa, lo spettro sanguinolento della vittima, qual'ei
la vide raccapricciando nelle ultime convulsioni dell'agonia, gli
apparirà inesorato nelle sue notti maledette.
“Mentre nel mio interno mi assalivano così subite e potenti le torture
del rimorso, di fuori ero sì impietrito che apparivo insensibile. Ai
testimoni di quella orribile scena sembrai peggio che crudele.
“Albina levò un istante gli occhi, e, traverso al velo delle cocenti
lagrime che le ardevano le pupille, mi vide.... Il suo movimento di
ripulsione e d'orrore fu tale che io mi sentii vacillare. Meno grave,
meno dolorosa mi sarebbe stata la più iniqua maledizione lanciatami
dalle sue labbra, anzichè la muta ferocia dello sguardo onde mi saettò.
“I miei padrini si posero fra lei e me; e il principale dei due,
pigliandomi per un braccio, mi disse severamente:
— «Qui non c'è più nulla da fare per noi. Allontaniamoci.»
“Mi lasciai condur via senza dir parola. Allontanato appena di pochi
passi, mi rivolsi a dare un'ultima occhiata a quello spettacolo
tremendo. I padrini d'Alfredo avevano abbandonato il morto, per
soccorrere Albina, cui l'eccesso del dolore aveva tratta fuor di sè.
— «Ella parta:» mi dissero i miei secondi: «noi gli è meglio che
andiamo ad aiutare quelli là nei pietosi uffizi che rimangono a
compiersi.»
“Tornarono indietro. Io mi allontanai solo, a capo chino, la
desolazione nell'animo, inorridito di me stesso, increscioso della
vita, desiderando di poter cambiare la mia con la sorte del mio
avversario, essere io il cadavere, su cui piangesse tali lacrime una
donna amorosa, e si volgesse il comune compianto.”