L’incantatore di serpenti.
Quella savana tremante si estendeva verso il sud per un tratto immenso,
fin presso il limite d’un’alta catena di montagne che si rizzava ad
oriente.
Le acque di quella palude senza fondo erano nerastre, ma non
tramandavano alcun odore sgradevole, non nascendo su quei pantani
alcuna pianta palustre.
Un silenzio assoluto regnava su quella savana. Talvolta però, si
udivano dei gorgoglii sommessi e si vedevano emergere e sparire
rapidamente dei grossi serpenti d’acqua.
— Badate di non cadere, — disse Yaruri, nel momento che uscivano dal
canale. — Chi s’immerge è uomo perduto.
— Quale rotta teniamo? — chiese don Raffaele.
L’indiano additò la vetta d’un’alta montagna, che si distingueva
nettamente sul fondo del cielo illuminato dalla luna.
— Là, — disse, — dietro quel colosso, si nasconde la Città dell’Oro.
Quante ore dovremo navigare, prima di giungervi?
— Domani, all’alba, toccheremo terra, se resisterete.
— Non lascieremo i remi.
— Allora domani sera giungeremo a Manoa.
— Ecco una parola che fa battere il cuore! — esclamò Alonzo. — E tu ci
assicuri che vi è molto oro in quella città.
— Tetti d’oro, colonne d’oro e palazzi che possono rivaleggiare coi
vostri, — disse l’indiano con orgoglio.
— Ti credo, Yaruri, — disse il dottore. — Gli antichi peruviani,
all’epoca della scoperta dell’America, costruivano i loro palazzi e le
loro fortezze meglio degli europei.
— Sembra incredibile, dottore.
— Eppure è vero, Alonzo. Gli spagnuoli trovarono delle costruzioni da
rimanere sbalorditi e delle fortezze che se fossero state difese da
bravi soldati, i conquistatori mai avrebbero potuto avere nelle loro
mani. Sappi che la fortezza di Cusco era fabbricata con pietre così
enormi da far stupire, eppure gl’Inchi non possedevano nè carrette
adatte, nè macchine, nè animali da poter trasportare e sollevare quei
massi. Nota poi che quella fortezza era assai elevata.
— Erano adunque valenti costruttori.
— Insuperabili. Figurati che l’imperatore Virachoca fece fabbricare
un canale profondo dodici piedi e lungo quasi cinquecento chilometri,
attraverso a montagne, a rocce, a paludi, ad ostacoli d’ogni specie.
Questo può bastarti per aver un’idea della bravura di quel popolo, che
i nostri compatrioti chiamavano selvaggi!...
— E fabbricavano anche palazzi grandiosi?
— Sì, e meglio degli europei. Avevano delle sale che contenevano
perfino tremila persone e le abitazioni dei grandi erano tutte
costruite di pietra viva, accuratamente levigata e unita con un cemento
speciale. Si dice che quei palazzi parevano fatti di getto, poichè non
si scorgeva su di loro alcuna commessura.
— Ditemi, dottore, possedevano grande copia d’oro gli Inchi?
— Ti dirò che oltre possedere tutto il vasellame d’oro, gl’imperatori
avevano dei giardini le cui piante erano tutte d’oro, cominciando dalle
radici. Avevano dei tratti di terra coltivati a mais ed ogni pianta era
fabbricata di quel prezioso metallo: le radici, le foglie, i fiori,
le pannocchie e perfino le barbe. Nei palazzi degli imperatori poi,
le vasche dei bagni erano d’oro e d’argento, i tetti erano coperti di
lastre di quei metalli e così pure le colonne.
— Quale magnificenza!... E che sia vero quello che mi raccontate?
— Tutti gli storici spagnuoli che facevano parte delle bande
conquistatrici degli Almagro e dei Pizzarro, lo hanno constatato.
Acosta, Garcilasso e parecchi altri, ci lasciarono descrizioni
stupefacenti della ricchezza degli Inchi.
— E credete che a Manoa possiamo trovare simili tesori?
— Io sono fermamente convinto che quegli abitanti posseggano ancora
grande parte delle ricchezze degli Inchi.
— Fra poco lo sapremo; — disse don Raffaele. — La montagna non è più
tanto lontana. Animo, amici! Sono impaziente di vedere quella famosa
Città dell’Oro.
Il canotto, spinto innanzi alacremente, volava sulle tranquille acque
della savana tremante. Alle tre del mattino mezza palude era stata già
attraversata ed il picco gigantesco, che serviva di guida ai naviganti,
era perfettamente visibile.
Stavano per lasciare i remi, volendo riposare alcuni minuti, quando
ai piedi della montagna, fra le cupe selve che la attorniavano, si
scorsero parecchi punti luminosi.
Yaruri emise una sorda imprecazione.
— Cosa vogliono significare quei falò? — chiese don Raffaele,
volgendosi verso l’indiano.
— Sono segnali, — rispose questi.
— Fatti a chi?
— Alle tribù vicine.
— Per radunarle e gettarle contro di noi?
— Sì.
— Potremo vincerle?
— Conto sull’effetto che produrranno le vostre armi; ma....
— Dimmi tutto.
— Sarà meglio evitare un incontro ed entrare in Manoa di sorpresa.
— Puoi condurci senza farci incontrare quei nemici?
— Lo spero.
— In qual modo?
— Attraversando la selva.
— È pericolosa?
— Sì, pei serpenti che l’abitano; ma noi passeremo.
— Che specie di serpenti sono?
— _Urutù_, il cui morso produce la paralisi del membro offeso; _cobra
cipo_ o serpenti liane; _ay-ay_ che uccidono in meno d’un secondo;
_bociniga_ o serpenti a sonagli che dànno la morte senza rimedio; poi
serpenti corallo, serpenti cacciatori colla pelle tigrata ed altri
ancora.
— Mille tuoni! — e tu vuoi affrontarli?...
— Sì, padrone.
— Ma non avremo fatto mille passi che tutti e quattro saremo morti.
Un sorriso sfiorò le labbra dell’indiano.
— Yaruri sa comandare ai serpenti: li radunerò tutti, poi li condurrò
con me a Manoa.
— I serpenti! — esclamò Alonzo.
— Sì.
— Comprendo, — disse il dottore. — Tu sei un incantatore di serpenti.
— È vero, — rispose l’indiano.
— Ma se ci mordono? — chiese don Raffaele.
— Non ti toccheranno, padrone, e poi non vi è forse il _calupo
diavolo_? Tu sai che i semi di quella pianta sono uno specifico contro
il morso dei serpenti.
— Che uomo! — mormorò Alonzo. — Vedremo come finirà quest’avventura.
Si rimisero ad arrancare con nuova lena, volendo giungere ai piedi
della montagna prima dell’alba. I falò si erano spenti, però dalla
parte opposta della savana si erano veduti brillare altri punti
luminosi, ma ad una grande distanza.
Verso le otto del mattino la traversata della savana era compiuta ed
i viaggiatori sbarcavano su di una sponda coperta di grandi boscaglie,
le quali si spingevano fino alla base della montagna, diramandosi poi
verso altri monti che si scorgevano più oltre.
Rassicurati dal silenzio che regnava sotto quegli alberi, dormirono
alcune ore, poi Yaruri diede il segnale della partenza.
Mentre i compagni dormivano, aveva tagliato un giovane bambù ed aveva
fabbricato una specie di flauto lungo cinquanta centimetri.
— Guardatevi intorno, — diss’egli. — Potete schiacciare qualche
serpente e farvi mordere.
— Ma non li chiami a te? — disse don Raffaele.
— Non ancora, padrone.
S’addentrarono nella foresta procedendo con precauzione e guardando
attentamente ove posavano i piedi. Sotto quelle piante non si vedevano
nè scimmie, nè uccelli, però fra i cespugli si vedevano saltellare
e battagliare fra loro numerose coppie di galli selvatici (_pipra
rupicola_), bellissimi volatili che hanno le penne color dell’oro,
adorni d’una doppia cresta di piume mobili e di carattere assai
battagliero.
Quando i viaggiatori giunsero in una piccola radura, Yaruri s’arrestò,
accostò il flauto alle labbra ed intuonò una marcia languida, bizzarra,
che aveva delle variazioni lugubri.
Don Raffaele, Alonzo ed il dottore non fiatavano, ma quei suoni
producevano su di loro un effetto che prima non avevano mai provato.
I loro nervi certi momenti si eccitavano e poi, tutto d’un tratto, si
calmavano e si sentivano invadere da una spossatezza inesplicabile.
— Cosa suona quell’indiavolato indiano? — diceva Alonzo. — Provo un
malessere che non so spiegare.
— Attenzione! — esclamò il dottore.
Sotto i cespugli, sotto le foglie secche degli alberi giganti
si udivano dei leggeri crepitii che s’avvicinavano lentamente.
D’improvviso apparve un serpente, poi un altro, poi altri dieci, venti,
cinquanta, cento.
Da tutte le parti della foresta accorrevano, attratti da quella musica
che doveva essere per loro irresistibile. Si vedevano strisciare
gli _urutù_ striati di bianco, con una croce sul capo; i _giboia_ o
boa constrictor, lunghi dieci e perfino dodici metri e grossi come
la coscia di un uomo, ma affatto inoffensivi, anzi sono facili ad
addomesticarsi e si tengono nelle case per sbarazzarle dai sorci;
i pericolosissimi _cobra cipo_, lunghi tre metri, sottili come un
cannello, colla pelle color verde pallido; i _caniana_ e i serpenti
_ceralacca_, rettili avidissimi del latte e che di notte penetrano
nelle capanne degli indiani per succhiare il seno delle donne lattanti;
i terribili _ay-ay_ colla pelle nera e così velenosi che le persone
colpite hanno appena il tempo di mandare un grido che già muoiono;
i _bociniga_ o serpenti a sonagli i quali, strisciando, facevano
tintinnare i loro sonagliuzzi cornei in forma di piastre; i serpenti
cacciatori, colla pelle tigrata e che sono i più audaci di tutti, ed i
velenosissimi serpenti corallo.
Tutti quei rettili si erano fermati intorno al gruppo formato da Yaruri
e dai suoi compagni e col capo alzato, gli occhi ardenti, ascoltavano,
affascinati, quella strana musica.
Don Raffaele, Alonzo ed il dottore, inchiodati al suolo dal terrore,
non facevano il più piccolo movimento per tema di vedersi precipitare
addosso quei battaglioni di rettili. Yaruri invece, impassibile,
tranquillo, continuava a suonare il suo istrumento cavando delle note
sempre più languide, più affascinanti per quella turba di serpenti più
o meno velenosi.
Quando non vide uscirne altri dalle misteriose profondità della
foresta, si mise in cammino passando su un tratto di terreno lasciato
libero. Vedendo che i compagni non lo seguivano, fece a loro un gesto
energico che voleva dire:
— Venite, o siete morti!...
— Andiamo, — disse il piantatore, tergendosi il freddo sudore che
bagnavagli la fronte. — Vicini a Yaruri, nulla abbiamo da temere.
Si misero dietro all’incantatore, il quale continuava a suonare.
Subito tutti quei serpenti a loro volta si mossero, strisciando
precipitosamente per non perdere una sola nota di quella musica.
— Yaruri! — disse Alonzo. — I rettili ci corrono dietro.
L’indiano fece col capo un gesto affermativo e continuò a camminare ed
a suonare.
— Mille tuoni! — esclamò don Raffaele. — Cosa vuol fare questo dannato
indiano?
— Non lo comprendete? — chiese il dottore.
— No.
— Vuole condurre l’esercito dei rettili contro Manoa. Quali nemici
possono resistere a questo formidabile attacco?... Fuggiranno tutti,
don Raffaele.
— E l’esercito ingrossa, — disse Alonzo. — Vedo altri serpenti
accorrere dalle altre parti della foresta.
— Se quell’indiavolato indiano continua, giungeremo a Manoa seguiti da
migliaia di serpenti.
Intanto Yaruri continuava a marciare attraverso alla foresta con passo
rapido, senza staccare il flauto dalle labbra.
Quell’uomo doveva possedere dei polmoni di ferro, poichè non dimostrava
stanchezza alcuna.
I serpenti continuavano ad affluire dietro di lui. Dai cespugli e
dalle foglie secche ne uscivano sempre di nuovi, i quali si univano
all’esercito strisciante fischiando e sibilando in mille diverse guise.
Alle dieci del mattino Yaruri s’arrestò ed intuonò un’altra marcia ben
diversa dalla prima, più languida, più debole, con delle smorzature
sempre più flebili. Allora si vide una cosa strana. Tutti quei
serpenti, cinque o seicento, pure si fermarono, si arrotolarono su loro
stessi come le gomene d’una nave, poi, a poco a poco, abbassarono le
teste e caddero in una specie di sonno catalettico.
— Basta, — disse l’indiano, staccando il flauto dalle labbra. —
Dormono: possiamo quindi riposare anche noi e mangiare un boccone.
— E fuggire prima che si sveglino, — disse Alonzo. — Ti confesso che
viaggiare con simili compagni, non mi trovo bene.
— Non li abbandoneremo, — rispose Yaruri. — Ci difenderanno contro i
nemici.
— Ma ti ubbidiranno?
— Sì, basta che suoni e non mi lascieranno più.
— Ma così tanto amano la musica?
— Immensamente, Alonzo, — disse il dottore.
— Che brutta sorpresa per gli abitanti di Manoa, quando vedranno le vie
della città pullulare di rettili!
— Sarà una fuga generale.
— Purchè non trovino il mezzo di respingerli, — disse don Raffaele.
In quell’istante urla formidabili echeggiarono sotto i boschi e una
volata di freccie fischiò fra i cespugli e gli alberi.