Le testuggini dell’Orenoco.
Gli Ottomachi, riconoscenti per l’aiuto ricevuto, si degnarono
d’offrire agli uomini bianchi un pezzo di coda di caimano, boccone
scelto per loro, ma niente affatto gradito ai palati europei che non
riescono a vincere l’acuto odore di muschio che appesta quella carne.
Don Raffaele, a nome dei compagni, pur ringraziando, rifiutò l’offerta
con maggior soddisfazione degli indiani, anzi regalò loro una bottiglia
di rhum che fu in un lampo vuotata da quegli ubbriaconi.
In cambio però, chiese loro se avessero scorto su quel tratto di fiume
un canotto montato da indiani armati di fucile, ma non riuscì a sapere
nulla. Dei canotti ne erano passati parecchi in quindici giorni, ma
nessun Ottomaco aveva fatto caso se gli indiani che li montavano erano
armati o inermi. Prevedendo che non avrebbero ricavato altre notizie,
lasciarono quei selvaggi occupatissimi ad arrostire la preda gigante,
e sciolte le vele ripresero la navigazione per raggiungere la foce del
Maniapure.
Le sponde del fiume erano ridiventate deserte non essendovi, in quei
dintorni, a quanto pareva, altre tribù di Ottomachi, ed avevano inoltre
subìto dei cambiamenti. Frequenti fiumi rompevano le foreste, riuniti
fra di loro da canali interni chiamati comunemente _neirim-igarape_,
ossia sentieri dei canotti, secondo l’espressione indiana. Si vedevano
pure degli ampi stagni che comunicavano col fiume, delle _agoas
redonde_.
Sopra quegli stagni ripieni di piante acquatiche colle foglie immense,
cicalavano o strillavano bande di _carpideira_ o _choradeira_, vale
a dire uccelli piagnoni perchè hanno un canto così lamentevole che
si direbbe che piangano. Sulle sponde invece si vedevano correre e
saltellare numerosi _capibara,_ grossi roditori grossi come un cane,
col mantello nero, terribili devastatori delle piantagioni, ma poco
pregiati come selvaggina, avendo la carne assai calorosa; apparivano
anche, ma più rari, dei _gamba_, marzupiali somiglianti ai conigli, che
hanno una tasca sotto all’addome ove ripongono i piccini e che quando
sono inseguiti sprigionano un odore così fetente da arrestare non solo
i cacciatori, ma perfino i cani. Anche la carne di questi animali è
poco buona, essendo nera e coriacea, ma gl’indiani non la sdegnano.
Verso il mezzodì, mentre i naviganti si preparavano ad assalire la
colazione allestita nella scialuppa, si vide Yaruri balzare rapidamente
in piedi, mentre con un rapido colpo faceva cadere la randa.
— Cos’hai? — chiesero i tre bianchi.
— Là.... sulla sponda, — disse l’indiano.
Guardarono nella direzione indicata e su di una riva bassa e sabbiosa
videro trascinarsi penosamente con delle mosse ridicole dei larghi
corpi che parevano usciti allora dal fiume.
Erano trenta o quaranta testuggini, ma della specie più grande, poichè
misuravano almeno due metri di larghezza su una lunghezza di cinquanta
o sessanta centimetri. I loro gusci avevano dei riflessi verdastri ma
marmorizzati di nero.
— Sono _testudos mejolas_, — disse don Raffaele. — Un arrosto che
merita di venire assaggiato.
— Ma ne vedo altre su quel banco di sabbia, — disse il dottore. — Sono
le _careto_.
Infatti un po’ più lontano, su di un banco, si vedevano altre
testuggini più piccole bensì, ma col guscio assai più bello e più
pregiato. Erano di colore bruno, chiazzate di macchie rossastre
irregolari, ma i loro gusci sono formati di tredici lamine poste sopra
e dodici sotto. È dalle prime solamente che si ricava la tartaruga
messa in commercio.
— Ma cosa fanno tutte quelle testuggini? — chiese Alonzo.
— Stanno seppellendo le loro uova, — rispose il dottore. — Andiamo a
fare una frittata.
Yaruri aveva già afferrati i remi e spingeva lentamente la scialuppa
verso la sponda. Le testuggini però vegliavano e accortesi della
presenza dei nemici facendo sforzi disperati raggiunsero il fiume e si
tuffarono rapidamente.
— Non monta, — disse don Raffaele. — Ci rifaremo colle uova.
Toccata la sponda, s’affrettarono a sbarcare, ma Alonzo, con sua grande
sorpresa, non vide alcun uovo.
— Ma dove sono? — chiese.
— Sotto la sabbia, — disse don Raffaele, — ma ti sfido a trovarle.
Solamente gl’indiani sono capaci di scoprirle.
— Avranno lasciato qualche segno dove le hanno sepolte.
— Nessuno, cugino; puoi accertartene.
Alonzo si mise a percorrere la sponda in tutti i sensi, ma non trovò
alcun segno che indicasse ove le uova erano state nascoste. Yaruri lo
osservava sorridendo maliziosamente.
— Fulmini e lampi! — esclamava il giovanotto stizzito, frugando e
rifrugando le sabbie, ma senza successo.
— A te, Yaruri, disse don Raffaele. — Se aspettiamo che mio cugino le
trovi, la frittata si farà attendere fino a domani.
L’indiano si mise a percorrere la sponda con passo rapido, sulla punta
dei piedi, ma con un’andatura inquieta. Ad un tratto si curvò, si mise
a scavare la sabbia e mise allo scoperto un gruppo d’uova rotonde, un
po’ più grosse di quelle di gallina, che si trovava sepolto a otto o
dieci centimetri di profondità.
— Ma io non ho veduto alcuna traccia sopra quella covata, — disse
Alonzo, che aveva seguito l’indiano.
— Le testuggini, te l’ho detto, non ne lasciano e livellano le sabbie
con cura estrema per impedire che le ova vengano trovate, — disse don
Raffaele.
— Ma come fanno allora a scoprirle?
— Non lo si sa.... ma to’!... Cos’è questa traccia? — chiese, mostrando
sulla sabbia una buca che aveva la forma d’un pesce, ma un po’
arrotondata.
— Se ne trovano soventi sulle rive di questo fiume, — rispose il
dottore. — Si dice che in quelle buche vadano a dormire le razze, ed
infatti vedete che hanno precisamente la forma di quei pesci.
— Che sia vero?
— Non lo so, ma così dicono i pescatori e gl’indiani.
— E quell’animale che striscia laggiù e che cerca di guadagnare quel
crepaccio, cosa sarà? — chiese Alonzo, imbracciando il fucile.
— Una testuggine, — disse il dottore.
— Una testuggine! Ma se è priva del guscio? Io vi dico che è un rettile
di nuova specie.
— T’inganni, giovanotto, è una vera testuggine e della specie _careto_.
— Ma non vedete che è un mostro orribile e pare scorticato di recente?
— Uccidilo e mangeremo un buon arrosto, — disse il dottore, sorridendo.
Il giovanotto non si fece ripetere il comando e con una palla ben
aggiustata stese a terra quello strano animale, proprio sull’orlo del
crepaccio che stava per raggiungere.
Il cacciatore si slanciò innanzi seguito dal dottore, mentre Yaruri e
don Raffaele accendevano il fuoco per preparare la promessa frittata.
Il dottore aveva detto il vero: quel rettile era realmente una
testuggine _careto_, ma ridotta in uno stato compassionevole. Non aveva
più il suo bellissimo guscio bruno chiazzato di macchie rossastre e
trasparenti, pareva che fosse stato strappato brutalmente. Il dorso
era tutto una piaga sanguinante, ma coperto qua e là da un principio di
sostanza cornea ed ineguale.
— Mille fulmini! — esclamò Alonzo, stupito. — Chi ha ridotto in questa
raccapricciante condizione questo povero rettile? I caimani forse?
— No, — disse il dottore, — i cacciatori di tartaruga.
— Cosa volete dire?
— Che i cacciatori hanno strappato il guscio a questa testuggine, per
impadronirsi della scaglia.
— Spiegatevi meglio, dottore.
— Voglio compiacerti, giovanotto. Ti dirò adunque che sull’Orenoco,
sull’Amazzone e sui grandi fiumi di tutta l’America del Sud, vi sono
bande d’uomini che fanno una caccia spietata a questi disgraziati
rettili. Se le testuggini prese sono grasse (e per accertarsene
praticano una profonda incisione sotto la coda) le uccidono
impadronendosi del guscio e del grasso da cui si ricava un olio
limpido, dai riflessi verdognoli, di una squisitezza incredibile,
superiore a tutti gli olii conosciuti. Se le testuggini sono magre,
le privano del guscio facendo subire a quelle disgraziate una atroce
tortura, mediante una lama taglientissima, poi le abbandonano perchè
abbiano il tempo d’ingrassarsi ancora.
— Ma non muoiono dopo così crudele trattamento?
— No, poichè hanno la vita dura. Vanno a rannicchiarsi in un crepaccio
che diventa il loro ospedale e colà attendono che la natura, più
pietosa degli uomini, le ricopra d’un nuovo guscio, il quale non sarà
mai nè così bello, nè così perfetto come il primo.
— Sembra impossibile che possano ancora guarire, dottore.
— Hanno una vitalità incredibile questi rettili. Mi ricordo che uno
scienziato dell’America settentrionale ebbe un giorno il capriccio di
aprire il cranio ad una tartaruga gigante dell’Himalaja, privandola
con bel garbo del cervello. Richiusa la scatola ossea, nutrì per alcuni
giorni il rettile, il quale, incredibile a dirsi, rifece il cervello,
s’ingrassò e visse ancora cinquant’anni.
— Hanno vita lunga questi rettili, dottore?
— Vivono dei secoli, a quanto pare, poichè so che un piantatore della
Florida, qualche anno fa, prese una testuggine sul cui guscio portava
incise queste parole: «Presa da Ferdinando Gomez nella riviera del San
Sebastiano l’anno 1700.» Quel rettile aveva adunque circa 145 anni. Si
dice che le tartarughe giganti dell’Himalaja e delle isole Mascarene
vivano, racchiuse nelle loro rocce secolari, ben cinquecent’anni.
— E ne distruggono molte i cacciatori di gusci?
— Le migliaia, poichè la caccia è facile e senza pericoli, bastando
rovesciare i poveri rettili sul dorso per impedir loro di fuggire. Su
certi fiumi cominciano già a diventare rari e la scaglia non abbonda
più come vent’anni or sono sui mercati. Se la distruzione continua, fra
un secolo forse non si troverà più scaglia sufficiente per montare gli
occhiali alle generazioni, sempre più miopi, che si succedono. Basta,
sento il profumo della frittata e odo la voce di don Raffaele che ci
invita a colazione. Prendi la tua selvaggina che ci servirà d’arrosto
domani mattina.
Alonzo si caricò della testuggine e raggiunsero i compagni che avevano
già preparata una appetitosa e gigantesca frittata esalante un profumo
delizioso. Il giovanotto fece più che onore a quel pasto e ripetè più
volte la porzione, lodando la squisitezza di quelle uova che non la
cedevano a quelle delle migliori galline.
Avevano accese le sigarette e stavano per sdraiarsi sulla sabbia,
all’ombra di una palma colossale, quando udirono uno strano gorgoglìo
che usciva da una macchia di _mucusumù_.
— Cosa c’è ancora? — chiese Alonzo alzandosi. — Delle altre testuggini
che vengono a deporre delle uova?
— Vediamo, — disse don Raffaele, balzando in piedi. — Potrebbe esservi
qualche serpente.
Alonzo l’aveva già preceduto e aveva già raggiunta la macchia. Vi gettò
entro uno sguardo, ma tosto indietreggiò facendo un gesto di ribrezzo
ed esclamando:
— Oh! l’orribile rospo!...
— Cos’è? — chiese don Raffaele, avvicinandosi ai _mucusumù_. — Ah! Un
_pipa_!...
— Una pipa! Ma che pipa! È un rospo, cugino mio, e dei più brutti.
— Ma dei più interessanti, Alonzo. Guardalo attentamente: è un vero
_pipa_, tale è il nome datole dalla signora Sibilla di Meriam, che vide
per la prima volta questi strani batraci nel Surinam, due secoli or
sono.
Il giovanotto, vincendo il proprio ribrezzo, tornò ad appressarsi alla
macchia. Là in mezzo si trovava nascosto un grossissimo rospo col corpo
piatto e quasi quadrangolare, col muso aguzzo, le dita delle zampe
davanti terminanti in quattro punte invece di cinque, e la pelle nera,
ma senza essere lucida.
— Guarda cos’ha sul dorso, Alonzo, — disse il dottore che lo aveva
raggiunto.
Il giovanotto guardò e con grande stupore vide che il dorso di
quell’orribile rospo era coperto di piccole cellette in ognuna delle
quali stava nascosto un rospicino.
— Oh che strana cosa! — esclamò.
— È una particolarità dei _pipa_! — disse il dottore. — Gli altri rospi
depongono le loro uova in acqua, formando dei piccoli cordoncini;
questi _pipa_ invece li collocano sul dorso delle femmine in quelle
cellette che tu vedi e vi rimangono finchè possono procurarsi il cibo
da loro. È una cosa assai curiosa, ma verissima, come ben vedi.
— Lo vedo, dottore.
— Ma questi rospi hanno anche un’altra particolarità, cioè sono privi
della lingua.
— Ciò non impedisce che siano ben brutti, dottore.
— Lo credo. Lasciamo che il _pipa_ si diverta coi suoi piccini e noi
andiamo a schiacciare un sonnellino in attesa della brezza. È appena
mezzodì e abbiamo del tempo per giungere al Suapure.