«Era d'autunno già innoltrato. Le castagne raccolte; le foglie quasi
tutte in terra, e le poche rimaste affatto ingiallite. Io, a quel tempo
non avevo ancora venti anni, e già m'ero fatto un intrepido cacciatore
e un camminatore instancabile.
»Un giorno, che, come spesso mi accadeva, m'ero trattenuto su per la
montagna in traccia di non so più qual selvaggina, lontano da casa
mi sorprese una di quelle pioggie autunnali quiete e finissime che in
poco tempo infradiciano un pover'uomo sino alle ossa, e che, una volta
incominciate, non smettono più per dei giorni. Non c'era riparo da
cercare là dove mi trovavo, e poi prima di notte conveniva bene essere
a casa, e potevo star certo che prima d'allora non avrebbe spiovuto.
Dunque non c'era altro che pigliare allegramente il mio partito e
trottare di buon passo. Voltai lo schioppo all'ingiù, e animato colla
voce il cane, m'avviai di corsa, per una scorciatoia, giù della scesa.
»In sul culmine precisamente di quell'altura là dove passa un sentiero
poco praticato, incontrai un uomo, che, riparandosi dalla pioggia sotto
i rami ormai sfrondati d'un castagno, appoggiatosi al tronco, stava
mirando nella sottoposta pianura.
»Era codesto Ambrogio, che sino allora niuno aveva visto mai nel paese
nè in questi dintorni. Io non so qual'età egli abbia al presente, e
non avrei saputo nemmeno allora quale attribuirgliene. Poco su poco
giù, era tale quale l'avete visto adesso, se non che, invece di avere
i capelli, lunghi, arruffati, come li ha ora, li aveva rasi, e non
lasciava crescer barba. Vestiva di scuro, precisamente come ora, e
quasi quasi direi che codesti che porta sono ancora i panni che aveva
in dosso a quel tempo. Aveva un piccolo fardelletto sotto il braccio e
un bastone in mano.
»La singolarità di costui che alla pioggia battente e mentre la
notte veniva se ne stava tranquillo a contemplare un paese a cui
egli era sicuramente estraneo, lontano ancora da ogni abitazione, mi
fece rallentare il passo per osservarlo. Egli era così preso nella
sua contemplazione e ne' suoi pensieri, che non badò punto a me. La
scena ch'egli mirava, a me non pareva degna di tanta attenzione. La
pianura era invasa presso che tutta dalla nebbia, la quale si avanzava
come strisciando verso la montagna, mentre sulla sommità di questa
discendevano dal cielo scure, unite, pregne di pioggia le nubi:
parevano due eserciti che si movessero incontro per venire a battaglia;
e in mezzo a loro non rimaneva sgombra che una lista di terreno, in
cui, addossate al colle, biancheggiavano le casupole del villaggio.
»Io non gli avrei badato dell'altro, chè la pioggia crescente mi
consigliava a non indugiarmi, e nell'aspetto di quell'uomo mi pareva
di scorgere qualche cosa di strano, che, se non era di birbo, era
di matto; ma il mio cane corse verso di lui, e gli si piantò dinanzi
abbaiando. Egli si riscosse, volse uno sguardo, che mi parve tranquillo
e mesto, verso la bestia, e abbassò una mano alla sua coscia, a fare un
atto di richiamo. Il mio _Fox_ fu tosto rappaciato; scodinzolando gli
si accostò tutto festevole, e alla prima carezza che lo sconosciuto gli
fece passandogli una mano sulla testa, alzò le zampe anteriori al petto
di lui, quasi a dargliene un abbraccio di amicizia.
»Io che all'istinto dei cani credo più che alla ragione degli uomini,
mi dissi subito che quello non doveva essere un birbante.
»Abbasso _Fox_: qui _Fox!_ gridai.
»Il cane m'obbedì, e il forestiero si volse verso di me.»
“Oh non tema!” mi disse con voce rauca e melanconica, che mi fece una
strana impressione. “Colle bestie, e specialmente coi cani, io sono
nelle più amichevoli relazioni; non ho mai fatto male a nessuno di
loro, e nessuno di loro — no nessuno! — non ha mai fatto male a me.”
«E accompagnò queste parole con un sorriso di tanta amarezza, che gli
accrebbe nel volto l'aspetto di alienazione che gli avevo già notata.
Parlava italiano, ma con un accento di altre provincie che non sono le
nostre subalpine.»
“Questa buona bestia è sua?” riprese poscia, schivando col suo il mio
sguardo, come se temesse di mirarmi in faccia.
“Sì:” gli risposi.
“Il proverbio dice che il cane è l'amico dell'uomo. Creda al proverbio.
È il solo amico.”
“Siete un misantropo?” Io gli domandai stupito del modo con cui mi
parlava.
«Mi rispose, di nuovo con quello stranissimo sogghigno:
“Sono un _cinofilo_....[1] Ma mi permetta una domanda.”
[1] Amatore de' cani.
“Dite pure.”
“Ella è pratico di questo paese?”
“Ci sono nato, e la maggior parte della mia vita la ho passata qui.”
“Che villaggio è quello laggiù?”
»Gli dissi il nome del paesello. Egli lo ripetè due o tre volte, poi
soggiunse come parlando a sè stesso:
— Un nome ignoto affatto; ignorato da tutti i Dizionari geografici....
Chi sa mai, fuori di qui, che questo villaggio esista?.... —
»Si rivolse di nuovo a me:
“Quanti abitanti ha?”
“Ottocento.”
“Saranno poveri?”
“Si aiutano gli uni gli altri come fratelli.”
“Possibile? Lei mi stupisce. Voglio vederlo. Potrò trovarvi
albergo? pagando s'intende:” soggiunse affrettatamente con una certa
permalosità.
“C'è un'osteria:” risposi: “e vi troverete certo un letto, non da
sibarita, ma pulito, e un boccon di cena non luculliana, ma ammannita
di buon cuore.”
“Sono avvezzo a dormire sulla dura terra, e poco basta a sfamarmi....
Che strada ho da prendere per giungere più presto al villaggio?”
»Glie l'additai; e salutatolo, impaziente di fuggire dalla pioggia che
cadeva sempre più fitta, ripresi la mia corsa giù per la scorciatoia.
Ma dopo pochi passi m'accorsi che il cane non m'aveva seguitato:
fischiai, e _Fox_ venne sino ad un ciglio della costa da cui poteva
vedermi, abbaiò vivamente, e tornò indietro verso lo sconosciuto.
»Ciò mi fece arrossire di me medesimo. Pensai subito che cosa avrebbe
detto mio padre, quando avesse saputo che, imbattutomi in un povero
forestiero, senza asilo e alla pioggia, non gli avessi offerta
l'ospitalità; e senza metter più tempo in mezzo, rifeci correndo il
cammino, e tornai a quell'uomo.
»Lo ritrovai in quel medesimo luogo, e nel medesimo atteggiamento;
se non che parlava amichevolmente al mio cane, che gli stava seduto
dinanzi guardandolo fiso. Arrivando, udii le seguenti parole:
— Va' col tuo padrone, buona e brava bestia. Tu non sei mio. E nemmeno
l'affetto d'un cane non bisogna rubare altrui.... No, non bisogna! —
“Sentite, buon uomo, ho pensato che all'osteriuccia del nostro
villaggio stareste davvero troppo male.”
“Le ho detto che non m'importa:” rispose egli con una certa qual
fierezza.
“E chi sa se avranno pure un letto libero?”
“Dormirò benissimo sulla paglia.”
“È ancor lontano il villaggio e con quest'acqua che viene ci arriverete
tutto ammollato. Ho un ricovero più vicino da offrirvi.”
»Mi scoccò un'occhiata con un misto di sospetto, d'incredulità e di
meraviglia.»
“Dove?” domandò.
“Là.” E gli additai il castello. “È la casa di mio padre.”
“Grazie!” disse egli irrisoluto.
“Su via:” io insistetti: “non istiamo più qui a infradiciarci. Mio
padre vi accoglierà con piacere.”
“Ebbene sia:” diss'egli dopo un altro po' d'esitazione; ma quando
fummo avviati, a un tratto tornò a fermarsi, come per un dubbio
sopravvenutogli. “Suo padre,” mi chiese, “vive tutto l'anno in questa
terra?”
“Quasi. Non è che l'inverno che abitiamo in città.”
“Quale?”
“Torino.”
»Mandò un lieve sospiro, il volto parve rasserenarglisi, e con accento
più risoluto disse:
“Andiamo.”
«Non ho bisogno di dirvi come mio padre gli accordasse quella benevola
ospitalità che egli stimava un assoluto dovere del suo grado, della sua
fortuna, del suo nome. Lo sconosciuto disse chiamarsi Ambrogio Larva:
non parlò quasi mai, e costrettovi soltanto, appena se gustò cibo, e di
buon'ora si ritirò nella camera assegnatagli.»