Fra i pecari e le mosche-cartone.
Cenato in fretta, si concertarono tosto per impedire ai nemici di
prendere il largo e di risalire la grande fiumana.
Yaruri, il più valente di tutti nel dirigere la scialuppa, fu
incaricato della vigilanza della foce del Cassanare incrociando
anche nell’Orenoco; Alonzo, della sorveglianza d’una penisola che si
estendeva per lungo tratto nel fiume e che doveva, da quel posto,
tenere d’occhio un grande tratto di sponda. Raffaele e Velasco
s’incaricarono di vigilare i due margini dell’immensa foresta.
Visitate le armi per essere più certi dei loro colpi, i tre bianchi
si recarono nei luoghi indicati, portando con loro una coperta per
difendersi dall’umidità della notte, mentre Yaruri prendeva il largo a
bordo della scialuppa.
La notte era limpida e chiara, essendo la luna appena allora alzata;
solamente le rane ed i rospi rompevano il silenzio che regnava sulla
grande fiumana, ma a lunghi intervalli.
I tre bianchi e l’indiano tendevano gli orecchi sperando di raccogliere
qualche grido o lo sbattere delle pagaie di qualche canotto o lo
spezzarsi di rami nella foresta e aguzzavano gli occhi in tutte le
direzioni, ma nulla udivano; nulla appariva nè sulla argentea distesa
del fiume, nè sulle sponde, nè sotto i giganteschi alberi.
Solamente verso la mezzanotte parve a loro di vedere attraverso alle
piante un rapido bagliore, ma che subito si spense. Forse era stato
prodotto da qualche banda di _moscas de luz_, quantunque Yaruri ne
fosse poco convinto.
L’alba li sorprese ancora in agguato. Gli uccelli si svegliavano
empiendo l’aria di grida acute e di cicalecci interminabili e le
scimmie ricominciavano i loro concerti diabolici.
— Battiamo la foresta, — disse don Raffaele ai compagni, che si erano
riuniti. — Forse riusciremo a scoprire quei nemici che ci seguono con
tanta ostinazione e contemporaneamente rinnoveremo le nostre provviste
di carne fresca. Io e Yaruri ci terremo sulle sponde del Cassanare
per non perdere di vista la nostra scialuppa e tu Alonzo e voi Velasco
frugherete le foreste che si estendono sulle sponde dell’Orenoco.
— Andiamo, dottore, — disse Alonzo. — So che siete un valente
cacciatore e se non troveremo quei nemici misteriosi, torneremo almeno
con un carico completo di carne fresca.
— Le mie gambe non sono giovani come le tue, ma sono ancora robuste, —
rispose il dottore. — In marcia.
— Un momento, — disse don Raffaele. — In caso di pericolo sparate tre
colpi ad intervalli di mezzo minuto l’un dall’altro.
— Siamo d’accordo, — rispose Alonzo.
Si separarono: Yaruri e don Raffaele internandosi nelle foreste
costeggianti il Cassanare e Alonzo ed il dottore quelle dell’Orenoco.
— Andiamo, giovanotto, — disse il dottore ad Alonzo. — Faremo un lungo
giro e ti mostrerò un bel tratto di una delle nostre foreste vergini.
— Non chiedo di meglio, — rispose il giovane cacciatore.
— Bada però ove posi il piede, poichè in queste boscaglie i serpenti
abbondano.
— Ve ne sono di velenosi?
— Di quelli che ti uccidono in meno di cinque secondi.
— Diavolo!... Voi mi spaventate.
— Bisogna procedere con prudenza. Animo, entriamo in piena foresta.
Quella foresta meritava il nome di vergine. Non vi erano sentieri,
ma solo radi passaggi aperti senza dubbio dalle fiere, così stretti e
tortuosi che a malapena permettevano d’inoltrarsi.
Era una confusione enorme di vegetali dalle foglie gigantesche, le
quali proiettavano una cupa ombra. Si vedevano macchioni di palme
della cera (_ceroscylum andicola_), superbe piante i cui tronchi
raggiungono sovente un’altezza di cinquanta metri e dalle cui foglie
si estrae una eccellente cera chiamata _carnanbeira_; macchioni di
palme _tucumà, murumcerù_ e _ayri_, colle cui foglie si fabbricano dei
tessuti finissimi mentre dalla polpa delle frutta si ricava dell’olio;
delle palme _assuly_ le cui frutta danno pure olio o vengono anche
adoperate per la fabbricazione d’un liquore che chiamasi appunto
_assuly_; dei _papaya_, o alberi dei poponi, somigliando le loro frutta
a quei cucurbitacei, quantunque siano meno saporiti; poi dei grandi
_simaruba_ la cui scorza ha proprietà toniche mentre i fiori sono
avidamente mangiati dalle testuggini, e quindi ammassi inestricabili di
_calupi diavolo_ i cui semi, messi in infusione nell’acquavite, danno
uno specifico contro i morsi dei serpenti; di _batolo_ le cui foglie
messe a macerare servono a guarire le febbri, e di bambù colossali,
fortissimi, che resistono perfino alle scuri e che sono adoperati per
fabbricarsi quei lunghi canotti.
Gli animali non mancavano, ma non erano reputati degni di figurare
alla tavola dei cacciatori. Erano per lo più quadrumani e sopratutto
bande numerosissime di scimmie urlanti le quali facevano un baccano
indescrivibile. Chiamansi anche scimmie rosse, avendo il pelame
rossastro.
Sono alte un metro e quaranta centimetri od un metro e mezzo; hanno il
muso appuntito, la coda assai lunga, ma sono sopratutto notevoli per
la potenza della loro voce. Il loro pomo d’Adamo è grosso quanto un
uovo di gallina, ma quando lo gonfiano diventa un vero gozzo ed allora
lanciano dei potenti _hon!... hon!_... e dei muggiti così formidabili
che si odono a ben cinque chilometri di distanza.
Al pari delle scimmie _barbado_ o _preganti_, si radunano in circolo
sul tronco degli alberi e sui rami, il capo si colloca in mezzo ed
intuona il concerto, ma le altre devono limitarsi a fare le parti dei
coristi, poichè se ardiscono interromperlo, quello strano direttore
corale distribuisce calci e scapaccioni con prodigiosa rapidità.
Si vedevano però degli animali che avrebbero ben meritato una palla,
ma si tenevano lontani. Erano delle iguane, bruttissimi rettili
somiglianti alle lucertole, ma lunghi un metro e mezzo, con una cresta
che corre sul loro dorso fino all’estremità della coda, colla testa di
forma piramidale a quattro faccie, le dita delle zampe ineguali e la
pelle color verde cupo quasi nera.
Quei rettili, che vivono per lo più sugli alberi, al pari dei
camaleonti d’Africa, hanno la proprietà di cambiar colore, specialmente
se sono irritati, e quantunque al vederli siano ributtanti, sono
squisiti a mangiarsi, somigliando la loro carne al pollo giovane o alla
coscia dei ranocchi.
— È una vera disgrazia, — diceva il dottore, — il non poter abbatterne
almeno uno; si farebbe una colazione squisita.
— Ma sono ben brutti, dottore, — diceva Alonzo, facendo un gesto di
ribrezzo.
— Ma dinanzi ad un arrosto d’iguana non saresti tanto schizzinoso,
giovanotto mio.
— Vi sono altre specie, oltre quella che abbiamo veduta?
— Sì, — disse il dottore. — Vi sono anche iguane tubercolate che hanno
la pelle del ventre d’un colore giallo-verdognolo, il dorso azzurro
ed i fianchi solcati da striscie brune. Sono ancora più lunghe, poichè
raggiungono perfino i cinque piedi.
— Eccellenti anche quelle?
— Squisitissime.
— Allora possiamo....
— Zitto!...
Il dottore si era bruscamente arrestato, lasciandosi cadere dietro il
tronco d’una palma, ma armando rapidamente il fucile.
— Cosa avete veduto? — chiese Alonzo impaziente di sapere il motivo di
quella fermata.
— Ho udito un grugnito.
— Dove?
— Mi pare che uscisse da quella macchia di _niku_, da quel gruppo di
gambi sarmentosi colla scorza bruna e che somigliano alle liane.
— Che animale può essere?
— Forse un orso formichiere.
— Un buon arrosto?
— Lo assaggerai, — disse il dottore puntando rapidamente il fucile e
facendo fuoco.
Un grugnito soffocato, seguito poco dopo da un grido acuto come
quello d’un maiale quando riceve la mazzata sul cranio, rispose alla
detonazione.
— Toccato! — gridò Alonzo. — Ho veduto laggiù cadere l’animale!
Accorriamo!...
Il dottore, invece di slanciarsi innanzi, aveva afferrato il compagno
per le braccia dicendogli rapidamente:
— Presto!... Arrampicatevi su questo albero!...
— Arrampicarmi su quest’albero! — esclamò il giovanotto guardandolo con
sorpresa. — Ma è nella macchia che la selvaggina è caduta!
— Lasciala andare. Obbedisci, se ti preme la pelle.
— Ma se....
— Basta!... Arrampicati!... Stanno per venire!...
Alonzo avrebbe voluto chiedere al dottore se aveva perduto il cervello,
ma dinanzi a quell’ordine che non ammetteva altri ritardi, con un
balzo s’aggrappò ai rami d’un enorme simaruba, mettendosi in salvo sul
tronco. Velasco, malgrado non fosse più giovane, con tre mosse s’issò e
lo raggiunse.
Era tempo!... Attraverso ai cespugli ed agli alberi si udivano
echeggiare grugniti furiosi, come si avvicinasse una banda di cinghiali
pronta alla lotta.
— Eccoli, — disse il dottore. — Fortunatamente siamo al sicuro; ma un
minuto di ritardo e per noi era finita.
Trenta o quaranta animali s’avanzavano correndo e grugnendo, cogli
occhi sfavillanti di furore e mostrando delle lunghe ed acute zanne.
Somigliavano a cinghiali, ma parevano più svelti e più robusti. In un
lampo giunsero sotto l’albero e lo circondarono emettendo grida acute e
battendo le lunghe zanne con un rumore minaccioso.
— Cosa sono? — chiese Alonzo, che pareva tranquillissimo.
— _Queiscadas_, o se ti piace meglio, pecari.
— Cinghiali insomma.
— Press’a poco.
— E avete tanta paura?
— Ti fanno in pezzi in mezzo minuto, mio caro. Vi è meno pericolo ad
affrontare un giaguaro che una banda di pecari.
— Così feroci sono?
— Non temono le armi da fuoco, e quando un loro compagno cade,
accorrono a vendicarlo, dovessero affrontare un battaglione di
cacciatori.
— Saranno buoni a mangiarsi?
— Come i cinghiali, ma però è necessario levar loro una ghiandola che
è ripiena d’un liquido che sa di muschio. Senza questa precauzione, la
loro carne puzzerebbe come quella d’un caimano.
— Ed ora ci assedieranno?
— E per un bel pezzo.
— Diavolo!... E abbiamo lasciato i fucili a terra!...
— Sì, per nostra disgrazia.
— Fortunatamente abbiamo i nostri coltelli da caccia e la colazione in
tasca.
— A cosa ci gioveranno tali armi?... Ecco che cominciano ad
inquietarsi; fortunatamente non hanno nè ali, nè unghie per
arrampicarsi.
I pecari vedendo che i cacciatori non si decidevano a scendere, si
erano scagliati furiosamente contro l’albero staccando, colle acute e
lunghe zanne, dei larghi pezzi di corteccia, e alzandosi sulle zampe
posteriori colla speranza di raggiungere i rami, e spiccando dei salti.
Dovettero però ben presto convincersi dell’inutilità dei loro sforzi,
poichè il _simaruba_ non si scuoteva nemmeno.
— Vi guasterete i denti inutilmente, — disse Alonzo ridendo.
— Ah!... tu ridi! — esclamò il dottore. — E non pensi, briccone, che
questo assedio può durare una settimana?
— Così cocciuti sono questi pecari?... Ma mio cugino e Yaruri, non
vedendoci ritornare, verranno in nostro aiuto.
— Non dico di no, ma non sarà facile trovarci in questa immensa
foresta. Oh!... Diavolo!... La situazione minaccia di complicarsi!
— Cosa c’è di nuovo?
— C’è che siamo presi fra due pericoli, uno più spietato dell’altro. A
basso i pecari ed in alto le mosche-cartone.
— Non vi comprendo, dottore.
— Guarda lassù, su quel ramo. Non vedi nulla?
— Sì, vedo un grande nido di vespe che sembra.... to’!... si direbbe
fabbricato precisamente di cartone.
— Ebbene non è un nido di vespe, precisamente, ma di grosse mosche
più tremende delle vespe, poichè basta una puntura per far morire una
scimmia e per rendere un uomo quasi pazzo.
— Che brutta prospettiva! Temete che ci assalgano?
— Non so cosa dirti, ma ne vedo già alcune volare proprio sulle nostre
teste. Temono che noi andiamo a distruggere il loro nido. Ah! se ci
fossero qui alcuni macachi, non mi darebbero più inquietudine quei
tremendi insetti.
— E perchè dei macachi?
— Quelle scimmie sono voracissime delle mosche-cartone ed in poco tempo
le distruggono.
— Ma non muoiono sotto le punture?
— Sì, ma sono molto furbe e non si lasciano pungere. Aspettano che le
mosche si siano tutte ritirate, poi con una delle loro dita callose
chiudono l’unico foro esistente nel nido. Le mosche, non vedendo più il
buco libero, cercano di forzare l’ostacolo, ma allora il macaco prende
quelle che si presentano una ad una, ma a mezzo ventre per evitare
il pungiglione e le mangia con un’avidità senza pari. Guai però se ne
lascia fuggire una, poichè una sola puntura basta per farlo morire.
— E le chiamano scimmie macache!... Io le chiamerei scimmie furbe, —
disse Alonzo. — Oh!... Cosa sta per succedere?
— Cosa vedi?
— Mi pare che i pecari siano spaventati.
— Che un pericolo nuovo e più grave ci minacci?... L’avventura comincia
a diventare seccante.