XXII.

Un esercito di rettili.

Don Raffaele ed i suoi compagni, udendo quei clamori e vedendo quelle

freccie piantarsi nei cespugli vicini, erano balzati prontamente in

piedi colle armi in pugno, riparandosi precipitosamente dietro ai

grossi tronchi degli alberi.

A cinquanta passi da loro, una turba d’indiani armati di cerbottane

e di lancie le cui punte scintillavano al sole come se fossero d’oro,

si era arrestata dinanzi ad una barricata di vecchi tronchi d’albero,

caduti forse per decrepitezza.

Quegli uomini erano tutti di statura alta; avevano i capelli lunghi,

stretti da una piccola fascia rossa, come usavano gli antichi

peruviani, ed il petto e le anche coperte da certe giubbe di cotone

o di lana di vigogna, abbellite da ricami d’oro e da disegni fatti

con penne d’uccelli abilmente intrecciate[9]. Dopo quella volata di

freccie, gl’indiani avevano abbassato le cerbottane e le lancie, come

se avessero improvvisamente rinunciato ad ogni idea ostile. Poco dopo

un indiano, adorno di orecchini, calzato di sandali di lana e con una

grande ciarpa rossa a tre punte, distintivi che gl’imperatori peruviani

non accordavano che ai valorosi, si fece innanzi agitando un drappo

bianco.

— È un parlamentario, — disse Yaruri, che si teneva celato dietro ad un

folto cespuglio.

L’eperomero s’arrestò a quindici passi dai viaggiatori, gridando:

— Cosa vogliono da noi, gli uomini bianchi?

Don Raffaele si fece innanzi, senza però abbandonare il fucile.

— Noi, — disse, — siamo qui venuti per vedere la Città dell’Oro.

— La Città dell’Oro appartiene ai figli del sole e nessun straniero,

pena la morte, può vederla, — rispose l’indiano.

— Noi abbiamo intrapreso un lungo viaggio per vederla.

— Chi ti ha chiamato?

— Nessuno, ma noi vogliamo accertarci dell’esistenza di Manoa.

— Per condurre qui, più tardi, altri uomini bianchi e distruggerla?

— No, perchè noi quando l’avremo veduta ripartiremo senza fare alcun

male ai suoi abitanti, nè più mai ritorneremo, — disse don Raffaele.

— E credi tu che gli Eperomerii possano prestar fede alle parole degli

uomini bianchi? — rispose l’indiano con amarezza. — I nostri avi hanno

conservata una tradizione: un tempo, lontano da questi luoghi, al di

là delle grandi montagne del sud, al di là d’un grande fiume venti

volte più largo del Venituari, prosperava un potente impero, quello dei

figli del Sole, quello degli Inchi. Un giorno, dai mari ove il sole

tramonta, sbarcarono degli uomini che avevano la pelle bianca come

te e la barba come te, e misero, coi tradimenti, a ferro ed a fuoco

quel vasto impero. I nostri avi solo poterono sfuggire alla strage,

abbandonando la patria e qui celandosi. Come vuoi ora che io creda

alle tue promesse?... Uomini bianchi, tornate alla savana tremante,

imbarcatevi e ritornate alle vostre terre o noi vi daremo battaglia e

vi distruggeremo tutti!...

In quell’istante si udirono le prime note del flauto di Yaruri. Era

una marcia precipitosa, energica, che scuoteva le fibre. L’esercito dei

serpenti si svegliò di colpo e si mise in moto come spinto innanzi da

una forza misteriosa, strisciando e balzando. Moveva dritto verso la

barricata dinanzi alla quale stavano gli Eperomerii.

L’indiano che fino allora aveva parlato, udendo quei suoni trasalì e

gettò all’intorno uno sguardo smarrito. Solo allora s’accorse della

marcia dei serpenti. Emise un grido di furore e senza attendere la

risposta di don Raffaele fuggì a precipizio verso i compagni, i quali

già stavano ritirandosi rapidamente sotto la foresta.

Yaruri si era messo in marcia a fianco dei formidabili battaglioni,

precipitando la sua misteriosa marcia. Don Raffaele ed i suoi compagni

gli si erano messi dietro stringendo le armi, pronti a servirsene alla

prima resistenza degli indiani.

Questi però pareva che non avessero più voglia di contrastare il passo

agli stranieri. Spaventati da quel numero immenso di serpenti velenosi,

continuavano a ritirarsi, lanciando di tratto in tratto qualche freccia

inoffensiva.

Un colpo di fucile sparato da Alonzo, li decise ad affrettare la fuga.

Oramai pareva che più nulla dovesse arrestare il cammino degli uomini

bianchi e dell’incantatore; l’entrata nella famosa Città dell’Oro

sembrava facile e certa. A poco a poco però la foresta si diradava e

ben presto i viaggiatori si trovarono dinanzi ad una prateria coperta

di erbe alte più di quattro piedi e perfettamente secche. All’estremità

di quella pianura, a meno di due miglia, si rizzava la grande montagna

e sui fianchi di quella si vedevano bande d’indiani armati, che

parevano pronte a opporsi alla marcia degli invasori.

— Il nemico! — gridò Alonzo, arrestandosi.

Yaruri, sempre suonando, fece cenno di tirare innanzi. I serpenti,

attirati, affascinati da quella marcia che non s’arrestava un solo

istante, avevano già abbandonata la foresta e s’avanzavano attraverso

le erbe della pianura.

Gl’indiani, vedendo gli uomini bianchi continuare la marcia, emettevano

spaventevoli vociferazioni e si udivano a scagliare maledizioni

contro Yaruri chiamandolo traditore, ma questi non se ne preoccupava e

continuava a suonare con maggior lena.

D’improvviso però s’arrestò e parve che fiutasse l’aria con viva

apprensione.

Un grido di furore gli irruppe dalle labbra e scagliò lungi da sè il

flauto, incrociando rabbiosamente le braccia.

— Cosa fai, Yaruri? — chiesero don Raffaele ed i suoi compagni.

— Siamo vinti, — rispose l’indiano con voce rauca.

— Vinti!... Ed i tuoi serpenti?...

— Fra pochi minuti saranno tutti estinti.

— Ma perchè?....

— Guardate!....

Delle colonne di fumo s’alzavano vorticosamente alle estremità della

prateria e un acuto odore di bruciaticcio invadeva rapidamente la

pianura. Ben presto si videro scintillare delle gigantesche cortine di

fuoco le quali si dilatavano con incredibile celerità.

— Hanno dato fuoco alle erbe! — esclamò Alonzo.

— E fra pochi minuti i miei serpenti si arrostiranno tutti, — disse

Yaruri. — Fuggiamo, o siamo perduti!...

— Ma non possiamo tentare nulla? — chiese don Raffaele, con rabbia.

— Nulla, padrone: cerchiamo di riguadagnare la savana tremante.

Le fiamme s’avanzavano con grande celerità trovando dovunque

combustibile. Si udivano le erbe a sibilare, a crepitare e si vedevano

contorcersi, mentre in aria volteggiavano immense colonne di scintille.

I serpenti, conscii del pericolo, fuggivano da tutte le parti emettendo

fischi di collera, cercando di raggiungere la foresta protettrice.

Già le prime falangi, raggiunte dal fuoco, s’arrostivano spandendo

all’intorno un puzzo nauseante.

Yaruri ed i tre bianchi retrocedevano correndo, facendo sforzi

sovrumani per non farsi raggiungere dai rettili più agili, i quali

balzavano come se avessero le zampe. La temperatura cominciava a

diventare ardente e sopra ai fuggiaschi cadevano miriadi di scintille

e nubi di cenere caldissima. Le loro provviste di polvere minacciavano

di saltare in aria. Come se quell’incendio non bastasse, gl’indiani

avevano abbandonata la montagna e si udivano a vociferare al di là

delle erbe ardenti.

— Presto, presto! — gridava don Raffaele. — Bisogna raggiungere la

foresta prima degli indiani.

Non avevano da percorrere che seicento metri, ma anche dinanzi a loro

le erbe cominciavano a prendere fuoco. Le scintille che cadevano in

tutte le direzioni, causavano altri incendi.

La loro ritirata si cangiò allora in una fuga disperata. Non correvano

più in gruppo serrato, ma dispersi per giungere più presto ai primi

alberi.

Finalmente, facendo un ultimo sforzo, giunsero alla foresta, ma non si

arrestarono e proseguirono la corsa in direzione della savana tremante.

Ormai non si poteva più forzare il passaggio da quel lato, con tutti

quegli indiani che avevano alle calcagna e che parevano risoluti ad

esterminarli.

Era quasi sera quando don Raffaele, sfinito, giungeva sulle rive della

savana tremante.

Si volse per vedere se i suoi compagni lo avevano seguito.

Alonzo correva sparando di quando in quando dei colpi di fucile;

il dottore, che non si reggeva quasi più sulle gambe, si trascinava

innanzi penosamente, ma Yaruri era scomparso.

— Dov’è l’indiano? — chiese don Raffaele ad Alonzo.

— Non lo so, — rispose questi.

— Ma non era dietro di te?

— Quando entrammo nel bosco l’avevo a fianco, ma poi rimase indietro.

— Un indiano! Corrono ben più di noi quei figli dei boschi.

— Che sia stato ucciso?

— Non ho udito alcun grido, — disse Velasco.

— Mille tuoni!... Yaruri!... Yaruri!...

Gli risposero le urla degli Eperomerii, i quali ormai si erano lanciati

attraverso la foresta.

— Non pensiamo a lui, don Raffaele, — disse il dottore. — Lo

ritroveremo più tardi. Se vi preme la pelle imbarchiamoci.

— Andiamo!...

Il canotto era ancora arenato sulla sponda. Con una spinta poderosa

lo lanciarono in acqua, vi balzarono dentro e s’allontanarono

arrancando disperatamente. Già erano lontani duecento metri e stavano

fiancheggiando un isolotto roccioso di pochi metri di estensione,

coperto da alcuni cespugli di legno cannone, quando Alonzo emise un

grido di terrore.

— Ti ha ferito qualche freccia? — chiese don Raffaele, impallidendo.

— No.... affondiamo!...

Il piantatore si chinò e vide che il fondo del canotto era già coperto

d’un palmo d’acqua.

— È stato guastato! — esclamò. — Mille tuoni!... Presto, approdiamo a

quell’isolotto o le sabbie della savana tremante c’inghiottiranno!

Con pochi colpi di remo approdarono e si misero in salvo fra i

cespugli. Il canotto, già mezzo pieno d’acqua, poco dopo affondava,

scomparendo fra quei pantani senza fondo.

Gl’indiani giungevano allora sulle sponde della savana, agitando le

loro armi e mandando alte grida di gioia.

Erano tre o quattrocento, ma pareva che non avessero alcuna intenzione

di offendere gli stranieri, almeno pel momento, poichè nessuna freccia

fu lanciata.

— Siamo in un brutto impiccio, — disse il piantatore. — Comincio a

credere che per noi la Città dell’Oro sia perduta.

— Ed anche la nostra pelle, — aggiunse Alonzo. — Chi ci leverà da

quest’isolotto, ora che non possediamo più il canotto e che siamo

circondati da sabbie mobili?... Eppure io avevo sperato di giungere a

Manoa senza fastidi, con quell’esercito di rettili.

— Dovevamo aspettarci una simile sorpresa, — disse il dottore. — So che

gl’indiani di queste regioni usavano lasciar crescere le erbe intorno

ai loro villaggi, per respingere gli stranieri col fuoco. Quando gli

Spagnuoli condotti dai luogotenenti di Barreo cercarono d’inoltrarsi

attraverso queste regioni per scoprire l’_Eldorado_, furono respinti

cogl’incendi, e trecento di quei conquistatori morirono soffocati

ed abbruciati nella vallata di Maccureguary. So che quando Barreo in

persona tentò l’impresa fu costretto a retrocedere, poichè le tribù

degli Inarcuacari, dei Pariagotti e degli Iranaquari, alleati degli

Eperomerii, avevano lasciato crescere le erbe tre anni per incendiarle.

— Ma Yaruri dove sarà? — chiese Alonzo. — Se fosse qua, quel diavolo

d’indiano saprebbe forse trovare un mezzo per liberarci.

— Quell’uomo, visto che la partita era perduta, si sarà nascosto per

cercar di sorprendere il suo avversario e ucciderlo a tradimento, —

rispose don Raffaele. — Un indiano affronta la morte senza esitare, pur

di vendicarsi.

— Ma noi, cosa faremo ora? Fra ventiquattro o quarant’otto ore la

fame ci costringerà alla resa, poichè abbiamo perdute tutte le nostre

provviste.

— Chissà! — disse il piantatore.

— Cosa speri, cugino?

— Penso agli indiani che ci precedevano e mi domando perchè ci

risparmiavano, mentre cercavano di uccidere Yaruri. Vedremo!... forse

gli Eperomerii non desiderano la nostra morte.

La Città dell'Oro · 第 31 / 38 题