«La coscienza di chi scrive? Ecco! Ci credete voi?.... Oh certo siete
costretto a rispondere di sì dal fatto che voi pure v'imbrattate
le dita d'inchiostro, stringendo una penna. Si comincia per volerne
avere, si è forse tanto felici da averne; ma poi?.... L'uso e l'abuso
della parola a che non vi menano? Come discerneremmo noi il vero dal
falso in quella confusione di cose, d'uomini e di idee che si chiama
vita sociale, mentre ci scompiglia e testa e cuore il nostro privato
interesse? Quello che avete sognato fosse un apostolato, vi si fa
un mestiere. Vi siete proposto di guidar voi la penna, e siete voi
trascinato dalla penna, che ha da darvi da mangiare e da soddisfarvi la
vanità.
»La penna! Come, non vi spaventa il maneggiare questo ridicolo e
tremendo scettro del pensiero? Non pensate mai quanto germe di male può
gocciolarvi giù con una stilla d'inchiostro e seminarsi in un'anima
umana, mercè un'idea, una mezza idea, una sembianza d'idea? Anche
la più innocente può, in date occasioni, essere la più malvagia.
Una favilla che sta per ispegnersi, vi pare la cosa più impotente.
Lasciatela cascare sopra un barile di polvere, e la casa intera ne
va in aria. Più innocente ancora è un granellino di nero di platino;
introducetelo in un miscuglio d'ossigeno e d'idrogeno, e ne accadrà uno
scoppio.
»La misteriosa anima umana è tale che può dalle passioni e dal dolore
essere preparata in modo che una vostra idea, che? una semplice
parola faccia l'uffizio di scintilla sulle polveri da mina, di nero
di platino sul miscuglio dei due gaz. E non vi arrestate intimorito
innanzi a questo pensiero?... O potete star tranquillo, perchè non
avete idee? Ve ne hanno pur troppo di coloro che scrivono senz'aver
nulla da dire! Ma voi allora sciupate il vostro tempo, e rubate quello
degl'infelici che vi leggono.... Ah! l'incuria della gente: l'avete
detto.... Ma non vi fu crudeltà di re tiranno o di frate inquisitore,
neppure la truce fantasia del cantore dell'inferno, che abbia saputo
immaginare ed applicare un supplizio simile. Come? Voi vi torturate
il cervello, vi opprimete l'anima, vi consumate in veglie febbrili la
vita, ogni giorno, ogni ora, per una produzione che dovete trarre dal
vostro interno, che è il sangue del vostro cuore, e nessuno vi bada,
e la vostra voce muore come quella d'un sotterrato vivo in caverna
che non ha pure un'eco!.... Chi vi ha condannato a questa vergognosa
tortura d'impotenza?.... Mi risponderete forse che vi spinge un interno
stimolo, che è il cenno del proprio destino. Non pascetevi di fole. Ma
non credete voi dunque nel libero arbitrio dell'uomo? Non vi sentite
padrone almeno di non essere ridicolo nello stesso tempo che infelice?»
Si era molto riscaldato nel dire: era diventato tutto rosso in faccia,
gesticolava vivamente e gli occhi gli brillavano in mirabil guisa. Si
vedeva che l'eccitazione datagli dal bere l'aveva fatto uscire per quel
momento dalla passività in cui manteneva chiusi abitualmente la sua
anima, il suo pensiero e forse le memorie del suo passato. Mentr'egli
parlava con un impeto che mal si potrebbe esprimere, compare Fosco
sembrava aver cresciuto ancor egli di foga nell'acre suono del suo
violino, e quella musica scordata e quasi direi rabbiosa, a cui si
frammischiavano, all'uso montanino, grida selvaggie dai robusti petti
dei danzatori, faceva un accompagnamento strano alle concitate parole
di mastro Ambrogio.
Quando questi si fu interrotto un momento, io gli dissi:
“Le vostre parole vorrebbero una lunga risposta, e se ne ecciterebbe
forse una discussione non breve, che non è qui luogo di fare; ma, se
non vi disgrada, e a me piacerà molto, la faremo un altro momento.”
La sua animazione cessò a un tratto; si ritrasse vivamente indietro,
come spaventato, tendendo le mani innanzi, quasi volesse rigettarmi da
sè, e proruppe con accento di vera paura:
“No, no, nessuna discussione, nessuna parola più su questo argomento,
nemmeno una!.... Vi prego! Non pensate più a ciò che vi ho detto....
Non so più io stesso che cosa sia.... non lo sapevo dicendolo....
L'avrete udito che talvolta la mia ragione vagella. Questa fu una delle
volte.... Addio addio.... Lasciatemi stare; non venitemi a tormentare
dell'altro.”
E s'allontanò da me e dal castello, tentennando nel camminare, forse
per l'emozione che mi era parsa veramente profonda in lui, forse per il
vino bevuto che era stato molto davvero.