Ancora i segnali misteriosi.
Il Meta, come fu detto, è il maggiore degli affluenti del maestoso
Orenoco, poichè la sua larghezza è dieci volte maggiore del nostro Po e
la sua lunghezza tocca quasi gli ottocento chilometri.
Prima del 1800 non conoscevasi che imperfettamente, quantunque fosse
stato più volte visitato dai _conquistadores_ spagnuoli che andavano in
cerca del famoso _Eldorado_; ma dopo le esplorazioni accurate di don
Josè Mandariga, inviato in missione dal governo del Caracas a quello
di Santa Fè di Bogota nel 1811 e dopo le esplorazioni dell’italiano
Grilli, si sa ove nasce ed esattamente ove sbocca.
Esso scende dai dirupati e nevosi fianchi della grande catena delle
Ande al sud di Santa Fè di Bogota, scorre verso l’est-sud-est, poi
piega decisamente all’est formando per un largo tratto il confine
venezuelano e si scarica nell’Orenoco sotto la famosa cascata di Atures
a 6° 15′ di lat. nord e 87° 97′ di long, ovest, dopo d’aver ricevuto
l’Upia, il Cascana, il Crabo, l’Oripaura, il Chire, ed un braccio del
Cassanare.
Le sue acque scendono lente, ma durante l’estate sono coperte da
grandi ondate in causa dei venti impetuosi che lo dominano, e durante
le sue piene diventa pericoloso per le enormi quantità di legname che
trascina.
Solca terre fertilissime, ove il riso dà tre raccolti all’anno, e
foreste immense antiche quanto il mondo, popolate da numerose tribù,
dai Salivi, dagli Accaguè, dai Caveri e sopratutto dai Guaivi, indiani,
questi, assai bellicosi, che resistettero in ogni tempo alle armi degli
spagnuoli e che respinsero sempre i missionari.
Un tempo sulle rive di quel grosso affluente, sorgevano molte missioni
fondate dai frati Agostiniani, ma a poco a poco gl’indiani prima le
abbandonarono, poi le distrussero quasi tutte.
I viaggiatori si erano arrestati all’estremità d’una penisola che si
protendeva sull’Orenoco per parecchie centinaia di metri, dividendolo
dalle acque del Meta. Era quasi scoperta e perciò era stata scelta
ad evitare qualsiasi sorpresa da parte dei misteriosi indiani che
li precedevano; però qua e là, a distanza, crescevano degli alberi
stranissimi, ma che il dottore riconobbe subito per _iriartree
panciute_.
Sono piante curiosissime che hanno un tronco rigonfio, panciuto verso
il centro, alto dai venti ai venticinque metri, ma sostenuto, a tre
metri dal suolo, da parecchie radici le quali scendono dal tronco
dopo che sono sparite quelle normali, affondandosi profondamente
entro terra. Hanno le foglie dentellate, che ricadono in basso come un
vero parapioggia, lunghe dai tre ai quattro metri. Amano la vicinanza
dell’acqua, anzi non soffrono quando la piena del fiume le copre in
gran parte.
Non osando, di notte, affrontare la corrente del Meta che sboccava
irata nell’Orenoco, respingendo le acque di questa fiumana per lungo
tratto e producendo delle ondate che potevano riuscire pericolose, don
Raffaele decise di accamparsi all’estremità di quella penisola.
Dopo la cena tesero le loro comode amache fra le iriartree e
s’addormentarono sotto la guardia di Yaruri a cui spettava il primo
quarto.
Il silenzio non era rotto che dai muggiti delle acque e da qualche
grido emesso da un caimano, il quale si moveva verso l’estremità della
penisola. Gli animali da preda tacevano, forse perchè in quei dintorni
mancavano.
L’indiano, dall’alto della sua amaca, sorvegliava però attentamente
non solo le sponde, ma anche la corrente dei due fiumi. Egli sperava
sempre di poter scoprire i misteriosi indiani, che avevano cercato di
assassinarlo con una freccia avvelenata.
Vegliava da due ore, quando sulla sponda opposta del Meta, lontana
circa due chilometri, scorse un rapido bagliore, poi, attraverso
alle fitte piante, un punto luminoso che ora si allargava e ora
s’impiccioliva.
— Che siano indiani erranti o quelli che ci precedono? — si chiese.
Stette immobile alcuni minuti, cogli sguardi sempre fissi su quel
punto luminoso, poi, non sapendo a quale partito appigliarsi, decise di
svegliare don Raffaele.
Stava per scendere dall’amaca, quando vide il caimano che si
avvoltolava all’estremità della penisola, arrestarsi, poi scendere nel
fiume e tuffarsi rapidamente.
Qualunque altra persona non avrebbe fatto gran caso a quella scomparsa,
ma l’indiano, abituato a notare i più piccoli avvenimenti come tutti i
suoi compatrioti, che vivono in continuo sospetto, trovava che quella
rapida fuga non era naturale.
Si gettò prontamente a terra, afferrò il fucile che don Raffaele gli
aveva dato e si mise a strisciare verso l’estremità della penisola,
tenendosi nascosto dietro ai cespugli che sorgevano qua è là.
Vi era appena giunto, quando vide, a soli cinquanta passi di distanza,
avanzarsi con mille precauzioni, fra le piante acquatiche, un canotto e
muovere diritto verso la scialuppa, la quale era stata ormeggiata alle
radici d’una iriartrea.
Non si poteva distinguere da chi era montato, in causa dell’oscurità
che era profonda ed anche perchè su quel canotto vi avevano gettato
dei rami e delle canne che lo copriva da prua a poppa, in modo che si
sarebbe potuto scambiare per un ammasso di vegetali abbandonati alla
corrente.
— Sono furbi, — mormorò Yaruri. — Fortunatamente io conosco questi
inganni; ma chi saranno? Gli indiani che ci precedono o dei predoni di
fiume che sperano di rubarci la scialuppa?
S’alzò cautamente, armando il fucile. Il canotto, un montaria indiano
a quanto pareva, s’avvicinava sempre mosso da due remi manovrati sotto
l’ammasso di vegetali. Ad un tratto sulla riva opposta, dalla parte ove
brillava il fuoco, echeggiò improvvisamente un grido simile a quello
che emette il tucano.
— Il segnale che abbiamo udito! — esclamò Yaruri.
Il canotto, a quel grido, si era arrestato; poi aveva girato di bordo
riprendendo subito il largo. Yaruri puntò rapidamente il fucile, mirò
meglio che potè e fece fuoco.
Un grido partì sotto ai vegetali, ma il canotto non s’arrestò, anzi
scese la corrente a tutta velocità e sparve fra i boschetti acquatici e
le isolette che ingombravano la foce del fiume.
Quasi contemporaneamente, il fuoco che brillava sulla sponda opposta si
spense.
Don Raffaele ed i suoi compagni, svegliati bruscamente da quello sparo,
si erano precipitati giù dalle amache ed avevano raggiunto l’indiano.
— Su chi hai fatto fuoco? — chiesero.
— Su d’un canotto che s’avvicinava alla scialuppa, — rispose Yaruri.
— Montato da chi?
— Dagli indiani che ci precedono.
— Ne sei certo? — chiese don Raffaele, con viva emozione.
— Sì, perchè ho udito il loro segnale.
— Hai ucciso qualcuno?
— Non lo so, ma ho udito un grido.
— Dov’è il canotto?
— È fuggito verso la foce.
— Bisogna inseguirlo.
— Ma il vento è debole, — osservò Alonzo.
— Non importa; avanti!
Ripiegarono in fretta le amache, sciolsero le vele e presero
prontamente il largo, spingendo la scialuppa fra le onde del Meta. Don
Raffaele ed Alonzo si erano collocati a prua muniti di lunghi remi per
evitare le scogliere ed i banchi sabbiosi, mentre Yaruri si era messo
alla barra.
La corrente del Meta si riversava nell’Orenoco con furia estrema,
respingendo le acque del grande fiume, le quali si sollevavano
in cavalloni altissimi. Si udivano scrosci, e muggiti formidabili
echeggiare per ogni dove, mentre s’alzava una nebbia umidissima che
ricadeva poi sotto forma di pioggia.
Don Raffaele ed i suoi compagni aguzzavano gli orecchi e gli occhi
colla speranza di udire ancora il segnale o di scoprire il canotto,
ma invano. Lo strepito della corrente copriva qualunque altro rumore
e l’oscurità era troppo profonda per poter scorgere una piccola
imbarcazione, fra tutte quelle isole e quegli isolotti boscosi che si
stendevano dinanzi alla foce per un grande tratto.
— Che si siano nascosti dietro a qualche isola? — chiese Alonzo a don
Raffaele.
— Tanto meglio, — rispose questi. — Rimasti dietro di noi, più nulla
avremmo da temere.
— Quanta ostinazione in quegli uomini!
— Hanno interesse a mantenere celato il secolare segreto della Città
dell’oro.
— Ma cosa vorrebbero fare?
— Non li hai compresi? Avvertire i loro compatrioti sullo scopo del
nostro viaggio e prepararli a respingerci.
— Allora bisogna lasciarli indietro. Mi stupisce però come ci abbiano
preceduti mentre noi abbiamo le vele.
— Credi che anche loro non approfittino del vento? Se non hanno
veramente delle vele, piantano a prua dei rami fitti o delle grandi
foglie per raccogliere il vento e lavorano contemporaneamente coi remi.
Tutti gl’indiani dell’Orenoco sono famosi ed instancabili battellieri e
non si lasciano vincere da nessuno.
— Ma penso, cugino, che anche lasciando indietro quegli indiani,
possono sorpassarci durante le nostre fermate notturne.
— Non ci fermeremo più, Alonzo. Oh!...
— Cosa vedi?
— Un punto luminoso dinanzi a noi e che fugge rapidamente.
— Il canotto?
— Forse.
— O qualche banda di moscas de luz?
— Yaruri, — disse don Raffaele, — scorgi quel punto luminoso che solca
le acque?
— Sì, padrone.
— Cosa credi che sia?
— Una torcia accesa in un canotto.
— I furfanti ci sfuggono!
— Sono spariti, — disse Alonzo.
Infatti quel punto luminoso si era improvvisamente spento e più nulla
scorgevasi sull’oscura superficie del fiume.
— Spero un giorno di raggiungerli, — disse don Raffaele, con rabbia
concentrata. — Sopra le cateratte troveremo un vento più vigoroso e
allora li sfido a precederci.
La scialuppa, che navigava colla rapidità di quattro miglia all’ora,
continuò la caccia tutta la notte, ma senza successo, poichè quando
l’alba spuntò nessun canotto appariva sulle acque della fiumana.
Non si scoraggiarono però e continuarono a navigare favoriti dal vento,
il quale però non soffiava regolarmente.
Verso le dieci del mattino, Yaruri, che da qualche tempo osservava
l’acqua, disse:
— Badate alle mani!... Chi le immerge, corre il pericolo di perderle.
— Vi sono dei caimani? — chiese Alonzo.
— Peggio che peggio, — disse il dottore, che aveva gettato uno sguardo
sulla corrente. — Vi sono i caribi.
— Cosa sono?
— Guardali.
Alonzo si curvò sul bordo della scialuppa e scorse in acqua dei
battaglioni di pesciolini di colore argenteo ed azzurro, che salivano
dal fondo fangoso del fiume.
— Sono quei pesciolini che vi fanno paura? — chiese egli, alzando le
spalle.
— Sì, Alonzo, e ti assicuro che sono peggiori dei caimani.
— Così piccoli! Eh, via! Volete scherzare?
— Quei pesciolini ti mangerebbero come se tu fossi una semplice
bistecca. Come vedi non sono lunghi che pochi centimetri, ma hanno dei
denti triangolari taglienti come rasoi, e tale forza nelle mascelle da
intaccare il cuoio più duro.
— È incredibile, dottore.
— Eppure è vero. In quasi tutti i fiumi dell’America del Sud si trovano
a milioni e si tengono nascosti nel fango, ma basta che vedano una
goccia di sangue alla superficie dell’acqua perchè salgano con rapidità
sorprendente. Allora la vittima, sia uomo od animale, non ha più
scampo, poichè quei milioni di denti si mettono all’opera, si piantano
nelle parti carnose del corpo e in pochi istanti penetrano entro,
divorano gli intestini, il cuore, i polmoni, tutto infine. Un minuto o
due, basta a loro per ridurre un uomo allo stato di scheletro.
— Che pesciolini feroci!
— E che ferite tremende producono!
— E spolpano un uomo in così breve tempo?
— Sappi che gl’indiani si servono dei caribi per conservare i loro
morti.
— In qual modo?
— Legano i cadaveri con delle solide corde e li lasciano penzolare
nei fiumi frequentati dai _caribi_. Questi arrivano in grande numero,
divorano la carne e non lasciano che uno scheletro, ma così ben pulito
che un preparatore anatomico non farebbe di meglio. Quegli scheletri
poi vengono conservati entro canestri e sospesi ai rami più alti degli
alberi.
— E sono buoni da mangiarsi, questi _caribi_?
— Eccellenti, giovanotto mio, e gl’indiani li pescano a migliaia, anche
per diminuire il numero di quei pericolosi abitanti dei fiumi. Ecco che
il vento accenna ad aumentare. Buono! Procederemo più rapidamente e ben
presto giungeremo alla cateratta.