“Non c'era più alcun ritegno fra noi: Alfredo ed io ci trovavamo a
fronte come nemici mortali, e il mondo crudele, aizzandoci alla lotta,
godeva nel vederci scambiare dolorosi colpi al nostro cuore.
“Una mia nuova pubblicazione diede pretesto a un mordacissimo articolo
di critica, in cui le ingiurie e le accuse, con accorte insinuazioni,
erano lanciate a piene mani su di me; sotto a quello scritto c'era il
nome d'Alfredo. Se ne fece un gran chiasso in tutta la città; tutti
s'aspettavano ch'io avrei provocato a duello il mio offensore: nol
feci.
— «È un vile:» si disse di me in tutti i salotti, in cui fioriva
prospera e petulante la mormorazione.
“Tutte le simpatie erano pel mio avversario, e diventarono ancora
maggiori.
— «Da bravo!» gli si diceva da ogni parte; «quello è un rettile che non
sa mordere che colla penna. Bisogna schiacciarlo, e nessuno meglio di
voi lo può fare.»
“Io pur sempre condannai il duello che stimo un'assurdità o ridicola
o assassina. L'esistenza d'un uomo mi è sempre parsa cosa troppo
importante per avventurarla in una vendetta dell'oltraggio, nella quale
la sorte il più spesso, od una scellerata perizia d'uccidere, dànno
torto alla ragione e ragione al torto.
“Mi tacqui. Una seconda diatriba più niquitosa, più audace, più
calunniosa della prima, col nome d'Alfredo ancor essa, venne a far
ridere tutta la città alle mie spalle.
“Uguale alla perfidia si disse in me la codardia. Una rabbia
irrefrenabile allora mi prese. Intinsi la penna nel fiele, nel veleno,
e risposi con la più fiera invettiva, senza misura, senza riguardi,
tutto rivelando di quanto era avvenuto fra Alfredo e me.
“Fu uno scandalo inaudito. Il mondo mi disse un calunniatore, e Alfredo
mi mandò a sfidare.
“Volevo rifiutare il combattimento. Mi si fece comprendere che, dopo un
fatto simile, sarei senza redenzione perduto nel concetto universale.
Ebbi paura dell'ignominia; accettai.
“Non avevo mai preso in mano un'arma. Non m'ero mai esposto, nè la
sorte mai mi aveva ancora messo innanzi ad un pericolo di vita. Se
avessi coraggio o no, non sapevo io stesso. Ero solo al mondo, non
rallegrato pur da un affetto; e la mia morte non avrebbe costato a
nessuno un dolore, a nessuno pure una lagrima. In certi momenti di
quelle ore fatali che precedettero lo scontro, quel mio triste stato
mi dava una disperazione che mi avrebbe lanciato con ardore verso la
tomba, come verso il riposo.
— Che fo io sulla terra? — mi dicevo. — Gli uomini valgono tutti meno
di me: lo sento e lo so, e tutti mi stimano da meno di loro; e la vita
non ha per me attrattive di sorta. Non v'è da rimpiangere nè questa
nè quelli. Moriamo; e si mostri almeno a questa nemica e codarda razza
che mi spregia, come sia facile il coraggio del morire cui essa esalta
cotanto, perchè così raro nell'egoismo vigliacco che la domina.... E
forse innanzi alla mia tomba precoce, ammutirà il livore. —
“In altri momenti, invece, un grande abbattimento mi occupava, che
poteva dirsi paura. La mia giovinezza dimandava di vivere. Perchè
sacrificarmi ai pregiudizi di quel mondo crudele che mi aveva respinto
da sè, che non aveva avuto che spine da darmi? La vita era l'unico bene
ch'io m'avessi, e glie l'avrei offerta in olocausto? Avevo l'avvenire
per me; avevo quell'ingegno che sentivo superiore; ed avrei tutto
gettato in omaggio alle assurde opinioni d'una società, alla quale
ricambiavo in doppia misura quel disprezzo ch'essa aveva per me? Di
corpo ero più debole che tutti gli avversari miei, forse anche d'animo;
ma di mente? Egli era in questo campo intellettuale che io aveva da
lottare, e non nella stupida e brutale prova dell'armi.
“Per miei padrini avevo scelto due giovinotti che in tali faccende
erano peritissimi. Non avevo amici, e costoro accettarono l'incarico,
solamente perchè fra certa gente è usanza che simile uffizio non si
rifiuti mai.
“Era di tarda sera, ed io stava nella mia stanzuccia solo, sprofondato
in quei cotali pensamenti ed affanni, quando essi vennero a dirmi
il risultamento della conferenza coi padrini dell'avversario e le
determinazioni prese d'accordo.
“Erano le seguenti: ci saremmo battuti alla pistola; la distanza
sarebbe stata di trenta passi, libero a ciascuno dei combattenti
d'avanzarsi di dieci; si avrebbero due pistole ciascuno; ad un segno
fatto potevamo camminare l'uno verso l'altro e sparare quando ci
talentasse; fatti i quattro colpi senza che sangue fosse versato,
potevasi ricominciare da capo. Le condizioni erano gravi, come gravi
erano state le scambiateci offese. Alfredo le aveva volute tali; ed io
dissi con sicuro sembiante che le mi piacevano.
— «Le conseguenze di questo scontro» dissemi poi uno dei padrini,
«possono essere serissime. Ci ha ella pensato, ed ha provvisto alle
cose sue?»
— «Io non ho nulla a cui provvedere,» risposi. «Sono solo sulla terra,
e non lascio persona che mi pianga,»
“Venne a serrarmi la gola un singhiozzo che ebbi molta pena a soffocare.
— «Questo duello ha destato molto l'attenzione di tutta la
cittadinanza,» riprese quel medesimo dei miei secondi: «e non potrà a
meno di eccitare i provvedimenti della giustizia. Quando ci fosse morte
d'uomo, sarebbe meglio al vincitore il fuggire. Si è Ella preparato a
codesto?»
“Io vi parlo schietto, come parlerei a Dio il dì del giudizio
universale. Non ho più rispetti umani, non ho più vanità personali, non
ho più interesse nè desiderio d'infingermi.
“A quel cenno che uno dei due molto facilmente sarebbe rimasto sul
campo, mi sentii raccapricciare. Volli fare un sorriso d'indifferenza
o di rassegnazione, e sono certo che non riuscii che ad una smorfia
affettata.
— «Non penso» diss'io «che a me toccherà lasciar il paese per questa
cagione. Se uno dei due avrà da tornar cadavere, ho il presentimento
che quello non sarà il mio avversario.»
— «L'esito di questa sorta di cose è sempre nelle mani del caso:»
disse quell'altro: «e forse non avevano affatto torto gli antichi che
chiamavano il duello giudizio di Dio!.... Non le nascondo che Alfredo
è buon tiratore; ma quante volte si è visto in simili scontri avere il
di sopra i più inesperti! Non bisogna andare sul terreno colla paura;
questo è il più essenziale. Stia dunque di buon animo, e ci aspetti qui
domattina, che all'ora convenuta verremo a prenderla.»
“Quindi s'avviarono. Io li accompagnai sino al pianerottolo, a
rischiarare loro il cammino. La fiamma della mia lucernetta oscillava
troppo più che non avrei voluto. Quando furono giunti alla scala, tesi
loro la mano, augurando la buona notte. Quegli che aveva parlato, e che
pareva aver posto maggiore interesse nella faccenda, sentì tremar nella
sua la mia destra; tornò indietro alcuni passi, e stringendomi forte la
mano che non aveva abbandonata e parlandomi sommesso, mi disse:
— «Coraggio! che diamine!.... Un uomo come lei, ha da mancare di
risoluzione?»
“Fu punto in me l'amor proprio, e riagì subitamente:
— «No;» risposi con ferma la voce e l'aspetto: «non dubiti. Avrò
coraggio; ne ho.»
“Ma quella fu davvero una tristissima notte. Mi parve lunga e breve;
l'avrei voluta eterna, e sollecitavo con impazienza le ore.... All'alba
sentii finalmente giungere e fermarsi in istrada la carrozza con cui
i miei padrini venivano a prendermi. Mi guardai allo specchio. Ero
pallido molto, cogli occhi infossati e le occhiaie livide; mi percossi
dispettosamente le guancie, e precipitoso scesi le scale.
— «Ha ella dormito?» mi chiese quello dei due che mi aveva incoraggiato
la sera innanzi.
“La vanità mi diede l'audacia di mentire.
— «Sì;» risposi: «parecchie ore.» — Non so s'egli mi credesse, ma lo
finse.
— «Meglio:» esclamò, facendomi salire nella carrozza.
“Questa partì di buon trotto e presto fummo fuori della città.
Cammin facendo i padrini venivano dandomi consigli e istruzioni sul
come dovevo contenermi; annuivo alle loro parole, ma non potevo ben
comprendere quel che dicevano: la testa mi suonava così che parevami
udir continuo un rumor cupo di voci lontane: non avevo del tutto la
coscienza di me medesimo e de' fatti miei; mi pareva che quello fosse
un sogno, che si trattasse di un altro, che io mi trovassi lì soltanto
per assistere spettatore indifferente ad una tragedia che non mi
riguardasse. Poi a un tratto saltava fuori, in mezzo alla confusione
della mia mente, questa tremenda interrogazione: — Fra un'ora sarò io
vivo?”