V.

«Il domani, fosse la pioggia presa il giorno innanzi, fossero i disagi

già prima sofferti, poichè pareva che col suo fardelletto sotto il

braccio egli fosse venuto viaggiando per la catena delle montagne da

molto lontano e già da parecchi giorni; il domani quel pover'uomo fu

assalito da una fortissima febbre, che in pochi giorni lo menò presso

alla tomba, e poi, superata per miracolo, lo tenne a letto più d'un

mese.

»Se il buon padre mio lo facesse curare con ogni carità, non è da

dirsi. Quando l'infermo fu tornato in sè, dopo un penoso delirio di

più giorni, ed ebbe compreso dove si trovava, e come vi fosse trattato,

mostrò, non con parole, che queste aveva sempre rade e poche, ma negli

atti, negli sguardi, nell'espressione della fisonomia, una riconoscenza

tanto più profonda, quanto meno espansiva.

»Però, durante il delirio del pover'uomo era avvenuto cosa che assai

aveva scemato quell'interesse che dapprima tutti avevano sentito

per lui; e se non si era venuti meno a nessuna delle cure ond'egli

abbisognava (chè mio padre, codesto non avrebbe tollerato a niun modo)

non era tuttavia, se non vincendo un sentimento, il quale pareva quasi

ripulsione, che i nostri servi continuavano a stargli attorno e a

vegliare su di lui.

»La ragione era che, durante i vaneggiamenti suoi, aveva pronunziato

certe parole che erano tali da indurre gravissimi sospetti sul conto

suo. Egli affannosamente, con rotti accenti (e mio padre lo aveva

udito, ed io stesso una volta) parlava di sangue, di odii, di morte.

Pareva che un tremendo rimorso ne agitasse la coscienza, conseguenze

d'un gran delitto commesso. Vedeva dei fantasmi sanguinosi; ora pregava

pace, perdono ed oblio; ora imprecava furibondo. Due nomi, uno di donna

e uno d'uomo, gli venivano frequenti alle labbra, e cenni alle sue

vicende passate, ma così in confuso che impossibile trarne un costrutto

qualunque o comprenderne cosa alcuna. Solamente appariva che molti e

dolorosissimi tormenti e sciagure aveva egli sostenuto, che una crisi

gravissima era venuta a mettere il colmo alle sue cattive avventure e

ch'egli erasi partito dal suo paese e dai suoi per cercare in remote

contrade una esistenza novella; per fuggire dalla giustizia umana,

dicevano i nostri servi.

»Eppure, non ostante tutto ciò, la figura originale di costui non

dispiaceva e non ispirava diffidenza a mio padre. Questi aveva risoluto

d'interrogarlo un po' più particolarmente sull'esser suo; ma ogni volta

che a ciò s'accingesse, scorgendo la dolorosa ripugnanza d'Ambrogio a

parlare del suo passato, se ne rimaneva come timoroso di fargli troppo

male colla sua curiosità.

»Un giorno finalmente che quasi era guarito del tutto, Ambrogio

medesimo si aprì, più che non avesse fatto mai, con mio padre, nel

quale mostrava aver posto molto rispetto e affezione pari alla stima.

Io mi trovava appunto presente e udii le sue parole: disse che per

la terra in cui era nato — una terra d'Italia lontana da questa, ma

non disse quale, — per il mondo in cui era vissuto, egli era e doveva

e voleva esser morto affatto; che non avendo più famiglia, non più

affetti, stanco e disgustato della vita che traeva, erasi partito solo,

di nascosto, sicuro di non lasciare dietro a sè chi lo rimpiangesse,

non sentendo pure un rincrescimento per quanto abbandonava, risoluto

ad andare tanto lontano che nulla della precedente esistenza mai più

gliene venisse all'orecchio nè sotto gli occhi; voleva recarsi in

qualche solitudine, dove la semplicità dei costumi, la povertà degli

abitatori, la lontananza da ogni centro popoloso non gli presentassero

mai e non valessero a ricordargli nulla, nulla di quella uggiosa vita

cittadinesca che gli era venuta in odio insuperabile; che questo paese

gli pareva proprio a tal uopo: che aveva seco qualche po' di denaro

e con esso avrebbe volentieri comprato un'umile casettina e un piccol

orto per viverci quieto quegli anni che gli avrebbe ancora imposti la

Provvidenza; e che per non essere affatto inutile sulla terra ed al

paese che l'avrebbe ospitato, si sarebbe messo a fare il maestro ai

bambini, gratuitamente per i poveri, essendo che, nella sua ignoranza,

tanto e tanto ad insegnare a leggere e scrivere e un po' d'abbaco, ei

si sentiva capace.

»Mio padre stette un poco prima di rispondere, come se riflettesse

ponderatamente su ciò che aveva da fare; poi disse con gravità e con

quella bonaria schiettezza che gli era abituale:

“Sentite, signor Larva. Io adesso sono obbligato a rispondervi, non

come il vostro ospite, ma come il sindaco di questo villaggio. Capirete

che in questa qualità m'incombe una certa responsabilità. Il padrone di

casa può accogliere con piacere anche uno sconosciuto, la cui figura

gli vada a genio; il sindaco non può affidargli a occhi chiusi la

educazione dei bambini, che è cosa delicatissima.”

«Ambrogio arrossì sino alle orecchie.»

“Non mi crede ella un onest'uomo?” domandò fieramente.

“Non basta che io vi creda tale, bisogna che ne abbia le prove.”

«Ambrogio represse un vivace movimento, e impallidito di nuovo, curvò

il capo e si tacque per un poco.»

“Ho capito:” diss'egli poi amaramente. “Qui si sospetta di me. Me n'ero

accorto, ma speravo che non ella.... Partirò.”

“Un momento,” soggiunse mio padre: “Qui abbiamo pure il gran bisogno

d'un maestro. Non si è mai potuto ottenere che quassù venisse ad aprire

una scuola qualcheduno che ne fosse da tanto. Non ci abbiamo che

un pretucolo, il quale insegna a mala pena a distinguere le lettere

dell'alfabeto, violenta l'ortografia ed assassina la grammatica. La

venuta di chi facesse meglio sarebbe una vera fortuna pel paese. Che

diamine, sor Ambrogio. Avete voi tanta ripugnanza a farci conoscere il

vostro passato?”

“Sì l'ho:” rispose risoluto Ambrogio. “L'ho voluto sotterrare in

una fossa questo passato e l'ho coperto con una lapide. Non voglio

scoperchiare il sepolcro e tirarlo fuori per contentare la curiosità

sospettosa d'un intiero villaggio.”

“Un villaggio di ottocento anime, perduto fra le montagne, o poco

meno!” esclamò mio padre sorridendo. “Del resto,” soggiunse, “quando

siavi un segreto nella vostra esistenza che vogliate custodire, non

avrete a rivelarlo a questo poco di pubblico. Dove io affermi che

voi siete degno d'istruire i ragazzi di questa brava e onesta gente,

tutti mi crederanno.... E voi non avrete bastevole fiducia nella mia

discrezione per dirmi — a me solo — chi e che cosa siete?”

«Ambrogio esitò un momento; poi levò gli occhi, e li fissò per un

istante in volto a mio padre, come non aveva fatto prima. Parve

soddisfatto di quell'esame.»

“Le dirò tutto:” disse bruscamente a un tratto.

“Venite meco:” riprese mio padre, aprendo l'uscio del suo scrittoio e

facendogli cenno vi entrasse.

«Rimasero colà dentro più d'un'ora. Quando ne uscirono, Ambrogio era

più pallido che mai, e mio padre era evidentemente commosso. Notai,

non senza stupore, che mio padre nel trattare il forestiero, aveva una

deferenza assai maggiore di prima.

»La raccomandazione del sindaco bastò a farlo benvolere e stimare da

tutti. Trovatasi una di queste catapecchie, che servono da case, con

un orticello, per poco prezzo, ch'egli pagò subito, il buon Ambrogio

divise il suo tempo fra la coltura degli erbaggi e delle frutta che

gli dànno il suo sostentamento, e la scuola in cui accorrono tutti

i bambini del villaggio e dei casolari qui intorno, ammaestrati da

lui con pazienza e cura infinite non solo nel leggere e scrivere e

negli elementi dell'aritmetica, ma nella morale altresì, giovandosi di

apologhi e novelle ed amichevoli conversari alla socratica, in cui,

senza che altri quasi lo avverta, le buone massime s'instillano in

quelle anime tenerelle, e fanno sì che il maestro sia amato e obbedito

anche meglio dalla scolaresca.

»Egli non accetta denaro da nessuno; ma i più facoltosi fra i genitori

lo vengono regalando di legna da ardere all'inverno, di qualche mezzo

sacco di grano alla raccolta, di pane bello e fresco, quando lo fanno

cuocere, di qualche pollo talvolta, e anche di qualche pezzo di maiale,

quando lo macellano all'autunno, le quali cose lo aiutano a campare.

Dai poveri egli non vuole assolutamente nulla, e se mai gli viene

offerto alcun che, rifiuta con isdegno, quasi gli fosse fatta con ciò

una grave offesa.

»Quale io lo conobbi i primi giorni, tale egli continuò sempre ad

essere: buono, taciturno, onesto, amante della solitudine. Quasi sempre

svagato colla mente, talvolta pare lo assalgano delle allucinazioni e

che il senno gli scappi; talvolta lo direste poco meno che imbecillito;

ma non gli avvenne di recare a nessuno mai, nè con fatti nè con

parole, non che il menomo dispiacere, ma neppure il menomo disturbo. I

villani, per le sue assenze di mente, cominciarono dal burlarlo, poi lo

compatirono; ora quasi lo riveriscono e lo venerano, credendolo meglio

visitato dal Signore.

»Egli è benevolo con tutti; ma d'amore e di espansione di cuore pare

che non ne abbia, fuorchè con quel suo brutto cane che gli avete

visto. E sì che in mio padre, il quale, da quel segreto colloquio in

poi mostrò sempre per lui una certa maggiore osservanza; in mio padre,

dico, Ambrogio finì per porre davvero un profondo affetto.

»Un giorno mio padre gli domandò:

“Ambrogio, ora siete voi contento della vostra vita?”

»Ed egli rispose con espressione di viva sensibilità:

“Sì. Non cercavo che oblío; ho trovato carità. Fuggivo gli uomini per

non odiarli, ne ho trovati qui degni d'amore.”

»E, come se avesse detto di troppo, allora se ne partì ratto, senza

voler udire nè aggiungere altro.

»Quando mi avvenne la disgrazia di perdere il buon padre mio, fu

l'unica volta ch'io l'abbia veduto a piangere. Durante la malattia

di lui, Ambrogio era stato quasi sempre con noi al castello, non

cercando nemmeno di aiutarci nelle cure che si prestavano all'infermo,

buono a nulla e smemorato qual egli è, ma come se qui trattenuto da

un invisibile vincolo che non lo lasciasse allontanarsi. Agli ultimi

momenti, che il mio povero padre volle vedere tutti i servi e i

gastaldi insieme alle loro famiglie, entrò ancor egli alla coda di

tutti, nella stanza del moribondo, e s'inginocchiò quasi peritoso in un

angolo a pregare.

»Allorchè quell'immensa sventura fu compiuta e l'eccesso del dolore

pareva volermi tôrre di senno, io me lo vidi improvvisamente al fianco,

bagnato il volto di lagrime egli pure, trasfigurato, così che mi parve,

anche in quella dolorosa confusione di mente in cui ero, un'altra e

più nobile persona. E mi disse parole gravi di simpatico dolore e di

affettuosa consolazione che più non ricordo, che in quel fatalissimo

momento non poterono restarmi impresse, ma che pure mi colpirono, come

altissime e degne della più bell'anima e della più nobile intelligenza.

Poi si partì e stette parecchi giorni senza venirmi a vedere.

»Ricordo che la prima volta ch'io lo rividi, il suo aspetto, che mi

parve ancora più di scemo che per l'innanzi, mi sorprese come una

stranezza inaspettata e mi riuscì quasi una delusione; imperocchè mi

aspettassi di ritrovare in lui quella più elevata persona che mi era

apparsa, o ch'io aveva sognata nel colmo del mio dolore.

»Continuò egli in seguito a capitare di quando in quando al castello,

sempre uguale, umile, silenzioso, melanconico. Mai non lo vidi a

ridere, sì a sogghignare di spesso. Ogni qual volta io volli toccargli

di quella sera in cui lo incontrai sulla collina, egli mi rispose

sempre invariabilmente: — Ah sì! come pioveva quella sera — e poi se ne

partì tosto; per cui io non glie ne parlo più.

»In complesso egli è un buon diavolo, che forse non ha l'integrità

delle sue facoltà mentali, che dovette soffrire molte disgrazie a cui

la sua debole ragione non valse a resistere. Di certo nella sua vita

vi ha un mistero, ma non ostante le parole del suo delirio, non deve

esservi una vergogna nè una colpa da non perdonarsi; perchè mio padre,

dopo ascoltatolo, trattò con lui con più riguardi di prima, e ogni

volta che lo vedesse, fu sempre il primo a porgergli la mano.»

Tre racconti: Il cane del cieco - Un genio sconosciuto - Galatea · 第 19 / 58 题