proprio suo regno, nemmeno in inferno, egli può tenersi sicuro dalle
offese degli avversarli. Cristo vi discese una volta, e ne trasse
tutto un popolo di anime: la Vergine, gli angeli, i santi, vi scendono
ancora, come abbiam veduto, di tanto in tanto, e vi turbano gli
ordini stabiliti sotto la sua signoria, concedono, senza chiedergliene
licenza, alleviamento di pena e riposo ai dannati. Anzi fanno assai
più: strappano i dannati all'inferno e, dopo ragionevole espiazione,
o anche senza di essa, li portano in cielo a godere della beatitudine
eterna. Questi casi non sono, se vogliamo, tanto frequenti, ma non sono
nemmen poi tanto rari. A furia di preghiere san Gregorio Magno liberò
dall'inferno l'anima di Trajano imperatore. Sant'Agostino racconta
come Dinocrate fu liberato per le preghiere di sua sorella Perpetua.
Santa Viborada liberò nello stesso modo un fanciullo, e sant'Odilone,
abate di Cluny, rese tale servigio all'anima di Benedetto IX papa,
che veramente non lo meritava. Di un certo Evervach, dannato, a cui
Dio permette di tornare al mondo per farvi penitenza, narra Cesario di
Heisterbach, e sono numerose le leggende in cui tale miracolo si compie
per intercessione della Vergine. In un dramma, o Mistero tedesco della
fine del secolo XV, si vede la stessa papessa Giovanna, di leggendaria
memoria, liberata dall'inferno, e condotta in cielo, per le preghiere
di Maria Vergine e di san Niccolò, e per le mani dell'arcangelo
Michele, che respinge con la spada i diavoli contrastanti. Ma c'è di
più. Nella Visione di un monaco Ansello (sec. X) si dice che tutti
gli anni, nel giorno della Risurrezione, Cristo scende all'inferno, e
libera le anime dei peccatori meno malvagi. In un favolello francese,
un giullare, lasciato dai diavoli a custodia dell'inferno, giuoca le
anime a dadi con san Pietro, il quale vince, e tutte le conduce in
paradiso. Tra esse ci doveva essere anche l'anima di Aristotile, la
quale non aveva potuto prima ottener tanta grazia. Nella Vita di san
Bonifacio vescovo di Losanna (m. 1258 o 1259) si legge che questo santo
aveva gran dispiacere della dannazione di Aristotile, e spesso pregava
Dio perchè volesse salvarlo, finchè un giorno venne una voce dal cielo,
e gli disse che ogni sua preghiera era inutile, giacchè Aristotile non
aveva fondato la chiesa di Cristo, come poi fecero san Pietro e san
Paolo.
Come si vede, se grande era la potenza di Satana e degli spiriti suoi,
più grande era la potenza di Dio, e della Vergine, e dei santi, e
degli angeli. La croce trionfava dell'inferno, era a un tempo stesso
arme e simbolo di vittoria. Cristo era maggior signore di Satana, e la
storia di quel buon gigante che fu san Cristoforo mette questa verità
in azione. Cristoforo era un uomo di terribile aspetto, e alto dodici
cubiti, cui venne in fantasia di voler servire il maggior signore che
fosse nel mondo. Andò a trovare un gran re, di cui diceva la fama che
fosse il più possente di tutti e il più magnifico, e si pose ai suoi
servigi. Avvenne un giorno che uno di quei giullari di corte si mise a
cantare una sua canzone in cui ricorreva frequente il nome del diavolo,
e il re, ch'era cristiano, ogniqualvolta l'udiva pronunziare si faceva
il segno della croce. Stupì Cristoforo, e ne chiese la ragione, e
saputo che il re si segnava a quel modo per difendersi dal demonio,
comprese questo essere maggior signore di quello, e osservando il
suo proposito, subito si partì e andò in traccia del nuovo padrone.
Camminando per certa solitudine, trova uno sterminato esercito, il
cui capitano, fiero e terribile in vista, gli chiede ove vada e la
cagion dell'andare. Io vado cercando, risponde Cristoforo, messer lo
demonio, perchè voglia tormi al suo servigio. “Colui che tu cerchi sono
io medesimo.„ dice il capitano, e Cristoforo, lieto dell'incontro,
gli si obbliga servitore in perpetuo. Se ne vanno in compagnia, e
in certa strada trovano una croce. Vedutala appena, il demonio, pien
di terrore, scappa, e trascinandosi dietro il nuovo servo, passa per
luoghi aspri e deserti, e solo in capo di certo tempo ritorna sulla
strada di prima. Si meraviglia Cristoforo, e vuol sapere la ragione
del fatto. Il diavolo, sebbene mal volentieri, gliela dice: “Sappi che
un uomo, chiamato Cristo, fu appeso in croce, ed io temo assai questa
croce, e fuggo quando la veggo.„ E Cristoforo: “Quel Cristo è dunque
maggiore e più possente di te? Orbene, rimanti in buon'ora, perchè io
voglio servire, non te, ma lui.„ Ciò detto si parte, e dopo avere a
lungo chiesto e cercato di Cristo, trova un'eremita che lo istruisce
nella fede cristiana, e gli fa conoscere quel padrone da cui più non si
partirà.
CAPITOLO XIV.
IL DIAVOLO RIDICOLO E IL DIAVOLO DABBENE.
Satana si mostra sotto due diversi e contrarii aspetti, di vincitore
e di vinto. Vincitore, egli appare terribile, e riempie gli animi
di orrore e di paura; vinto, appar soltanto vituperoso, e provoca il
disprezzo ed il riso. Allora, coloro stessi che hanno tremato al suo
nome, si rinfrancano, e allegramente si fanno beffe di lui. Bisogna
notare ancora che, indipendentemente dalle disfatte cui soggiaceva
troppo spesso, Satana, nel concetto popolare, non poteva serbare
intera la terribilità sua, ma doveva assumere, in certe determinate
condizioni, un carattere più mite, e starei per dire più umano. Il
popolo, tratto dall'indole del suo pensiero, e più da un bisogno
dell'anima, ha sempre famigliarizzato, più o meno, i suoi numi. Le
plebi cristiane fecero scendere di cielo in terra, andar gironi pel
mondo, entrare nelle case degli uomini, assidersi alle lor mense,
attendere a mille svariate faccende, non pure gli angeli e i santi e
la stessa Vergine Maria, ma ancora Gesù Cristo e Dio Padre. Come non
avrebbero esse dato talvolta un consimile carattere di famigliarità
al diavolo, a quel diavolo che essi credevano fosse continuamente in
mezzo a loro, e il cui nome ricorreva così frequente nei loro discorsi?
In un grandissimo numero di credenze e di fiabe popolari noi vediamo
comparire un diavolo profondamente diverso da quello dei teologi e
delle leggende ascetiche, un diavolo che ha figura e indole d'uomo,
ha una casa come hanno gli uomini, faccende e brighe quali potrebbe
avere un agricoltore o un artigiano; un diavolo che mangia, bee e veste
panni, è qualche volta indebitato, qualche altra ammalato, e nulla più,
o ben poco, serba di diabolico. Questo diavolo ammansato non si chiama
più con nomi solenni o terribili, ma con nomi umili, ridicoli gli uni,
quasi carezzevoli gli altri: Farfanicchio, Fistolo, Berlic, Farfarello,
Tentennino, Culicchia, Ticchi-Tacchi in Italia; Old Nick, Gooseberry in
Inghilterra; Don Martin o Martin Piñol in Ispagna, e così via.
Durante tutto il medio evo l'aspetto sotto cui si rappresenta il
diavolo, se ha del terribile, ha più del ridicolo. Veggasi come, non
immaginando di suo capo, ma seguitando la tradizione, Teofilo Folengo
dipinge il diavolo Rubicano nella decimottava maccheronea del _Baldo_:
Ille super lapidem ventosis fertur ab alis,
Quæ sunt de guisa veluti gregnapola gestat.
Quattuor in testam fert stantes vertice cornas,
Instar montonis tortas, dependet aguzzus
Nasus, qui semper vomit atro sulphure flammas.
Plus asini longas hinc inde volutat orecchias.
Deque cavernosis oculis duo brasida volgit
Lumina, nec minor est muso sua bocca lupino,
Extra quam dentes ut porcus grignat aguzzos.
Barba velut becchi marzo de sanguine pectus
Imbrattat, quo testa canis stat ficca tesini,
Quæ semper bau bau faciens sua labra biassat.
Vergognosa caput serpentis pars sua vibrat
Sibila, sed retro dependet cauda leonis.
Gambæ subtiles pedibus gestantur ochinis,
Undique sulphureum da corpore mittit odorem.
Baldo e i compagni, vedendo gli scambietti e sberleffi suoi, schiattano
dal ridere.
Nè i demonii son sempre torvi e dispettosi; anzi ridono volentieri fra
loro, e talvolta eccitano al riso gli uomini, con lazzi e capestrerie
da buffoni. Un sant'uomo, ricordato da san Gerolamo, vide un giorno
un diavolo che sgangheratamente rideva. Chiestagliene la cagione,
quegli rispose che un suo compagno diavolo, il quale stava seduto
sullo strascico di una donna, era tombolato per terra nel momento
che, dovendo passare un luogo fangoso, la donna s'era tirata su
la veste. San Caradoc, essendosi un giorno stancato a lavorare, si
tolse la cintura e la tonaca e le gettò in un canto. Venne il diavolo
furtivamente e tolse la cintura con la borsa che v'era appesa. Andato
il santo per riprenderle, non le trovò, e vide poco lungi il demonio
che ruzzava allegramente.
Il diavolo ridicolo è anche un diavolo rimminchionito, al quale si
possono dare ad intendere le più gran panzane di questo mondo, che
si lascia abbindolare da false promesse, non vede i tranelli che gli
si tendono, e dà spesse volte prova della più strana e più supina
ignoranza. D'ingannatore, egli si tramuta in ingannato, e dove soleva
guadagnare, perde. Il primo e maggiore inganno gli è fatto da Dio.
Secondo alcuni Padri, l'opera della redenzione non fu se non una divina
e solenne frode ordita ai danni del nemico, il quale fu preso come un
pesce all'amo, con l'esca della croce. Il diavolo s'immaginò di potere
aver l'anima di Cristo in cambio delle anime degli uomini, e perdette
queste, senza potere guadagnar quella. In più di una novellina popolare
si vede Dio ingannare il demonio con promesse e concessioni di cui
questi non può in nessun modo giovarsi.
Così ancora lo ingannano i santi e gli uomini comuni. Un giorno, in
una caverna, Virgilio mago trova un demonio, il quale per arte di
negromanzia era stato chiuso in un foro suggellato. Il demonio prega
il poeta di liberarlo da quell'angustia, e il poeta acconsente, a
patto ch'ei gli insegni la magia. Tolto il suggello, il demonio esce
fuori, e mantien la promessa; ma allora Virgilio mostra di dubitare
ch'ei potesse capir veramente in così angusta prigione. Il demonio,
per farnelo certo, ci si raccoglie novamente dentro, e Virgilio, chiuso
il foro come prima, se ne va pei fatti suoi. Press'a poco allo stesso
modo, Paracelso trasse fuor da un abete un diavolo, e poi ve lo fece
rientrare, dopo avere ottenuto da lui una medicina che sanava tutti i
mali, e una tintura che mutava ogni cosa in oro.
Altri inganni si hanno in numerosi racconti popolari. Un contadino si
obbliga di dar l'anima al diavolo, a patto che questi gli costruisca
una casa, o gli ari un campo, o gli renda altro servigio, prima che il
gallo canti. Il diavolo si pone all'opera tranquillamente; ma quando
egli sta per finire, il contadino con qualche sua astuzia induce il
gallo a cantare, e quegli è forzato di partirsi, senza aver premio
alcuno della sua fatica. Il diavolo, in beneficio di tale o tale città,
costruisce un ponte, con la condizione che l'anima del primo che vi
passerà sopra gli abbia ad appartenere. Costruito il ponte, ci si fa
passar sopra un cane, o altro quadrupede, e il diavolo deve contentarsi
di quella preda. Di più d'uno si racconta che, invece dell'anima e del
corpo, lasciò al diavolo l'ombra. Il diavolo insegnava una volta magia
nella città di Salamanca. Egli aveva dichiarato ai suoi uditori che,
a corso finito, avrebbe tolto in pagamento, anima e corpo, colui che
rimarrebbe ultimo nell'aula. Venuto il giorno stabilito, gli uditori
traggono a sorte chi debba soddisfare il debito. Rimane ultimo uno
studente, il quale al diavolo, che sta per ghermirlo, addita l'ombra
propria sul muro. Il diavolo, stimandola persona, s'avventa per
acciuffarla, e intanto lo studente se la svigna. Questa novelletta
diede argomento a una poesia di Teodoro Körner. Nel noto romanzetto del
Chamisso il diavolo si toglie l'ombra di Pietro Schlemihl, ma sapendo
ciò ch'ei si fa.
La dabbenaggine e la credulità di certi diavoli minori passano ogni
limite. Il trovero francese Rutebeuf, già ricordato, narra di uno, che
pensandosi di raccogliere in un sacco l'anima di un villano moribondo,
raccolse.... un'altra esalazione. È celebre il diavolo di Papefiguière,
di cui racconta le miserevoli avventure il Rabelais. Di grandissima
dabbenaggine danno pure esempio i diavoli che vengono sulla terra a tor
moglie, come quel Belfagor, di cui narrano la storia il Machiavelli e
lo Straparola, e quell'altro di una novella popolare spagnuola, chiuso
dalla suocera in un fiasco, e abbandonato sulla cima di una montagna.
I diavoli che Dante trova nella quinta bolgia del cerchio ottavo,
se hanno del terribile, hanno anche del comico, sia nell'aspetto e
negli atti, sia nei nomi. Essi sono Malacoda, Scarmiglione, Alichino,
Calcabrina, Cagnazzo, Barbariccia, Libicocco, Draghignazzo, Ciriatto,
Graffiacane, Farfarello, Rubicante, e hanno per giunta il nome
collettivo di Malebranche. Essi stringono la lingua coi denti per
far cenno al loro duce, come è usanza dei monelli, e il loro duce fa
trombetta di ciò che non occorre rammentare. Si lasciano ingannare
da Ciampolo, o chi altri si sia il _famiglio del buon re Tebaldo_, e
due di loro, Alichino e Calcabrina, si azzuffano per ciò, e cadono
nel bel mezzo del bollente stagno, d'onde i compagni li traggono
coi raffii. Somigliantissimi a questi di Dante sono i diavoli che si
vedono trescare per entro ai Misteri e alle Moralità del medio evo e
della Rinascenza, e l'officio principale loro è quello di far ridere
gli spettatori, con l'aspetto buffonescamente mostruoso, coi lazzi
e con le smorfie, rincorrendosi e picchiandosi sulla scena. Essi
appajono frequentissimi in drammi di sacro argomento francesi, inglesi,
tedeschi; molto meno nelle Sacre Rappresentazioni italiane.
In un Mistero francese composto nella seconda metà del secolo XV da
Arnoul Greban, e intitolato _La nativitè, la passion et la résurrection
de N. S. Jésus-Christ_, Mistero che conta 34574 versi e non meno di
393 personaggi, sono parecchie scene in cui i demonii hanno parte
assai ridicola. Saputo che il mondo sta per essere redento, Lucifero
fa convocare a suon di tromba tutti i demonii: chi non risponde alla
chiamata, chi manca al consesso, è frustato senza pietà, trascinato
sulle natiche attraverso l'inferno, immerso sette volte nel più
profondo del pozzo infernale. Satana, di ritorno dalla terra, ove
non ha potuto in modo alcuno nuocere a Cristo, è scamatato a dovere,
sebbene si appelli all'inferno tutto. In un'altra scena, Satana,
Astarot e Berich sono presenti all'ascensione di Cristo; ma Satana
solo può dire d'averla veduta. Astarot, quando vuole alzar gli occhi
al cielo, cade riverso con le gambe all'aria, e Berich riceve un gran
picchio sul capo. Si risolvono di tornare in inferno, sebbene sappiano
qual festa li aspetti:
_Astarot_: Ce ne sera pas sans sentir
des miches de nostre couvent.
_Berich_: Bé! nous en sentons bien souvent,
par quoy ne m'en fait point si mal.
Un'altra volta Satana è legato con catene arroventate e trascinato per
l'inferno: Lucifero gli domanda se suda. Nel Mistero di San Desiderio,
composto circa quello stesso tempo da Guglielmo Flamang, i diavoli
escono in vantamenti ridicoli, adoperando un linguaggio ridicolo e
sconcio. In un altro, intitolato _Pierre le changeur marchand_, i
diavoli, vedendosi tolta per intercession della Vergine un'anima,
inveiscono arrabbiati e confusi contro Dio, che pronunziò sentenza a
loro sfavorevole:
Autrement ne l'oseroit faire,
Et s'il le faisoit, abatuz
Seroit de sa mère et batuz
Dessus ses fesses.
In un Mistero tedesco della Passione Lucifero parla ai demonii della
caduta sua e loro e della superbia che ne fu la cagione; ma quelli
lo ingiuriano e lo picchiano, perchè non vogliono udir prediche. In
un altro Mistero tedesco, intitolato la _Resurrezione di Cristo_, e
composto nel 1464, Lucifero, dopo aver veduto spogliato il suo regno
dal Redentore, è messo in una botte e legato con catene. Satana e gli
altri demonii si partono in busca di anime da predare; ma, partiti
appena, Lucifero li richiama, e tanto si sgola per farsi udire da loro
che gliene viene mal di capo. Ritornati quelli. Lucifero non sa più
perchè li abbia chiamati, ed essi lo rimproverano e si dolgono delle
anime perdute. Satana si mette di nuovo in viaggio, e prolungandosi
l'assenza di lui, Lucifero comincia a essere in angustie, e a
temere di qualche disgrazia. Sarebbe egli ammalato? l'avrebbero per
caso accoppato? Finalmente Satana ritorna, portando l'anima di un
ecclesiastico, e Lucifero a ridere, meravigliandosi che capitino in
inferno coloro che dovrebbero guidar gli altri in paradiso; ma l'astuto
ecclesiastico gli risponde per le rime, e lo assorda con le parole per
modo, che quegli ordina di lasciarnelo andare al più presto.
Ricorderò ancora una commedia spagnuola, dove il diavolo fa assai
trista figura, _El diablo predicador_, d'ignoto autore. La commedia
è del secolo XVII, ma assai più antica di certo è la novella che le
dà il soggetto. Il diavolo ha con sue arti messo in mala vista della
popolazione un convento di francescani nella città di Lucca. I poveri
frati sono a mal partito, quando l'arcangelo Michele scende di cielo
col bambino Gesù in braccio, e ordina al calunniatore di riparare al
mal fatto, e di riporre i calunniati nella riputazione di prima. Si può
immaginare con che gusto il diavolo eseguisca il comando.
Il diavolo Scarapino, che il Bojardo descrive in un luogo dell'_Orlando
Innamorato_, appartiene alla famiglia dei diavoli ridicoli:
Era un demonio questo Scarapino,
Che de l'inferno è proprio la tristizia,
Minuto è il giottarello e piccolino.
Ma bene è grosso e grande di malizia;
A la taverna, dove è miglior vino,
O del gioco e bagascie la divizia.
Nel fumo de l'arrosto fa dimora,
E qua, tentando ciaschedun, lavora.
Alla stessa famiglia appartengono i diavoli che Lorenzo Lippi
introdusse nel suo _Malmantile_.
La derisione che colpiva il diavolo doveva, o prima o poi,
naturalmente, colpire anche certe cose che si supponeva avessero
stretta attinenza con lui, fossero da lui favorite e promosse: la
magia e le strane sue pratiche. E questa derisione comincia appunto
a farsi sentire quando cominciano a imperversare i processi contro le
streghe. Nessuno la fece sonar più alto di Teofilo Folengo, l'arguto,
immaginoso e festevole autore del _Baldo_, il principe dei maccheronici
(1496-1544). Nella maccheronea VII di questo poema egli si burla
dei domenicani, cui era affidata la inquisizione, e dice essere loro
officio porre le streghe a cavallo degli asini,
Officiumque gerunt asinis imponere stryas.
Nella maccheronea XXI descrive in modo oltre ogni dire ridicolo
l'officina, la scuola, il lupanare delle streghe, nel regno di
Culfora, e si scusa di non dire tutto ciò che sa, trattenuto dalla
paura degl'inquisitori, i quali potrebbero giudicarlo degno della
mitera e del rogo. In una scena della sua _Cortegiana_, Pietro Aretino
introduce l'Alvigia a piangere la morte della maestra sua, una vecchia
strega che l'Inquisizione fa abbruciare; che era tenuta “una Salamona,
una Sibilla, una Cronica da sbirri, da osti, da facchini, da cuochi,
da frati e da tutto il mondo;„ che osservava tutte le vigilie, e
che a lei, sua scolara, lascia tutte le sue masserizie e le cose
del mestiere: un'ampolla piena di lagrime d'amanti, carta non nata,
orazioni da far dormire, ricette da far ringiovanire, un diavolo chiuso
in un orinale, ecc. ecc. In una scena della _Spiritata_ del Lasca dice
il Trafela: “Come altri s'intabacca e comincia punto a credere a malie
e streghe, agli spiriti e agl'incanti, si può dir ch'ei sia l'oca;„
e spesso i negromanti e le operazioni magiche sono argomento di celia
nelle commedie e nelle novelle nostre del Cinquecento.
Quel capo ameno (per non dirgli altro) di Benvenuto Cellini racconta
nella sua Vita una curiosa istoria, che fa molto al proposito nostro, e
che qui non può essere passata sotto silenzio. Egli aveva, _per certe
diverse stravaganze_, presa amicizia in Roma con un prete siciliano,
di molto ingegno, di gran sapere, e assai profondo in negromanzia.
Confidato a costui come tutto il tempo di vita sua avesse avuto
grandissimo desiderio di vedere o udire alcuna cosa di quell'arte,
n'ebbe promessa che ogni sua voglia sarebbe stata appagata, se si
sentiva d'animo forte e sicuro, quale richiedeva l'impresa. Una notte,
tolti con sè due compagni, se ne andarono nel Colosseo, e quivi il
prete, paratosi secondo l'usanza, cominciò a disegnar circoli in terra,
a bruciar profumi, a fare scongiuri, e quanto altro abbisognava. Dopo
un'ora e mezzo che queste cerimonie duravano, comparvero parecchie
legioni di diavoli, tanto che il Colosseo n'era pieno, e Benvenuto,
invitato a domandar qualche cosa, domandò di poter essere con la sua
Angelica siciliana. Per quella notte non ebbe risposta, e il prete gli
disse che bisognava tornarvi un'altra volta, e ch'ei menasse con sè
_un fanciulletto vergine_. Così fu fatto. Ricominciate le cerimonie
e ripetuti gli scongiuri, più solenni quelle e più terribili questi,
non andò molto che il Colosseo fu pieno di cento volte più diavoli
che non ne fossero apparsi la prima fiata. Benvenuto rifece la sua
domanda, e n'ebbe risposta che in capo di un mese il desiderio suo
sarebbe appagato; ma tanto era il numero dei demonii, e così minaccioso
l'aspetto loro, che il prete cominciò a smarrirsi e a tremare, e con
lui i compagni, e Benvenuto medesimo. Il negromante allora cominciò
a usare modi dolci e soavi, per vedere di licenziare quei maledetti,
e raccomandò di bruciare dell'assa fetida. In quel punto, un dei
compagni, certo Agnolino Gaddi, il quale era mezzo morto di paura,
fu colto da una irresistibile e strepitosa soccorrenza di ventre, la
quale, dice Benvenuto (che usa parole più significative e più spicce),
ebbe maggior virtù che non l'assa fetida. Benvenuto allora si mise
a ridere, e il fanciullo, levati a quel riso gli occhi, disse che i
diavoli _se ne cominciavano andare a gran furia_, e quando venne a
sonar mattutino, disse il fanciullo che pochi ancora ne rimanevano
e discosto. Dopo un altro po' il prete, Benvenuto e gli altri se ne
uscirono dal circolo in cui s'erano tenuti stretti, e senz'altro danno
che della paura avuta se ne tornarono alle lor case.
Il diavolo ridicolo è, se non meno tristo in sè, certo meno pericoloso
e nocivo del diavolo serio, e facilmente si passa da lui al diavolo
dabbene. Dare il predicato di buono al diavolo, il quale è il principio
stesso del male, pare che non si possa senza contraddizione patente;
e pure gli è un fatto che il popolo immaginò una specie di diavolo
buono, contrapposto al diavolo malvagio, e che teologi di professione
pensarono a una possibile, o a dirittura necessaria conversione finale
dei superbi ribelli.
E qui mi bisogna ricordar di nuovo che non tutti gli angeli caduti
avevano peccato a un modo ed erano egualmente malvagi. Molti ce ne
furono, secondo afferma Origene, che nella gran battaglia combattuta
nei cieli, erano rimasti neutrali, e son quelli di cui Dante dice che
non furon ribelli,
Nè fûr fedeli a Dio, ma per sè foro.
Dante li pone nel vestibolo dell'inferno, insieme con
l'anime triste di coloro
Che visser senza infamia e senza lodo.
E prima e dopo di Dante altri ebbe a dire di loro. Nel corso della sua
avventurosa navigazione san Brandano giunse ad un'isola, dove trovò un
albero meraviglioso, popolato di uccelli candidissimi, i quali erano
appunto angeli caduti, ma non malvagi. Essi non soffrivano castigo; ma
eran fuori dell'eterna beatitudine. Ugone d'Alvernia trovò angeli così
fatti vicino al Paradiso terrestre, i quali lodavano Dio ed erano senza
castigo alcuno la domenica.
Il diavolo dabbene si dà anzi tutto a conoscere come diavolo
servizievole; egli ajuta gli uomini nei pericoli e nei bisogni,
spontaneamente, senza mala intenzione, e senza chiedere premio alcuno,
o contentandosi di piccolissimo compenso. Gli esempii e le prove sono
innumerevoli.