Una freccia mortale.
I giorni seguenti, volendo affrettare la marcia per giungere alle
grandi cateratte prima che il fiume toccasse la massima piena, avendo
già da tre mesi cominciato il suo periodico innalzamento, navigarono
quasi senza interruzione, non facendo che brevissime fermate per
procacciarsi un po’ di carne fresca.
Più nulla di straordinario era accaduto. Degli indiani armati di fucile
nulla avevano saputo, non avendoli più veduti, nè avendo incontrato
nessun’altra banda di Ottomachi, sicchè li avevano dimenticati. Avevano
invece superate le foci di numerosi e grossi fiumi che si riversavano
con grande impeto nella grande fiumana.
Avevano già oltrepassato il Maciapure, grosso affluente di destra,
che gli indiani chiamano Amarapuri, noto soltanto per una gigantesca
cascata situata presso la sua sorgente, ma che produce tale fracasso da
udirsi perfino alla foce; poi il Suapure più sotto, grosso affluente
pieno di cascate e di passi assai pericolosi, che bagna un paese
ricchissimo di mele selvatiche ed abitato dalla tribù dei Pafechi;
quindi il Pao, il Cauxi, il Vacari, il Sinaruco, il Capure che viene
considerato da taluni come un ramo del Meta e pel quale sarebbe disceso
Barreo, il primo dei conquistatori spagnuoli che tentò d’impadronirsi
di quella immensa e ricca regione.
Dieci giorni dopo la loro partenza dalla piantagione, toccavano la foce
del Cassanare, grande fiume che scaricasi nell’Orenoco venti leghe a
settentrione del Meta, che si può navigare un mese intero senza toccare
le sue sorgenti e che bagna un paese dei più fertili della Columbia.
Un tempo le sue sponde erano gremite di borgate erette dai gesuiti,
ma gl’indiani ben presto le disertarono per ritornare all’antica vita
selvaggia, ben più cara a loro della vita civile e sedentaria.
Anche sulle sponde dei fiumi vicini, sull’Urupi che lanciasi
nell’Orenoco da una rupe altissima detta la Tigre, e sul Sinaruco, nel
diciassettesimo secolo i gesuiti avevano raccolto in borgate le tribù
dei Cirecoi e degli Jaruri, ma anche quelle ben presto scomparvero per
opera della potente tribù dei Caribbi che già distrusse, nello scorso
secolo, un grande numero di nazioni orenochesi, fino a che, a sua
volta, venne poi fiaccata e per sempre, dalle grandi tribù alleate dei
Caveri e dei Guipunavi.
Essendo la foce del Cassanare deserta e mancando la brezza, don
Raffaele decise di arrestarsi una giornata per dare un po’ di riposo ai
compagni ed anche per rifornirsi di carne fresca. Non voleva toccare le
provviste di riserva che potevano diventare indispensabili durante la
grande piena, nel caso che dovessero trovarsi, in quell’epoca, ancora
sul fiume gigante.
Il luogo scelto per l’accampamento era l’estremità d’una penisola
che divideva i due fiumi, ombreggiata da alcuni gruppi di candelabri
(_curopia_), strani alberi, curiosissimi per la regolare disposizione
dei loro rami e per le tinte argentine delle foglie e che producono
frutti grossi quanto quelli degli alberi del pane, ma di forma più
cilindrica.
Ancorata la scialuppa sulla sponda e assicurata solidamente per
impedire alle correnti di trascinarla via, i viaggiatori tesero fra i
rami degli alberi le loro comode amache per preservarsi dai serpenti
che sono numerosissimi in quelle regioni.
Essendo già il sole prossimo al tramonto, rimandarono la battuta dei
boschi all’indomani, contentandosi per quella sera d’un arrosto di
pappagalli.
Erano in procinto di spegnere il fuoco per non attirare l’attenzione
di qualche tribù d’indiani, persone più da temere che da avvicinare,
quando l’acuto udito dell’indiano fu colpito da un legger rumore che
si udiva in mezzo alle piante di legno cannone che costeggiavano una
piccola palude non ancora visitata.
— Là, — diss’egli stendendo il braccio verso la palude.
— Uomo od animale? — chiese don Raffaele.
— Animale, — rispose l’indiano, sempre avaro di parole.
— È per te, Alonzo, disse il piantatore.
— Quando si tratta di procurarci delle bistecche, sono sempre pronto, —
rispose il giovanotto.
— Purchè non siano di giaguaro, — disse il dottore. — In tal caso, te
le lascio, poichè, oltre essere pericolose a guadagnarsi, puzzano di
selvatico.
— Molti animali, — disse Yaruri, — che ascoltava sempre.
— Vieni, Yaruri, — disse Alonzo.
L’indiano si armò della sua cerbottana e di tre freccie e seguì il
giovane cacciatore il quale si era già messo in cammino.
Faceva ancora abbastanza chiaro per poter distinguere la selvaggina,
non essendo il sole ancora del tutto tramontato. Bisognava però
affrettarsi, poichè sotto l’equatore il crepuscolo è di breve durata.
Procedendo rapidamente, pur con precauzione, in pochi minuti l’indiano
ed Alonzo raggiunsero il margine della palude, la quale aveva una
estensione notevole. Colà giunti videro che le piante di legno cannone
si muovevano a circa quattrocento passi da loro, verso l’estremità
della grande foresta che si stendeva sulle sponde dei due fiumi.
— Credo che siano tapiri, — disse Yaruri.
— Che animali sono? — chiese Alonzo.
— Grossi molto, ma la loro carne è un po’ coriacea.
— Sono pericolosi?
— Niente affatto.
— Allora li uccideremo più facilmente.
Approfittando degli ultimi bagliori del crepuscolo, girarono la palude
e giunsero là dove si agitavano i fusti lucenti del legno cannone.
Un animale grosso come un vitello, ma col corpo male tagliato che
rassomigliava a quello d’un maiale, con un muso allungato che terminava
in una piccola proboscide, colla pelle rugosa come quella degli
ippopotami e coperta di peli fini e radi sul dorso, ma più fitti sul
collo e presso la coda, era occupato a masticare molto rumorosamente
delle radici che cercava sott’acqua.
— Non mi ero ingannato, — disse Yaruri. — È un tapiro.
— Lo uccido con una palla nel cranio, — disse Alonzo.
Aveva già alzato il fucile, quando l’indiano glielo abbassò.
— Cos’hai? — chiese il giovanotto, sorpreso.
— Guarda!
— Non vedo nulla.
— Dietro al tapiro.
Alonzo alzò gli occhi e vide un oggetto nero lungo lungo, grosso come
la coscia d’un uomo, sorgere dalla palude dietro al tapiro ed avanzarsi
silenziosamente.
— Un serpente? — chiese Alonzo, rabbrividendo.
— Sì.
— Preferisco uccidere il serpente.
— È inutile.
— Perchè?
— Lo ucciderà il tapiro.
— Tu vuoi burlarmi. Nessun animale resiste alle strette terribili di
quei serpenti d’acqua.
— Yaruri ha veduto i tapiri uccidere i serpenti. Guarda!...
Il serpente, un enorme boa acquatico, che doveva misurare l’incredibile
lunghezza di dodici o tredici metri, si era rapidamente disteso ed in
un baleno aveva stretta la vittima fra le sue potenti spire.
È noto che i boa, sia il _constrictor_ che vive nelle regioni aride ed
infuocate dell’America del Sud, come il _scitale_ o _anaconda_ che vive
nelle paludi o lungo i fiumi, posseggono tale forza da stritolare, fra
le loro anella, perfino i buoi. Nondimeno il tapiro, pur sentendosi a
stringere, non sembrava per nulla spaventato.
Alonzo, che non lo perdeva di vista, lo vide ad un tratto impicciolirsi
come se avesse emessa tutta l’aria che aveva nei polmoni, per gonfiarsi
rapidamente e diventare una volta e mezza più grosso di prima. Il boa,
che aveva stretto le anella, non ebbe il tempo di svolgerle. Si udì
uno scricchiolìo come se la colonna vertebrale fosse stata bruscamente
distaccata, poi il gigantesco serpente svincolò la coda e cadde al
suolo come un pacco di biancheria umida.
— Il furbo! — esclamò una voce dietro ad Alonzo.
Era il dottore che li aveva raggiunti per vedere con quale specie di
selvaggina avevano da fare.
— Ma ora gli mando una palla, — disse Alonzo.
— È inutile, giovanotto, non ne vale la pena. Quel povero tapiro
è affatto inoffensivo e la sua carne è così secca e di gusto così
sgradevole, che persino certe tribù indiane la sdegnano. Lascialo
andare, chè si è meritata l’esistenza.
— Pure mi hanno detto che gl’indiani lo cacciano attivamente.
— Sì, ma per averne la pelle, la quale, essendo molto resistente, serve
per fabbricare scudi e delle ottime scarpe.
— Ma che animali sono questi tapiri? Che esistenza conducono? Non sono
carnivori?
— Sono solitarii, di umore piuttosto malinconico e niente affatto
carnivori; perciò inoffensivi. Vivono isolati in fondo alle più folte
foreste che non abbandonano che al tramonto per recarsi nelle paludi.
Talvolta però, durante i giorni piovosi, escono anche di giorno,
ma di rado però. Sono dei veri anfibi, poichè prediligono l’acqua e
vi s’immergono con facilità per cercare il loro nutrimento il quale
consiste in radici acquatiche che scavano con quella corta proboscide
che tu vedi mobilissima.
— È vero, dottore, che i tapiri formano delle strade in mezzo ai boschi?
— Sì, Alonzo. Facendo sempre la medesima via dal loro covo alla
palude più vicina e così pure nel ritorno, senza mai deviare d’una
linea, finiscono col tracciare in mezzo ai boschi dei veri sentieri
che diventano molto pericolosi per loro, poichè i cacciatori ne
approfittano per trovare i covi degli animali.
— Somigliano ai porci per abitudini? Vedo che quel tapiro si diverte ad
avvoltolarsi nel fango come un vero maiale.
— T’inganni, poichè invece sono assai puliti. Quando si sarà bene
inzaccherato di fango si laverà per bene.
— Ma ditemi, dottore, come ha fatto a uccidere quel serpente?
— Quel boa acquatico?... È un modo che i soli tapiri possono usare,
poichè quegli _anaconda_, così si chiamano quei pericolosi serpenti,
posseggono tale forza da stritolare perfino i giaguari. Avendo i tapiri
dei polmoni enormi, appena si sentono afferrare emettono tutta l’aria
diventando più piccini. I serpenti ne approfittano per stringere di
più, ma allora gli altri riempiono rapidamente i polmoni, si gonfiano
d’un tratto e in tal modo spezzano gli anelli vertebrali dei nemici.
— Un sistema molto curioso.
— Ma molto utile, lo hai veduto, Alonzo, e se....
Un grido acuto echeggiato in mezzo alla cupa foresta, gli tagliò la
frase. Era ancora quel grido enigmatico, strano, che avevano già udito
e che rassomigliava a quello del tucano, ma assai più potente.
Yaruri era balzato innanzi emettendo una sorda esclamazione.
— Ancora! — disse il dottore, aggrottando la fronte.
— Ma è un segnale adunque? — chiese Alonzo.
— Sì, un segnale, — disse Velasco.
— Qualcuno adunque ci segue o ci precede.
— Lo temo, Alonzo.
— Ma che non si possa scoprirlo?
— Chi lo troverebbe in mezzo a queste foreste oscure?
— Ma domani farà chiaro e cercheremo l’autore o gli autori di questi
segnali.
— Se questa notte non fuggiranno.
— Sorveglieremo le sponde del fiume.
Yaruri era tornato verso di loro: era inquieto ed in preda ad una viva
emozione.
— Hai veduto nulla? — gli chiese Velasco.
— No.
— Ma chi credi che siano?
— Un indiano tutto non può sapere.
— Ritorniamo all’accampamento, — disse Alonzo. — Non è prudente
lasciare solo mio cugino.
— Hai ragione, Alonzo.
Si misero in cammino costeggiando la palude, tenendo in mano le armi
per essere pronti a respingere qualunque aggressione.
Avevano già percorso duecento passi, quando Yaruri s’arrestò
bruscamente. Un uccello si era alzato rumorosamente, forse un grosso
pappagallo od una arà, emettendo un grido di spavento.
Si era levato a trenta o quaranta passi di distanza verso la loro
destra.
Ad un tratto si udì un sibilo appena percettibile ed un cannello adorno
all’estremità d’un piccolo tappo di midolla di legno cannone, andò
a piantarsi nel tronco d’una palma, a due soli pollici dal capo di
Yaruri.
— Una freccia! — aveva esclamato il dottore. — Fuoco, Alonzo.
Fecero fuoco a casaccio verso la direzione ove era venuto quel
messaggero di morte. Appena cessate le due detonazioni, udirono uno
spezzarsi di rami, poi più nulla.
L’indiano si era scagliato in mezzo alla foresta brandendo la sua
cerbottana, ma si era subito trovato dinanzi ad una muraglia di verzura
così fitta e così irta di spine, che aveva dovuto arrestarsi e tornare
indietro.
Staccò la freccia che era formata d’un leggero cannello terminante in
un’acuta spina e se la mise sulle labbra.
— È intinta nel _curare_, — diss’egli, sputando.
— Ma ti avveleni! — esclamò Alonzo.
— Non temere, — disse il dottore. — Il _curare_ è mortale solamente
se si mescola al sangue dell’uomo colpito, ma si può assaggiarlo
impunemente.
— Era destinata a noi quella freccia?
— A Yaruri, — disse il dottore. — Gl’indiani non falliscono mai e se
l’avessero destinata a noi, saremmo stati colpiti. Fortunatamente il
nostro indiano ha udito il sibilo a tempo ed ha potuto evitarla.
— Qualcuno adunque ha interesse a sopprimere Yaruri?
— Così la penso anch’io.
— Ma a quale scopo? Perchè lui invece di noi?
— Per privarci della guida che ci conduce alla città dell’oro; tale è
il mio sospetto. Affrettiamoci a ritornare prima che ci piova addosso
qualche altra freccia.
Si ripiegarono in fretta verso la sponda dove trovarono don Raffaele
assai inquieto ed in procinto di raggiungerli. Informato di ciò che
era avvenuto, approvò la proposta del dottore di vegliare attentamente
sul fiume e l’indomani battere la foresta per cercar di scoprire quei
nemici misteriosi.