La cateratta d’Ature.
Due giorni dopo la scialuppa, che mai si era arrestata nemmeno alla
notte, giungeva dinanzi alla cateratta di Ature, la quale trovasi
presso il Catenaparo, affluente di destra dell’Orenoco.
Questa cascata, al pari di quella di Maipuri, che trovasi più innanzi,
oltre gli affluenti Toma e Taparro, è una delle più belle del mondo,
ma è pure anche una delle meno difficili a superarsi, poichè perfino i
piccoli canotti degli indiani osano affrontarla e senza rovesciarsi.
Non forma un vero salto ma una discesa rapida e relativamente poco
alta, interrotta da un vero arcipelago di isolotti e di rupi,
attraverso al quale le acque si precipitano con muggiti così
formidabili, da udirsi a parecchie miglia di distanza.
Attraverso gli alberi che coprivano quelle isolette e quelle rupi che
s’alzavano in forma di torri nerastre e semi-diroccate, si vedevano
le onde accavallarsi, bianche di spuma, schiacciarsi, per così dire,
attraverso ai passaggi, lanciando in aria una grande colonna di nebbia
in forma d’ombrello, la quale si tingeva dei più splendidi colori
dell’iride.
— Che rimescolamento d’acque! — esclamò Alonzo che ammirava la cascata,
con viva attenzione. — Mi sembra impossibile che si possa superare
quella corrente furiosa.
— Eppure passeremo, — disse don Raffaele. — Penserà Yaruri a guidarci.
— A vela?
— A remi, ma sarà necessario mettere in opera tutte le nostre forze e
tutta la nostra abilità. Un colpo di barra male dato, basterebbe per
farci naufragare. Spicciamoci: imbrogliamo le vele.
Tutti si misero all’opera. In pochi istanti tutta la tela venne calata
e ripiegata attorno al piccolo bompresso ed alla boma della randa, poi
vennero afferrati i remi. Alonzo si mise a prua, il dottore dietro di
lui, don Raffaele a mezza barca e Yaruri a poppa essendo incaricato
della direzione.
— Il passaggio? — chiese il piantatore.
— Là, a sinistra, fra la sponda e quella barriera di scogli, — rispose
l’indiano indicando un passaggio ove l’acqua calava meno rapida e meno
turbinante.
— Saldi in pugno i remi e badate a non cedere o la scialuppa
s’infrangerà.
— Non temete, — risposero il dottore ed Alonzo.
— Avanti!...
Nessuno però si mosse. Yaruri, il dottore ed Alonzo si erano voltati
verso la sponda sinistra, gettando sotto gli alberi sguardi indagatori.
— Ebbene? — chiese il piantatore stupito. — Vi fa paura la cateratta?
— No, — disse Alonzo. — Non hai udito?
— Che cosa?
— Ancora il segnale.
— Sarà stato un tucano.
— No, padrone, — disse Yaruri. — Era il segnale misterioso.
— Ancora?...
— Don Raffaele, — disse il dottore, — che gli indiani ci aspettino qui
per impedirci il passo?
— Ed in qual modo? Non possono già ostruire il passaggio.
— Ma possono arrestarci colle loro frecce mortali.
— In quanto a questo la vedremo, — disse il piantatore, con tono
risoluto. — Abbiamo i nostri fucili e ci difenderemo. Avanti e teniamo
le armi a portata delle mani.
Afferrarono i remi e spinsero la scialuppa fra le acque turbinanti,
puntando con sovrumana energia sul fondo roccioso della cateratta.
Yaruri, munito d’un lungo remo fornito di punte d’acciaio, la dirigeva
verso il passaggio. Ben presto i naviganti si trovarono fra le acque
spumeggianti che si precipitavano rabbiosamente attraverso la discesa,
muggendo e rompendosi contro le rocce.
Urtavano con furia estrema, polverizzandosi, ed alcune onde balzavano
perfino sopra il bordo della scialuppa entrando da prua e allagando le
casse contenenti i viveri, ma gli uomini non cedevano e raddoppiavano
gli sforzi per vincere quegli impeti brutali. Tenendosi nella scia
degli scogli, per non ricevere direttamente l’urto di quelle masse
liquide, ben presto giunsero nel punto più pericoloso e più erto della
cateratta.
— Non cedete! — gridò l’indiano. — Un ultimo sforzo ancora!...
La scialuppa, spinta innanzi con suprema energia, entrò nella corrente,
ma ad un tratto urtò contro un ostacolo che l’arrestò dapprima e poi la
fece ridiscendere.
— Mille tuoni! — esclamò don Raffaele, impallidendo. — Abbiamo
urtato?...
— Non è possibile, padrone, — rispose Yaruri. — Il passo è stato sempre
libero.
— Forza, amici!
La scialuppa riguadagnò la via perduta, ma giunta nello stesso punto
di prima tornò a urtare contro un ostacolo che non opponeva resistenza
decisa, pur impedendo di proseguire.
Un grido di rabbia uscì dalle labbra del piantatore. Quasi nell’istesso
istante si udì echeggiare il misterioso segnale.
— Non deve essere uno scoglio, — disse don Raffaele. — Tenete saldo,
amici, e cercate di non perdere via o ci sfracelleremo.
Abbandonò il remo, si precipitò a prua, immerse un braccio nell’acqua e
tosto emise un grido di trionfo.
— Ah i furfanti! — esclamò.
Levò rapidamente la navaja che portava alla cintola, l’aprì e vibrò
un colpo furioso fra le acque spumeggianti. Tosto si videro due corde
grosse un buon pollice e che parevano fatte di fibre vegetali, apparire
a galla e quindi stendersi lungo la corrente.
— Avanti! — tuonò il piantatore, riprendendo il remo.
La scialuppa, sotto un deciso e più vigoroso sforzo, superò l’ultimo e
più ripido pendìo della cateratta e s’ormeggiò a fianco d’un isolotto
sul quale crescevano due solitarie _cari_, specie di palme spinose con
folto fogliame.
— Finalmente! — esclamò don Raffaele. — Siamo passati a dispetto del
loro tentativo per farci naufragare.
— Ma quale ostacolo avevano messo nel passaggio? — chiesero Alonzo ed
il dottore.
— Avevano tesa una fune vegetale fra due scogli.
— Magro ostacolo, — disse Alonzo.
— Ma che poteva tornarci fatale, — rispose don Raffaele. — Se voi
cedevate, la corrente ci trascinava addosso alle scogliere e per la
nostra imbarcazione era finita e fors’anche per noi.
— E più c’inoltreremo altri ostacoli ci opporranno, disse Velasco. — Si
vede che sono decisi ad arrestarci.
— Ma se sperano di rinnovare il tentativo alla cateratta di Maipuri,
s’ingannano, — disse don Raffaele. — Procederemo cauti e prima
esploreremo le scogliere.
— Ma è ancora molto lontana questa Città dell’oro? — chiese Alonzo.
— Solo Yaruri lo sa, — rispose don Raffaele.
— È necessario passare ancora dinanzi alle foci di molti fiumi, — disse
l’indiano. — Il Venituari è ancora assai lontano.
— Adunque è sul Venituari questa Manoa? — chiesero tutti ad una voce.
— Sì, — rispose Yaruri, — ma lontano dalla foce, verso il sole che si
leva, fra montagne a tutti sconosciute.
— Ma il luogo preciso?
— A suo tempo lo saprete.
— Diffidi di noi? — chiese don Raffaele.
L’indiano non rispose.
— Parla, Yaruri.
— A suo tempo, — ripetè l’indiano. — Partiamo!...
Don Raffaele, ben sapendo che non sarebbe riuscito a levare una parola
di più a quell’indiano, ordinò di spiegare le vele, non volendo
lasciare troppo tempo ai misteriosi individui che lo precedevano e
che ormai, veduto fallire il tentativo, dovevano essersi rimessi in
viaggio.
Il vento però era debole assai e non soffiava che ad intervalli. Era
molto se la scialuppa poteva guadagnare due miglia all’ora, anche
in causa della corrente che era più rapida per la vicinanza della
cateratta.
Il paese circostante non era cambiato. Le due sponde erano sempre
coperte di boscaglie fittissime, le quali impedivano di spaziare gli
sguardi al di là del fiume.
Si vedevano sorgere qua e là, in una confusione indescrivibile, grandi
simaruba carichi di fiori, alberi di noci moscate selvatiche, cedri
colossali, alberi da pepe, alberi del cotone alti solamente tre metri,
con dei fiori gialli e porporini; euforbie cactiformi irte di spine,
gruppi immensi di passiflore tempestate di quegli strani fiori che
contengono un martelletto, una tenaglia ed una piccola corona; poi dei
_maot_, piante appartenenti alla specie delle cotonifere, con foglie
immense coperte d’una peluria rossastra e cariche di lunghe capsule
scannellate; delle _baspa butiracee_, dai cui semi si estrae una specie
di burro; dei _saponieri_, dalle cui bacche e dalla cui corteccia si
ottiene una spuma densa che ha la proprietà del sapone, ed infine un
caos di bambù, di liane e di spine ansara, tremendi pungiglioni che
trapassano perfino le suole delle scarpe a chi osa affrontarli.
Il fiume appariva ricchissimo di pesci, i quali si vedevano guizzare
in grande numero, perseguitati da stormi di _piassoca_, di _caracari_,
appartenenti alla famiglia dei falchi e di _gaviaos_, specie di
sparvieri.
Si vedevano apparire e scomparire grossi storioni, trote, legioni
di acari che sono pesciolini rotondi di colore verdognolo ma molto
delicati; di _cascudo_, pesci lunghi venticinque centimetri, neri
sopra, rossicci sotto e colle squame durissime; di raje spinose, di
_piraia_, i cui morsi sono pericolosi e di _pemecur_, che nascondono i
loro piccoli nelle branchie.
Quell’abbondanza aveva fatto radunare colà moltissimi caimani, i
quali giocherellavano fra di loro inseguendosi, ora mostrando le
loro formidabili mascelle armate di terribili denti, o le potenti
code rugose. Alcuni invece si azzuffavano ferocemente fra di loro,
mordendosi e insanguinandosi.