Un giorno, era qualche tempo trascorso dacchè il mio ospite mi aveva
narrato quanto venni addietro esponendo, si festeggiavano al castello
le nozze d'una giovane coppia del villaggio. Era un'usanza, a cui il
castellano mai non derogava, di invitare in tali occasioni tutti gli
abitanti del paesello ad onesta baldoria. Il menestrello del villaggio,
un vecchietto dal mento aguzzo e dalla faccia tutta rughe, coll'aria
tra di nesci e di malizioso, raschiando maladettamente il suo violino
scordato, faceva saltare ai suoi giovani compaesani le più animate
monferrine del mondo sulla finissima rena dello spianato. Circolavano
in discreta abbondanza buone bottiglie di vin vecchio, e il padrone del
castello compiacevasi di quella ingenua allegria.
Sul più bello, ecco per caso straordinario comparire maestro Ambrogio,
colla sua andatura incerta e oscillante, col suo aspetto mezzo
sonnacchioso, e non fa pur mestieri il dirlo, col suo cane dietro i
talloni. Un allegro clamore si alzò da tutta la comitiva a salutarne la
venuta.
— Oh! il maestro! Avanti, avanti. Ben venuto il sor maestro! Viva il
maestro! —
L'anfitrione della festa si associò ancor egli, e con espansione, al
cordiale ed allegro accoglimento.
“Buon giorno, Ambrogio:” diss'egli. “Venite qui accosto a me
ed assaggiate un po' questo vino dei miei greppi, so che non lo
disdegnate, e me ne direte le novelle.”
Ambrogio stirò le sue pallide labbra in un certo modo che doveva
raffigurare un sorriso, ma che altri avrebbe detto una smorfia e,
lasciandosi prendere e stringere la mano ora da questo ora da quello
di uomini e donne che gli si facevano intorno al suo passaggio,
venne appressandosi al castellano e a me, che stavamo vicino all'acre
archetto di compar Fosco il suonatore, il quale archetto cacciava pure
tanta forza nelle gambe di quei bravi giovinotti.
Il maestro era in un momento di straordinario, nè mai visto buon umore,
perchè non ismise quel suo cotal ghigno, ed agguantò con avidità la
bottiglia che gli tendeva il compare Fosco, già un po' cotto per le
libazioni fatte.
“Orsù, maestro del mio cuore, abbocca questa bottiglia, che Dio ti
mandi ogni bene! e bando a ogni filosofia!”
Convien sapere che il bravo menestrello alla seconda bottiglia che
avesse bevuto, dava del voi a tutti, alla terza del tu addirittura;
il termine _filosofia_ poi, per lui era sinonimo di malinconia,
ipocondria, stoltezza.
Ambrogio, dopo aver bevuto, fece chioccar la lingua contro il palato
come usa un vero conoscitore di meriti enologici.
“Buono!” diss'egli: “buonissimo! Questo è la gioia terrena liquefatta
e tenuta in serbo; non è vero, compare Fosco?”
“L'allegria!” esclamò questi tutto animato: “l'allegria per cento
mila violini!... Vedi, sor maestro dell'anima mia; io non istimo altro
nella vita. Tutto il resto, peuh! non vale un cece. Viva l'allegria e
sprofondi all'inferno la camusa, o ch'io sono un asino come il bricco
del mugnaio.”
E battendo col dorso dell'archetto sulla cassa del violino, per
richiamare a sè l'attenzione dell'adunanza, soggiungeva gridando, come
a sordi:
“Su, da bravi giovinotti, vogliamo fare due altre capriole?... Eccovi
una monferrina da far danzare i morti.... ma che morti?... da far
danzare anche gli scudi in tasca d'un avaro.”
E posto il suo perfido strumento alla spalla, appoggiatovi su il mento
aguzzo, colla compiacenza che poteva avere Paganini nell'accingersi a
suonare, egli diede giù una solenne raschiata che produsse un suono, al
cui paragone è una dolcezza la più aspra sorba che vi alleghi i denti
e allappi la bocca.
Ambrogio tornò a bere e due e tre volte, finchè la bottiglia pòrtagli
da Fosco gli rimase vuota fra le mani. Allora e' si accoccolò per terra
vicino allo scellerato scorticatore delle nostre orecchie, e appoggiati
i gomiti alle ginocchia, le guancie ai pugni richiusi, il cane sdraiato
fra le gambe, stette ad ascoltare quella diabolica armonia, mentre i
villani gli saltavano dinanzi con gran confusione, coi più strani gesti
e contorsioni del mondo, da parere tanti morsicati dalla tarantola.
Io guardava attentamente il maestro di scuola, attirato da una viva
curiosità; che mi aveva destata sul suo conto la narrazione del mio
ospite. Già fin dalla prima volta ch'io l'aveva visto, egli mi era
sembrato una figura originale; ora, forse per effetto di quello che
avevo udito di lui, mi pareva di scorgere in esso qualche cosa di
speciale e distinto che lo sceverasse dalla comune, credevo travedere
in quel complesso di tratti, di maniere, di forme, alcun che di sopra,
o almeno all'infuori del volgare.
Quel certo stiramento di labbra, che in lui teneva luogo di sorriso,
non era cessato, e pareva anzi fattosi immobile sul suo volto; ma gli
occhi suoi, ordinariamente atoni e smorti, brillavano; di quando in
quando, toglieva una delle sue mani da far sostegno al volto, allungava
il braccio verso una delle bottiglie che facevano siepe intorno al
compare Fosco, e ci dava una tracannata, e ad ogni volta, mentre il
corpo conservava la massima immobilità, i suoi occhi brillavano sempre
più. Tra una monferrina e l'altra, Fosco serrava in mezzo alle gambe
il suo violino, metteva per traverso sulle ginocchia l'archetto, e
riceveva dalle mani del maestro la bottiglia, per darle ancor esso un
saluto a modo suo.
I due uomini allora si guardavano entro gli occhi; Fosco rideva con
un riso secco, Ambrogio ghignava silenziosamente. Era un curioso
spettacolo l'osservarli. Probabilmente così diversi d'animo,
d'intelligenza e di sapere, quei due esseri si trovavano in quel
momento assembrati, fatti uguali, accomunati dalla bassa soddisfazione
d'un piacere materialissimo.
Ad un punto vidi Ambrogio muover dondolando la persona, come fa l'orso
in gabbia, ed accompagnare coll'accennar del capo l'orribile suono di
quel disarmonico pezzo di legno battezzato per violino. Nello stesso
tempo, e' si mise a parlare con una certa vivacità. Me gli accostai di
più per udire le sue parole.
“Su, su:” diceva egli: “animo, via, lesto, forte, coraggio, suona,
suona, suona compare Fosco; dágli dentro, più vivo, più ratto, più
concitato; fálli saltare, fálli girandolare, fálli sbalordire.... È una
pazzia, dirai; ebbene sì, è una pazzia; e con ciò?.... Non sai che gli
è nella pazzia che l'uomo ha riposo dalla sventura? Non sai che ogni
illusione è pazzia, e che il solo bene sulla terra è l'illusione?....
Su, su, svelto quell'archetto! Esso languisce per Dio! La è tutta brava
gente codesta, e il vino è eccellente. Fàtti onore compare Fosco! Tu
sei l'Orfeo di questo villaggio. Sai bene: Orfeo faceva ballare il
trescone anche ai sassi.”
Il suonatore rideva con quel riso secco a suo modo; e, come spronato
da quei detti, affrettava il moto dell'archetto, e agitava il capo, e
batteva la misura col piede, e accumulava colla più audace disarmonia
le note più francamente stonate.
“Eh eh eh!” rispondeva egli frattanto. “Sei del mio parere tu, sor
maestro. L'allegria!.... Nulla vai meglio. Non esco di lì, io!....
Le patate sono buone, le castagne anche migliori, una brava presa di
tabacco ha il suo merito, un pezzetto di tabacco in corda da masticare
lo stimo di molto, ma un centellino d'allegria val cento mila volte
più d'ogni altra cosa. E dove la si trova sicuramente questa benedetta
allegria?.... E zin zin e zin zin, in un fiasco di vin vecchio.”
E Ambrogio ripigliava:
“Ti dico che sei Orfeo! Vedi come quella gente si dimena, salta e
ammattisce. Essa gode! Sono i crini del tuo archetto che compiono tal
miracolo. Vero miracolo! Dare un'ora di gioia ad uomo che vive. Se qui
venisse Satana con una corona reale in pugno e l'offrisse a cotestoro
in cambio del loro tripudio innocente, sarebbe stolto, tre volte stolto
chi rinunziasse ad un momento di questo piacere per tutta la vita del
re più potente che stringa scettro nel mondo.... E spero che di tanto
imbecilli non ce ne sarebbe nessuno fra questi dabbene.”
Il Menestrello ammiccava come se capisse, col solito riso, e suonando
più arrabbiatamente che mai, ribatteva a sua vòlta.
“Eh eh eh! Non gli è tutto qui; stasera avremo una cena. Un mezzo
agnello arrostito. Il padre dello sposo è uomo che fa le cose ammodo.”
“Invidio la potenza del tuo violino! Quale altissimo ingegno di poeta
mai valse a procacciare ai suoi simili un godimento simile a quello
che fai provare colle tue quattro note false? Forse il solo Omero alla
società greca ancora fanciulla.”
“Sta' attento! sta' attento!.... Ecco un'altra monferrina ancora più
bella. Su, giovanotti, da bravi, alla riscossa!.... Hop! hop!”
“Come paragonare al tuo potere l'azione del povero autore che si stilla
il cervello per anni, affine di presentare una sua creazione ad una
frotta di concittadini che si raccoglie in teatro a fischiarla? Come a
quella dello scrittore d'un libro, su cui sbadiglia qualche dozzina di
lettori e di cui malignamente fa strazio qualche insolenza ignorante di
critico argutissimo?”
Udendo ciò sospettai in maestro Ambrogio un letterato infelice,
amareggiato dal ricordo d'una strepitosamente vergognosa caduta; e
mi feci innanzi verso di lui con maggiore interesse. Egli mi vide e
s'interruppe. I suoi occhi si fissarono su di me con una curiosità
quasi pari a quella che io manifestava a riguardo di lui. Stette
un mezzo minuto a contemplarmi; poi, come spinto da una subita
risoluzione, si alzò in fretta e mi si accostò vivamente.
“È vero,” mi domandò egli con istrana animazione d'accento, “è vero
quello che ho udito di voi? Siete uno scrittore ed accostate la mano a
quella terribile macchina infernale che è la stampa.”
“È una macchina infernale oramai innocente:” risposi. “L'incuria della
gente e la coscienza di chi l'adopra l'hanno ridotta senza pericolo...
Fatte le debite eccezioni.”
Ambrogio fece quel suo ghigno strano, poi divenne serio, e mettendomi
una mano sulla spalla con una certa famigliarità da superiore mi
smaltì, tutta d'un fiato la seguente tirata.