III.

Tutti i giorni, nel gran viale dei pini veniva a passeggiare, verso le

cinque del pomeriggio, un omiciattolo vestito di scuro, accompagnato da

un cane brutto e vecchio, di quelli che da noi si chiamano _volpini_.

L'uomo faceva due o tre giri, tutt'al più, per quel viale, le mani

dietro le reni, la persona curva, la testa bassa e l'occhio fisso

continuamente sul cagnuolo, che correva un poco e tratto tratto veniva,

la lingua penzoloni, a fregarsi alle gambe del padrone.

Quell'omaccino soleva parlare al suo cane, come avrebbe parlato ad un

suo simile.

Quando il mio nobile ospite ed amico mi additò per la prima volta

quest'originale, egli stava seduto per terra, e il cane, sdraiatoglisi

accanto, teneva il muso sulle coscie di lui.

“Buona sera, Ambrogio:” gli disse il castellano. “Come va?”

L'uomo si levò il cappello con tutto il rispetto, ma non mosse la

persona, per non disturbare il cane nel suo riposo.

“Grazie, signore, non va male.... _Pomino_ ha corso più del solito, è

qui stanco che non ne può più.”

Di primo colpo la figura di quell'uomo aveva attirato la mia attenzione.

Era egli di una bruttezza fenomenale; però non aveva nulla di

ributtante. Sopra un corpo debole, esile, quasi direi rimpiccinito,

si reggeva, come a stento, una testa grossa a capelli arruffati,

in cui la parte superiore, e massime la fronte notevole per forti

protuberanze, aveva un eccessivo sviluppo. Il volto era scarno e le

guancie incavate, larga la bocca e pallide le labbra; giù in fondo

alle occhiaie tralucevano occhi di color chiaro fra il grigio e il

cilestre, i quali sembravano amassero nascondere la loro lucentezza

sotto foltissime sopracciglia che scendevano dall'arco dell'occhiaia e

dietro lunghi cigli che ne ornavano le palpebre. La carnagione aveva di

color terreo; lasciava crescere a capriccio una barba rada, di colore

sbiadito, oramai più che a mezzo incanutita; sulle sue labbra errava

abitualmente un sorriso tra mite ed ironico, che alle volte si sarebbe

potuto dir scemo, alle volte amarissimo. Nel parlare, negli atti, nel

sogguardare aveva alcun che di svagato, di distratto, di noncurante,

come se altrove, sempre, fosse il suo pensiero. Vestiva alla peggio

panni di colore scuro, logori, che gli si serravano spiegazzati intorno

alle gracili e macilenti membra.

Mentre gli stemmo innanzi, egli fissò un istante gli occhi in volto

al mio ospite e poi li chinò tosto sopra il suo diletto cane. A me non

fece la benchè minima attenzione.

“Ambrogio,” disse il padrone del castello, “voi m'avete del tutto

dimenticato. E perchè non venite più a vedermi? Una bottiglia di quel

vino che vi piace è sempre lì ad aspettarvi.”

Quell'uomo fece il suo sorriso da scemo.

“Grazie,” rispose, “grazie tante!”

E si pose ad accarezzare il cane colla destra.

“Ricordatevene,” soggiunse il proprietario, “e a rivederci.”

“A rivederci:“ ripetè come un'eco l'omiciattolo, mentre il mio amico mi

dava la spinta per avviarci ambedue.

“Chi è quell'originale?” domandai appena fummo un po' lontani.

“È il maestro di scuola del villaggio:” mi rispose. “Un essere

misterioso, la cui vita è forse un romanzo.”

“Oh! oh! un romanzo!” esclamai: “_rara avis_, di cui andiamo a caccia

noi scribacchiatori, senza poterla trovare il più spesso.... E voi,

naturalmente, lo sapete codesto suo romanzo?”

“Poco.... Ne so forse l'epilogo, che venne a concludersi qui. Costui

è il solo forestiero, a memoria d'uomo, che sia venuto a stabilirsi in

questo remoto paesello, e il solo degli abitanti de' cui fatti non si

sappia nulla. La sua esistenza, dacchè vive con noi, non ha vicende;

e il suo passato prima che qui venisse è un mistero, intorno a che

non ha mai voluto dare la menoma spiegazione e su cui non ama che lo

s'interroghi.

“È molto tempo ch'egli è qui?”

“Ormai trent'anni. Me ne ricordo come se fosse ieri quando è arrivato.

Ero giovanissimo e viveva il mio buon padre, allora....”

Stette alquanto sopra sè, e poi soggiunse:

“Oh sentite; io racconterò tutto quello che ne so; voi aggiungendovi le

frangie, come siete soliti di fare voi altri romanzieri, e inventando

quanto basti per riempire le lacune, potrete forse fare di costui il

protagonista d'un racconto.”

“Da bravo, narratemi quel che sapete.”

E il mio amico così cominciò a favellare.

Tre racconti: Il cane del cieco - Un genio sconosciuto - Galatea · 第 17 / 58 题