XV.

Ancora i segnali misteriosi.

Il Meta, come fu detto, è il maggiore degli affluenti del maestoso

Orenoco, poichè la sua larghezza è dieci volte maggiore del nostro Po e

la sua lunghezza tocca quasi gli ottocento chilometri.

Prima del 1800 non conoscevasi che imperfettamente, quantunque fosse

stato più volte visitato dai _conquistadores_ spagnuoli che andavano in

cerca del famoso _Eldorado_; ma dopo le esplorazioni accurate di don

Josè Mandariga, inviato in missione dal governo del Caracas a quello

di Santa Fè di Bogota nel 1811 e dopo le esplorazioni dell’italiano

Grilli, si sa ove nasce ed esattamente ove sbocca.

Esso scende dai dirupati e nevosi fianchi della grande catena delle

Ande al sud di Santa Fè di Bogota, scorre verso l’est-sud-est, poi

piega decisamente all’est formando per un largo tratto il confine

venezuelano e si scarica nell’Orenoco sotto la famosa cascata di Atures

a 6° 15′ di lat. nord e 87° 97′ di long, ovest, dopo d’aver ricevuto

l’Upia, il Cascana, il Crabo, l’Oripaura, il Chire, ed un braccio del

Cassanare.

Le sue acque scendono lente, ma durante l’estate sono coperte da

grandi ondate in causa dei venti impetuosi che lo dominano, e durante

le sue piene diventa pericoloso per le enormi quantità di legname che

trascina.

Solca terre fertilissime, ove il riso dà tre raccolti all’anno, e

foreste immense antiche quanto il mondo, popolate da numerose tribù,

dai Salivi, dagli Accaguè, dai Caveri e sopratutto dai Guaivi, indiani,

questi, assai bellicosi, che resistettero in ogni tempo alle armi degli

spagnuoli e che respinsero sempre i missionari.

Un tempo sulle rive di quel grosso affluente, sorgevano molte missioni

fondate dai frati Agostiniani, ma a poco a poco gl’indiani prima le

abbandonarono, poi le distrussero quasi tutte.

I viaggiatori si erano arrestati all’estremità d’una penisola che si

protendeva sull’Orenoco per parecchie centinaia di metri, dividendolo

dalle acque del Meta. Era quasi scoperta e perciò era stata scelta

ad evitare qualsiasi sorpresa da parte dei misteriosi indiani che

li precedevano; però qua e là, a distanza, crescevano degli alberi

stranissimi, ma che il dottore riconobbe subito per _iriartree

panciute_.

Sono piante curiosissime che hanno un tronco rigonfio, panciuto verso

il centro, alto dai venti ai venticinque metri, ma sostenuto, a tre

metri dal suolo, da parecchie radici le quali scendono dal tronco

dopo che sono sparite quelle normali, affondandosi profondamente

entro terra. Hanno le foglie dentellate, che ricadono in basso come un

vero parapioggia, lunghe dai tre ai quattro metri. Amano la vicinanza

dell’acqua, anzi non soffrono quando la piena del fiume le copre in

gran parte.

Non osando, di notte, affrontare la corrente del Meta che sboccava

irata nell’Orenoco, respingendo le acque di questa fiumana per lungo

tratto e producendo delle ondate che potevano riuscire pericolose, don

Raffaele decise di accamparsi all’estremità di quella penisola.

Dopo la cena tesero le loro comode amache fra le iriartree e

s’addormentarono sotto la guardia di Yaruri a cui spettava il primo

quarto.

Il silenzio non era rotto che dai muggiti delle acque e da qualche

grido emesso da un caimano, il quale si moveva verso l’estremità della

penisola. Gli animali da preda tacevano, forse perchè in quei dintorni

mancavano.

L’indiano, dall’alto della sua amaca, sorvegliava però attentamente

non solo le sponde, ma anche la corrente dei due fiumi. Egli sperava

sempre di poter scoprire i misteriosi indiani, che avevano cercato di

assassinarlo con una freccia avvelenata.

Vegliava da due ore, quando sulla sponda opposta del Meta, lontana

circa due chilometri, scorse un rapido bagliore, poi, attraverso

alle fitte piante, un punto luminoso che ora si allargava e ora

s’impiccioliva.

— Che siano indiani erranti o quelli che ci precedono? — si chiese.

Stette immobile alcuni minuti, cogli sguardi sempre fissi su quel

punto luminoso, poi, non sapendo a quale partito appigliarsi, decise di

svegliare don Raffaele.

Stava per scendere dall’amaca, quando vide il caimano che si

avvoltolava all’estremità della penisola, arrestarsi, poi scendere nel

fiume e tuffarsi rapidamente.

Qualunque altra persona non avrebbe fatto gran caso a quella scomparsa,

ma l’indiano, abituato a notare i più piccoli avvenimenti come tutti i

suoi compatrioti, che vivono in continuo sospetto, trovava che quella

rapida fuga non era naturale.

Si gettò prontamente a terra, afferrò il fucile che don Raffaele gli

aveva dato e si mise a strisciare verso l’estremità della penisola,

tenendosi nascosto dietro ai cespugli che sorgevano qua è là.

Vi era appena giunto, quando vide, a soli cinquanta passi di distanza,

avanzarsi con mille precauzioni, fra le piante acquatiche, un canotto e

muovere diritto verso la scialuppa, la quale era stata ormeggiata alle

radici d’una iriartrea.

Non si poteva distinguere da chi era montato, in causa dell’oscurità

che era profonda ed anche perchè su quel canotto vi avevano gettato

dei rami e delle canne che lo copriva da prua a poppa, in modo che si

sarebbe potuto scambiare per un ammasso di vegetali abbandonati alla

corrente.

— Sono furbi, — mormorò Yaruri. — Fortunatamente io conosco questi

inganni; ma chi saranno? Gli indiani che ci precedono o dei predoni di

fiume che sperano di rubarci la scialuppa?

S’alzò cautamente, armando il fucile. Il canotto, un montaria indiano

a quanto pareva, s’avvicinava sempre mosso da due remi manovrati sotto

l’ammasso di vegetali. Ad un tratto sulla riva opposta, dalla parte ove

brillava il fuoco, echeggiò improvvisamente un grido simile a quello

che emette il tucano.

— Il segnale che abbiamo udito! — esclamò Yaruri.

Il canotto, a quel grido, si era arrestato; poi aveva girato di bordo

riprendendo subito il largo. Yaruri puntò rapidamente il fucile, mirò

meglio che potè e fece fuoco.

Un grido partì sotto ai vegetali, ma il canotto non s’arrestò, anzi

scese la corrente a tutta velocità e sparve fra i boschetti acquatici e

le isolette che ingombravano la foce del fiume.

Quasi contemporaneamente, il fuoco che brillava sulla sponda opposta si

spense.

Don Raffaele ed i suoi compagni, svegliati bruscamente da quello sparo,

si erano precipitati giù dalle amache ed avevano raggiunto l’indiano.

— Su chi hai fatto fuoco? — chiesero.

— Su d’un canotto che s’avvicinava alla scialuppa, — rispose Yaruri.

— Montato da chi?

— Dagli indiani che ci precedono.

— Ne sei certo? — chiese don Raffaele, con viva emozione.

— Sì, perchè ho udito il loro segnale.

— Hai ucciso qualcuno?

— Non lo so, ma ho udito un grido.

— Dov’è il canotto?

— È fuggito verso la foce.

— Bisogna inseguirlo.

— Ma il vento è debole, — osservò Alonzo.

— Non importa; avanti!

Ripiegarono in fretta le amache, sciolsero le vele e presero

prontamente il largo, spingendo la scialuppa fra le onde del Meta. Don

Raffaele ed Alonzo si erano collocati a prua muniti di lunghi remi per

evitare le scogliere ed i banchi sabbiosi, mentre Yaruri si era messo

alla barra.

La corrente del Meta si riversava nell’Orenoco con furia estrema,

respingendo le acque del grande fiume, le quali si sollevavano

in cavalloni altissimi. Si udivano scrosci, e muggiti formidabili

echeggiare per ogni dove, mentre s’alzava una nebbia umidissima che

ricadeva poi sotto forma di pioggia.

Don Raffaele ed i suoi compagni aguzzavano gli orecchi e gli occhi

colla speranza di udire ancora il segnale o di scoprire il canotto,

ma invano. Lo strepito della corrente copriva qualunque altro rumore

e l’oscurità era troppo profonda per poter scorgere una piccola

imbarcazione, fra tutte quelle isole e quegli isolotti boscosi che si

stendevano dinanzi alla foce per un grande tratto.

— Che si siano nascosti dietro a qualche isola? — chiese Alonzo a don

Raffaele.

— Tanto meglio, — rispose questi. — Rimasti dietro di noi, più nulla

avremmo da temere.

— Quanta ostinazione in quegli uomini!

— Hanno interesse a mantenere celato il secolare segreto della Città

dell’oro.

— Ma cosa vorrebbero fare?

— Non li hai compresi? Avvertire i loro compatrioti sullo scopo del

nostro viaggio e prepararli a respingerci.

— Allora bisogna lasciarli indietro. Mi stupisce però come ci abbiano

preceduti mentre noi abbiamo le vele.

— Credi che anche loro non approfittino del vento? Se non hanno

veramente delle vele, piantano a prua dei rami fitti o delle grandi

foglie per raccogliere il vento e lavorano contemporaneamente coi remi.

Tutti gl’indiani dell’Orenoco sono famosi ed instancabili battellieri e

non si lasciano vincere da nessuno.

— Ma penso, cugino, che anche lasciando indietro quegli indiani,

possono sorpassarci durante le nostre fermate notturne.

— Non ci fermeremo più, Alonzo. Oh!...

— Cosa vedi?

— Un punto luminoso dinanzi a noi e che fugge rapidamente.

— Il canotto?

— Forse.

— O qualche banda di moscas de luz?

— Yaruri, — disse don Raffaele, — scorgi quel punto luminoso che solca

le acque?

— Sì, padrone.

— Cosa credi che sia?

— Una torcia accesa in un canotto.

— I furfanti ci sfuggono!

— Sono spariti, — disse Alonzo.

Infatti quel punto luminoso si era improvvisamente spento e più nulla

scorgevasi sull’oscura superficie del fiume.

— Spero un giorno di raggiungerli, — disse don Raffaele, con rabbia

concentrata. — Sopra le cateratte troveremo un vento più vigoroso e

allora li sfido a precederci.

La scialuppa, che navigava colla rapidità di quattro miglia all’ora,

continuò la caccia tutta la notte, ma senza successo, poichè quando

l’alba spuntò nessun canotto appariva sulle acque della fiumana.

Non si scoraggiarono però e continuarono a navigare favoriti dal vento,

il quale però non soffiava regolarmente.

Verso le dieci del mattino, Yaruri, che da qualche tempo osservava

l’acqua, disse:

— Badate alle mani!... Chi le immerge, corre il pericolo di perderle.

— Vi sono dei caimani? — chiese Alonzo.

— Peggio che peggio, — disse il dottore, che aveva gettato uno sguardo

sulla corrente. — Vi sono i caribi.

— Cosa sono?

— Guardali.

Alonzo si curvò sul bordo della scialuppa e scorse in acqua dei

battaglioni di pesciolini di colore argenteo ed azzurro, che salivano

dal fondo fangoso del fiume.

— Sono quei pesciolini che vi fanno paura? — chiese egli, alzando le

spalle.

— Sì, Alonzo, e ti assicuro che sono peggiori dei caimani.

— Così piccoli! Eh, via! Volete scherzare?

— Quei pesciolini ti mangerebbero come se tu fossi una semplice

bistecca. Come vedi non sono lunghi che pochi centimetri, ma hanno dei

denti triangolari taglienti come rasoi, e tale forza nelle mascelle da

intaccare il cuoio più duro.

— È incredibile, dottore.

— Eppure è vero. In quasi tutti i fiumi dell’America del Sud si trovano

a milioni e si tengono nascosti nel fango, ma basta che vedano una

goccia di sangue alla superficie dell’acqua perchè salgano con rapidità

sorprendente. Allora la vittima, sia uomo od animale, non ha più

scampo, poichè quei milioni di denti si mettono all’opera, si piantano

nelle parti carnose del corpo e in pochi istanti penetrano entro,

divorano gli intestini, il cuore, i polmoni, tutto infine. Un minuto o

due, basta a loro per ridurre un uomo allo stato di scheletro.

— Che pesciolini feroci!

— E che ferite tremende producono!

— E spolpano un uomo in così breve tempo?

— Sappi che gl’indiani si servono dei caribi per conservare i loro

morti.

— In qual modo?

— Legano i cadaveri con delle solide corde e li lasciano penzolare

nei fiumi frequentati dai _caribi_. Questi arrivano in grande numero,

divorano la carne e non lasciano che uno scheletro, ma così ben pulito

che un preparatore anatomico non farebbe di meglio. Quegli scheletri

poi vengono conservati entro canestri e sospesi ai rami più alti degli

alberi.

— E sono buoni da mangiarsi, questi _caribi_?

— Eccellenti, giovanotto mio, e gl’indiani li pescano a migliaia, anche

per diminuire il numero di quei pericolosi abitanti dei fiumi. Ecco che

il vento accenna ad aumentare. Buono! Procederemo più rapidamente e ben

presto giungeremo alla cateratta.

La Città dell'Oro · 第 24 / 38 题