XXI.

“Non rientrai in città. Presi la prima strada che mi si parò davanti,

e mossi per quella a passo or lento, or concitato, inconscio di me

medesimo, incerto dove io fossi, non sapendo neppure di vivere.

“Mille pensieri si agitavano confusamente nella mia testa, e fra tutti

uno solo, chiaro, spiccato, parea incidermi nel cervello in lettere di

fuoco la parola: ASSASSINO!

“L'anima, del resto, era come intorpidita e le impressioni ne

risultavano vaghe ed incerte, da paragonarsi ad un rumore lontano, cui

ode, ma non distingue bene l'orecchio. Però, di quando in quando, il

dolore ed il rimorso mi davano una nuova stretta, viva e ogni volta

sempre maggiore.

“Andavo, andavo, senza direzione, voglioso di solitudine, bisognoso

di moto, null'altro cercando che di fuggire l'aspetto dell'uomo.

Parevami che stancando il corpo, avrei domato altresì quel turbamento

dell'anima, ognor più fiero.

“Talvolta mi provavo ad affrontare audacemente il mio soffrire.

“Ebbene, sì, mi dicevo, ho ucciso un uomo: ma egli aveva ben voluto

uccider me! Tra lui e me non c'era altra via: o morir lui, o morir io.

Nel caso mio chi non avrebbe agito come me?

“Ma non tardava la coscienza a ribellarsi a questi sofismi. Mi si

drizzava dinanzi l'immagine sanguinosa d'Alfredo, ed allora tutta la

mia audacia svaniva; udivo risuonarmi nell'anima le grida tremende

di lui che moriva, d'Albina che lo vedeva cadere, e un'intima voce mi

diceva disperatamente nell'anima:

— «Meglio tu fossi morto!»

“Esser morto! A un tratto quest'idea s'impadronì di me, e mi pòrse

alcuna sembianza di calma, e mi fece l'effetto, come in ciel nuvoloso

uno di quelli squarci per cui si scorge l'azzurro, come un cenno della

sorte che mi mostrasse, in una regione al di là della tempestosa in cui

mi agitavo, un riparo e un riposo.

“Morto, non sarei stato odiato più, non mi avrebbe più perseguitato la

rabbia degli uomini, mi avrebbe obliato il mondo, _forse_ non sarei

più tormentato da questi spasimi, dall'incertezza dell'avvenire, dal

tumultuare delle passioni, dalla febbre fallace delle speranze, dalla

crudeltà dei disinganni.

“Caddi a terra in ginocchio, e levando le mani e lo sguardo al cielo,

con tutto il trasporto di quella fede che avevo avuta nella mia

infanzia, supplicai da Dio, proprio con tutta l'anima, che lì, subito,

mi facesse morire.

“Ahimè! La era una viltà anche quella. Era la paura di affrontare gli

odii e le condanne del mondo; era la paura di vivere in compagnia del

mio rimorso.

“Quando tornai a casa, era notte scura. Trovai che m'attendeva uno

de' miei secondi, quello che s'era più interessato per me. Mi venne

incontro sollecito, e mi disse vivamente:

— «Ho da parlarle. Entriamo presto in casa.»

“Il duello aveva levato assai rumore in città. Una viva irritazione

si era desta contro di me. Mi accusavano di poca delicatezza e di

troppa ferocia. I fogli della giornata imprecavano al mio nome. La

giustizia non avrebbe mancato di procedere; l'autorità di polizia era

forse per prendere a mio danno uno di quei provvedimenti arbitrarii che

l'assolutismo consentiva allora al governo del mio paese.

“L'idea del carcere mi spaventò.

— «Che mi resta da fare?» domandai con affanno.

— «Fuggire, e tosto:» rispose il padrino.

“Era un lasciar quella vita, venutami oramai insoffribile, era romperla

col mio passato, e ricominciare in altre condizioni un'esistenza

novella. Quest'idea mi arrise.

— «Sì, fuggirò;» esclamai.

— «Subito:» insistè il mio interlocutore: «altrimenti non sarà più

tempo.»

“Una vera smania allora m'assalse d'esser fuori da quelle mura. Feci un

fardelletto di alcune poche mie robe; presi il denaro che avevo, e mi

allontanai di buon passo da quella casa, poi dalla città.

“Il giovane che era venuto ad avvertirmi, volle accompagnarmi un tratto

di strada.

“M'avviai verso le montagne che s'innalzano non molto lontano dalla

mia città natale. Credevo esser colà più sicuro, e non desideravo

d'incontrare figura d'uomo nel mio cammino.

“Alla distanza di circa due chilometri, il pietoso giovane tolse

commiato. Mi chiese dove avevo intenzione di recarmi, ed io gli risposi

non saperlo; ad ogni modo gli promisi glie l'avrei scritto, e lo

ringraziai molto.

“Quando dopo l'ultima stretta di mano, quel mio concittadino si dipartì

da me, io lo seguii collo sguardo per un po' di tempo; e vistolo

sparire fra gli alberi sentii in me stesso che ogni vincolo era rotto

fra me e quella gente e quel mondo.”

Tre racconti: Il cane del cieco - Un genio sconosciuto - Galatea · 第 36 / 58 题