IX.

Una freccia mortale.

I giorni seguenti, volendo affrettare la marcia per giungere alle

grandi cateratte prima che il fiume toccasse la massima piena, avendo

già da tre mesi cominciato il suo periodico innalzamento, navigarono

quasi senza interruzione, non facendo che brevissime fermate per

procacciarsi un po’ di carne fresca.

Più nulla di straordinario era accaduto. Degli indiani armati di fucile

nulla avevano saputo, non avendoli più veduti, nè avendo incontrato

nessun’altra banda di Ottomachi, sicchè li avevano dimenticati. Avevano

invece superate le foci di numerosi e grossi fiumi che si riversavano

con grande impeto nella grande fiumana.

Avevano già oltrepassato il Maciapure, grosso affluente di destra,

che gli indiani chiamano Amarapuri, noto soltanto per una gigantesca

cascata situata presso la sua sorgente, ma che produce tale fracasso da

udirsi perfino alla foce; poi il Suapure più sotto, grosso affluente

pieno di cascate e di passi assai pericolosi, che bagna un paese

ricchissimo di mele selvatiche ed abitato dalla tribù dei Pafechi;

quindi il Pao, il Cauxi, il Vacari, il Sinaruco, il Capure che viene

considerato da taluni come un ramo del Meta e pel quale sarebbe disceso

Barreo, il primo dei conquistatori spagnuoli che tentò d’impadronirsi

di quella immensa e ricca regione.

Dieci giorni dopo la loro partenza dalla piantagione, toccavano la foce

del Cassanare, grande fiume che scaricasi nell’Orenoco venti leghe a

settentrione del Meta, che si può navigare un mese intero senza toccare

le sue sorgenti e che bagna un paese dei più fertili della Columbia.

Un tempo le sue sponde erano gremite di borgate erette dai gesuiti,

ma gl’indiani ben presto le disertarono per ritornare all’antica vita

selvaggia, ben più cara a loro della vita civile e sedentaria.

Anche sulle sponde dei fiumi vicini, sull’Urupi che lanciasi

nell’Orenoco da una rupe altissima detta la Tigre, e sul Sinaruco, nel

diciassettesimo secolo i gesuiti avevano raccolto in borgate le tribù

dei Cirecoi e degli Jaruri, ma anche quelle ben presto scomparvero per

opera della potente tribù dei Caribbi che già distrusse, nello scorso

secolo, un grande numero di nazioni orenochesi, fino a che, a sua

volta, venne poi fiaccata e per sempre, dalle grandi tribù alleate dei

Caveri e dei Guipunavi.

Essendo la foce del Cassanare deserta e mancando la brezza, don

Raffaele decise di arrestarsi una giornata per dare un po’ di riposo ai

compagni ed anche per rifornirsi di carne fresca. Non voleva toccare le

provviste di riserva che potevano diventare indispensabili durante la

grande piena, nel caso che dovessero trovarsi, in quell’epoca, ancora

sul fiume gigante.

Il luogo scelto per l’accampamento era l’estremità d’una penisola

che divideva i due fiumi, ombreggiata da alcuni gruppi di candelabri

(_curopia_), strani alberi, curiosissimi per la regolare disposizione

dei loro rami e per le tinte argentine delle foglie e che producono

frutti grossi quanto quelli degli alberi del pane, ma di forma più

cilindrica.

Ancorata la scialuppa sulla sponda e assicurata solidamente per

impedire alle correnti di trascinarla via, i viaggiatori tesero fra i

rami degli alberi le loro comode amache per preservarsi dai serpenti

che sono numerosissimi in quelle regioni.

Essendo già il sole prossimo al tramonto, rimandarono la battuta dei

boschi all’indomani, contentandosi per quella sera d’un arrosto di

pappagalli.

Erano in procinto di spegnere il fuoco per non attirare l’attenzione

di qualche tribù d’indiani, persone più da temere che da avvicinare,

quando l’acuto udito dell’indiano fu colpito da un legger rumore che

si udiva in mezzo alle piante di legno cannone che costeggiavano una

piccola palude non ancora visitata.

— Là, — diss’egli stendendo il braccio verso la palude.

— Uomo od animale? — chiese don Raffaele.

— Animale, — rispose l’indiano, sempre avaro di parole.

— È per te, Alonzo, disse il piantatore.

— Quando si tratta di procurarci delle bistecche, sono sempre pronto, —

rispose il giovanotto.

— Purchè non siano di giaguaro, — disse il dottore. — In tal caso, te

le lascio, poichè, oltre essere pericolose a guadagnarsi, puzzano di

selvatico.

— Molti animali, — disse Yaruri, — che ascoltava sempre.

— Vieni, Yaruri, — disse Alonzo.

L’indiano si armò della sua cerbottana e di tre freccie e seguì il

giovane cacciatore il quale si era già messo in cammino.

Faceva ancora abbastanza chiaro per poter distinguere la selvaggina,

non essendo il sole ancora del tutto tramontato. Bisognava però

affrettarsi, poichè sotto l’equatore il crepuscolo è di breve durata.

Procedendo rapidamente, pur con precauzione, in pochi minuti l’indiano

ed Alonzo raggiunsero il margine della palude, la quale aveva una

estensione notevole. Colà giunti videro che le piante di legno cannone

si muovevano a circa quattrocento passi da loro, verso l’estremità

della grande foresta che si stendeva sulle sponde dei due fiumi.

— Credo che siano tapiri, — disse Yaruri.

— Che animali sono? — chiese Alonzo.

— Grossi molto, ma la loro carne è un po’ coriacea.

— Sono pericolosi?

— Niente affatto.

— Allora li uccideremo più facilmente.

Approfittando degli ultimi bagliori del crepuscolo, girarono la palude

e giunsero là dove si agitavano i fusti lucenti del legno cannone.

Un animale grosso come un vitello, ma col corpo male tagliato che

rassomigliava a quello d’un maiale, con un muso allungato che terminava

in una piccola proboscide, colla pelle rugosa come quella degli

ippopotami e coperta di peli fini e radi sul dorso, ma più fitti sul

collo e presso la coda, era occupato a masticare molto rumorosamente

delle radici che cercava sott’acqua.

— Non mi ero ingannato, — disse Yaruri. — È un tapiro.

— Lo uccido con una palla nel cranio, — disse Alonzo.

Aveva già alzato il fucile, quando l’indiano glielo abbassò.

— Cos’hai? — chiese il giovanotto, sorpreso.

— Guarda!

— Non vedo nulla.

— Dietro al tapiro.

Alonzo alzò gli occhi e vide un oggetto nero lungo lungo, grosso come

la coscia d’un uomo, sorgere dalla palude dietro al tapiro ed avanzarsi

silenziosamente.

— Un serpente? — chiese Alonzo, rabbrividendo.

— Sì.

— Preferisco uccidere il serpente.

— È inutile.

— Perchè?

— Lo ucciderà il tapiro.

— Tu vuoi burlarmi. Nessun animale resiste alle strette terribili di

quei serpenti d’acqua.

— Yaruri ha veduto i tapiri uccidere i serpenti. Guarda!...

Il serpente, un enorme boa acquatico, che doveva misurare l’incredibile

lunghezza di dodici o tredici metri, si era rapidamente disteso ed in

un baleno aveva stretta la vittima fra le sue potenti spire.

È noto che i boa, sia il _constrictor_ che vive nelle regioni aride ed

infuocate dell’America del Sud, come il _scitale_ o _anaconda_ che vive

nelle paludi o lungo i fiumi, posseggono tale forza da stritolare, fra

le loro anella, perfino i buoi. Nondimeno il tapiro, pur sentendosi a

stringere, non sembrava per nulla spaventato.

Alonzo, che non lo perdeva di vista, lo vide ad un tratto impicciolirsi

come se avesse emessa tutta l’aria che aveva nei polmoni, per gonfiarsi

rapidamente e diventare una volta e mezza più grosso di prima. Il boa,

che aveva stretto le anella, non ebbe il tempo di svolgerle. Si udì

uno scricchiolìo come se la colonna vertebrale fosse stata bruscamente

distaccata, poi il gigantesco serpente svincolò la coda e cadde al

suolo come un pacco di biancheria umida.

— Il furbo! — esclamò una voce dietro ad Alonzo.

Era il dottore che li aveva raggiunti per vedere con quale specie di

selvaggina avevano da fare.

— Ma ora gli mando una palla, — disse Alonzo.

— È inutile, giovanotto, non ne vale la pena. Quel povero tapiro

è affatto inoffensivo e la sua carne è così secca e di gusto così

sgradevole, che persino certe tribù indiane la sdegnano. Lascialo

andare, chè si è meritata l’esistenza.

— Pure mi hanno detto che gl’indiani lo cacciano attivamente.

— Sì, ma per averne la pelle, la quale, essendo molto resistente, serve

per fabbricare scudi e delle ottime scarpe.

— Ma che animali sono questi tapiri? Che esistenza conducono? Non sono

carnivori?

— Sono solitarii, di umore piuttosto malinconico e niente affatto

carnivori; perciò inoffensivi. Vivono isolati in fondo alle più folte

foreste che non abbandonano che al tramonto per recarsi nelle paludi.

Talvolta però, durante i giorni piovosi, escono anche di giorno,

ma di rado però. Sono dei veri anfibi, poichè prediligono l’acqua e

vi s’immergono con facilità per cercare il loro nutrimento il quale

consiste in radici acquatiche che scavano con quella corta proboscide

che tu vedi mobilissima.

— È vero, dottore, che i tapiri formano delle strade in mezzo ai boschi?

— Sì, Alonzo. Facendo sempre la medesima via dal loro covo alla

palude più vicina e così pure nel ritorno, senza mai deviare d’una

linea, finiscono col tracciare in mezzo ai boschi dei veri sentieri

che diventano molto pericolosi per loro, poichè i cacciatori ne

approfittano per trovare i covi degli animali.

— Somigliano ai porci per abitudini? Vedo che quel tapiro si diverte ad

avvoltolarsi nel fango come un vero maiale.

— T’inganni, poichè invece sono assai puliti. Quando si sarà bene

inzaccherato di fango si laverà per bene.

— Ma ditemi, dottore, come ha fatto a uccidere quel serpente?

— Quel boa acquatico?... È un modo che i soli tapiri possono usare,

poichè quegli _anaconda_, così si chiamano quei pericolosi serpenti,

posseggono tale forza da stritolare perfino i giaguari. Avendo i tapiri

dei polmoni enormi, appena si sentono afferrare emettono tutta l’aria

diventando più piccini. I serpenti ne approfittano per stringere di

più, ma allora gli altri riempiono rapidamente i polmoni, si gonfiano

d’un tratto e in tal modo spezzano gli anelli vertebrali dei nemici.

— Un sistema molto curioso.

— Ma molto utile, lo hai veduto, Alonzo, e se....

Un grido acuto echeggiato in mezzo alla cupa foresta, gli tagliò la

frase. Era ancora quel grido enigmatico, strano, che avevano già udito

e che rassomigliava a quello del tucano, ma assai più potente.

Yaruri era balzato innanzi emettendo una sorda esclamazione.

— Ancora! — disse il dottore, aggrottando la fronte.

— Ma è un segnale adunque? — chiese Alonzo.

— Sì, un segnale, — disse Velasco.

— Qualcuno adunque ci segue o ci precede.

— Lo temo, Alonzo.

— Ma che non si possa scoprirlo?

— Chi lo troverebbe in mezzo a queste foreste oscure?

— Ma domani farà chiaro e cercheremo l’autore o gli autori di questi

segnali.

— Se questa notte non fuggiranno.

— Sorveglieremo le sponde del fiume.

Yaruri era tornato verso di loro: era inquieto ed in preda ad una viva

emozione.

— Hai veduto nulla? — gli chiese Velasco.

— No.

— Ma chi credi che siano?

— Un indiano tutto non può sapere.

— Ritorniamo all’accampamento, — disse Alonzo. — Non è prudente

lasciare solo mio cugino.

— Hai ragione, Alonzo.

Si misero in cammino costeggiando la palude, tenendo in mano le armi

per essere pronti a respingere qualunque aggressione.

Avevano già percorso duecento passi, quando Yaruri s’arrestò

bruscamente. Un uccello si era alzato rumorosamente, forse un grosso

pappagallo od una arà, emettendo un grido di spavento.

Si era levato a trenta o quaranta passi di distanza verso la loro

destra.

Ad un tratto si udì un sibilo appena percettibile ed un cannello adorno

all’estremità d’un piccolo tappo di midolla di legno cannone, andò

a piantarsi nel tronco d’una palma, a due soli pollici dal capo di

Yaruri.

— Una freccia! — aveva esclamato il dottore. — Fuoco, Alonzo.

Fecero fuoco a casaccio verso la direzione ove era venuto quel

messaggero di morte. Appena cessate le due detonazioni, udirono uno

spezzarsi di rami, poi più nulla.

L’indiano si era scagliato in mezzo alla foresta brandendo la sua

cerbottana, ma si era subito trovato dinanzi ad una muraglia di verzura

così fitta e così irta di spine, che aveva dovuto arrestarsi e tornare

indietro.

Staccò la freccia che era formata d’un leggero cannello terminante in

un’acuta spina e se la mise sulle labbra.

— È intinta nel _curare_, — diss’egli, sputando.

— Ma ti avveleni! — esclamò Alonzo.

— Non temere, — disse il dottore. — Il _curare_ è mortale solamente

se si mescola al sangue dell’uomo colpito, ma si può assaggiarlo

impunemente.

— Era destinata a noi quella freccia?

— A Yaruri, — disse il dottore. — Gl’indiani non falliscono mai e se

l’avessero destinata a noi, saremmo stati colpiti. Fortunatamente il

nostro indiano ha udito il sibilo a tempo ed ha potuto evitarla.

— Qualcuno adunque ha interesse a sopprimere Yaruri?

— Così la penso anch’io.

— Ma a quale scopo? Perchè lui invece di noi?

— Per privarci della guida che ci conduce alla città dell’oro; tale è

il mio sospetto. Affrettiamoci a ritornare prima che ci piova addosso

qualche altra freccia.

Si ripiegarono in fretta verso la sponda dove trovarono don Raffaele

assai inquieto ed in procinto di raggiungerli. Informato di ciò che

era avvenuto, approvò la proposta del dottore di vegliare attentamente

sul fiume e l’indomani battere la foresta per cercar di scoprire quei

nemici misteriosi.

La Città dell'Oro · 第 16 / 38 题