XVII.

“Fui ammalato gravemente, e quasi due mesi gemetti in un ospedale;

uscito di là, m'aspettava la miseria. Quante giornate senza pane!

quante notti senza sonno, e nessuna speranza di gioia mai per tutta la

vita!

“Mi rimisi al lavoro. Ottenni alcuni trionfi, e questi mi procurarono

nuovi nemici: una polemica rabbiosa e crudele che mi era stuzzicata

contro da Alfredo, mi perseguitò senza tregua; intristito, risposi

offesa ad offesa, invettiva ad invettiva, oltraggio ad oltraggio.

“Erano trascorsi due anni: Albina, io non l'aveva più vista mai;

l'avevo sfuggita con cura; nulla temevo di più che trovarmi a fronte di

lei.

“Un giorno passeggiavo solitario, come sempre, in un viale fuor di

città, a quell'ora deserto. Avevo il capo chino, e, ingolfato nei miei

pensieri, non vedevo nulla di quanto mi circondasse, quasi non sapevo

più nemmeno dov'io mi fossi.

“A un tratto ecco gettarmisi tra le gambe, festosamente abbaiando, un

cagnolino. Sussultai; era _Dear_, il canino d'Albina. Oh come mi sentii

battere il cuore! Come mi parve d'amarla quella povera bestiolina che

avevo affatto dimenticata! Essa però non avevami dimenticato, no; mi

aveva tosto riconosciuto, e mi salutava con affetto, e mi faceva più

vive che mai le sue solite dimostrazioni di gioia e di benevolenza.

Mi curvai verso il cagnolino per rispondere alle sue carezze; volevo

prenderlo tra le braccia e baciarlo.

“Ma ad un tratto un pensiero mi agghiacciò il sangue nelle vene.

Con chi era essa, quella bestiuola? Alzai gli occhi; mi vidi innanzi

Albina, che s'accostava a richiamare il suo cane, e guardare chi fosse

quell'uomo a cui _Dear_ faceva tante feste. Avrei voluto che in quel

momento la terra mi si aprisse sotto i piedi. Ah! in qual modo mi

guardò Albina! Lo sguardo di sdegno con cui m'aveva saettato, quando

avevo voluto svelarle che i versi d'Alfredo erano miei; quello sguardo

era mite e benevolo in paragone.... Dio la perdoni! Ella con quel

suo sguardo uccise l'anima mia. C'era tanto disprezzo, tanto odio,

tanto orrore, che io allibii. Non una parola, non una voce nè l'uno

nè l'altra. Ella volse disdegnosamente altrove il passo, chiamando con

voce secca ed imperiosa il suo cane. Io lasciai cadermi abbandonate le

braccia lungo la persona in uno stato di prostrazione dolorosa.

“_Dear_, tutto stupito del nostro contegno, stette in mezzo a

guardarci. Ella tornò a chiamarlo imperiosamente.

“L'intelligente bestiola corse a lei, le salterellò intorno un poco;

poi tornò verso di me, e ripetè le sue festose dimostrazioni. Egli solo

s'era conservato per me quel di prima; egli solo non aveva cambiato in

odio ed in disprezzo quel poco affetto che m'aveva donato.

“Lo accarezzai, lo presi in braccio, lo baciai, e rimettendolo in

terra, perchè potesse raggiungere la sua padrona che si allontanava con

passo sollecito, gli dissi: — Va', e possa tu almanco non obliarmi, se

d'ogni altro che amai, devo pregare, come una fortuna, l'oblio. —

Tre racconti: Il cane del cieco - Un genio sconosciuto - Galatea · 第 32 / 58 题