“Fui ammalato gravemente, e quasi due mesi gemetti in un ospedale;
uscito di là, m'aspettava la miseria. Quante giornate senza pane!
quante notti senza sonno, e nessuna speranza di gioia mai per tutta la
vita!
“Mi rimisi al lavoro. Ottenni alcuni trionfi, e questi mi procurarono
nuovi nemici: una polemica rabbiosa e crudele che mi era stuzzicata
contro da Alfredo, mi perseguitò senza tregua; intristito, risposi
offesa ad offesa, invettiva ad invettiva, oltraggio ad oltraggio.
“Erano trascorsi due anni: Albina, io non l'aveva più vista mai;
l'avevo sfuggita con cura; nulla temevo di più che trovarmi a fronte di
lei.
“Un giorno passeggiavo solitario, come sempre, in un viale fuor di
città, a quell'ora deserto. Avevo il capo chino, e, ingolfato nei miei
pensieri, non vedevo nulla di quanto mi circondasse, quasi non sapevo
più nemmeno dov'io mi fossi.
“A un tratto ecco gettarmisi tra le gambe, festosamente abbaiando, un
cagnolino. Sussultai; era _Dear_, il canino d'Albina. Oh come mi sentii
battere il cuore! Come mi parve d'amarla quella povera bestiolina che
avevo affatto dimenticata! Essa però non avevami dimenticato, no; mi
aveva tosto riconosciuto, e mi salutava con affetto, e mi faceva più
vive che mai le sue solite dimostrazioni di gioia e di benevolenza.
Mi curvai verso il cagnolino per rispondere alle sue carezze; volevo
prenderlo tra le braccia e baciarlo.
“Ma ad un tratto un pensiero mi agghiacciò il sangue nelle vene.
Con chi era essa, quella bestiuola? Alzai gli occhi; mi vidi innanzi
Albina, che s'accostava a richiamare il suo cane, e guardare chi fosse
quell'uomo a cui _Dear_ faceva tante feste. Avrei voluto che in quel
momento la terra mi si aprisse sotto i piedi. Ah! in qual modo mi
guardò Albina! Lo sguardo di sdegno con cui m'aveva saettato, quando
avevo voluto svelarle che i versi d'Alfredo erano miei; quello sguardo
era mite e benevolo in paragone.... Dio la perdoni! Ella con quel
suo sguardo uccise l'anima mia. C'era tanto disprezzo, tanto odio,
tanto orrore, che io allibii. Non una parola, non una voce nè l'uno
nè l'altra. Ella volse disdegnosamente altrove il passo, chiamando con
voce secca ed imperiosa il suo cane. Io lasciai cadermi abbandonate le
braccia lungo la persona in uno stato di prostrazione dolorosa.
“_Dear_, tutto stupito del nostro contegno, stette in mezzo a
guardarci. Ella tornò a chiamarlo imperiosamente.
“L'intelligente bestiola corse a lei, le salterellò intorno un poco;
poi tornò verso di me, e ripetè le sue festose dimostrazioni. Egli solo
s'era conservato per me quel di prima; egli solo non aveva cambiato in
odio ed in disprezzo quel poco affetto che m'aveva donato.
“Lo accarezzai, lo presi in braccio, lo baciai, e rimettendolo in
terra, perchè potesse raggiungere la sua padrona che si allontanava con
passo sollecito, gli dissi: — Va', e possa tu almanco non obliarmi, se
d'ogni altro che amai, devo pregare, come una fortuna, l'oblio. —