«Il domani, fosse la pioggia presa il giorno innanzi, fossero i disagi
già prima sofferti, poichè pareva che col suo fardelletto sotto il
braccio egli fosse venuto viaggiando per la catena delle montagne da
molto lontano e già da parecchi giorni; il domani quel pover'uomo fu
assalito da una fortissima febbre, che in pochi giorni lo menò presso
alla tomba, e poi, superata per miracolo, lo tenne a letto più d'un
mese.
»Se il buon padre mio lo facesse curare con ogni carità, non è da
dirsi. Quando l'infermo fu tornato in sè, dopo un penoso delirio di
più giorni, ed ebbe compreso dove si trovava, e come vi fosse trattato,
mostrò, non con parole, che queste aveva sempre rade e poche, ma negli
atti, negli sguardi, nell'espressione della fisonomia, una riconoscenza
tanto più profonda, quanto meno espansiva.
»Però, durante il delirio del pover'uomo era avvenuto cosa che assai
aveva scemato quell'interesse che dapprima tutti avevano sentito
per lui; e se non si era venuti meno a nessuna delle cure ond'egli
abbisognava (chè mio padre, codesto non avrebbe tollerato a niun modo)
non era tuttavia, se non vincendo un sentimento, il quale pareva quasi
ripulsione, che i nostri servi continuavano a stargli attorno e a
vegliare su di lui.
»La ragione era che, durante i vaneggiamenti suoi, aveva pronunziato
certe parole che erano tali da indurre gravissimi sospetti sul conto
suo. Egli affannosamente, con rotti accenti (e mio padre lo aveva
udito, ed io stesso una volta) parlava di sangue, di odii, di morte.
Pareva che un tremendo rimorso ne agitasse la coscienza, conseguenze
d'un gran delitto commesso. Vedeva dei fantasmi sanguinosi; ora pregava
pace, perdono ed oblio; ora imprecava furibondo. Due nomi, uno di donna
e uno d'uomo, gli venivano frequenti alle labbra, e cenni alle sue
vicende passate, ma così in confuso che impossibile trarne un costrutto
qualunque o comprenderne cosa alcuna. Solamente appariva che molti e
dolorosissimi tormenti e sciagure aveva egli sostenuto, che una crisi
gravissima era venuta a mettere il colmo alle sue cattive avventure e
ch'egli erasi partito dal suo paese e dai suoi per cercare in remote
contrade una esistenza novella; per fuggire dalla giustizia umana,
dicevano i nostri servi.
»Eppure, non ostante tutto ciò, la figura originale di costui non
dispiaceva e non ispirava diffidenza a mio padre. Questi aveva risoluto
d'interrogarlo un po' più particolarmente sull'esser suo; ma ogni volta
che a ciò s'accingesse, scorgendo la dolorosa ripugnanza d'Ambrogio a
parlare del suo passato, se ne rimaneva come timoroso di fargli troppo
male colla sua curiosità.
»Un giorno finalmente che quasi era guarito del tutto, Ambrogio
medesimo si aprì, più che non avesse fatto mai, con mio padre, nel
quale mostrava aver posto molto rispetto e affezione pari alla stima.
Io mi trovava appunto presente e udii le sue parole: disse che per
la terra in cui era nato — una terra d'Italia lontana da questa, ma
non disse quale, — per il mondo in cui era vissuto, egli era e doveva
e voleva esser morto affatto; che non avendo più famiglia, non più
affetti, stanco e disgustato della vita che traeva, erasi partito solo,
di nascosto, sicuro di non lasciare dietro a sè chi lo rimpiangesse,
non sentendo pure un rincrescimento per quanto abbandonava, risoluto
ad andare tanto lontano che nulla della precedente esistenza mai più
gliene venisse all'orecchio nè sotto gli occhi; voleva recarsi in
qualche solitudine, dove la semplicità dei costumi, la povertà degli
abitatori, la lontananza da ogni centro popoloso non gli presentassero
mai e non valessero a ricordargli nulla, nulla di quella uggiosa vita
cittadinesca che gli era venuta in odio insuperabile; che questo paese
gli pareva proprio a tal uopo: che aveva seco qualche po' di denaro
e con esso avrebbe volentieri comprato un'umile casettina e un piccol
orto per viverci quieto quegli anni che gli avrebbe ancora imposti la
Provvidenza; e che per non essere affatto inutile sulla terra ed al
paese che l'avrebbe ospitato, si sarebbe messo a fare il maestro ai
bambini, gratuitamente per i poveri, essendo che, nella sua ignoranza,
tanto e tanto ad insegnare a leggere e scrivere e un po' d'abbaco, ei
si sentiva capace.
»Mio padre stette un poco prima di rispondere, come se riflettesse
ponderatamente su ciò che aveva da fare; poi disse con gravità e con
quella bonaria schiettezza che gli era abituale:
“Sentite, signor Larva. Io adesso sono obbligato a rispondervi, non
come il vostro ospite, ma come il sindaco di questo villaggio. Capirete
che in questa qualità m'incombe una certa responsabilità. Il padrone di
casa può accogliere con piacere anche uno sconosciuto, la cui figura
gli vada a genio; il sindaco non può affidargli a occhi chiusi la
educazione dei bambini, che è cosa delicatissima.”
«Ambrogio arrossì sino alle orecchie.»
“Non mi crede ella un onest'uomo?” domandò fieramente.
“Non basta che io vi creda tale, bisogna che ne abbia le prove.”
«Ambrogio represse un vivace movimento, e impallidito di nuovo, curvò
il capo e si tacque per un poco.»
“Ho capito:” diss'egli poi amaramente. “Qui si sospetta di me. Me n'ero
accorto, ma speravo che non ella.... Partirò.”
“Un momento,” soggiunse mio padre: “Qui abbiamo pure il gran bisogno
d'un maestro. Non si è mai potuto ottenere che quassù venisse ad aprire
una scuola qualcheduno che ne fosse da tanto. Non ci abbiamo che
un pretucolo, il quale insegna a mala pena a distinguere le lettere
dell'alfabeto, violenta l'ortografia ed assassina la grammatica. La
venuta di chi facesse meglio sarebbe una vera fortuna pel paese. Che
diamine, sor Ambrogio. Avete voi tanta ripugnanza a farci conoscere il
vostro passato?”
“Sì l'ho:” rispose risoluto Ambrogio. “L'ho voluto sotterrare in
una fossa questo passato e l'ho coperto con una lapide. Non voglio
scoperchiare il sepolcro e tirarlo fuori per contentare la curiosità
sospettosa d'un intiero villaggio.”
“Un villaggio di ottocento anime, perduto fra le montagne, o poco
meno!” esclamò mio padre sorridendo. “Del resto,” soggiunse, “quando
siavi un segreto nella vostra esistenza che vogliate custodire, non
avrete a rivelarlo a questo poco di pubblico. Dove io affermi che
voi siete degno d'istruire i ragazzi di questa brava e onesta gente,
tutti mi crederanno.... E voi non avrete bastevole fiducia nella mia
discrezione per dirmi — a me solo — chi e che cosa siete?”
«Ambrogio esitò un momento; poi levò gli occhi, e li fissò per un
istante in volto a mio padre, come non aveva fatto prima. Parve
soddisfatto di quell'esame.»
“Le dirò tutto:” disse bruscamente a un tratto.
“Venite meco:” riprese mio padre, aprendo l'uscio del suo scrittoio e
facendogli cenno vi entrasse.
«Rimasero colà dentro più d'un'ora. Quando ne uscirono, Ambrogio era
più pallido che mai, e mio padre era evidentemente commosso. Notai,
non senza stupore, che mio padre nel trattare il forestiero, aveva una
deferenza assai maggiore di prima.
»La raccomandazione del sindaco bastò a farlo benvolere e stimare da
tutti. Trovatasi una di queste catapecchie, che servono da case, con
un orticello, per poco prezzo, ch'egli pagò subito, il buon Ambrogio
divise il suo tempo fra la coltura degli erbaggi e delle frutta che
gli dànno il suo sostentamento, e la scuola in cui accorrono tutti
i bambini del villaggio e dei casolari qui intorno, ammaestrati da
lui con pazienza e cura infinite non solo nel leggere e scrivere e
negli elementi dell'aritmetica, ma nella morale altresì, giovandosi di
apologhi e novelle ed amichevoli conversari alla socratica, in cui,
senza che altri quasi lo avverta, le buone massime s'instillano in
quelle anime tenerelle, e fanno sì che il maestro sia amato e obbedito
anche meglio dalla scolaresca.
»Egli non accetta denaro da nessuno; ma i più facoltosi fra i genitori
lo vengono regalando di legna da ardere all'inverno, di qualche mezzo
sacco di grano alla raccolta, di pane bello e fresco, quando lo fanno
cuocere, di qualche pollo talvolta, e anche di qualche pezzo di maiale,
quando lo macellano all'autunno, le quali cose lo aiutano a campare.
Dai poveri egli non vuole assolutamente nulla, e se mai gli viene
offerto alcun che, rifiuta con isdegno, quasi gli fosse fatta con ciò
una grave offesa.
»Quale io lo conobbi i primi giorni, tale egli continuò sempre ad
essere: buono, taciturno, onesto, amante della solitudine. Quasi sempre
svagato colla mente, talvolta pare lo assalgano delle allucinazioni e
che il senno gli scappi; talvolta lo direste poco meno che imbecillito;
ma non gli avvenne di recare a nessuno mai, nè con fatti nè con
parole, non che il menomo dispiacere, ma neppure il menomo disturbo. I
villani, per le sue assenze di mente, cominciarono dal burlarlo, poi lo
compatirono; ora quasi lo riveriscono e lo venerano, credendolo meglio
visitato dal Signore.
»Egli è benevolo con tutti; ma d'amore e di espansione di cuore pare
che non ne abbia, fuorchè con quel suo brutto cane che gli avete
visto. E sì che in mio padre, il quale, da quel segreto colloquio in
poi mostrò sempre per lui una certa maggiore osservanza; in mio padre,
dico, Ambrogio finì per porre davvero un profondo affetto.
»Un giorno mio padre gli domandò:
“Ambrogio, ora siete voi contento della vostra vita?”
»Ed egli rispose con espressione di viva sensibilità:
“Sì. Non cercavo che oblío; ho trovato carità. Fuggivo gli uomini per
non odiarli, ne ho trovati qui degni d'amore.”
»E, come se avesse detto di troppo, allora se ne partì ratto, senza
voler udire nè aggiungere altro.
»Quando mi avvenne la disgrazia di perdere il buon padre mio, fu
l'unica volta ch'io l'abbia veduto a piangere. Durante la malattia
di lui, Ambrogio era stato quasi sempre con noi al castello, non
cercando nemmeno di aiutarci nelle cure che si prestavano all'infermo,
buono a nulla e smemorato qual egli è, ma come se qui trattenuto da
un invisibile vincolo che non lo lasciasse allontanarsi. Agli ultimi
momenti, che il mio povero padre volle vedere tutti i servi e i
gastaldi insieme alle loro famiglie, entrò ancor egli alla coda di
tutti, nella stanza del moribondo, e s'inginocchiò quasi peritoso in un
angolo a pregare.
»Allorchè quell'immensa sventura fu compiuta e l'eccesso del dolore
pareva volermi tôrre di senno, io me lo vidi improvvisamente al fianco,
bagnato il volto di lagrime egli pure, trasfigurato, così che mi parve,
anche in quella dolorosa confusione di mente in cui ero, un'altra e
più nobile persona. E mi disse parole gravi di simpatico dolore e di
affettuosa consolazione che più non ricordo, che in quel fatalissimo
momento non poterono restarmi impresse, ma che pure mi colpirono, come
altissime e degne della più bell'anima e della più nobile intelligenza.
Poi si partì e stette parecchi giorni senza venirmi a vedere.
»Ricordo che la prima volta ch'io lo rividi, il suo aspetto, che mi
parve ancora più di scemo che per l'innanzi, mi sorprese come una
stranezza inaspettata e mi riuscì quasi una delusione; imperocchè mi
aspettassi di ritrovare in lui quella più elevata persona che mi era
apparsa, o ch'io aveva sognata nel colmo del mio dolore.
»Continuò egli in seguito a capitare di quando in quando al castello,
sempre uguale, umile, silenzioso, melanconico. Mai non lo vidi a
ridere, sì a sogghignare di spesso. Ogni qual volta io volli toccargli
di quella sera in cui lo incontrai sulla collina, egli mi rispose
sempre invariabilmente: — Ah sì! come pioveva quella sera — e poi se ne
partì tosto; per cui io non glie ne parlo più.
»In complesso egli è un buon diavolo, che forse non ha l'integrità
delle sue facoltà mentali, che dovette soffrire molte disgrazie a cui
la sua debole ragione non valse a resistere. Di certo nella sua vita
vi ha un mistero, ma non ostante le parole del suo delirio, non deve
esservi una vergogna nè una colpa da non perdonarsi; perchè mio padre,
dopo ascoltatolo, trattò con lui con più riguardi di prima, e ogni
volta che lo vedesse, fu sempre il primo a porgergli la mano.»