IV.

«Era d'autunno già innoltrato. Le castagne raccolte; le foglie quasi

tutte in terra, e le poche rimaste affatto ingiallite. Io, a quel tempo

non avevo ancora venti anni, e già m'ero fatto un intrepido cacciatore

e un camminatore instancabile.

»Un giorno, che, come spesso mi accadeva, m'ero trattenuto su per la

montagna in traccia di non so più qual selvaggina, lontano da casa

mi sorprese una di quelle pioggie autunnali quiete e finissime che in

poco tempo infradiciano un pover'uomo sino alle ossa, e che, una volta

incominciate, non smettono più per dei giorni. Non c'era riparo da

cercare là dove mi trovavo, e poi prima di notte conveniva bene essere

a casa, e potevo star certo che prima d'allora non avrebbe spiovuto.

Dunque non c'era altro che pigliare allegramente il mio partito e

trottare di buon passo. Voltai lo schioppo all'ingiù, e animato colla

voce il cane, m'avviai di corsa, per una scorciatoia, giù della scesa.

»In sul culmine precisamente di quell'altura là dove passa un sentiero

poco praticato, incontrai un uomo, che, riparandosi dalla pioggia sotto

i rami ormai sfrondati d'un castagno, appoggiatosi al tronco, stava

mirando nella sottoposta pianura.

»Era codesto Ambrogio, che sino allora niuno aveva visto mai nel paese

nè in questi dintorni. Io non so qual'età egli abbia al presente, e

non avrei saputo nemmeno allora quale attribuirgliene. Poco su poco

giù, era tale quale l'avete visto adesso, se non che, invece di avere

i capelli, lunghi, arruffati, come li ha ora, li aveva rasi, e non

lasciava crescer barba. Vestiva di scuro, precisamente come ora, e

quasi quasi direi che codesti che porta sono ancora i panni che aveva

in dosso a quel tempo. Aveva un piccolo fardelletto sotto il braccio e

un bastone in mano.

»La singolarità di costui che alla pioggia battente e mentre la

notte veniva se ne stava tranquillo a contemplare un paese a cui

egli era sicuramente estraneo, lontano ancora da ogni abitazione, mi

fece rallentare il passo per osservarlo. Egli era così preso nella

sua contemplazione e ne' suoi pensieri, che non badò punto a me. La

scena ch'egli mirava, a me non pareva degna di tanta attenzione. La

pianura era invasa presso che tutta dalla nebbia, la quale si avanzava

come strisciando verso la montagna, mentre sulla sommità di questa

discendevano dal cielo scure, unite, pregne di pioggia le nubi:

parevano due eserciti che si movessero incontro per venire a battaglia;

e in mezzo a loro non rimaneva sgombra che una lista di terreno, in

cui, addossate al colle, biancheggiavano le casupole del villaggio.

»Io non gli avrei badato dell'altro, chè la pioggia crescente mi

consigliava a non indugiarmi, e nell'aspetto di quell'uomo mi pareva

di scorgere qualche cosa di strano, che, se non era di birbo, era

di matto; ma il mio cane corse verso di lui, e gli si piantò dinanzi

abbaiando. Egli si riscosse, volse uno sguardo, che mi parve tranquillo

e mesto, verso la bestia, e abbassò una mano alla sua coscia, a fare un

atto di richiamo. Il mio _Fox_ fu tosto rappaciato; scodinzolando gli

si accostò tutto festevole, e alla prima carezza che lo sconosciuto gli

fece passandogli una mano sulla testa, alzò le zampe anteriori al petto

di lui, quasi a dargliene un abbraccio di amicizia.

»Io che all'istinto dei cani credo più che alla ragione degli uomini,

mi dissi subito che quello non doveva essere un birbante.

»Abbasso _Fox_: qui _Fox!_ gridai.

»Il cane m'obbedì, e il forestiero si volse verso di me.»

“Oh non tema!” mi disse con voce rauca e melanconica, che mi fece una

strana impressione. “Colle bestie, e specialmente coi cani, io sono

nelle più amichevoli relazioni; non ho mai fatto male a nessuno di

loro, e nessuno di loro — no nessuno! — non ha mai fatto male a me.”

«E accompagnò queste parole con un sorriso di tanta amarezza, che gli

accrebbe nel volto l'aspetto di alienazione che gli avevo già notata.

Parlava italiano, ma con un accento di altre provincie che non sono le

nostre subalpine.»

“Questa buona bestia è sua?” riprese poscia, schivando col suo il mio

sguardo, come se temesse di mirarmi in faccia.

“Sì:” gli risposi.

“Il proverbio dice che il cane è l'amico dell'uomo. Creda al proverbio.

È il solo amico.”

“Siete un misantropo?” Io gli domandai stupito del modo con cui mi

parlava.

«Mi rispose, di nuovo con quello stranissimo sogghigno:

“Sono un _cinofilo_....[1] Ma mi permetta una domanda.”

[1] Amatore de' cani.

“Dite pure.”

“Ella è pratico di questo paese?”

“Ci sono nato, e la maggior parte della mia vita la ho passata qui.”

“Che villaggio è quello laggiù?”

»Gli dissi il nome del paesello. Egli lo ripetè due o tre volte, poi

soggiunse come parlando a sè stesso:

— Un nome ignoto affatto; ignorato da tutti i Dizionari geografici....

Chi sa mai, fuori di qui, che questo villaggio esista?.... —

»Si rivolse di nuovo a me:

“Quanti abitanti ha?”

“Ottocento.”

“Saranno poveri?”

“Si aiutano gli uni gli altri come fratelli.”

“Possibile? Lei mi stupisce. Voglio vederlo. Potrò trovarvi

albergo? pagando s'intende:” soggiunse affrettatamente con una certa

permalosità.

“C'è un'osteria:” risposi: “e vi troverete certo un letto, non da

sibarita, ma pulito, e un boccon di cena non luculliana, ma ammannita

di buon cuore.”

“Sono avvezzo a dormire sulla dura terra, e poco basta a sfamarmi....

Che strada ho da prendere per giungere più presto al villaggio?”

»Glie l'additai; e salutatolo, impaziente di fuggire dalla pioggia che

cadeva sempre più fitta, ripresi la mia corsa giù per la scorciatoia.

Ma dopo pochi passi m'accorsi che il cane non m'aveva seguitato:

fischiai, e _Fox_ venne sino ad un ciglio della costa da cui poteva

vedermi, abbaiò vivamente, e tornò indietro verso lo sconosciuto.

»Ciò mi fece arrossire di me medesimo. Pensai subito che cosa avrebbe

detto mio padre, quando avesse saputo che, imbattutomi in un povero

forestiero, senza asilo e alla pioggia, non gli avessi offerta

l'ospitalità; e senza metter più tempo in mezzo, rifeci correndo il

cammino, e tornai a quell'uomo.

»Lo ritrovai in quel medesimo luogo, e nel medesimo atteggiamento;

se non che parlava amichevolmente al mio cane, che gli stava seduto

dinanzi guardandolo fiso. Arrivando, udii le seguenti parole:

— Va' col tuo padrone, buona e brava bestia. Tu non sei mio. E nemmeno

l'affetto d'un cane non bisogna rubare altrui.... No, non bisogna! —

“Sentite, buon uomo, ho pensato che all'osteriuccia del nostro

villaggio stareste davvero troppo male.”

“Le ho detto che non m'importa:” rispose egli con una certa qual

fierezza.

“E chi sa se avranno pure un letto libero?”

“Dormirò benissimo sulla paglia.”

“È ancor lontano il villaggio e con quest'acqua che viene ci arriverete

tutto ammollato. Ho un ricovero più vicino da offrirvi.”

»Mi scoccò un'occhiata con un misto di sospetto, d'incredulità e di

meraviglia.»

“Dove?” domandò.

“Là.” E gli additai il castello. “È la casa di mio padre.”

“Grazie!” disse egli irrisoluto.

“Su via:” io insistetti: “non istiamo più qui a infradiciarci. Mio

padre vi accoglierà con piacere.”

“Ebbene sia:” diss'egli dopo un altro po' d'esitazione; ma quando

fummo avviati, a un tratto tornò a fermarsi, come per un dubbio

sopravvenutogli. “Suo padre,” mi chiese, “vive tutto l'anno in questa

terra?”

“Quasi. Non è che l'inverno che abitiamo in città.”

“Quale?”

“Torino.”

»Mandò un lieve sospiro, il volto parve rasserenarglisi, e con accento

più risoluto disse:

“Andiamo.”

«Non ho bisogno di dirvi come mio padre gli accordasse quella benevola

ospitalità che egli stimava un assoluto dovere del suo grado, della sua

fortuna, del suo nome. Lo sconosciuto disse chiamarsi Ambrogio Larva:

non parlò quasi mai, e costrettovi soltanto, appena se gustò cibo, e di

buon'ora si ritirò nella camera assegnatagli.»

Tre racconti: Il cane del cieco - Un genio sconosciuto - Galatea · 第 18 / 58 题