In molti racconti si vede un demonio trasportar per l'aria, da luogo

a luogo, e a distanze grandissime, un eroe, affinchè egli possa

giungere in tempo a recar soccorso, o a impedire che si compia alcuna

cosa in suo danno. Un giorno d'inverno (così si narra in una vecchia

cronaca tedesca) un povero demonio tutto intirizzito dal freddo

entrò in casa del cavaliere Wernhard von Strätlingen. Questi, mosso

a compassione, gli regala un mantello; poi, da lì a qualche tempo va

in pellegrinaggio. Viaggio facendo, è preso e trattenuto prigione sul

monte Gargano. Allora gli appare il diavolo con in dosso il mantello

donatogli, e gli dice d'essere mandato dall'arcangelo Michele per

riportar lui a casa, ove la moglie sua sta per rimaritarsi. E lo

riporta a casa davvero.

Parecchi altri cavalieri e parecchi santi viaggiarono a questo stesso

modo, senza che la magia c'entrasse per nulla. Di sant'Antidio, morto,

come si crede, nel 411, raccontano che si fece portare a Roma da un

diavolo per dare una lavata di capo al papa, il quale aveva commesso

non so che peccatuzzo contro il sesto comandamento.

Di molti diavoli si legge che servirono volonterosamente in casa di

persone dabbene e persino in conventi. Certo, questi servigi loro

non sempre erano disinteressati, e potevano recare pericolo grande

a chi se ne giovava. Nel VI secolo sant'Erveo scoverse un diavolo

sotto le vesti di un servitore, in casa del conte Eleno, e un altro

ne scoverse nel convento del santo abate Majano: entrambi confessarono

le malvage loro intenzioni. Gualtiero di Coincy narra la storia di un

demonio, che si pose ai servigi di un ricco uomo, e tentò, non solo

di distorlo dalla virtù, ma di ucciderlo a dirittura. Questa poteva

esser la regola; ma anche tra i servitori diavoli qualcuno di buono

se ne trovava. Un diavolo si pone per valletto con un cavaliere, e lo

serve con somma fedeltà e discrezione, anzi, in certa congiuntura,

scampa lui e la moglie da sicura morte. Scopertane la natura, il

cavaliere non osa più tenerlo con sè, ma gli dice di chiedere qual

premio più gli piaccia de' suoi servigi. L'onesto demonio chiede una

piccola somma, e avutala la restituisce al padrone, pregandolo di voler

comperare con essa una campana per certa chiesa povera. Così racconta

il nostro Cesario. Un altro diavolo stette più tempo ai servigi del

vescovo di Hildesheim, secondo attesta il Trithemio. In un vecchio

racconto italiano si legge di un diavolo che stava con certi monaci

e faceva con grandissima diligenza e puntualità il lavoro di dieci

servitori: “onde subitamente apparecchiava la mensa e sparecchiava, e

spazzava, e lavava le scodelle, e così molti altri servigi: e che più

è, sonata la prima volta al mattutino, toglieva un bastone e picchiava

le celle, sollicitandogli ch'andassero a dire mattutino nella chiesa.„

Un esempio ancora e poi potrà bastare. Il cronista tedesco Bernardo

Hederich (secolo XVI) racconta la storia di un diavolo, il quale servì

lungo tempo onestamente in un convento di francescani, nella città di

Schwerin, e non chiese al partirsi altro premio che una veste di più

colori, con molti sonagli intorno, già pattuita innanzi.

Ma anche in altro modo sanno rendersi utili i diavoli dabbene. Uno di

essi una volta fece scommessa coll'arcangelo Michele a chi avrebbe

fabbricata la più bella chiesa sul monte di Normandia che appunto

ha nome dall'arcangelo. Un altro giunse a insegnare a san Bernardo

sette versetti dei salmi, che, recitati ogni giorno, assicuravano

il paradiso. Un altro, senz'essere richiesto, trasportò l'anima di

un cavaliere ammalato a Roma e a Gerusalemme, e gli fece racquistare

la sanità perduta. Questi erano certamente diavoli nobili e di gran

levatura: quelli di minor conto facevano ciò che potevano. Cesario

racconta di uno che per una cesta d'uva custodì una vigna.

Che diremo del diavolo credente, che recitava orazioni e confessava le

verità della fede? Di uno, che entrato in corpo a una vecchierella,

cantava inni, salmi e il _Kyrie eleison_, si narra nella Vita di san

Giovanni Gualberto. Nella storia popolare di Fausto ricordata più

sopra, questi ragiona di teologia con Mefostofile. Il demonio dice,

con molta verità, della bellezza ond'era adorno nel cielo il suo

signore Lucifero; della caduta sua e degli angeli ribelli, provocata

dalla superbia; delle tentazioni che i diavoli adoperano contro gli

uomini; dell'inferno e de' suoi tremendi castighi. Una volta Fausto gli

domanda: “Se tu fossi uomo e non demonio, che faresti per piacere a Dio

e agli uomini?„ ed egli risponde sorridendo: “Se io fossi uomo, come tu

sei, io m'inchinerei dinanzi a Dio sin che avessi fiato, e farei quanto

fosse da me per non l'offendere e per non muoverlo a sdegno. Osserverei

la sua dottrina e la sua legge; non invocherei, loderei, onorerei se

non lui, e mi guadagnerei così dopo la morte, la beatitudine eterna.„

Ma il più savio, buono e cortese diavolo che mai sia stato al mondo

è quell'Astarotte che Luigi Pulci introduce in certa parte del suo

_Morgante Maggiore_. Malagigi, il mago benefico, ha scoperte le frodi

del traditor Ganellone, e prevede la sciagura che sta per incogliere

Orlando e gli altri paladini in Roncisvalle. Egli allora evoca il

demonio Astarotte per sapere dove sieno Rinaldo e Ricciardetto.

Astarotte narra una lunga storia delle loro avventure in Asia ed in

Africa, poi, a un certo punto gli scappa detto che il Figliuolo non sa

tutto ciò che sa Dio Padre. Malagigi rimane di ciò confuso, e vuole

averne ragione; ed ecco il diavolo entrare in un nuovo discorso, in

cui molto dottamente, e in modo al tutto ortodosso, ragiona della

Trinità, della creazione, della caduta degli angeli; e avendo Malagigi

notato che questa caduta non par si concilii con la infinita bontà

di Dio, egli va sulle furie, e afferma che Dio fu egualmente buono e

giusto per tutti, e che i caduti non d'altri si debbono dolere che di

sè stessi. Dopo di ciò, tolto in sua compagnia il demonio Farfarello,

se ne va in Egitto, per prendere Rinaldo e Ricciardetto, cui usa,

tornando, mille cortesie. Provvede vivande squisite, sventa l'inganno

di un altro demonio, Squarciaferro, mandato da un negromante nemico,

e a Rinaldo descrive molti strani animali che sono in Africa e in

Asia, e chiarisce, come a Malagigi, alcun punto più oscuro della fede,

affermando che

Vera è la fede sola de' Cristiani,

E giusta legge, e ben fondata e santa.

Giunti tutti insieme in Roncisvalle, egli, nell'accommiatarsi, può dir

con ragione:

Non creder nello inferno anche fra noi

Gentilezza non sia;

e Rinaldo, che del suo partire si duole, _quanto fussi fratello_,

afferma di credere che sia in inferno,

Gentilezza, amicizia e cortesia;

invita lui, e Farfarello, e Squarciaferro ancora, fatto di nemico

amico, a venirlo a vedere, e prega Dio che perdoni loro.

Il diavolo zoppo del Guevara e del Lesage è, esso pure, un buon diavolo.

Fu notato che nel diavolo bonario e servizievole riappajono alcuni

caratteri proprii di esseri mitologici benigni, come gnomi, elfi,

silfi; ma il concetto di un diavolo così fatto, anzi di un diavolo che

potesse ravvedersi e redimersi, doveva sorgere spontaneamente negli

animi, senza bisogno di suggestioni derivate di lontano.

Nel secondo e nel terzo secolo dopo Cristo, Giustino, Clemente

Alessandrino e il grande Origene ammisero come possibile, o a dirittura

come necessario, il ravvedimento del diavolo; Didimo di Alessandria

e Gregorio di Nissa professarono nel IV la stessa opinione. Ma la

opinione contraria, che cioè il diavolo non potesse pentirsi, e

che la dannazione sua fosse eterna e irreparabile, prevalse, e dal

sesto secolo in poi fu considerata come la sola ortodossa. Nel medio

evo la eretica dottrina non è più sostenuta che da Scoto Erigena, e

sant'Anselmo la combatte ad oltranza; san Tommaso, lume della teologia,

nega recisamente che il diavolo possa diventar migliore. Nella Vita

di san Martino, scritta da Venanzio Fortunato nel sesto secolo, si

dice che il diavolo, se potesse pentirsi, sarebbe salvo; ma ciò che

si negava appunto era la possibilità del pentimento in lui, e per

negare quella possibilità, senza da altra banda negare il libero

arbitrio, il quale era in lui non meno che negli uomini, si annaspavano

strane e sottili dottrine; si diceva, per esempio, che il diavolo

non poteva fare penitenza, per non essere in lui che una sola natura,

la spirituale, mentre l'uomo, in virtù della penitenza, ascendeva da

carne a spirito. Ma i teologi di professione avevano un bell'annaspare

e un bell'arzigogolare; il popolo, il quale sente assai più che non

ragioni, non riuscì mai a capacitarsi interamente di quella malvagità

non necessaria, e pure irrimediabile del diavolo; ammise, se non altro,

in più di un demonio, il desiderio di far penitenza; e se l'avessero

lasciato fare, qualcuno in cielo ne avrebbe portato di certo. Ebrei e

maomettani furono in ciò più larghi di manica che non i cristiani. Fu

opinione dei rabbini, che come l'inferno un giorno sarà purificato e

santificato, così i demonii saranno convertiti novamente in angeli; e

di demonii convertiti si parla nel Corano.

Desiderio del cielo perduto, e pentimento della stolta ribellione

mostrarono in varii tempi più diavoli. Di uno, assai degno di

compassione, racconta l'inesaurabile Cesario: in un vecchio poema

inglese, _The develis parlament or parlamentum of feendis_, diavolo

si oppone a Cristo venuto a liberare le anime dell'inferno, e non

potendogli contrastare, chiede di essere liberato con loro. Da questo

desiderio di redenzione poteva nascere la volontà di adoperare i mezzi

che conducevano a redenzione: si capisce per altro come quei mezzi

dovessero riuscire alquanto ostici a diavoli di professione, e come,

fattone il saggio, questi smettessero e si tirassero indietro.

Sant'Ipazio domandò una volta a un diavolo perchè non si pentisse,

mentre, pentendosi, avrebbe potuto ottenere facilmente perdono: il

diavolo ch'era dei più protervi, non volle riconoscersi peccatore. Era

questo, come ognun vede, un assai cattivo principio, perchè la prima

cosa che il peccatore ha da fare è di riconoscere d'aver peccato, e

pentirsi. In un contrasto italiano fra Cristo e Satana, questi si lagna

dei Redentore, che amò l'uomo, creatura vile, più di lui, creatura

angelica, e l'uomo redense, lasciando lui in disperata miseria. Cristo

gli dice: “Se io non t'ajuto, questa sì è la casgione che tu medesmo

non ti vuoli ajutare. Perciò ajuto l'omo ch'elli medesmo s'ajuta.

Così salverei io tei come lui, se tu ti vollessi ajutare pentendoti

et adorandomi et dimandandomi misericordia et dicendo tua colpa et

adorandomi come singnore.„ Ma Satana risponde orgogliosamente: “Io mi

pento ch'io caddi di cielo; ma non perchè io ti vogla adorare, nè dire

mia colpa. Innansi vorrei andare in profondo di inferno, in cento milia

cutanta pena ch'io sia, non ch'io ti volesse adorare.„

Tristo diavolo anche questo! altri di miglior indole pensarono sul

serio a convertirsi, e giunsero sino a volersi confessare. Che i

diavoli si confessino è caso raro; assai più frequente invece che

facciano essi da confessori, e allora bisogna guardarsi bene e

raccomandarsi a Dio, perchè, ad ogni peccato che odono recitare, per

quanto brutto e grave esso sia, hanno in uso di dire: “Non è nulla ciò;

non v'è male alcuno; non vi badate.„ Pure qualcuno se ne confessò;

al qual proposito è da ricordare che spesse volte diavoli cicaloni,

fecero, non chiesti, conoscere ad uomini di santa vita, le arti

loro più nascoste e più frodolenti, e Pietro il Venerabile s'ingegna

di spiegare perchè essi, pur tanto astuti, facciano ciò. Il solito

Cesario racconta che un diavolo s'andò un giorno a confessare, sperando

perdono. Il confessore, prete caritatevole e discreto, non gl'impose

altra penitenza se non d'inginocchiarsi ogni giorno tre volte, e

dire con animo contrito: _Signore Iddio, mio creatore, ho peccato,

perdonami_. Ma il diavolo, ch'era pur sempre un diavolo, la trovò

troppo aspra al suo orgoglio, e non se ne fece altro. Guglielmo di

Wadington, già ricordato altra volta, autore di un Manuale dei peccati,

racconta la storia di un altro diavolo, che vedendo i meravigliosi

effetti della confessione, e come molti si salvassero per essa, volle

una volta confessarsi, e andò a recitare a un sant'uomo la sterminata e

spaventosa lista de' suoi peccati; ma senza effetto, perchè rifiutò di

far penitenza. Altri sacramenti dovevano riuscir men gravi ai maledetti

superbi. Dal famoso processo di Mora in Isvezia, nel 1669, venne fuori,

insieme con altre moltissime cose, che nei consueti ritrovi delle

streghe il diavolo chiamava un prete e si faceva battezzare.

Nell'immortale poema del Milton, Satana, sopraffatto dall'orrore della

miseria in cui è precipitato, e più dall'orror di sè stesso, rimpiange

il commesso peccato, il paradiso per sempre perduto; ma sente di non

poter chiedere nè ottenere perdono, e, disperato, prorompe in queste

terribili parole:

Or bene, addio, speranze!...

Ecco in vece di noi, dannati, espulsi,

L'uom, sua gioja, ha creato, e questo mondo

Tutto per lui. Speranze, or dunque addio!

Addio paure! addio rimorsi! Il bene

Morto al tutto è per me. Sii tu, tu solo

Ora, o male, il mio ben: per te diviso

Terrò lo scettro col motor de' cieli,

E forse io regnerò sovra gran parte

Dell'universo, e l'uomo e questa nova

Terra lo apprenderanno in picciol tempo.

Non meno tenace si mostra, nè meno fiero parla l'Adramelecco del

Klopstock; ma e l'uno e l'altro vince il Lucifero del Byron, l'altero e

indomabile Lucifero, che a Caino, il quale gli ricorda Dio, signore del

tutto, risponde:

Ah no! pel cielo

Dov'ei siede e governa, per l'abisso,

Per le stelle infinite, e per la vita

Che comune ho con lui, no!... sul mio capo

Ho solo un vincitor, non un sovrano.

Ei l'omaggio otterrà dell'universo,

Ma non il mio. Con esso io duro in guerra

Come un tempo lassù. Per tutta quanta

L'eternità, nel baratro dell'ombre,

Negli spazii profondi immensurati,

Sull'ala infaticabile del tempo,

Tutto io vo' contrastargli, astro per astro,

Pianeta per pianeta, ed universo

Per universo! E fin che il gran conflitto

Non cessi, ondeggeranno in dubbia lance:

E cessar non potrà se l'uno o l'altro

Spento non sia....

Ma nella stessa _Messiade_ del Klopstock è il demonio Abbadona, che

piange il proprio peccato e la morte di Cristo, e rientra, ribenedetto

da Dio, nel paradiso. La Sand nel _Consuelo_, e il Montanelli in un

suo poema drammatico intitolato _La Tentazione_, mostrarono un Satana

convertito e redento; Alfredo de Vigny, in un poema immaginato,

ma non composto, _Satan sauvé_, voleva narrare la storia di Satana

salvato dall'amore di Eloa, angelo nato da una lacrima di Cristo; e

Vittore Hugo, in un poema rimasto incompiuto, _La fin de Satan_, la

riconciliazione di Satana con Dio.

CAPITOLO XV.

LA FINE DEL DIAVOLO.

Alla conversione e alla redenzione del diavolo c'è un impedimento a cui

non hanno pensato i teologi, e che i teologi negherebbero anzi, se ci

pensassero: il diavolo è morto, o sta per morire; e morendo, egli non

rientrerà nel regno dei cieli, ma rientrerà e si dissolverà nell'umana

fantasia, nella stessa matrice ond'è uscito.

Secondo la opinion dei rabbini molti demonii sono mortali. Nei processi

contro le streghe più di una volta le accusate narrarono che il diavolo

ammalava di tanto in tanto, giungeva in punto di morte, poi si riaveva:

in molte fiabe popolari, tuttora vive qua e là per l'Europa, il diavolo

muore a dirittura. Mi basterà di ricordarne una mantovana, dove un

giovane prende varie forme per isfuggire al diavolo, che varie ne

prende egli pure inseguendolo. Da ultimo il giovane, mutatosi in faina,

uccide il suo persecutore che s'era mutato in gallina: “è questa la

ragione,„ conclude il racconto, “perchè non c'è più il diavolo.„

Strana e significativa un'affermazion così fatta nella bocca del

popolo. Il diavolo non c'è più: prima di lasciar lui e la sua storia,

vediamo qualche sintomo e qualche ragione del suo disvenire. Il

diavolo nacque di certe cause, visse e prosperò in certe condizioni,

adattandosi come potè meglio al loro lento ma continuo variare. Alla

legge di variazione, che governa tutte le cose, soggiacque egli pure,

e, come un organismo vivo, percorse tutti i gradi della evoluzion

della vita: mancate le cause e le condizioni dell'esser suo, egli si

estenua e muore, come farebbe un animale dei tropici trasportato sotto

il rigido cielo settentrionale. Egli muore perchè la sua funzione è

cessata, e perchè l'idea che lo fece vivere non riesce più, nel vasto

agone della concorrenza vitale, a tener testa ad altre idee, più

vigorose e più giovani.

Per iscorgere i sintomi del suo morire basta guardarsi d'attorno. Che

cosa è ora l'opera sua a riscontro di quella d'altri tempi? Dove sono

le spaventose sue apparizioni, le insidie perpetue, le offese d'ogni

maniera, le meraviglie paurose? dove sono le formidabili milizie con

cui egli di nottetempo attraversava pianure e foreste, o trasvolava

per l'aria? dove i neri cavalli su cui rapiva gli uomini scellerati?

dove gl'incendii suscitati da lui, le procelle scatenate da lui, le

malattie devastatrici da lui cagionate? La Chiesa stessa, la quale non

può concedere che il diavolo muoja, deve pur riconoscere ch'egli va

assai più rattenuto di prima, e ha cessato di far molte cose che prima

faceva.

E negli animi il pensiero, il sospetto e la paura di lui sono venuti

sempre più mancando, non solo tra le persone colte, ma ancora tra

il volgo; non solo nelle città, dove è più sollecito il rinnovamento

delle idee e dei costumi, ma ancora nei campi, dove persiston più a

lungo le antiche credenze e le consuetudini antiche. Il nome di lui

ricorre frequente nel linguaggio famigliare, in proverbii, apostrofi

e maniere di dire; ma l'immagine sua è, di solito, assente dagli

spiriti. Pratiche magiche usano ancora tra le plebi ignoranti; ma è

rarissimo ormai il caso che ci si faccia entrare il demonio, e dei

famosi _sabbats_, o ritrovi, o giuochi, più nessuno parla. A chi mai

ora potrebbe venire in mente, salvo ch'ei fosse matto spacciato, di

evocare il demonio, di stringere un patto con lui, di dargli l'anima,

di ripromettersi da lui ricchezze ed onori? La Chiesa stessa, di tali

e simili peccati, che in altri tempi puniva col fuoco, oramai più

non discorre, e volentieri pare che se ne dimentichi. Anzi va più là,

e del demonio stesso parla il meno che può; e mentre fu sua cura in

passato di richiamarne sempre, in tutti i possibili modi, alla memoria

degli uomini, il nome, l'aspetto, la potenza, le opere, ora sembra

che di tutto ciò più non si ricordi essa stessa. Così riman provata

la legge di evoluzione in quegli stessi organismi che a cotal legge si

mostrano più ribelli, e più s'illudono d'essere perpetui ed immutabili.

Paragonate una predica di ora con una predica di cinque secoli

addietro. In questa il diavolo salta in mezzo ad ogni frase, mostruoso

e terribile, illuminato dai bagliori spaventosi dell'eterna fornace;

in quella sarà molto se di passata se ne pronunzia il nome. Paragonate

una chiesa moderna con una chiesa del medio evo. In questa il diavolo

sotto tutti gli aspetti, in tutti gli atteggiamenti, dipinto, scolpito,

intagliato, nei quadri, nei bassorilevi, negli scanni del coro, nei

capitelli, nei fregi, sempre in iscena, personaggio immancabile di un

dramma lungo e vasto quanto la storia stessa dell'umanità; in quella il

più delle volte, non un'ombra, non un segno di lui.

Nessuno ora, viaggiando, teme più di capitare in tenebrose foreste,

in solitudini alpine, in orrende spelonche, in laghi senza fondo,

in gorghi di mare infestati da demonii traditori ed omicidi. Se un

peccatore ostinato sparisce improvvisamente senza lasciar traccia di

sè, a nessuno più viene in fantasia che il diavolo l'abbia preso pei

capelli, e portato a volo in inferno; ma si fanno indagini, si mandano

avvisi, con la ferma persuasione che, o vivo o morto, egli abbia ad

essere in un qualche luogo, non dell'altro, ma di questo mondo. Se si

trova un pover uomo strangolato in letto, nessuno crede più che sia

stato il diavolo quegli che gli diè la stretta; ma si dice senz'altro

che un delitto è stato commesso, e la polizia si dà le mani attorno

per iscoprire il colpevole. Le donne non temono più gli abbracciamenti

notturni del diavolo, e di diventar madri di diabolica prole, o di

vedersi portar via da un diavolo, supposto padrino o tutore, i figli

delle loro viscere. Chi ammala, più non s'immagina d'essere stregato,

o d'avere il diavolo in corpo, e ricorre, non all'esorcista, ma al

medico; chi muore, non si vede più intorno al letto una corona di

diavoli fuligginosi e tetri, con le mascelle irte di denti aguzzi,

con gli occhi strabuzzati, con distese le mani uncinate, in atto di

ghermirgli l'anima. Una prova, fra l'altre, che la preoccupazione

diabolica è mancata negli animi, o è, almeno, straordinariamente

scemata, si ha nel fatto che le così dette demonopatie sono divenute

rarissime, e tendono a sparire del tutto. Nei secoli scorsi, e sino

a tempi non molto da noi lontani, certe malattie nervose, e in più

particolar modo certe forme d'isterismo, davano luogo regolarmente ai

fenomeni dell'ossessione e della possessione diabolica, appunto perchè

le menti erano piene del pensiero e del terrore del diavolo: ora invece

si risolvono in manifestazioni di tutt'altra natura, determinate dal

modo del viver presente, dal mutato indirizzo delle idee, da nuovi

interessi e da preoccupazioni nuove. I medici l'hanno veduto e detto

da un pezzo. I miracoli già fatti dagli esorcisti nelle chiese si fanno

ora dai medici nelle cliniche.

La civiltà umana, procedendo nell'opera del suo meraviglioso e

sterminato edifizio, muta e rimuta continuamente gli strumenti del

lavoro, abbatte essa stessa e distrugge le impalcature e i ponti e

gli altri ajuti onde si servì per innalzarlo. Ciò che in un tempo le

fu necessario, le diviene in un altro inutile o nocivo, ed essa se ne

sbarazza a dispetto di chi non vuole e di chi le contrasta. La civiltà

nostra espelle da sè il diavolo, che la servì in altri tempi, ma che

ora le è divenuto un inutile ingombro; lo espelle da sè, come espelle

la schiavitù, il privilegio, il fanatismo religioso, il diritto divino

e tant'altre cose, e come tant'altre ne espellerà in avvenire. A ciò

non è riparo possibile. Il diavolo era parte integrante e principale di

tutto un ordine di cose e d'idee, di un reggimento complesso e potente,

che raccolse per secoli sotto di sè tutta intera la vita. Mutato

quel reggimento in certa misura, bisognò mutasse la parte serbata

in esso al diavolo; proceduta più oltre la mutazione, bisogna che il

diavolo n'esca. Una religione più grossolana, una morale più acerba e

l'ignoranza introdussero il diavolo, e ne fecero il mostro che abbiam

veduto; una religione più culta, una morale più matura e la scienza

gli tolgono a mano a mano le orribili qualità e la spaventosa potenza,

lo premono da ogni banda, lo cacciano dalla coscienza, dalla vita, dal

mondo. Lo spirito che nega è negato a sua volta.

Il Diavolo · 第 17 / 18 段