“Giungemmo finalmente al luogo del convegno. Il mio avversario e i suoi
secondi già erano ad aspettarmi. Ci salutammo gravemente, e mentre i
padrini si accostavano a parlar tra loro, noi duellanti stemmo soli in
disparte, lontani l'uno dall'altro, guardandoci così alla sfuggita.
“Alfredo era un po' più pallido del solito nel volto; ma il suo
contegno aveva tanta fierezza, tanta disdegnosa indifferenza, che
me ne sentii umiliato, e feci ogni sforzo per imitarlo. Egli fumava
tranquillamente il suo sigaro, e mirava con lieto sguardo la bellezza
della mattinata splendida per un magnifico levar di sole. Eravamo nei
più bei giorni della state, e la natura non era mai sembrata tanto
maravigliosa ai miei occhi. Fra le frondi indorate dal sole cantavano
allegramente gli augelletti. Tutto era vita, tutto era giovinezza
intorno a noi.
“Il mio avversario era più bello, più fiero e superbo che non l'avessi
visto mai. Coll'eleganza e coll'avvenenza sembrava dominare tutti noi,
e me specialmente suo nemico, cui la sorte aveva voluto dare tanta
meschinità di corpo e di apparenze. Se un estraneo, senza nulla sapere
delle cagioni della nostra contesa, fosse capitato lì in quel punto,
io non dubito avrebbe detto, solamente esaminando i combattenti, che
Alfredo sarebbe stato il vincitore e che dalla parte di lui era la
ragione.
“I padrini ci appostarono alla distanza determinata, ci diedero
le pistole, e poichè si furono ritirati a destra e a sinistra, a
convenevole lontananza, uno di essi si levò il cappello e facendo un
atto solenne di saluto, pronunziò a voce chiara e vibrante:
— «Avanti signori!»
“Guardai Alfredo. Tutto vestito di scuro, la sua leggiadra testa
spiccava maggiormente pel pallore che gli copriva le guancie. Il veder
codesta pallidezza, un certo tremito che mi parve scorgere nella sua
mano e una velatura che gli appannava il brillar degli sguardi, non so
perchè, diedero a me sicurezza e sangue freddo. Poi sentivo sulla mia
persona lo sguardo di altre quattro persone, che rappresentavano tutta
la città, tutto il mondo per me.
“S'io ho da cadere, pensai, almeno ch'io cada senza che alcuno
abbia diritto di accusare la mia memoria del torto che la società
maggiormente disprezza, e non perdona mai: la paura.
“Ma vedete stranezza! Nel guardare Alfredo, io dimenticava il presente,
per non ricordarmi che del passato; vedevo il collegio, i primi anni
della giovinezza; e sentivo un tumulto di affetti invadermi l'animo e
una subita tenerezza commovermi al punto che di subito pensai gettare
le pistole e correre a braccia aperte verso di lui, esclamando:
— «Tu sei il mio diletto, tu sei il mio fratello. È egli possibile che
io attenti alla tua vita?»
“Il veder me parve eccitare invece ben altri sentimenti ad Alfredo;
poichè i suoi occhi fissandosi ne' miei, perdettero quella nebbia che
li offuscava e brillarono d'una luce piena d'odio mortale.
“Il mio avversario si avanzò vivamente tre quattro passi, tenendo tesa
una pistola colla mira a me rivolta, poi si fermò. Io non mi mossi;
ed avevo le braccia abbandonate lungo la persona, stando là come
smemorato, incerto ancora di quello che avessi da fare. Alfredo parve
esitare un istante: non furono che pochi secondi, ma a me parvero un
tempo smisurato.
“Mi ucciderà! pensavo. A momenti sarà finita per me.... finita per
sempre!.... Morto? Morto io? Dio, Dio, puoi tu permetterlo?.... Ah!
la morte è tremenda!.... Ciascuno ha pur diritto alla vita.... Io l'ho
bene, come qualunque altro, questo sacrosanto diritto.... Dio, Dio, mi
ti raccomando!
“Tutto questo, ratto, simultaneo, vertiginoso; mi passò perfino pel
capo l'idea di scappare; ma sentii nello stesso tempo che non l'avrei
nemmeno potuto.
“A un tratto un guizzo di fuoco scattò da quell'arma che si circondò
di fumo; rimbombò un colpo, e io sentii presso l'orecchio sinistro
il fischio della palla. Diedi una scossa, il sangue mi fece un tuffo
e parve di botto precipitarmisi tutto al cuore, poscia risalire
tumultuosamente al cervello: ma, nel montarvici, conduceva seco tal
ira, molto presso a cambiarsi in furore.
“I padrini si mossero come per avvicinarmisi; feci loro segno
ristessero.
“Alfredo gettò via la pistola vuota e ratto scambiò dalla mano sinistra
alla destra quella che aveva ancor carica. Ero stranamente calmo a
quel punto; ma ogni sentimento benevolo era svanito dal mio cuore.
Cominciavo a sentire alcuna cosa che rassomigliava all'attrattiva
della lotta. Alzai la destra armata, come per toglier la mira; il mio
avversario si volse subitamente di fianco; ma, cambiando pensiero,
lasciai ricadere il braccio. Allora Alfredo prese ad avanzarsi di nuovo
verso di me; ma questa volta cauto e lento, non presentandomi mai che
la minor possibile superficie del suo profilo, la pistola tesa innanzi
a sè, mirandomi più basso a mezzo il petto.
“Una strana irritazione s'impadroniva di me nel vedere codesta
prolungata minaccia. Fui per gridare facesse presto; pensai sparargli
contro a un tratto le mie due pistole, come si farebbe ad una fiera che
camminasse verso di noi; fui per lanciarmigli addosso a strappargli
quell'arma. Perchè non facessi nulla di tutto ciò non saprei dirvene
la ragione; certo non fu il ragionamento che me ne trattenne; ma mentre
la mente in quell'istante mi si travagliava in un'attività febbrile, il
corpo era in preda ad un'atonia generale che lo rendeva incapace d'ogni
movimento.
“Quando ebbe percorso tutto il tratto concessogli, Alfredo si fermò e
fece fuoco la seconda volta. La palla mi sfiorò il braccio sinistro,
lacerandomi l'abito e cagionandomi una contusione, che in quel momento
non avvertii neppure.
“Ero salvo! Una specie di gioia feroce si sollevò nell'animo mio, e
nello stesso tempo una rabbia più feroce ancora contro colui che mi
stava a fronte. Dell'antico Alfredo, dell'amico, del compagno, non
vidi più nulla; non vidi più innanzi a me che l'uomo il quale mi aveva
rapito la fama, che mi aveva rapito la donna che amavo, che mi aveva
coperto di contumelie, che aveva tentato adesso adesso alla mia vita,
che mi aveva fatto passare quei crudi eterni momenti d'angoscia; non
vidi più in lui che un nemico odiatissimo.”