II.

Dunque gli è in un villaggio, — in una remota regione — che l'ho

incontrato.

Un mio nobile amico ha colà una gran tenuta intorno ad un'antica e

vasta casona, che in paese chiamasi _il castello_, dove si conservano

da tempi lontani, tradizioni rispettatissime d'una gentilezza ospitale

senza eccezione.

Il paese è vicino alle montagne; un contrafforte delle Alpi allunga

nella pianura le sue radici, a variare di collinette e di valloncini

l'amenità dell'imboschito terreno; intorno all'antico palazzo si stende

un giardino abbastanza vasto per potersi insuperbire del titolo di

parco.

Una vegetazione ricca, fresca e feconda veste le chine dei colli

con albereti leggiadri alla vista, e porge, anche contro l'insolente

saettare del sole di mezzogiorno, gradevoli ripari d'ombra, rallegrati

dal venticello della montagna. Al piede di quella collina, su cui

il castello innalza le sue muraglie annerite, il villaggio — povero

assembramento di casipole, che somigliano a capanne — si sdraia,

direi quasi timidamente, e par che cerchi nascondere i suoi tetti, la

maggior parte di paglia, alcuni di lastre di pietra, sotto le fronzute

chiome di castagni e di noci, che crescono e s'innalzano a mirabili

proporzioni da ogni orto, da ogni praticello.

È un cantuccio riposto, dove non penetrano le passioni e le gare degli

uomini raccolti nelle agglomerazioni cittadine e spronati al male

dall'interesse. Là non c'è strada di passaggio, non c'è commercio,

non c'è industria, non ci sono caffè, non ci sono giornali. Un ramo

assecchito di quercia indica una misera osteriuccia, composta di una

sola stanzona a piano terreno, la quale vede la sua lunga tavola zoppa

e le sue panche disoccupate tutta la settimana, per aspettare qualche

avventore le domeniche.

Quando tutto sossopra è il mondo, appena se colà ne arriva debolmente

un'eco incerta e paurosa.

In mezzo a questo sfoggio di vegetazione, spicca ancora per più

fronzuta ricchezza il bosco del parco, in cui, sul culmine della

collina, si drizza al cielo una fila di pini giganteschi, che hanno

dovuto vedere molte generazioni d'uomini nascere e morire, e che

coprono il terreno d'una oscura ombra solenne.

Il nobile padrone del castello verso gli abitanti del villaggio è

cortese, generoso, caritatevole. Li ama e n'è riamato pei beneficii

ricevuti, per la speranza di nuovi ch'egli è sempre pronto a rendere,

per una specie d'orgoglio che sì distinta persona appartenga al paese

e vi dimori la maggior parte dell'anno.

I cancelli del parco sono sempre aperti e dì e notte, tanto che,

irrugginiti nei cardini, male si acconcerebbero oramai ad essere

chiusi. I paesani vanno e vengono, con una libertà che non esclude il

rispetto al padrone: e quando questi passeggia, ne trova sempre alcuni

giù pei suoi viali, e ne viene salutato con ossequiosa famigliarità, a

cui egli risponde lietamente accennando col capo e chiamando ciascuno

col suo nome o nomignolo.

Sotto le ombre di quell'antichissimo parco si dànno appuntamento

giovani coppie innamorate, per discorrere del loro futuro matrimonio;

colà accorrono vecchierelle e ragazzi a raccogliere i rami secchi,

con un fastello dei quali scendono al loro tugurio a cuocere la cena

della famiglia. Alcune volte qualche tristarello sbaglia, e invece

della legna secca ci viene tagliando bellamente dei rami in piena

vitalità e arboscelli di buona cresciuta, il che, quando gli accade di

accorgersene, sdegna non poco il proprietario.

— Ci porrò rimedio: — dic'egli allora in tono risoluto. — Il primo che

io colga in sull'atto!... —

Ma il suo _quos ego_ innocente non ha ancora recato il menomo male a

nessuno.

Tre racconti: Il cane del cieco - Un genio sconosciuto - Galatea · 第 16 / 58 题