La prima minaccia dei figli del sole.
Nei giorni seguenti l’indiano ed i tre uomini bianchi, che avevano
fretta di partire, non perdettero tempo.
Caduto il gigantesco bambù, che era stato consumato dal fuoco alla
base, Yaruri in breve tempo ne ricavò un canotto lungo dieci metri,
largo quasi un metro e mezzo, leggero sì ma solidissimo. Non possedendo
remi, i quali erano andati perduti nel naufragio della scialuppa,
l’indiano fabbricò otto paia di _tacarì_, ossia di lunghe pagaie, non
essendo gli uomini bianchi abituati ad adoperare quelle corte usate
dagli indiani.
Don Raffaele intanto aveva preparato il _cuac_ che poi trasformò
in _cassava_, mentre il dottore ed Alonzo seccarono a lento fuoco
una rispettabile provvista di pesci, raja spinose, piraia, pemecrù,
storioni, traira e cascudo.
Sette giorni dopo il naufragio della scialuppa, tutto era pronto per la
partenza.
Imbarcarono i viveri accomodandoli a prua ed a poppa per meglio
equilibrare il canotto e la mattina del settimo giorno lasciavano le
sponde della savana tremante, salendo, senza incidenti, la cateratta.
Il canotto si comportava bene. Era molto più leggero della scialuppa
e scivolava sull’acqua con poca forza. Due remi erano sufficienti per
farlo avanzare con una rapidità di quattro miglia all’ora, permettendo
ai naviganti in tale modo di scambiarsi.
Due giorni dopo giungevano alla foce del Vichada o Vicciada, fiume
grossissimo che scende da ponente, un tempo conosciuto dai gesuiti che
nei loro primi tempi avevano radunato su quelle sponde delle borgate
d’indiani Salivi, ma poi dimenticato. Sbocca quasi di fronte al
Tépapuc, affluente che nasce invece nelle pianure d’oriente.
È colà che l’Orenoco cambia nome, prendendo quello di Athiele, nome
dato, a quanto sembra, dagli indiani Ascaqui e Catupli.
S’arrestarono qualche giorno per provvedersi di carne fresca,
abbattendo alcuni formichieri che avevano sorpresi presso un formicaio
di termiti, poi proseguirono il viaggio passando dinanzi la foce del
Zuma, affluente di sinistra e quindi a quella del Guaaviari chiamati
anche Attavapa, uno dei più grossi che ha la sorgente presso Quito e
che per lungo tempo fu creduto il tronco principale dell’Orenoco.
Dopo una nuova fermata per riposarsi, essendo sfiniti dal duro
esercizio del remo, oltrepassavano le foci dell’Inirida, affluente pure
di sinistra, poi dell’Atalapo che pare comunichi col Rio Gruainini,
affluente del Cassiquari, e undici giorni più tardi, dopo d’aver
attraversato regioni deserte e assolutamente selvagge, giungevano
all’imboccatura del Venituari, il fiume che doveva condurli alla tanto
sospirata Città dell’oro.
Nello scorgere le acque di quel fiume che si scaricavano nell’Orenoco
con grande furia, Yaruri, per la prima volta, pronunciò il nome di
Yopi.
— La vita d’Yopi è mia! — esclamò egli, con accento intraducibile.
Poi spinse il canotto verso la sponda, lo arenò profondamente su di
un banco di sabbia, abbandonò i remi, incrociò le braccia sul petto
e guardando fisso fisso don Raffaele con due occhi che lampeggiavano,
disse:
— Parliamo, padrone.
— Cosa vuoi dire? — chiese il piantatore, un po’ sorpreso da
quell’esordio inaspettato.
— Io ho mantenuto fedelmente parola e ti ho condotto sulla via che
conduce a quella famosa città dell’oro che i tuoi compatriotti, da
secoli, invano cercano. Io tradisco la mia tribù, tradisco il segreto
da tanti anni celato agli uomini della tua razza; forse io sarò il
distruttore dei miei fratelli, dei figli di quegli uomini che scesero
dalle lontane regioni ove il sole tramonta per sfuggire all’oppressione
degli uomini bianchi, e tutto questo per vendicarmi di Yopi. Ora esigo
da te, padrone per oggi, ma non domani perchè sono indiano libero, che
mi aiuti nella mia vendetta.
— Parla, Yaruri, — disse don Raffaele.
— Sei sempre risoluto a seguirmi?
— Sempre.
— E ad aiutarmi nella rivendicazione dei miei diritti?
— E quali sono?
— Diventare capo supremo dei figli del sole, innanzi a tutto.
— Noi ti aiuteremo nel limite delle nostre forze.
— Ed a uccidere Yopi.
— Questo è affare tuo e noi di ciò non c’immischieremo.
L’indiano parve sorpreso da quella risposta, ma dopo alcuni istanti di
riflessione, disse:
— Forse hai ragione. Quando sarò capo supremo della tribù, penserò io a
vendicarmi.
— Ora lascia parlare me, — disse don Raffaele.
— Gli orecchi di Yaruri ti ascoltano.
— È numerosa la tribù dei figli del sole?
— Conta parecchie migliaia d’indiani ed è alleata ad altre tribù pure
numerose.
— E basteremo noi a vincere tanti indiani?
Un sorriso sfiorò le labbra di Yaruri.
— Ho dei partigiani fra i Cassipagotti, — disse poi. — I figli del sole
non conoscono le armi da fuoco e calcolo sul tuono che producono per
ispaventarli.
— Allora conta su di noi.
— Ho la tua parola?
— L’hai.
— Sta bene. Yopi è mio!... Partiamo!...
— Quanti giorni sono necessari per giungere a Manoa?
— Quattro.
— Sempre salendo il fiume?
— No, fra due giorni l’abbandoneremo e marceremo attraverso
le montagne. Si potrebbe salirlo più oltre, ma non è prudente.
Partiamo!...
Tornarono a riprendere i remi e si misero a salire il fiume che
scendeva fra due sponde coperte da grandi foreste di palme d’ogni
specie, le quali erano unite così strettamente, da non lasciar passare
nemmeno un uomo. Quel fiume pareva che fosse assolutamente deserto.
Non si vedeva alcuna capanna sorgere su quelle rive, nè alcun canotto
ormeggiato. Perfino gli uccelli erano radi e le scimmie mancavano
affatto.
Verso le due, Yaruri additò la vetta di alcune montagne che si
elevavano sulla sponda destra. Erano tre, assai acuminate, irte di
foreste fino a metà e più oltre assolutamente aride.
— Manoa è là!... — diss’egli.
Ma nel pronunciare quelle parole, la voce gli tremava. Forse la sua
coscienza ribellavasi contro la sua volontà, ed aveva esitato a tradire
a quegli stranieri il segreto, così ben mantenuto per tre secoli dai
suoi compatriotti.
Verso sera approdavano dinanzi ad una savana tremante che era divisa
dal fiume da una lingua di terra larga pochi passi. Quasi nel medesimo
tempo, fra gli alberi che costeggiavano la savana, si udì un grido
stridulo. Yaruri trasalì.
— Cos’è? — chiese don Raffaele. — Un segnale forse?
— Un uccello che abita questi boschi, — rispose Yaruri.
— Ne sei certo?
— Non m’inganno.
Cenarono con un po’ di cassava ed un pezzo di selvaggina cucinata al
mattino, non osando accendere il fuoco, poi si coricarono sotto la
cupa ombra d’una palma _jupatà_, sotto la guardia dell’indiano, a cui
spettava il primo quarto.
Non era trascorsa un’ora che il grido poco prima udito si ripetè, ma
meno acuto e molto più vicino.
Yaruri si era alzato tenendo in pugno la carabina del piantatore. Diede
uno sguardo ai compagni che dormivano tranquillamente, poi s’avanzò
sulla lingua di terra e si arrestò dinanzi ad una _cuiera_, enorme
pianta da zucche che ha foglie larghe e numerose, i rami sempre coperti
da piante parassite, il tronco seppellito sotto un ammasso di muschi e
che produce delle frutta lucenti, d’un verde pallido, di forma sferica,
grosse come un popone, contenenti una polpa bianchiccia e molle. Quelle
zucche, tagliate per metà, vuotate e seccate, servono agli indiani da
recipienti e da piatti.
Sotto l’ombra di quella gigantesca pianta, stava un indiano di alta
statura, col viso e il petto tatuato, colla fronte cinta da una
pezzuola rossa come un tempo usavano gli Inchi del Perù e coi fianchi
coperti da un sottanino pure di stoffa rossa. Era armato d’una
cerbottana, ma l’aveva deposta ai proprii piedi, come per dimostrare le
sue pacifiche intenzioni.
Nel vederlo, Yaruri si era fermato mormorando:
— Tu, Sipana?
— Io, Yaruri, — rispose l’indiano. — Avevi udito il segnale?
— Sì, — rispose Yaruri con voce cupa.
— T’aspettavo da sette giorni.
— Come sapevi che io stavo per ritornare?
— Degli uomini fedeli t’avevano veduto cogli uomini bianchi.
— Erano quelli che ci affondarono la scialuppa?
— Sì.
— Chi sono?
— Cosa t’importa?... Sono indiani che non tradiscono la loro tribù.
— Ah! — fe’ Yaruri coi denti stretti. — E tu, cosa vuoi?... Perchè mi
hai chiamato?... Chi è che ti ha mandato?...
— Yopi.
— Lui!... — esclamò l’indiano con voce rauca.
— Sì, Yopi.
— E cosa vuole da me?
— T’invita a ritornare nell’Orenoco.
— Io!... Mai!... Mi occorre la vita di Yopi!...
— Yaruri, — disse l’indiano con tono grave. — Sei un Cassipagotto,
alleato degli Eperomeri, un figlio dei discendenti del sole come me e
come tutti quelli delle nostre tribù.
— Non lo sono più: sono un indiano senza tribù.
— Yaruri, tu tradisci la patria.
— Yaruri non ha più patria.
— Tradisci il segreto secolare.
— Ma mi vendico di Yopi.
— Yaruri, noi siamo potenti.
— E gli uomini bianchi sono più potenti di voi.
— Non hai più partigiani.
— Tu menti.
— No, perchè nessuno avvicinerà un traditore.
— Non importa: ho con me gli uomini bianchi.
— Yaruri, ritorna, e Yopi promette di lasciarti andare libero.
— Mai!...
— Ti farai uccidere.
— Ma prima ucciderò Yopi.
— Vuoi la guerra?
— Sì, la voglio.
— Sventura a te ed agli uomini bianchi!
L’Eperomero raccolse la cerbottana, si cacciò in mezzo ai rami
d’una _cuiera_ e sparve nel vicino bosco. Yaruri rimase immobile
alcuni minuti, assorto in profondi pensieri, poi ritornò lentamente
all’accampamento e si sdraiò a fianco degli uomini bianchi, mormorando:
— Yaruri non ha più patria: l’indiano che odia non ha che la
vendetta!...
Quando Alonzo lo surrogò nel quarto di guardia, l’indiano tacque sul
colloquio avuto con quel primo nemico, ma lo consigliò a vegliare
attentamente.
L’alba spuntò senza che nulla fosse avvenuto. Yaruri, che aveva
nascosto anche a don Raffaele l’incontro fatto, diede il segnale della
partenza prima del solito. Voleva guadagnare via prima che i suoi
compatrioti si preparassero alla difesa? Era probabile?
Il fiume era sempre disabitato, ma le sue sponde erano coperte, come
prima, di boschi interminabili. Di tratto in tratto erano interrotte da
immense savane tremanti, entro le quali si vedevano apparire dei lunghi
serpenti d’acqua.
Navigavano da quattro ore, quando verso l’alto corso del fiume udirono
dei tanfi formidabili.
— Oh! — esclamò Alonzo. — Cos’è questo fragore? Che vi siano delle
centinaia di coccodrilli lassù?...
— Dei caimani che fanno questo baccano!... — esclamò don Raffaele. — Io
ne dubito.
— Cosa volete che sia, cugino?
— Non lo so. Cosa credi che sia, Yaruri?
L’indiano non rispose; egli scrutava, con sguardo inquieto, le acque
del fiume.
— Ebbene? — gli chiese il piantatore, dopo alcuni istanti. — Hai finite
le tue osservazioni, Yaruri?
— Sì, — rispose l’indiano con voce sorda.
— E cos’hai notato?
— Che la corrente è diventata meno rapida.
— Oh! — esclamarono tutti.
— Sì, — ripetè Yaruri.
— E da che cosa credi che provenga ciò? — chiese il dottore.
— Ciò indica che nel fiume sono stati gettati degli ostacoli?
— Ma quali?
— Lo sapremo presto; avanti!
Ripresero i remi e si misero ad arrancare con lena, curiosi di sapere
quali ostacoli ingombravano il fiume.
Intanto i tonfi continuavano ad echeggiare verso l’alto corso. Pareva
che delle masse enormi precipitassero in acqua.
Il piantatore ed i suoi compagni cominciavano a diventare inquieti;
anche Yaruri era diventato cupo ed i suoi occhi tradivano le sue
apprensioni.
Superata una curva del fiume, il canotto si trovò dinanzi ad un enorme
numero di tronchi d’albero che occupavano tutta la larghezza compresa
fra le due sponde.
Dei grossi pali, piantati nel letto del fiume, li trattenevano; per di
più i loro rami s’intrecciavano fra di loro, impedendo, a quell’ammasso
galleggiante, di separarsi.
— È una foresta intera caduta in acqua, — disse Alonzo.
— Caduta! — disse Velasco. — Precipitata nel fiume dai nemici per
impedirci il passo, vuoi dire.
— Dagl’indiani che ci precedono?
— E dai loro compatriotti, poichè questo lavoro non può essere stato
fatto che da qualche centinaio d’uomini, — disse don Raffaele. — La
nostra navigazione, amici miei, è terminata.
— Non credi che si possa aprirci il passo?
— No, Alonzo. Perderemmo una e forse due settimane, è vero, Yaruri?
— Sì, padrone, — rispose l’indiano. — Senza contare poi che avremmo
addosso i nemici.
— Allora bisogna sbarcare.
— No, padrone.
— Dove troverai un passaggio?
— Attraverso le savane.
— Ci sarà acqua sufficiente?
— Sì.
— Conosci la via?
— Un indiano sa trovarla sempre.
— Da qual parte deviamo?
— Bisogna ritornare.
— Ritorniamo.
Volsero la prua e ridiscesero il Venitauri a grande velocità, senza
venire importunati, quantunque fossero certi della presenza degli
indiani, avendo udito poco prima i tonfi degli alberi precipitati nel
fiume.
Verso il tramonto, Yaruri spingeva il canotto in una savana che
comunicava col fiume mediante un canale aperto sulla sponda destra.