La prudenza, non mai troppa in quelle regioni abitate da tribù ostili
che da secoli si trasmettono un odio profondo contro gli uomini
di razza bianca che riguardano, e non a torto, come oppressori,
consigliava di abbandonare quel luogo che poteva nascondere qualche
agguato.
Quegli indiani, che poco prima si facevano la cena all’estremità del
banco, e che poi si erano affrettati a scomparire, dovevano avere dei
motivi gravi per aver eseguita quella rapida ritirata e per non farsi
conoscere.
Se avessero avute delle buone intenzioni, sarebbero rimasti, ben
sapendo che nulla avevano da temere da un così piccolo numero d’uomini
bianchi.
Don Raffaele ed i suoi compagni, dopo d’aver lanciato un ultimo sguardo
sotto le gigantesche foglie degli jupati, tornarono ad imbarcarsi, ed
afferrati i remi attraversarono il Capanaparo sbarcando sulla sponda
opposta, sul margine d’una immensa foresta di _cari_ (_astrocaryum_),
sorta di palme dal fusto spinoso, che dànno delle frutta brune, lucide
e grosse come le castagne e che pendono in forma di grappoli lunghi un
buon piede.
Sono le foreste più difficili a superarsi, anzi talvolta sono
inaccessibili perfino agli indiani ed alle fiere, poichè crescendo
quelle piante le une assai vicine alle altre, formano una vera selva di
spine acutissime e pericolosissime.
Il sole era già scomparso dietro i grandi alberi e colle prime tenebre
che calavano rapide sui due fiumi e sulle boscaglie, gli uccelli e le
scimmie cominciavano a tacere. Non si udivano più che le grida scordate
ma potenti di qualche banda di scimmie rosse, ma non dovevano tardare a
farsi udire gli animali notturni, i formidabili giaguari, i coguari, i
lunghi serpenti, ecc.
L’indiano discese pel primo, ascoltò con profonda attenzione, poi
legò la scialuppa ed invitò gli uomini bianchi a sbarcare, dicendo
laconicamente:
— Nulla.
— Speriamo di passare la nostra prima notte tranquilli, — disse Alonzo.
— Tranquilli!... — esclamò don Raffaele, crollando il capo. —
Comincierà ben presto un tale concerto da rompere i timpani, cugino
mio.
— Ci abitueremo, spero.
— Sarà un po’ difficile per te; udrai che baccani indiavolati! To’!...
La musica incomincia!...
Un gracidare acuto ruppe improvvisamente il profondo silenzio che
regnava sulle sponde del Capanaparo, mescolato a certi fischi acuti che
parevano emessi da parecchie centinaia di battelli a vapore.
— Cosa sono? — chiese Alonzo stupito.
— _Parraneca_ che cominciano i loro concerti, — disse don Raffaele,
ridendo.
— Dei rospi forse?
— No, sono rane nere, ma che hanno le gambe posteriori così lunghe, che
loro permettono di spiccare tali salti da entrare nelle case passando
per le finestre. Quelli che fischiano sono invece rospi, i così detti
_sapo de minas_, assai grossi, colla pelle chiazzata di giallo e di
nero, colle appendici cornute e larghi come un cappello. Sono orribili
a vedersi. Ascolta, cugino, ascolta!...
Un concerto formidabile teneva dietro a quei primi fischi ed a quei
primi gracidii. Si udivano dei muggiti, poi degli stridori che parevano
emessi da migliaia di puleggie scorrenti, poi abbaiamenti che parevano
prodotti da bande di cani furibondi, dei gorgoglii strani come se
centinaia di persone si gargarizzassero per guarirsi dal male di gola,
quindi un martellare sonoro come se diecimila calafati battessero le
costole d’una flotta intera.
— Chi sono che producono questo baccano? — chiese Alonzo.
— I rospi, le rane ed i ranocchi, — rispose don Raffaele. — Sono
milioni di batraci nascosti nei pantani o sugli alberi che fanno una
serenata alla luna.
— Fulmini e lampi!... Non ho mai udito un tale fracasso.
— È una buona notte pei serpenti, — disse il dottore.
— Cosa volete dire? — chiese Alonzo.
— Voglio dire che i rettili faranno delle belle scorpacciate. Ne
divorano a milioni e dicesi che siano così destri, da attirarli fin
dentro le loro bocche.
— Ma.... oh!... guardate!... guardate!... Cosa sono quelle scintille
che ondeggiano laggiù! — esclamò Alonzo.
— Scintille! — disse don Raffaele; ridendo. — T’inganni, cugino mio,
sono delle splendide _cucujos_ o, se ti piace meglio, _moscas de luz_.
— Insetti fosforescenti?
— Sì, e tramandano, dagli ultimi anelli addominali, una luce così viva,
come ben vedi, da rivaleggiare colle più grosse scintille o coi più
belli fuochi fatui. Con un _cucujo_ si può leggere comodamente anche
durante le notti più oscure.
— Mi hanno detto, Raffaele, che gli indiani le adoperano come
ornamenti; è vero?
— Verissimo, Alonzo, ma li adoperano per miglior uso anche, cioè per la
pesca, legandoli ad un bastone a guisa di torcia per attirare i pesci.
— A cena! — esclamò in quell’istante il dottore, che si era trasformato
in cuoco.
I viaggiatori, che avevano molto appetito, si sedettero presso il fuoco
acceso dall’indiano e fecero tutti molto onore al pasto; poi, fumate
alcune sigarette, raggiunsero le loro amache sospese ai rami d’un
albero, il quale protendevasi verso il fiume. Yaruri invece preferì
coricarsi nella scialuppa per sorvegliare il fiume.
— A chi il primo quarto di guardia? — chiese Alonzo.
— A te, il secondo a Yaruri, il terzo a me ed il quarto a Velasco, —
disse don Raffaele.
— Allora chiudete gli occhi, — disse il giovanotto, armando il fucile.
— Speriamo che nessun avvenimento venga a disturbarci.
— Buona guardia, — risposero i compagni, coricandosi.
Alonzo accese una nuova sigaretta, s’accomodò nella sua amaca meglio
che potè, mettendosi vicino il fucile, aprendo per bene gli occhi e
tendendo gli orecchi.
La luna era sorta dietro le grandi foreste, ma essendo velata dalla
nebbia che si alzava sull’Orenoco, spandeva una luce così pallida, che
non permetteva di distinguere bene un oggetto anche grande ad una certa
distanza. Perciò il giovanotto, che non aveva dimenticato gl’indiani
armati di fucile e così rapidamente scomparsi, teneva gli occhi fissi
sulla sponda opposta e precisamente verso il luogo ove doveva trovarsi
il banco.
I grossi rospi e le rane, dopo salutata la comparsa dell’astro
notturno, avevano posto fine ai loro concerti. Solo di quando in
quando si udiva una salva di fischi od uno scoppio di muggiti, ma poi
il silenzio tornava sotto le grandi e cupe boscaglie. Ad un tratto
un grido acuto, quello del tucano, ma assai più potente, ruppe il
silenzio. Alonzo trasalì e alzò il capo gettando sulle rive del fiume
un lungo sguardo.
— Un tucano che canta a quest’ora, — mormorò. — Sarà poi un tucano?...
Yaruri!...
— Padrone, — rispose l’indiano, apparendo sul bordo della scialuppa.
— Hai udito?
— Nulla sfugge all’indiano, anche quando dorme.
— Cos’è? Un tucano?
— Nessun uccello ha un grido così acuto.
— Cosa credi che sia?
— Un segnale.
— Emesso da chi?
— Ecco quello che ignoro.
— Vedi nulla sul fiume?
— Nulla.
— Che quel grido sia stato lanciato dagli indiani d’ieri sera?
— È possibile.
— Chiudi gli occhi: veglio attentamente.
Yaruri, dopo aver lanciato un altro e più acuto sguardo sul fiume,
tornò a coricarsi nella scialuppa.
Alonzo stette parecchi minuti cogli orecchi tesi, sperando di
raccogliere qualche nuovo segnale, ma più nulla udì. Verso le dieci
però, nel momento in cui una nuvola oscurava la luna, credette di
scorgere, verso la sponda opposta, una linea nera solcare la corrente
e dirigersi verso la foce del Capanaparo. Non potè però accertarsi
meglio, poichè quando la nube passò oltre e la luna tornò ad illuminare
il fiume, quella linea oscura non si scorgeva più.
— Sarà stato forse un caimano, — mormorò egli, e non vi pensò più.
Durante i quarti di guardia dei suoi compagni, nessun avvenimento degno
di nota venne a turbare la notte.
Alle sette del mattino, essendosi alzato un fresco venticello che
soffiava dal settentrione, scioglievano le vele rimettendosi in
viaggio. Contavano di fare la seconda fermata alla foce del Maniapure,
affluente di destra dell’Orenoco.
Gli uccelli e le scimmie, sempre numerosi, avevano ripreso i loro
concerti, surrogando quelli scordati e così bizzarri delle rane e dei
rospi.
Sulle sponde si vedevano volteggiare stormi di _arà_, grandi pappagalli
rossi chiamati con tale nome perchè gridano incessantemente _arà
arà_; bande di _aracari_, piccoli tucani grossi come un merlo, ma
anche questi con un becco sproporzionato; di _tico-tico_, specie
di passere che si radunano in stormi immensi, mentre sul fiume
navigavano, gravemente appollaiati sui margini delle _victoria regia_,
i _piassoca_, uccelli che hanno le gambe lunghissime e che vivono di
pesci.
Superbi poi erano gli alberi che si succedevano senza interruzione
sulle sponde della grande fiumana, strappando grida d’ammirazione al
giovane Alonzo, il quale mai aveva veduto una flora così svariata e
così maestosa nella Florida che è ricca solamente di pini.
Ora apparivano dei boschi di _miriti_, enormi palme colle foglie
disposte a ventaglio, frastagliate a nastri, ma così grandi che un uomo
non potrebbe portarne più d’una e cariche di frutta rosse penzolanti
in grappoli; boscaglie di _bossù_, altra specie di palme ma colle
foglie rigide, dentellate a mo’ di sega sui margini, serrate, diritte
e lunghe dieci e anche undici metri; di palme _tucum_, dalle cui fibre
gl’indiani ricavano una specie di canapa robustissima che adoperano
nella fabbricazione delle loro amache; di palme _papunha_ o palme
pesche, così chiamate perchè portano delle graziose ciocche di frutta
somiglianti alle pesche e che sono deliziose cucinate in acqua con
un po’ di zucchero; di _bacaba_, palme vinifere, dal cui tronco si
estrae, facendo una incisione, una specie di vino molto piccante ed
inebbriante.
Anche sul fiume le piante acquatiche non mancavano ed erano
rappresentate dalle _aninga_ (_arum_) colle foglie larghe in forma
di cuore, poste in cima ad un peducolo emergente dalla corrente, e
dalle _murici_, foglie più modeste e più umili che si mantengono a
fior d’acqua. I viaggiatori navigavano da tre ore, con una velocità di
cinque a sei nodi, essendo la corrente dell’Orenoco sempre debole in
causa della pochissima pendenza del letto, quando il dottore, che stava
a prua, additò un’abitazione situata presso la foce d’un piccolo fiume
della sponda destra.
Era una specie di tettoia aperta da un lato, col tetto e le pareti
coperte di _curua_, piccole foglie di palma adoperata dagli indiani
nelle loro costruzioni, ed era collocata su di una palafitta per
metterla al riparo dalle piene periodiche del fiume.
Legato ai pali, un piccolo canotto indiano, un _montaria_, scavato
nel tronco d’un albero col fuoco, si dondolava sotto le ondate della
corrente.
— Che sia abitata quella capanna? — chiese Alonzo.
— Non vedo alcuno, — disse don Raffaele.
— Che indiani abitano queste sponde?
— Gli Ottomachi.
— Indiani da temersi?
— No, ma non amano la compagnia degli uomini bianchi.
— Andiamo a visitare quella catapecchia, — disse il dottore. — Sarei
ben contento di trovare il proprietario.
— Per che cosa sapere? — chiese don Raffaele.
— Se ha veduto passare degli indiani armati di fucile.
— L’idea è buona. Metti la prua verso quel fiumicello, Yaruri.
La scialuppa virò di bordo e poco dopo si trovava bordo contro bordo
colla _montaria_. Alonzo ed i suoi due compagni s’aggrapparono ai pali
e si issarono sulla piattaforma che serviva di base alla capanna.
Bastò a loro uno sguardo per convincersi che quell’abituro era deserto.
Qualcuno però doveva abitarlo perchè sospesa a due pali vi era un’amaca
di fibre di _tucum_ abilmente intrecciate ed in un canto parecchie
_cuia_, ossia specie di zucche tagliate a metà e ben seccate, delle
quali gl’indiani si servono come recipienti.
Alonzo però, che frugava dappertutto, scoprì sotto un folto strato di
foglie due piramidi di pallottole grigio-giallastre, un po’ più grosse
delle uova d’oca e che parevano composte d’una specie d’argilla grassa.
— A cosa servono queste palle? — chiese stupito.
— Quelle palle indicano che il proprietario di questa capanna è un
ottomaco, — disse il dottore.
— Ma cosa sono?
— _Poya_.
— Ora ne so quanto prima, dottore.
— Allora ti dirò che costituiscono la riserva degli Indiani ottomachi,
per quando manca la selvaggina. Le mangiano, mio caro, e con quale
piacere!
— Ma non sono di terra?
— Di creta ma grassa, un po’ oleosa e mescolata con un po’ d’ossido di
ferro. Un mio amico che l’ha analizzata l’ha trovata composta di silice
e d’allume con un terzo di calce.
— E voi dite che gli Ottomachi mangiano questa creta?
— È verissimo, — disse don Raffaele.
— Forse come medicina?
— No, vi ho detto che la mangiano quando sono a corto di viveri, —
disse il dottore. — All’epoca dello straripamento dell’Orenoco, tutta
la selvaggina abbandona queste sponde per ripararsi sui monti o sulle
alture, sicchè per un buon mese gl’indiani, che non hanno l’abitudine
di conservare grosse provviste, si trovano ben presto in lotta colla
fame. Gli Ottomachi allora ricorrono alle pallottole di creta che hanno
raccolte sulle sponde del fiume e che hanno fatto seccare. Dicono
che bastano per ingannare il ventre, ma aggiungerò che sono tanto
ghiotti di queste _poya_, come le chiamano loro, che anche in mezzo
all’abbondanza non possono fare a meno di rosicchiarne qualcuna dopo il
pranzo.
— E le mangiano così dure?
— No, le bagnano e poi le divorano con un appetito formidabile.
— Ma che sapore devono avere queste pallottole?
— Di creta, ma un po’ dolce.
— Se fosse un’altra persona che mi raccontasse simili cose, vi giuro,
dottore, che non crederei. Degli uomini che mangiano la terra!... S’è
mai udita una cosa simile?
— Non è poi tanto sorprendente, giovanotto mio. Vi sono molti altri
popoli selvaggi che mangiano la creta: i Neocaledoni per esempio,
alcuni popoli dell’arcipelago indiano, alcune tribù dell’Africa ed
alcune di Pelli-rosse delle rive del Makenzie, nell’America del Nord.
Anche i Giavanesi mangiano la creta l’_ampo_, che sono tavolette di
terra cotta e ne fanno un consumo enorme.
— Ho veduto anche dei negri in alcune piantagioni a mangiare la creta,
— disse don Raffaele.
— Ma la cosa più strana e inesplicabile è che in queste regioni, anche
gli animali e gli uccelli, mangiano la terra, — disse il dottore. — Si
direbbe che questo clima spinge uomini e animali a nutrirsene.
— Anche gli uccelli e gli animali! — esclamò Alonzo, sempre più stupito.
— Sì, giovanotto mio. Ho veduto io gli uni e gli altri radunarsi
di notte, al chiaro di luna, nelle terre argillose e umide dette
_barrieros_ e farne delle scorpacciate. Vi erano perfino dei cinghiali,
o meglio dei pecari e dei _kariaku_, specie di caprioli.
— E non produce dei disturbi l’argilla?
— Gravissimi, Alonzo. Gli uomini che la mangiano deperiscono
lentamente, diventano tristi e finiscono col morire consunti.
— E non cessano di mangiarla?
— No, anzi tale vizio è tenace da sradicare e chi lo ha preso muore,
ma non lo abbandona. Nelle piantagioni, ai negri che l’hanno preso,
si mette persino una museruola di filo di ferro chiusa a chiave. Orsù
ripartiamo, è inutile perdere del tempo ad attendere il padrone di
questa catapecchia.
Stavano per ridiscendere, quando verso il bosco si udirono
improvvisamente degli acuti clamori, grida rauche, urla furiose, poi
un rompersi impetuoso di rami e finalmente videro apparire dieci o
dodici indiani di alta statura, i quali s’inseguivano picchiandosi
rabbiosamente.
— Gli Ottomachi! — esclamò don Raffaele.
— Sì, — disse il dottore. — In guardia, amici!... Sono ubbriachi di
_niopo_!