L’agguato degl’indiani.
Nei giorni seguenti i viaggiatori continuarono ad inoltrarsi
nell’Orenoco, passando successivamente dinanzi alle foci del Toma —
salendo la cui corrente si va a Mauro, luogo ove un tempo i gesuiti
avevano fondati fiorenti missioni — e del Treparro, entrambi affluenti
di sinistra.
Il quinto giorno da che avevano lasciata la cascata di Ature,
giungevano dinanzi a quella di Maipuri, chiamata anche di Quituma.
Anche questa è di poca altezza ed è formata da una specie di arcipelago
di isolette e di rupi d’aspetto maestoso che si estendono per oltre un
miglio, facendo argine all’impeto della corrente, specialmente al di là
della grande rupe di Manimi.
Il passaggio non è difficile, ma può riuscire pericoloso in causa delle
ondate che si rovesciano, col fragore di mille tuoni, fra tutte quelle
nere scogliere e quei brani di terra.
Una fitta nebbia copre tutta la cascata, alzandosi in forma d’una
cupola immensa, sui margini della quale si vedono degli arcobaleni
splendidissimi che cangiano continuamente tinte e dimensioni.
Dopo di essersi accostati alle due rive per vedere se erano deserte,
temendo un secondo agguato, i viaggiatori decisero di affrontare
subito la cascata, essendo il sole prossimo al tramonto e non osando
avventurarsi, di notte, fra quelle scogliere innumerevoli.
— Animo, — disse don Raffaele. — Dopo questa cascata non ne troveremo
altre e continueremo il viaggio tranquillamente.
— Sei ben sicuro, cugino, che gl’indiani non ci abbiano preparato un
nuovo agguato? — chiese Alonzo. — È bensì vero che nulla abbiamo veduto
di sospetto sulle due sponde, ma io temo ancora una sorpresa.
— Se hanno teso delle altre funi, le taglieremo. Mano ai remi e avanti
senza paura. Yaruri, al posto.
— Sono pronto, padrone, — rispose l’indiano.
La scialuppa s’impegnò tosto in un passaggio largo venti o venticinque
metri, fiancheggiato da alte rupi che avevano l’aspetto di cupole e
da una doppia linea di scoglietti, i quali lasciavano scorgere le loro
punte nere e aguzze.
Il braccio del fiume scendeva rimbalzando e spumeggiando, ma la
scialuppa, come nella precedente cascata, s’avanzava trionfando
contro tutti quegli ostacoli ed evitando destramente le scogliere che
minacciavano di sfracellarla.
Ormai aveva oltrepassato mezzo canale, quando Alonzo, che si trovava
a prua, vide scendere con impeto irresistibile delle masse oscure e
colossali che balzavano e rimbalzavano fra le muggenti acque.
Quantunque non sapesse ancora di cosa si trattasse, gettò un grido di
terrore.
— Cos’hai, Alonzo? — chiese don Raffaele, il quale provò una stretta al
cuore.
— Stiamo per venire frantumati.
In quell’istante si udì Yaruri a gridare:
— Lasciate andare i remi! Ridiscendiamo la cateratta o siamo perduti!...
Quelle masse enormi non erano che a cento passi e s’avanzavano
con spaventevole velocità, travolte dalla furiosa corrente. Erano
dieci o dodici alberi grossissimi, dei tronchi di _paiva_ (_bombax
pentandrum_), piante che raggiungono un’altezza di trenta metri, ma che
sono facilissime a tagliarsi, essendo il loro legno fragile e leggero,
ed hanno una circonferenza ragguardevole.
Al comando dell’indiano tutti avevano ritirato i remi e la scialuppa,
non più sorretta, aveva virato di bordo lasciandosi trasportare
dalle acque. In pochi istanti giunse in fondo alla cateratta, oscillò
spaventosamente imbarcando parecchie ondate, poi si rialzò girando su
sè stessa.
Quasi nell’istesso momento i tronchi colossali precipitavano giù
per l’ultima china. Yaruri, don Raffaele ed i loro compagni avevano
rapidamente riafferrati i remi per evitare un urto, ma mancò a loro il
tempo.
Uno di quei tronchi, il più enorme, investì la scialuppa a poppa e
con tale impeto da spaccarla. Le onde della cateratta in un baleno si
rovesciarono attraverso all’apertura, sommergendo le casse.
— I fucili e le munizioni! — urlò don Raffaele. — Tutti sull’albero!
Gli uomini balzarono sulle loro armi che stavano sui banchi,
afferrarono alla rinfusa quanto era a portata delle loro mani e
s’aggrapparono alle griselle dell’albero.
Erano appena giunti sul picco della randa, che la scialuppa affondava,
scomparendo sotto le acque spumeggianti. Discese rapida per quattro
metri, poi, quando già i naufraghi credevano d’esser perduti,
s’arrestò: aveva toccato il fondo!
— Siamo salvi! — esclamò Alonzo.
— Ma sono riusciti nel loro intento, — disse don Raffaele con sorda
rabbia. — Ci hanno arrestati.
— Non ancora, — mormorò Yaruri.
— Ma che siano stati gl’indiani a lanciarci contro quei dannati
tronchi? — chiese Alonzo.
— Sì, — rispose don Raffaele. — Io non ho più alcun dubbio.
— Sono stati loro, — confermò Yaruri.
— Ma in quale modo? Occorrono molte braccia per abbattere simili
giganti.
— È facile a spiegarsi, — disse il dottore. — Avranno raccolto i
tronchi d’albero che l’Orenoco, quasi sempre trascina nel suo corso; li
avranno radunati presso il passaggio della cateratta e quando ci hanno
veduti li avranno lasciati andare.
— E così ci hanno rovinati, — disse don Raffaele. — Eccoci in una
posizione disperata e privi dei mezzi necessari per continuare il
viaggio. Addio Città dell’oro.
— Yopi sarà ancora mio, — disse Yaruri con accento feroce.
— È meglio che tu rinunci.
— No, padrone.
— Ti sembra ancora possibile il viaggio?
— Yaruri sa fabbricare i canotti.
— Ed i viveri?
— Yaruri troverà il _manioca_ e gli uomini bianchi la selvaggina. Io ho
la mia scure e voi le vostre armi.
— Che diavolo d’un indiano! — esclamò Alonzo. — Trova rimedio a tutto.
— Ma non trova il modo di farci uscire da questa situazione poco
allegra, — disse don Raffaele. — Eccoci tutti e quattro sospesi a
quest’albero come le frutta d’una pianta e sopra un abisso popolato di
caimani....
— Che si avanzano avidi di preda, colla speranza di fare dei buoni
bocconi, — aggiunse il dottore.
— Abbiamo i fucili, — disse Alonzo.
— E quante munizioni?
— Io ho salvato una bisaccia di polvere che non pesa meno di quattro
chilogrammi.
— Ed io ho le tasche piene di palle, — disse il dottore.
— Ed io una scure, rispose l’indiano.
— Ed io una cassetta di proiettili, — disse don Raffaele. — Siamo
ricchi e possiamo disporre d’un migliaio e più di colpi. Non credevo di
possedere tanta fortuna.
— Vedi, cugino, che possiamo respingere i caimani?
— Non dico il contrario, ma io domando quando potremo lasciare questa
incomoda posizione.
— Attraverseremo il fiume a nuoto, Raffaele.
— Coi caimani alle costole.
— Prima li fugheremo. Ne vedo sei o sette che si avanzano verso di noi
e faranno presto conoscenza colle nostre armi.
— Purchè non ci rodano l’albero! — disse il dottore. — Hanno tali denti
da spezzarlo in pochi minuti.
— Diavolo! Che brutto capitombolo! Eccoli!... Il bersaglio è abbastanza
visibile.
Una banda di caimani, che poco prima giuocherellava presso la cascata,
dopo un po’ d’esitazione, causata forse dalla sorpresa di veder sparire
quel grosso battello, s’avvicinava lentamente formando un cerchio
minaccioso.
Senza dubbio quei voraci mostri avevano indovinato di che natura
era quello strano grappolo pendente da quel tronco e accorrevano
sperando di fare un lauto banchetto. I loro brutti occhi a riflessi
azzurri, si fissavano già con ardente bramosia sulle future vittime e
le loro mascelle si richiudevano con rumore formidabile, come se già
pregustassero quelle carni.
I naufraghi però non erano uomini da lasciarli avvicinare, nè
spaventarsi. Si erano accomodati meglio che potevano a cavalcioni del
picco della randa ed avevano afferrati i fucili.
— Mirate sui fianchi o in bocca, o le palle si schiacceranno contro
quelle scaglie dure come il ferro, — disse don Raffaele.
— A me il primo, — disse Alonzo.
— Ed a me il secondo, — rispose Velasco.
— Fuoco! — comandò don Raffaele.
Tre spari risuonarono e tre caimani, i primi, si rovesciarono sui
fianchi feriti, contorcendosi furiosamente e vibrando formidabili colpi
di coda. Gli altri, spaventati da quelle detonazioni, che forse mai
avevano udite in quei luoghi abitati dai soli indiani, s’inabissarono
precipitosamente.
Dei tre colpiti, uno, dopo una spaventosa agonia, cessò di vivere e
la corrente lo trascinò su di un banco; ma gli altri due fuggirono
lasciando alla superficie delle macchie di sangue, nè si fecero più
vedere.
— Credo che ne avranno abbastanza per ora, — disse don Raffaele, lieto
di quel successo.
— Che non ritornino? — chiese Alonzo.
— Non credo. I caimani sono feroci bensì, ma non molto coraggiosi di
fronte all’uomo e non sempre osano assalirlo.
— Allora possiamo tentare la traversata, cugino. Sento che l’albero
trema sempre più fortemente e non vorrei che l’impeto della corrente lo
schiantasse.
— Yaruri, — disse don Raffaele, rivolgendosi all’indiano. — Vuoi
tentare la prova?
— Sì, padrone.
Si legò la scure attorno ai fianchi, si aggrappò alle griselle e
discese guardando attentamente l’acqua. Crollò il capo due o tre volte,
come se dubitasse di qualche cosa, poi s’immerse.
Si era appena allontanato nuotando vigorosamente, quando lo si vide
arrestarsi bruscamente, guardare l’acqua con due occhi spaventati, poi
lo si udì gettare un grido acuto.
— Yaruri! — gridarono don Raffaele ed i suoi compagni con angoscia.
L’indiano non rispose. Nuotava disperatamente verso l’albero, come se
fosse inseguito da qualche mostro. S’aggrappò alle griselle e si mise
a salirle con rapidità incredibile. Solamente allora i suoi compagni si
accorsero che il suo petto e le sue gambe erano insanguinate.
— Yaruri! — gridò don Raffaele. — Cosa ti è accaduto?
— I _caribi_, — rispose l’indiano con voce tremante.
— I pesci maledetti?
— Sì, padrone!
— E....
Non potè finire. Un sibilo acuto si era udito in aria e poco dopo
una freccia sottile, partita da un gruppo di cespugli situati su di
un isolotto vicino alla sponda, si era piantata nell’albero, pochi
centimetri sotto l’indiano.
Alonzo, che teneva il fucile in mano, rispose con una scarica.
Nessun grido si udì alzarsi fra i cespugli, ma in mezzo alla
foresta che si stendeva sulla sponda, echeggiarono le quattro note
dell’onorato, _do.... mi.... sol.... do_...., ma con un’intonazione ben
diversa da quella di quei bizzarri uccelli.
— Sali, Yaruri! — esclamò don Raffaele. — E tu, Alonzo, prendi la mia
carabina e fa fuoco sul primo uomo che si mostra.
L’indiano s’affrettò a raggiungere gli uomini bianchi.
— Presso di me sei al sicuro, — disse il piantatore. — Quei misteriosi
uomini non osano lanciare le loro freccie contro noi.
— Padrone, — disse l’indiano, — la via ci è tagliata; i _caribi_
popolano il fiume e se osiamo scendere ci faranno a pezzi.
— Ed i nemici vegliano!... Che brutta prospettiva!... — esclamò il
dottore.
— Vedi nessuno, Alonzo? — chiese il piantatore.
— No, cugino.
— Pure la freccia è partita da quell’isolotto e l’uomo che si è
nascosto fra i cespugli bisognerà che si mostri, se vuole guadagnare la
sponda.
— Aspetterà la notte per attraversare il canale, — disse il dottore.
— Non comprendo una cosa, Raffaele, — disse Alonzo, il quale, pur
chiacchierando, sorvegliava l’isolotto. — Mi stupisce come quegli
indiani, che noi sappiamo armati di fucile, non se ne servano per
abbatterci.
— È un mistero anche per me, Alonzo.
— Come non comprendo perchè lancino le loro freccie solamente contro
Yaruri e risparmino noi.
— Ecco un’altra cosa che nemmeno io so spiegare.
— Che non osino assalire noi?...
— Tutti questi indiani, in generale, odiano gli uomini di razza bianca
e non esitano quando si tratta di ucciderne qualcuno. Avranno i loro
motivi per non prendersela con noi.
— Comunque sia, siamo imprigionati, — disse il dottore. — Non so cosa
ci accadrà fra ventiquattro o quarantotto ore, senza un biscotto da
mettere sotto i denti e senza un po’ di spazio per poter dormire.
— La nostra situazione infatti è grave, — rispose don Raffaele. — Cosa
dici, Yaruri?
L’indiano non rispose: pareva immerso in profondi pensieri.
— Parla, — disse don Raffaele. — Hai qualche risorsa?
— Forse, — rispose l’indiano. — Abbiate pazienza.
Poi si accomodò a cavalcioni del picco e non parlò più, ma i suoi
sguardi si fissavano con ostinazione verso la cateratta, come se da
quella parte attendesse un soccorso.
Passò un’ora senza che la situazione dei naufraghi si fosse cambiata.
Non si era udito più alcun segnale, nè alcun indiano era uscito
dalle macchie dell’isolotto. Aveva potuto, colui che aveva lanciata
la freccia, attraversare il canale senza essere veduto e guadagnare
la sponda, o attendeva, dal suo nascondiglio, un’altra occasione per
lanciare una seconda freccia?...
In quanto ai caimani, non avevano più osato rinnovare l’attacco, ma non
avevano però lasciati quei paraggi e non perdevano di vista le prede
umane. Ronzavano ai piedi della cateratta, ma fuori di portata delle
armi da fuoco, ed ogni volta che i naufraghi si muovevano per cambiare
posto, s’affrettavano ad avanzarsi, sperando che l’albero fosse per
cadere.
I _caribi_ poi, attirati dal sangue dei tre caimani colpiti dalle
palle, si erano radunati a migliaia presso l’albero ed in mancanza
d’altre prede, si sfogavano a divorarsi l’un l’altro con accanimento
senza pari.
Già le tenebre stavano per calare, quando Yaruri, che fino allora non
si era mosso, tese le braccia verso la cascata, dicendo:
— Ecco la nostra salvezza!