VII.

La caccia al «Jacaré».

Gli Ottomachi formano una vera nazione che occupa un vastissimo tratto

delle sponde dell’Orenoco, cioè dalle foci dell’Apure a quelle del

Cassanare, anzi si ritiene la più numerosa e la più formidabile.

Essendo però divisa e suddivisa in un numero infinito di piccole tribù

e non avendo alcun centro, è molto se ha potuto conservare il proprio

territorio contro le invasioni delle altre nazioni.

Gli Ottomachi sono i più robusti di tutti i popoli che abitano le

rive del grande fiume, di statura superiore agli altri e di forza non

comune, ma il loro aspetto è malaticcio in causa dell’abuso del _poya_.

Sono gli zingari di quelle regioni, poichè non hanno villaggi, non

hanno alcuna cura nella fabbricazione delle loro capanne essendo di

abitudini vagabonde, non coltivano nè le zucche nè il manioco come gli

altri, contentandosi delle frutta che somministrano a loro gli alberi

della foresta o dei prodotti della caccia e della pesca. Non hanno che

una sola passione: quella di pitturarsi. Impiegano nella loro teletta

delle giornate intere dipingendosi il corpo con colori svariati e

perfino i capelli, ma quelle pitture, che richiedono delle ricerche

pazienti per trovare le terre colorate, non le sfoggiano che nelle

grandi occasioni. Nei giorni ordinarii si limitano ad imbrattarsi il

volto ed i capelli con ocra gialla o rossa o turchina.

Quantunque abbiano avuto frequenti contatti cogli uomini bianchi, sono

selvaggi come nei primi giorni della scoperta dell’America e non hanno

fatto il più lieve progresso.

Il loro vestiario, come quattrocento anni fa, si compone ancora

d’un semplice sottanino di foglie intrecciate, il _guayaco_ come lo

chiamano loro, e le loro armi non hanno cambiato possedendo ancora le

cerbottane, le mazze e qualche arpione per uccidere gli alligatori ed i

lamantini.

Gli uomini che erano improvvisamente comparsi e che s’inseguivano

gettando urla furiose, accapigliandosi, graffiandosi, picchiandosi

coi pugni e coi piedi, parevano veramente ebbri, come aveva detto

il dottore. Non si erano ancora accorti della presenza degli uomini

bianchi, i quali avevano eseguita una prudente ritirata nella

scialuppa, armando, per maggior precauzione, i fucili.

— Ma cosa fanno? — chiese Alonzo, che non li perdeva di vista.

— Si picchiano, come ben vedi, — rispose il dottore. — Sono ubbriachi

di _niopo_.

— Di rhum o di _cascara_, forse?

— No, è una polvere composta di foglie di mimosa e d’una calce estratta

dalle conchiglie d’un mollusco molto comune su questo fiume,

— È una specie di tabacco adunque, — disse don Raffaele.

— Ha le stesse proprietà del tabacco, dell’oppio e del _betel_[5] che

masticano gl’Indocinesi ed i Malesi, ma l’abuso produce una strana

malattia che rende litigiosi, battaglieri. Gli Ottomachi approfittano

sempre di quella eccitazione per sfogare i loro rancori.

— Finchè si limitano ai pugni ed ai calci poco male, — disse Alonzo.

— Fanno di peggio, giovanotto, — disse il dottore. Si bagnano le

unghie, che usano portare lunghe, nel succo velenoso del curare,

producendo ben sovente delle ferite mortali.

Gli Ottomachi intanto, sempre battagliando, erano giunti sulla sponda

del fiume, a cinquanta passi dalla capanna. Erano tanto assorti nella

loro lotta che non si erano ancora accorti degli spettatori.

Ad un tratto un di loro, impotente a far fronte all’avversario,

cadde nel fiume, su di un bassofondo. Subito si vide sollevarsi a lui

d’intorno un nembo di spuma, apparire una testa mostruosa ed una coda

armata di scaglie ossee, poi si udì un grido acuto, straziante.

L’indiano aveva risalita prontamente la sponda, ma metà del suo braccio

sinistro era rimasta fra le mascelle d’un caimano che sonnecchiava sul

bassofondo.

Quel caso inaspettato parve che facesse sfumare di colpo l’ebbrezza dei

combattenti e che assopisse tutto d’un tratto i loro rancori.

Di comune accordo si erano slanciati verso il compagno, dal cui

braccio mozzato sfuggiva, a rapide pulsazioni, un largo getto di sangue

spumoso.

Yaruri ed i tre uomini bianchi avevano afferrato i remi e spinto la

scialuppa verso la sponda per soccorrere il disgraziato, il quale

minacciava di morire per la violenta emorragia.

— Vengo a guarirti, — disse il medico balzando rapidamente a terra e

dirigendosi verso il mutilato.

Gli Ottomachi, vedendo quegli uomini sbarcare, non avevano tradito

alcuna sorpresa. Si erano limitati a gettare uno sguardo più sulla

scialuppa che ammiravano, che sui nuovi arrivati.

— Mostrami il tuo braccio, — disse Velasco, al mutilato. — Sono un

_piaye_[6].

— Dammi dell’_aguardiente_[7] se ne hai, — rispose invece il ferito. —

Mi farà meglio delle tue cure.

— Ma, disgraziato, tu morrai se non mi lasci fasciare la ferita.

Un sorriso sprezzante apparve sulle labbra dell’indiano, il quale

pareva non provasse il menomo dolore, tanto è potente in loro la forza

d’animo.

— Ne sappiamo più dei _piaye_ degli uomini bianchi, — disse poi. — Ecco

chi mi guarirà!

Un indiano, che era poco prima entrato nella foresta, ritornava armato

di un coltello di recente arrotato e munito di parecchi oggetti involti

in alcune grandi foglie.

— A te! — disse il mutilato, stendendo il braccio sanguinante.

— Lo rovinerà, — disse Alonzo. — Impeditegli di operare, dottore.

— Lasciamolo fare, giovanotto, — rispose Velasco. — Vedrai che valenti

operatori sono questi selvaggi.

Il ferito si era inginocchiato stendendo il braccio sul tronco di

un albero abbattuto. La mutilazione era spaventevole: l’osso era

stato sfracellato di colpo dalle formidabili mascelle del mostro, e

la carne presentava degli strappi come se quel povero braccio fosse

stato dilaniato da un ingranaggio. Pure l’indiano conservava una calma

impassibile, straordinaria; solamente un freddo sudore che bagnavagli

la fronte, tradiva le sue atroci sofferenze.

L’operatore prese l’estremità di quel membro che emetteva di tratto

in tratto dei getti di sangue, impugnò il coltello, recise nettamente

l’osso, poi tagliò i brandelli di carne con una maestria ammirabile e

senza che il ferito emettesse un solo gemito.

Livellata la mutilazione, prese un po’ di musco secco, lo bagnò

copiosamente con un liquido che era racchiuso in una zucca, lo applicò

sul moncherino, poi vi sovrappose uno strato di creta e fasciò il tutto

con alcune foglie ed una liana.

Era tempo: lo sventurato, indebolito dalla perdita di sangue, si era

lasciato cadere sull’erba, emettendo un profondo sospiro.

— Ecco fatto, — disse Velasco.

— Guarirà? — chiese Alonzo.

— Fra un mese la ferita sarà rimarginata.

— Ma che liquido ha versato sul musco?

— L’_uenuba_, la panacea indiana delle piaghe, un succo che ha la

proprietà di essiccare prontamente le ferite.

In quell’istante il mutilato si era rialzato. Egli additò ai compagni

il fiume dicendo:

— Il mio braccio è rimasto là.

— Lo ritroveremo, — risposero i suoi compagni.

— Mi occorre il cuore del caimano.

— Lo mangerai presto.

— Ed il mio braccio.

— Lo riavrai.

Ciò detto gli Ottomachi coricarono il loro compagno in un’amaca che

avevan tesa fra due rami, gli fecero bere una lunga sorsata di liquore

estratto dalle radici del manioca fermentato, poi si diressero verso il

fiume e si misero a scrutare le acque con profonda attenzione.

— Cosa fanno? — chiese Alonzo.

— Si preparano a vendicare il loro compagno, — rispose don Raffaele. —

Fra poco uccideranno il caimano.

— Colle freccie?

— Lo prenderanno col laccio. Eccoli al lavoro.

Gli Ottomachi, dopo un breve consiglio, erano rientrati nella foresta

nella quale dovevano sorgere le loro abitazioni. Dopo un quarto d’ora

erano di ritorno con altri dieci compagni, tutti carichi di corti pali

acuminati che accumularono sulla sponda. Ripartirono e tornarono con

altri nè si arrestarono finchè non ne ebbero trasportati moltissimi.

Allora cominciarono a scendere sul bassofondo ed a piantarli formando

un semicerchio, ma che aveva una stretta apertura verso il punto ove

l’acqua era più profonda.

In quel passaggio tesero il laccio destinato al caimano, formato da

un nodo scorsoio di fibre di _tucum_ e d’un giovane albero fortemente

piegato e tendente a riprendere la posizione verticale.

Terminato quel lavoro, compiuto in un tempo brevissimo, ritornarono

verso la sponda, un solo eccettuato, il quale era rimasto nascosto nel

recinto tenendo in braccio un piccolo pecari, una specie di cinghiale

selvatico che puzza di muschio.

— Attento, Alonzo, — disse il dottore. — Fra poco il goloso caimano

giungerà.

— Verrà a gettarsi stupidamente nel laccio.

— Il pecari è un boccone ghiotto. Odi?... Il piccolo cinghiale aveva

emesso un grido acuto. L’indiano che lo teneva in braccio, pizzicavagli

fortemente gli orecchi per farlo urlare.

Il caimano però, messo forse in sospetto da quella cinta che poco

prima non esisteva, si manteneva nascosto in fondo al fiume. La sua

ingordigia però doveva vincere ben presto la sua diffidenza.

Infatti, udendo le urla sempre più acute del pecari, dopo dieci

minuti si vide l’acqua rigonfiarsi dinanzi all’apertura del recinto.

Il ghiottone giungeva, ma con mille precauzioni e tenendosi nascosto

sott’acqua per non farsi scorgere.

Quelle grida che promettevano una preda appetitosa, esercitavano su di

lui un fascino irresistibile.

Gl’indiani non fiatavano. Armati delle loro pesanti mazze, di qualche

scure e di qualche arpione, attendevano il momento opportuno per

scendere sul bassofondo. Don Raffaele ed i suoi compagni stavano pure

zitti, ma avevano armato i fucili per aiutare gli Ottomachi nella

pericolosa impresa.

Ad un tratto si scorse il muso del caimano presso la cinta. Il mostro

esitò un istante ancora, poi si cacciò nella stretta apertura, ma non

potendo passare, con urto violento spostò i primi pali. L’albero si

rizzò improvvisamente facendo scattare il laccio ed il saurio, preso a

mezzo corpo da quella robusta corda che gli si era stretta intorno, si

sentì strappare dall’acqua e sollevare in alto.

Quale spettacolo offrì allora il mostro sospeso all’albero!... Era

lungo cinque metri, aveva le mascelle armate di una doppia fila di

denti formidabili, bianchi come l’avorio e triangolari, e una coda

enorme, coperta di grosse scaglie rugose. Si dibatteva furiosamente

facendo scricchiolare l’albero, sbarrava gli occhi sanguigni, ma che

avevano dei lampi giallastri, demoliva i pali colla possente coda ed

emetteva certi brontolìi paragonabili al tuono udito in lontananza.

Gl’indiani si erano slanciati nel recinto mandando urla di trionfo ed

agitando furiosamente le loro mazze, le scuri e gli arpioni, ma non

osavano avvicinarsi al mostro che si dibatteva con crescente furore,

minacciando di accopparli a colpi di coda.

— A noi, — disse don Raffaele, puntando il fucile.

Attesero che il caimano mostrasse loro il ventre, poi fecero fuoco

simultaneamente. Il mostro fece un ultimo e più tremendo balzo, agitò

furiosamente la coda per alcuni istanti, poi si distese, penzolando

dall’albero come un appiccato.

Gli Ottomachi recisero la corda facendolo cadere sul bassofondo,

lo trascinarono sulla sponda e lo sventrarono a colpi di scure,

frugandogli nelle viscere.

Pochi istanti dopo un indiano offriva al povero mutilato, che era

sempre disteso nella sua amaca, il suo pezzo di braccio che il caimano

aveva inghiottito intero come fosse un semplice zuccherino.

— Dov’è il cuore? — chiese il ferito.

— Eccolo, — disse l’indiano porgendogli il cuore del mostro che ancora

palpitava, tanto è potente la vitalità di quei saurii.

Un lampo di soddisfazione balenò negli occhi del ferito.

— Sono vendicato, — disse.

E lo addentò rabbiosamente, crudo come era, masticandolo con

invidiabile appetito.

La Città dell'Oro · 第 14 / 38 题