VII.

«La coscienza di chi scrive? Ecco! Ci credete voi?.... Oh certo siete

costretto a rispondere di sì dal fatto che voi pure v'imbrattate

le dita d'inchiostro, stringendo una penna. Si comincia per volerne

avere, si è forse tanto felici da averne; ma poi?.... L'uso e l'abuso

della parola a che non vi menano? Come discerneremmo noi il vero dal

falso in quella confusione di cose, d'uomini e di idee che si chiama

vita sociale, mentre ci scompiglia e testa e cuore il nostro privato

interesse? Quello che avete sognato fosse un apostolato, vi si fa

un mestiere. Vi siete proposto di guidar voi la penna, e siete voi

trascinato dalla penna, che ha da darvi da mangiare e da soddisfarvi la

vanità.

»La penna! Come, non vi spaventa il maneggiare questo ridicolo e

tremendo scettro del pensiero? Non pensate mai quanto germe di male può

gocciolarvi giù con una stilla d'inchiostro e seminarsi in un'anima

umana, mercè un'idea, una mezza idea, una sembianza d'idea? Anche

la più innocente può, in date occasioni, essere la più malvagia.

Una favilla che sta per ispegnersi, vi pare la cosa più impotente.

Lasciatela cascare sopra un barile di polvere, e la casa intera ne

va in aria. Più innocente ancora è un granellino di nero di platino;

introducetelo in un miscuglio d'ossigeno e d'idrogeno, e ne accadrà uno

scoppio.

»La misteriosa anima umana è tale che può dalle passioni e dal dolore

essere preparata in modo che una vostra idea, che? una semplice

parola faccia l'uffizio di scintilla sulle polveri da mina, di nero

di platino sul miscuglio dei due gaz. E non vi arrestate intimorito

innanzi a questo pensiero?... O potete star tranquillo, perchè non

avete idee? Ve ne hanno pur troppo di coloro che scrivono senz'aver

nulla da dire! Ma voi allora sciupate il vostro tempo, e rubate quello

degl'infelici che vi leggono.... Ah! l'incuria della gente: l'avete

detto.... Ma non vi fu crudeltà di re tiranno o di frate inquisitore,

neppure la truce fantasia del cantore dell'inferno, che abbia saputo

immaginare ed applicare un supplizio simile. Come? Voi vi torturate

il cervello, vi opprimete l'anima, vi consumate in veglie febbrili la

vita, ogni giorno, ogni ora, per una produzione che dovete trarre dal

vostro interno, che è il sangue del vostro cuore, e nessuno vi bada,

e la vostra voce muore come quella d'un sotterrato vivo in caverna

che non ha pure un'eco!.... Chi vi ha condannato a questa vergognosa

tortura d'impotenza?.... Mi risponderete forse che vi spinge un interno

stimolo, che è il cenno del proprio destino. Non pascetevi di fole. Ma

non credete voi dunque nel libero arbitrio dell'uomo? Non vi sentite

padrone almeno di non essere ridicolo nello stesso tempo che infelice?»

Si era molto riscaldato nel dire: era diventato tutto rosso in faccia,

gesticolava vivamente e gli occhi gli brillavano in mirabil guisa. Si

vedeva che l'eccitazione datagli dal bere l'aveva fatto uscire per quel

momento dalla passività in cui manteneva chiusi abitualmente la sua

anima, il suo pensiero e forse le memorie del suo passato. Mentr'egli

parlava con un impeto che mal si potrebbe esprimere, compare Fosco

sembrava aver cresciuto ancor egli di foga nell'acre suono del suo

violino, e quella musica scordata e quasi direi rabbiosa, a cui si

frammischiavano, all'uso montanino, grida selvaggie dai robusti petti

dei danzatori, faceva un accompagnamento strano alle concitate parole

di mastro Ambrogio.

Quando questi si fu interrotto un momento, io gli dissi:

“Le vostre parole vorrebbero una lunga risposta, e se ne ecciterebbe

forse una discussione non breve, che non è qui luogo di fare; ma, se

non vi disgrada, e a me piacerà molto, la faremo un altro momento.”

La sua animazione cessò a un tratto; si ritrasse vivamente indietro,

come spaventato, tendendo le mani innanzi, quasi volesse rigettarmi da

sè, e proruppe con accento di vera paura:

“No, no, nessuna discussione, nessuna parola più su questo argomento,

nemmeno una!.... Vi prego! Non pensate più a ciò che vi ho detto....

Non so più io stesso che cosa sia.... non lo sapevo dicendolo....

L'avrete udito che talvolta la mia ragione vagella. Questa fu una delle

volte.... Addio addio.... Lasciatemi stare; non venitemi a tormentare

dell'altro.”

E s'allontanò da me e dal castello, tentennando nel camminare, forse

per l'emozione che mi era parsa veramente profonda in lui, forse per il

vino bevuto che era stato molto davvero.

Tre racconti: Il cane del cieco - Un genio sconosciuto - Galatea · 第 21 / 58 题