Chi voglia esser giusto non deve troppo rimproverare alla Chiesa d'aver

lasciato crescere la figura del tenebroso avversario per modo da farne

quasi un altro Arimane, e d'aver così offeso il diritto e snaturato

il concetto del regno d'Iddio: chi, senza i debiti temperamenti e la

voluta indulgenza, rinfaccia alla Chiesa di non essersi strettamente

attenuta alla semplice e pura dottrina degli Evangeli, mostra di

conoscer male la natura umana, e d'avere della storia, de' suoi

procedimenti e delle sue necessità un assai falso concetto. Il diavolo

è un portato della storia, e, come tale, dotato, finchè durano certe

condizioni, d'invincibile e indomabile vitalità. La Chiesa, quando

pure l'avesse saputo e voluto fare, non sarebbe stata in grado di

soffocarlo e di sopprimerlo, giacchè egli perpetuamente si rigenerava

nella coscienza dei singoli, e dalla coscienza dei singoli prorompeva

con nuovo impeto nella storia. Immaginare nel medio evo una religione,

non professata solo da pochi, ma comune a infiniti, e senza diavolo,

sarebbe impossibile, come sarebbe impossibile immaginare in altre

condizioni di tempi e di civiltà una religione senz'idoli, senza

oracoli, senza sacrificii cruenti. Il diavolo del medio evo ha, senza

dubbio, la origin sua e la sua radice in un dogma religioso anteriore a

quella età; ma è quella età, presa nel tutto insieme del suo pensiero,

delle sue istituzioni e de' suoi costumi, che gli dà la pienezza

dell'essere e la perfezion del carattere. Esso è necessario allora, ed

è così vero ciò, che la Riforma non lo tocca e lo accetta qual è.

Ma una religione muta a poco a poco al par di ogni altra cosa che

viva; muta negli animi, se non nei dogmi, nei sentimenti, se non nei

libri. Anche il cristianesimo muta, e mancati gli ostacoli che gliel

vietavano prima, ritorna a poco a poco alla purità delle origini, tende

sempre più a spiritualizzarsi, e a ridiventare essenzialmente, quale

fu nei primordii, religione di speranza e d'amore, di letizia e di

pace, rimovendo da sè tutto il tenebroso e il terribile che la barbarie

di lunghi secoli le trasfusero in seno. Tale lavoro, pur troppo, non

ancora si compie nei dogmi, nè coloro lo fanno che si chiamano custodi

e ministri di verità, sieno essi di qual grado si vogliano; ma si fa

da sè, spontaneamente e silenziosamente, a poco a poco, nell'intimo

e nel secreto delle coscienze. Quanti cristiani ho io conosciuti e

conosco, e dei più profondamente religiosi, e dei più degni, che del

diavolo non vogliono udir discorrere, e risolutamente negano che un

Dio di misericordia e d'amore possa dannare ad un perpetuo inferno,

ad una malvagità irreparabile, ad un castigo spaventoso ed inutile,

appunto perchè eterno, le sue povere creature! Ora, la religione vera

(l'abbiano a mente coloro che se ne credono maestri) non è quella

che rigida e assiderata si costringe nei dogmi, ma quella che viva

e mobile, a guisa di fiamma, divampa negli animi, e li riscalda, e

illumina le vie della vita.

Come muta la religione, così muta ancor la morale, e le due mutazioni

non possono andar disgiunte l'una dall'altra, ma l'una è coordinata

all'altra, e determinata dall'altra, ed entrambe sono condizionate

da altre mutazioni via via, e a volta loro le condizionano, compiendo

così quel vasto e labile cerchio di cause e di effetti per cui si muove

infaticabilmente la vita storica della umanità.

Checchè altri possa dire in contrario, mosso da preconcetto, o da

erronea cognizione di tempi e di cose, la morale cresce nel mondo,

inteso, sotto il nome un po' vago di morale, l'insieme di quegli stati

mentali e di quelle forme di operosità che assicurano l'esistenza e la

prosperità dei singoli uomini e delle associazioni loro, e favoriscono

le manifestazioni più alte della vita individuale e sociale. L'uomo

si umanizza a poco a poco, discostandosi sempre più dalla belva, e

la morale, attraverso i secoli, si affina, si allarga, s'innalza. C'è

più umanità nel mondo ora che non un secolo fa, assai più che non nel

medio evo, infinitamente più che non nell'età della pietra. So che

i fautori di una morale rivelata e immutabile negano, come possono

meglio, tutto ciò; ma guai per loro se ciò che essi negano a priori

non fosse vero. E le prove che sia vero sono infinite, sparse a piene

mani in ogni pagina di qualsiasi libro di storia si apra. Volerle

riferire, anche per piccola parte, sarebbe stucchevole; ma facciamo una

semplice supposizione. Supponiamo che il medio evo, co' suoi re e co'

suoi baroni, con le sue fazioni e le sue città divise, con le guerre

di conquista, con le guerre civili e con le guerre religiose, avesse

avuto i mezzi formidabili di distruzione che la scienza ha dato a noi;

ci sarebbero ancora nel mondo mura di città e di castella, ci sarebbero

ancora popoli civili? È lecito dubitarne.

Gli uomini, pel fatto stesso della convivenza sociale, diventano sempre

più morali; vivendo in società essi sempre più si adattano e si piegano

a quelle forme e condizioni di vita che sono necessarie o proficue

all'esistenza della società medesima. È un caso questo di quel generale

fenomeno ch'è l'adattamento degli organismi all'ambiente. La moralità

diventa un abito, si fa istintiva, come tutti gli atti di volontà

eccessivamente ripetuti, e si trasmette per via di generazione; e come

più diventa istintiva, meno abbisogna del precetto o del divieto della

legge e della sanzion della pena. Se le leggi si van facendo sempre

men aspre, e men aspri i castighi, è questo un segno, non di scemata,

ma di cresciuta moralità: l'imperiosità esterna della legge si fa

imperiosità interna della coscienza, e il castigo, che di sua natura

non corregge, si fa rimorso, cioè ravvedimento. Ecco perchè sparisce

dalle legislazioni moderne la pena di morte, e spariscono molt'altre

pene atroci che già furono in uso; ecco ancora perchè vien meno e si

perde la credenza in un diavolo tormentatore e in un inferno pien di

dannati a cui nessuna speranza sorride. Nel medio evo, per ogni più

lieve colpa il giudice minaccia la morte, il confessore l'inferno, e

con ragione, giacchè ogni altro argomento sarebbe scarso a trattener

dal mal fare uomini rozzi e violenti; ma a trattener dal mal fare

uomini raggentiliti bastano argomenti meno terribili, e la pena di

morte è abolita e il diavolo si dilegua. Come più gli uomini divengono

atti ad essere governati con la ragione, più divengono disadatti

e ricalcitranti ad essere governati col terrore. Perciò ancora ai

reggimenti despotici sottentrano i liberali; e quando altri fatti

nol provassero, basterebbero a provare che la morale è cresciuta, la

cessazione del despotismo, la mitigazion delle leggi e delle pene, la

sparizione del diavolo.

Finalmente c'è la scienza, che compie il lavoro cominciato da una

religione più illuminata e da una morale più perfetta, e che sarebbe in

grado di tutto farlo da sè, anche senza il concorso di quelle. Chi dice

scienza, dice, tra l'altro, il contrario di demonismo. Il demonismo

nasce spontaneo nella storia, non per opera di ciurmadori; e risponde

a certa condizione degli spiriti, e a certi modi di cognizione. L'uomo

rozzo non riesce altrimenti a spiegarsi i fenomeni della natura che

ponendo una volontà simile alla sua dietro a ciascuna cosa, popolando

il mondo di esseri superiori alla natura, buoni o cattivi. È questo

il demonismo. Viene la scienza, e fa vedere che dietro le cose non

ci sono volontà capricciose, ma forze disciplinate, e che la natura

non obbedisce ad arbitrii, ma a leggi. Il demonismo è, perciò solo,

incontanente e irreparabilmente distrutto. Gli uomini del medio evo

veggono e sentono il diavolo per tutto, nel vento che imperversa,

nell'onda che irrompe, nella fiamma che divampa, nella folgore,

nella grandine, nel fuoco fatuo, nelle malattie, nel pensiero e nel

sentimento lor proprio; gli uomini moderni, per poco che abbiano

qualche coltura, non veggono nella vita delle cose se non una perpetua

fluenza di cause e di effetti, della quale si può, ogniqualvolta

soccorra cognizion sufficiente, predire e descrivere il moto. Essi

hanno dinanzi a sè, non il regno dell'arbitrio, ma il regno della

necessità. Come si caccia di posizione in posizione un nemico, la

scienza ha cacciato d'uno in altro fenomeno il diavolo, e non gli ha

lasciato più, sulla terra e nel cielo, un angolo solo ov'egli possa

fermare il piede, e d'onde possa gettar novamente la sua ombra sul

mondo. Essa ha fatto anche di più: ha mostrato come e perchè il diavolo

sia nato, di quali elementi dell'animo nostro sia stato formato, e

l'ha reso assai più cognito a noi, che lo neghiamo, di quello fosse nei

secoli andati a coloro che ci credevano. Arrigo Heine dice, in una sua

poesia, d'avere evocato una volta il diavolo, e d'aver ravvisato in

lui, guardandolo bene, un antico suo conoscente. Noi possiam dire di

più; noi possiam dire che nel diavolo, guardandolo bene, riconosciamo

noi stessi.

La scienza combatte e caccia dinanzi a sè tutte le superstizioni, di

qualunque natura esse sieno, dovunque le trovi, e non poserà finchè

tutte non le abbia vinte e dissipate; ma essa non le affronta tutte

con eguale impeto, nè di tutte trionfa egualmente. Le minori si salvano

dal suo urto più facilmente che non le maggiori, appunto perchè offrono

minor presa, e di poco spazio e di poco nutrimento si contentano; così

l'erbe del prato sono appena agitate dal turbine che passa, mentre gli

alberi più poderosi sono divelti. La scienza può lasciar sussistere

l'umile superstizione, di piccolo significato e di poca efficacia,

vegetante a fior di terra; ma non la superstizione rigogliosa e tenace,

che con le infinite propaggini le attraversa ogni tratto la via; non

la superstizion prepotente che aveva empiuto del diavolo le cose e le

anime, la natura e la storia. Questa superstizione essa necessariamente

combatte ad ogni passo che muove, dovunque la incontri; ed ecco perchè,

mentre continuano a vivere indisturbati nella fantasia popolare molti

fantasmi, prole vivace della paura e dell'ignoranza, il diavolo vien

meno, il diavolo muore, il diavolo sfuma.

Strana vicenda delle cose di quaggiù! muore e sfuma per virtù della

scienza quel diavolo che già fu creduto suscitatore delle inquiete

curiosità e delle silenziose ribellioni dello spirito, onde nasce

appunto e inorgoglisce la scienza. _Satis scis si Christum scis_,

abbastanza sai se Cristo sai, diceva la sapienza degli asceti e dei

santi; ed ogni altro sapere era guardato con sospetto, e si accusavano

d'aver patteggiato col diavolo gli uomini che delle cose della natura

avessero qualche lume, col diavolo, l'antico bugiardo, che sedusse

la donna promettendo la scienza. E i trionfi della scienza, e il

crescere di una civiltà nuova di cui la scienza, ogni giorno più, si fa

moderatrice e maestra, furono pianti e maledetti come opere e vittorie

del diavolo.

Ed ecco il diavolo trasformarsi nel sogno e nell'accesa parola del

poeta, e diventare un simbolo luminoso e mirabile, il simbolo della

scienza imperterrita e indomita, che dirocca i dogmi e sbarba le

superstizioni; della ribellione, che abbatte tutte le tirannie; della

libertà, sotto le cui grand'ale una nuova vita s'instaura. Il Voltaire

chiamava _frères en Belzébuth_ gli amici suoi migliori, che, come il

D'Alembert e il Diderot, cooperavano con lui al grande rinnovamento

filosofico e civile. Il Michelet, nella _Sorcière_, narrò questo Satana

simbolico, e a questo sciolse il suo inno il Carducci:

Salute, o Satana,

o ribellione,

o forza vindice

della ragione!

Sacri a te salgano

gl'incensi e i voti!

hai vinto il Geova

de' sacerdoti.

Satana fu Dio a sua volta ed ebbe adoratori e preci; e un altro poeta,

il Baudelaire, nelle ambasce d'un dolor senza nome, lo chiamava in suo

ajuto:

O toi, le plus savant et le plus beau des Anges,

Dieu trahi par le sort et privé de louanges,

O Satan, prends pitié de ma longue misère!

O Prince de l'exil, à qui l'on a fait tort,

Et qui, vaincu, toujours te redresses, plus fort,

O Satan, prends pitié de ma longue misère!

. . . . . . . . . . . . . . . .

Pére adoptif de ceux qu'en sa noire colère

Du Paradis terrestre a chassé Dieu le Père,

O Satan, prends pitié de ma longue misère!

Il vinto si muta in vincitore, rientra in quel cielo onde fu bandito, e

uccide il suo nemico. L'empio Rapisardi narrò in mirabili versi questa

suprema vittoria di Lucifero:

Così dicendo (ed additava il sole

Che sotto ai passi gli sorgea), toccollo

De l'acuto suo raggio, e parte a parte

Lo trapassò. Stridea, come rovente

Ferro immerso ne l'onda, il simulacro

Fuggitivo del Nume; e, a quella forma

Che crepitando si scompone e scioglie

Fumigante la calce a l'improvviso

Tasto de l'acqua o del mordente aceto,

Tale al raggio del Ver struggeasi il vano

Fantasima; e in vapore indi converso,

Tremolando si sciolse, e a l'aria sparve.

Ma questi sono simboli e miti poetici, a cui altri poeti non mancarono

di contraddire. Nell'_Armando_ del Prati, Mastragabito, cioè Satana,

muore di sfinimento: in un poemetto di Massimo Du Camp, _La mort du

Diable_, Satana chiede in grazia a Dio la morte, e muore sotto il piede

di Eva, l'antica madre ingannata, che compie così, non un'opera di

vendetta, ma un'opera di misericordia. Il buon Béranger pretendeva che

il diavolo fosse morto sino dai tempi di sant'Ignazio di Loyola, e per

opera del santo medesimo:

Du miracle que je retrace

Dans ce récit des plus succincts

Rendez gloire au grand saint Ignace,

Patron de tous nos petits saints.

Par un tour qui serait infâme

Si les saints pouvaient avoir tort,

Au diable il a fait rendre l'âme.

Le diable est mort, le diable est mort.

Satan, l'ayant surpris à table,

Lui dit: Trinquons, ou sois honni.

L'autre accepte, mais verse au diable,

Dans son vin un poison béni.

Satan boit, et, pris de colique,

Il jure, il grimace, il se tord;

Il crève comme un héretique.

Le diable est mort, le diable est mort.

Il est mort! disent tous les moines;

On n'achetera plus d'_agnus_.

Il est mort! disent les chanoines;

On ne paira plus d'_oremus_.

Au conclave on se désespère:

Adieu puissance et coffre-fort!

Nous avons perdu notre père.

Le diable est mort, le diable est mort.

Ma, soggiunge il poeta, sant'Ignazio chiese ed ottenne il posto del

morto, ed ereditò l'inferno. Finalmente è da ricordare che Guglielmo

Hauff in Germania, e Federico Soulié in Francia, scrissero le Memorie

del Diavolo, e che le memorie si sogliono scrivere di chi è morto, non

di chi è vivo.

In realtà la scienza, che tante cose uccide, mentre tante altre ne

crea, uccide, o finisce di uccidere anche il diavolo, del cui ajuto,

se mai ebbe, ora non ha più bisogno. Per essa si avverano le parole

memorabili del vecchio Virgilio:

Felice

Chi delle cose la cagion conobbe;

E i terror vani, e il fato inesorabile

Sotto ai piedi si pose, e dell'avaro

Acheronte lo strepito.

Ma che il diavolo sia morto, o moribondo, non si ammette da tutti,

e molti s'ostinano a veder l'opera sua (poichè altrove oramai non la

possono vedere) negli oscuri fenomeni, o nelle troppo chiare ciurmerie,

del magnetismo animale e dello spiritismo: e or è qualche anno la

Santità infallibile del Sommo Pontefice Leone XIII, commossa da non

so che diavoleria di spiriti e di visioni, onde per due settimane

di seguito fecero gazzarra i giornali della Penisola, volse calda

preghiera all'arcangelo Michele, perchè volesse impugnar di nuovo la

spada formidabile, e gettato ai quattro venti, sopra e sotto la Via

Lattea, il grido della battaglia, scendere anco una volta in campo

contro l'antico e mal vinto avversario, e torgli il ruzzo dal capo.

Beatissimo Padre! Io non so qual risposta sia stata fatta di lassù

al vostro invito; ma a che pro turbare i riposi al degno paladino del

cielo? L'opera incominciata da Cristo diciotto secoli sono la civiltà

l'ha compita. La civiltà ha debellato l'inferno e ci ha per sempre

redenti dal diavolo.

FINE.

INDICE.

_Dedica_ Pag. V

CAPITOLO I.

Origine e formazione del diavolo.

La leggenda e la storia. — Il principio del male. —

Religioni primitive. — Spiriti buoni e spiriti malvagi. —

Il dualismo. — Divinità malefiche degli egizii, dei

fenici, degl'indiani, dei greci, dei romani. — Il mazdeismo:

Ormuz ed Arimane. — Satana nel giudaismo. —

Satana nel cristianesimo. — Satana e i Barbari. — La

figura di Satana giunge a perfezione nel medio evo. » 1

CAPITOLO II.

La persona del diavolo.

Corpo dei demonii e sue qualità. — Fisiologia diabolica.

— Figura dei demonii. — Bruttezza spaventosa. —

Diavoli belli. — Varie forme assunte dai diavoli.

— Zoologia diabolica. — Diavoli che si appropriano

corpi morti. — Aspetto pernicioso dei diavoli. — Peccati

diabolici. » 37

CAPITOLO III.

Numero, sedi, qualità, ordini, gerarchia, scienza

e potenza dei diavoli.

Diecimila bilioni di diavoli. — Diavoli nell'aria, diavoli

nell'inferno. — Ordinamenti sociali e divisione del lavoro.

— Monarchia infernale. — Intelligenza diabolica.

— Ciò che sanno i diavoli. — Ciò che possono i

diavoli. » 69

CAPITOLO IV.

Il diavolo tentatore.

Ragioni, condizioni, modi, tempi e luoghi della tentazione.

— La tentazione semplice. — La tentazione composta

e sceneggiata: sant'Ilarione. — La tentazione amorosa.

— Confessione di san Gerolamo. — Caso doloroso di un

santo monaco, che cessò d'esser santo, — Avvedimento

di san Benedetto. — Altre tentazioni e trappole. —

Credulità del monaco Erone. — Dabbenaggine di un

povero giovine che andò in pellegrinaggio a San Giacomo

di Gallizia. — Accortezza di san Martino. —

Storia terribile di un eremita, di un gallo e di una

gallina. — Tentazioni laboriose e lunghe. — Il diavolo

frate e abate. — Tentazioni indirette e tortuose. —

Concilio diabolico. — Rimedio contro le tentazioni. » 101

CAPITOLO V.

Burle, truffe, soprusi, angherie e violenze del diavolo.

Un nuovo Mosè. — Piccole noje date a grandi santi. —

La ossessione; suoi gradi e forme. — Tribolazioni di

san Romualdo, di sant'Egidio, di santa Gertrude da

Oost, di santa Francesca Romana, della beata Cristina

da Stommeln, e di altri santi e sante di molta reputazione.

— Il soccorso di Pisa. — Angosce e terrori dei

moribondi. — L'_Arte di morire_. — La possessione;

come si producesse. — Quattrocentomila diavoli in un

corpo solo. — Sintomi, caratteri, effetti della

possessione. » 133

CAPITOLO VI.

L'infestazione diabolica.

Il prete Pannichio. — Vita tribolatissima e sante dottrine

dell'abate Ricalmo. — Acquazzone di diavoli. —

La natura indemoniata. — I diavoli nei conventi. —

I diavoli in chiesa. — _Ubique dæmon_. — Il lago

di Norcia. » 163

CAPITOLO VII.

Amori e figli del diavolo.

Come generano i diavoli? — Caso quasi incredibile di una

donna che concepì e partorì parecchi anni dopo la sua

morte. — Gl'incubi. — I succubi. — Venere demonio.

— Il prete di Bonna. — Figliuoli del diavolo. — Gli

unni, Caino, Attila, Teodorico. — Il mago e profeta

Merlino. — Roberto il Diavolo. — Ezzelino da Romano.

— Lutero. — L'Anticristo. — I figliuoli di Goffredo

Plantagenet e di Balduino conte di Fiandra. — Figliuoli

adottivi e avventizii del diavolo. — Il diavolo

e l'esattore. » 185

CAPITOLO VIII.

I patti col diavolo.

Perchè e come si facessero. — Scritture vergate col sangue.

— Storia di un servo innamorato. — Storia del

ricco Antemio. — Storia del buon Teofilo. — Storia

del dotto Gerberto, che fu papa con l'ajuto del diavolo.

— Altri papi che si vendettero al diavolo. — Perchè

Cecco d'Ascoli non abbia potuto scampare dal rogo.

— Come sia mal fatto fidarsi alle parole del diavolo.

— Esempio notabile narrato da san Pier Damiano. —

La bellissima e terribile storia di Fausto. — Probità

dello scellerato Twardowsky. » 221

CAPITOLO IX.

La magia.

Di quante maniere fosse. — Ragioni di essa. — Scuole

in cui s'insegnava. — La evocazione del diavolo; suoi

pericoli. — Esempii di un prete anonimo e di uno scolare

di Toledo. — Caso narrato da san Gregorio Magno. —

L'ultimo dei Carraresi. — Il libro magico. —

Diavoli prigionieri. — Maghi maggiori e minori. —

Miracoli dei maghi. — Il banchetto magico. — Michele

Scotto e il cavaliere Ulfo. — Il mago Zito; il rabbino

Löw. — Filosofi, poeti e papi stregoni. — I maghi dabbene:

Ruggero Bacone. — Le streghe. — I congressi

delle streghe. — I processi per istregoneria. » 247

CAPITOLO X.

L'inferno.

Dove fosse. — Le porte dell'inferno. — Ampiezza, struttura,

topografia dell'inferno. — La città infernale. —

Il ponte del cimento. — Meteorologia, flora e fauna

del doloroso regno. — Affluenza incessante di anime

dannate. — I diavoli rapitori. — Ultima avvertenza di

Teodorico re dei goti. — Orrenda fine del conte di

Matiscona. — _Qui pro quo_ diabolico. — Anime senza

recapito. — Visitatori ed esploratori dell'inferno. » 285

CAPITOLO XI.

Ancora l'inferno.

Il libro dei peccati. — Punizioni anticipate. — Violenza

e qualità delle pene infernali. — Esperimento di santa

Teresa. — Lo scolare parigino. — Natura del fuoco

infernale. — Uno dei molti gaudii dei beati. — Ciò

che si vedeva in inferno. — Relazion di viaggio del

monaco Wettin; del giovane Alberico; del cavaliere

Tundalo. — Abbominazione della desolazione. — Il

cielo di ferro arroventato. — Il monte spaventoso. —

Il ponte di mille passi. — La bestia voraginosa. —

Lo stagno procelloso. — Il terribil forno. — La bestia

che divora e digerisce. — Le anime che ingravidano.

— I fabbri diabolici. — L'ultimo fondo d'abisso. —

Il re delle tenebre. — Cucina e banchetti infernali.

— Pene dei diavoli. — Il purgatorio. — Dannati fuor

dell'inferno. — Le anime dannate a processione. —

Storie orribili. — Eternità e mitigazione delle pene

infernali. — La vision di san Paolo. — Gli uccelli

neri di Pozzuoli. — _Lasciate ogni speranza, o voi

ch'entrate_. » 307

CAPITOLO XII.

Le disfatte del diavolo.

Gli avversari del diavolo. — Armi varie. — L'inno della

campana. — Bravura dei santi. — Sante correzioni date

da essi al nemico. — Il nemico legato. — Il nemico

bastonato. — Il nemico imprigionato. — Burle e sfregi

varii: li gloriosissimo san Chiuppillo. — Storia edificante

di santa Giuliana. — Storia non meno edificante

di santa Gertrude. — Il pugilato col diavolo. — Guerra

contro i diavoli invasori. — Come si liberasse certo

chierico indemoniato. — Esorcismi ed esorcisti. » 339

CAPITOLO XIII.

Seguitano le disfatte del diavolo.

Santi che scendono di cielo. — Storia di un vescovo

molto devoto di sant'Andrea. — Angeli e diavoli. —

La Vergine trionfatrice. — Storia del cavaliere impoverito.

— Contrasti di più maniere. — Esempio del

mal cavaliere del re Coenredo. — Il libriccino delle

buone opere. — Anime strappate di mano ai diavoli.

— Re Dagoberto. — Carlo Magno imperatore. — Enrico

III. — Il contrasto nella forma più semplice. —

Zuffa tra celesti e infernali. — Fra due liganti il

terzo spasima. — Battaglia campale. — Satana e la Vergine.

— Dialettica satanica. — Il diritto di Satana. —

Il processo celeste. — Storia di san Cristoforo. » 363

CAPITOLO XIV.

Il diavolo ridicolo e il diavolo dabbene.

Diavolo popolare. — Bruttezza ridicola. — Diavolo

mattacchione. — Diavolo rimminchionito. — Inganni e frodi

che gli si fanno. — I diavoli nei Misteri. — La magia

derisa. — Profumato racconto di Benvenuto Cellini. — Gli

angeli neutrali. — Il diavolo servizievole. — Riconoscenza

diabolica. — Il servitore del conte Eleno. —

Altri esempii. — Il diavolo credente. — Il diavolo

galantuomo. — Astarotte e Farfarello. — La conversione del

diavolo. — La confessione del diavolo. — Il

diavolo impenitente. » 395

CAPITOLO XV.

La fine del diavolo.

Il diavolo muore, il diavolo è morto. — Cagioni e sintomi.

— Affinarsi del sentimento religioso. — Affinarsi

della morale. — La scienza. — Satana simbolo. —

L'opera di Cristo è compiuta. » 431

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo

senza annotazione minimi errori tipografici.

Il Diavolo · 第 18 / 18 段