Un animale, lungo dodici piedi, si agitava dinanzi alla scialuppa.
Somigliava ad una foca, ma aveva la testa piuttosto allungata
che arrotondata, fornita d’un pelame lungo che somigliava ad una
capigliatura, occhi neri e vivaci, col petto fornito di grosse mammelle
che gli davano l’aspetto d’una di quelle sirene inventate dagli
antichi; il corpo simile a quello dei pesci, ma con due pinne lunghe e
strette che si potevano scambiare per vere braccia, ed una coda larga.
L’acqua attorno era rossa di sangue, e ciò indicava che era stato
ferito, e forse gravemente, dallo sperone acuto dell’imbarcazione.
Al grido lanciato dal dottore, Yaruri, che pareva avesse riacquistato
prontamente le sue forze, si era lanciato a prora, stringendo nella
destra una pesante ed affilata scure.
L’arma scese rapida sul cranio del gigantesco pesce, penetrando
profondamente nella materia cerebrale, mentre i tre bianchi scaricavano
simultaneamente le carabine.
Il lamantino, colpito a morte, fece un balzo terribile uscendo quasi
tutto intero dall’acqua, poi si tuffò lasciando alla superficie un
cerchio di sangue.
— Perduto? — gridò Alonzo.
— No, è nostro, — rispose Yaruri.
— Quale quantità di carne deliziosa! — esclamò don Raffaele.
— Eccolo! — grido il dottore.
Il lamantino ricompariva alla superficie, insanguinando le acque.
Sbuffava, lanciava rauchi suoni, dibatteva febbrilmente la larga coda e
le pinne pettorali, si sollevava, si rituffava e si contorceva come se
cercasse di sbarazzarsi delle palle che portava nel corpo.
— Un’altra scarica! — comandò don Raffaele. — Questi mammiferi hanno la
vita dura.
Tre altre detonazioni rimbombarono formando uno sparo solo. Il
lamantino, nuovamente colpito, fece un ultimo e più disperato balzo,
poi si distese senza vita e s’abbandonò, semi-sommerso, alla corrente.
La scialuppa, spinta innanzi, lo raggiunse e Yaruri, con una solida
fune, l’ormeggiò a tribordo.
— Ecco ottocento chilogrammi di carne succolenta, guadagnata in cinque
minuti, — disse il dottore.
— Ma che giungono in un brutto momento, Velasco, — disse don Raffaele.
— Non dimentichiamo gl’indiani che ci precedono.
— E vuoi abbandonare tutta questa carne ai caimani?
— Non possiamo perdere tempo. Ne leveremo un bel pezzo e ne avremo
abbastanza. All’opera, Yaruri.
— Ma è proprio squisita quella carne? — chiese Alonzo.
— Ha il gusto di quella del maiale, — rispose il dottore.
— Ma che animali sono questi lamantini? Pesci forse?
— No, mammiferi come le foche e le balene.
— E si trovano solamente nei fiumi?
— Sì, Alonzo, e specialmente in questo. Una volta erano numerosi,
ma sono stati distrutti ed ora non si trovano più che sui fiumi
dell’America centrale, specialmente nel rii dell’Honduras, sul
Sciamelicon, l’Ulua, Patuca, Tinco, Aquan, nell’Orenoco, specialmente
sotto le cateratte, nel Meta, nell’Appure, presso le due isole Carrigal
e Conserva e nell’Amazzone. Anticamente però non doveva essere raro
nei fiumi europei e dell’Africa settentrionale, poichè si crede, e con
ragione, che le antiche sirene non siano state altro che lamantini.
Infatti, non ti sembra che questo lamantino colle sue mammelle, col suo
pelo che porta sul capo e pare una capigliatura, e colle sue pinne che
sembrano braccia autentiche, si possa scambiare per una donna marina?
— È vero, dottore. Ma di cosa si nutrono questi mammiferi?
— Di alghe, di piante acquatiche insomma.
— Non sono adunque carnivori.
— No.
— Ve ne sono anche di più grandi?
— Si ritiene generalmente che i lamantini non possano raggiungere il
loro pieno sviluppo, in causa della caccia accanita che fanno a loro
gl’indiani, i quali sono ghiottissimi della loro carne. Se ne trovano
però di quelli lunghi perfino sette metri.
— Sono feroci?
— Niente affatto, poichè si possono anche ammaestrare. Due viaggiatori
che vissero nel secolo scorso, narrano che un lamantino era così
affezionato al suo padrone, che quando questi lo chiamava usciva
dall’acqua e portava perfino delle persone sul dorso. Io so poi che
un tedesco e mio amico, certo Kapplar, che dimorava al Surinam, ne
possedeva uno piccolo che gli era pure affezionatissimo e che accorreva
per accarezzarlo e porglisi perfino sulle ginocchia. Il giardino
zoologico di Londra volle acquistarlo, ma durante la traversata
dell’Atlantico il mammifero morì.
— I lamantini possono adunque uscire anche dall’acqua?
— Sì, ma fuori del loro elemento pare che perdano totalmente la facoltà
dell’udito e che ci vedano pochissimo. Ecco Yaruri che ha finito
l’operazione. Mi rincresce dover abbandonare tanta carne ai voraci
caimani.
— Ne troveremo degli altri, Velasco, — disse don Raffaele. — Mi hanno
detto che alla foce del Meta se ne trovano a branchi. Alla barra,
Yaruri.
Orientate le vele, la scialuppa riprese la corsa risalendo la grande
fiumana, le cui acque scendevano sempre con l’eguale lentezza, avendo
il letto dell’Orenoco una pendenza minima in tutto il suo corso
immenso.
Le foreste si succedevano alle foreste su ambe le rive, popolate da
miriadi di uccelli d’ogni specie. Si vedevano bande di pappagalli colle
penne variopinte che brillavano al sole come se quei volatili fossero
cosparsi di smeraldi, di topazii, di rubini e di turchesi; numerose
coppie di bellissimi avoltoi reali, di canindè colle ali turchine ed
il petto giallo, di componga, uccelli bianchi che rompono il maestoso
silenzio delle foresti vergini all’alba ed al vespro, lanciando un
grido potente e che odesi a tre miglia di distanza, distinto come lo
squillo d’una campana o il battito dell’incudine, e perciò chiamati
campanari o fabbri; poi stormi infiniti di _gambagira_, di _teù_, di
_japù_ e di _piassoca_, i quali se ne stavano gravemente allineati
sulle sponde, ritti sulle loro lunghe gambe.
Anche le scimmie non mancavano, ma quasi tutte appartenenti alla specie
conosciuta col nome di _sachi_, del genere _piterecia_. Sono brutte,
col pelame nero, colla testa coperta da una specie di capigliatura che
cade loro sulla fronte, rotonda e somigliante a quella d’un vecchio
negro, col viso ornato di una specie di barba ed una coda lunga,
villosa, somigliante a quella delle volpi.
Vi erano però altre scimmie del genere _piterecia melanocephala_,
simili alle prime, ma senza barba e col pelame bruno-giallognolo. Sono
voracissime, infingarde, paurose, e vivono in grossi branchi sotto la
direzione dei maschi più vecchi e più robusti.
Verso il mezzodì, dopo d’aver percorso una trentina di miglia, i
viaggiatori s’arrestarono presso la foce d’un fiumicello per prepararvi
il pranzo. Avevano appena acceso il fuoco, quando videro avanzarsi
verso di loro, senza la minima diffidenza, parecchi uccelli colle penne
nere, il becco corto sormontato da un soprabecco, strano, che dava
loro un aspetto tutt’altro che attraente, e forniti d’una coda lunga e
larga. Quei volatili si misero a ronzare attorno al fuoco, beccando qua
e là le erbe per cercare i bruchi.
— Questa è strana! — esclamò Alonzo, stupito. — Si sono mai veduti
degli uccelli così poco diffidenti? se allungo una mano posso
prenderli.
— E se tu scarichi su di loro il tuo fucile, vedresti che si lasciano
ammazzare senza fuggire, — disse il dottore.
— Ma che uccelli sono?
— Si chiamano _Ani_ o meglio, per la loro bruttezza, uccelli diavolo.
Sono così poco diffidenti che non temono l’uomo e si godono a vivere in
buona armonia con tutti, perfino cogli animali.
— Anche cogli animali?
— Sì, ma non feroci. Se vedono dei branchi di buoi, li raggiungono
tosto, si posano famigliarmente sul dorso di quei ruminanti e si
mettono a sbarazzarli degl’insetti parassiti.
— E vivono in società questi uccelli?
— Sì, Alonzo. Si uniscono in quindici o venti fra maschi e femmine e
vivono nella migliore armonia, volando e cantando assieme. Anche i loro
nidi li costruiscono in comune.
— E vanno d’accordo le femmine?
— Pienamente.... ma, guarda laggiù, su quel cespuglio.
Alonzo guardò nella direzione indicata e vide sulla cima una specie
di vaso coi margini rialzati, con una circonferenza di circa quattro
piedi, costruito con pagliuzze di piante filamentose e con rami, ma
intrecciati con poca arte, quantunque solidamente. Sopra quel vaso si
scorgevano dieci o dodici uccelli occupati a covare gli uni vicini agli
altri.
— Un nido di _ani_? — chiese Alonzo.
— Sì, giovanotto mio, — rispose il dottore.
— Ma non si mescolano le uova, trovandosi così unite?
— Talvolta, ma quelle brave madri non se ne danno per intese, anzitutto
cercano di allungare le ali più che possono, per riparare le uova delle
vicine.
— Quale ammirabile accordo! E quando i piccini sono nati?
— Le madri nutriscono tutti indistintamente. È cosa certa che ognuna
riconosce i propri figli; ma prima di pensare a loro, dà l’imbeccata ai
più affamati delle altre, perchè sa che le compagne faranno altrettanto
con tutti.
— Ah i bravi e buoni uccelli! Se gli uomini ne imitassero l’esempio!...
Volevo abbattere alcuni di questi volatili, ma ora vi rinunzio,
dottore, sarebbe una cattiva azione.
— Hai ragione, giovanotto.
Alle due, dopo una breve dormita all’ombra delle grandi palme, si
rimettevano alla vela volendo, prima del tramonto, giungere alla foce
del Meta che è il più grande affluente dell’Orenoco.
Le sponde tendevano a cambiare. Le grandi foreste si diradavano
rapidamente ed apparivano delle terre basse, paludose, coperte in parte
da acque pesanti, oscure, esalanti miasmi micidiali. Erano le _pripris_
o meglio le savanne tremanti, paludi senza fondo, ma coperte d’un
terriccio mobile che inghiotte l’uomo che osa affidarsi su quei terreni
acquatici. In mezzo a quelle acque nerastre, si vedevano contorcersi
di quando in quando dei lunghi serpenti d’acqua e dei gimnoti, specie
d’anguille che lanciano, sugli imprudenti che osano avvicinarle, delle
scariche elettriche così potenti da rovesciarli e da paralizzarli
per qualche ora. Sopra quelle pericolose paludi si vedevano invece
volteggiare, un grande numero di _bernacle_, specie di oche selvatiche
col dorso variegato di nero, la coda, il collo, ed il petto nero e la
testa bianca. Anche questi volatili non temono l’uomo, anzi si posano
sulla capanna degli indiani e vegliano meglio forse dei cani, gridando
a piena gola quando s’avvicina qualche sconosciuto.
Verso le sette di sera, nel momento in cui il sole stava per
nascondersi dietro alle foreste della sponda sinistra, la scialuppa,
dopo aver vinta la rapida corrente che si rovesciava nell’Orenoco col
fragore del tuono, giungeva alla foce del Meta.