per sant'Andrea apostolo, e sempre lo invocava, e qualunque cosa si
accingesse a fare, sempre cominciava con queste parole: “A onor di
Dio e di sant'Andrea.„ Invidioso e fastidito di tanta santità, il
diavolo mette mano alle insidie. Prende l'aspetto di una fanciulla
bellissima, va a trovare il vescovo, e gli racconta una sua favola
molto artificiosa: com'ella sia figliuola di un re; come il padre la
volesse dare in moglie ad un principe possente; come, volendo serbare
la sua verginità allo sposo celeste, ella sia fuggita dal suo paese
ove non potrebbe tornare senza gravissimo pericolo. Udite queste
cose, il buon vescovo, pieno d'ammirazione, la loda, la incoraggia,
le offre protezione ed asilo, la invita a desinare. A tavola non
sono soli; ma il vescovo, come più guarda la fanciulla, più la trova
bella; come più l'ode parlare, più la giudica sensata ed eloquente,
tanto che se ne innamora, e già aspetta con impazienza tempo e luogo
opportuno da poterle scoprire la sua passione. A un tratto, s'ode
giù gran rumore, alla porta. È un pellegrino, a tutti sconosciuto,
il quale picchia a colpi replicati, e a gran voce chiede d'entrare.
Il vescovo interroga la fanciulla: vuol ella che il pellegrino sia
introdotto? E quella: “S'introduca; ma a patto che, dando giusta
risposta a tre domande difficili, si mostri degno di sedere con voi a
mensa.„ Per desiderio del vescovo e dei convitati le domande sono da
lei proposte, e il nunzio le reca, successivamente al pellegrino, e
torna con le risposte. La prima domanda è: Delle piccole cose fatte
da Dio qual è la più mirabile? Il pellegrino risponde: “La faccia
dell'uomo,„ adducendo ragioni, che pajono a tutti giustissime. Alla
seconda domanda, in qual luogo la terra sia più alta del cielo, il
pellegrino risponde: “Nell'empireo, ove è il corpo di Cristo, fatto di
terra, come quello degli uomini.„ Alla terza domanda, che distanza sia
dal cielo alla terra, il pellegrino risponde: “Chi m'interroga ha a
saperlo meglio di me, perchè egli è il diavolo che tutta la percorse,
quando fu precipitato giù dal paradiso.„ A tale risposta inaspettata il
diavolo sfuma. Il pellegrino è sparito ancor esso; ma al vescovo, che
piange e confessa il suo peccato, si dà a conoscere in sogno: egli è
sant'Andrea.
Gli angeli fedeli, che in antico avevano vinto e cacciato i ribelli,
seguitavano a combattere contro di loro: alla fine dei tempi
l'arcangelo Michele, di cui si custodivano gelosamente, nella città di
Tours, la spada e lo scudo adoperati nel primo combattimento, vincerà
Satana di bel nuovo e per sempre. La credenza che ciascun uomo abbia
un suo proprio angelo custode è assai antica, giacchè si trova già nel
secondo secolo dopo Cristo; anzi da molti si crede che ciascun uomo
vada accompagnato nella vita da un angelo a destra, da un demonio a
sinistra. La natural nimistà ch'è tra i celesti e gl'infernali è qui
fatta più acre dalla comunità dell'oggetto su cui le contrarie potenze
si esercitano, l'anima dell'uomo. L'angelo si sforza di tirar l'anima
in cielo, il demonio si sforza di tirarla in inferno. Strano a pensare
e doloroso a dire, l'anima razionale, e provveduta di libero arbitrio,
ajuta nella maggior parte dei casi chi la vuol perdere contro chi la
vuol salvare: in questa battaglia, se non nelle altre, vince assai più
volte il demonio che l'angelo.
Ma nulla vince il demonio, anzi perde ogni suo guadagno ed ogni suo
potere, e rimane miseramente sconfitto e scornato, quando, bella ed
insuperabile avversaria, gli si leva contro la purissima donna che ha
intorno al capo una corona di stelle, e schiaccia sotto ai piedi il
serpe velenoso, l'avvocata di tutti i peccatori, la consolatrice di
tutti gli afflitti, la madre di Gesù redentore, la dolcissima Vergine
Maria. Ella è la regina del cielo e la dominatrice dell'inferno. Satana
trema dinanzi a lei, trema e si nasconde solo che oda pronunziare
il suo nome soavissimo. Ella è la salute, non pur degl'infermi, ma
dell'intero genere umano, perchè, da una parte, non lascia fare a
Satana la centesima parte del male ch'ei vorrebbe e potrebbe fare;
da un'altra placa l'ira di Dio, e ottiene che non si rovesci, come
giustizia vorrebbe, sui peccatori. San Damiano, rapito in estasi, la
vide che con le sue preghiere tratteneva Cristo da distruggere il mondo
pieno d'ogni scelleraggine e d'ogni bruttura. I fedeli costantemente
la invocano, a lei confessano colpe e bisogni, in lei pongono ogni
speranza: la salutazione angelica sale perpetuamente da questa valle di
miserie al suo trono; le lunghe litanie formano come tanti invisibili
lacci d'amore per cui le anime si sospendono a lei. Il suo potere
è illimitato, e pari al potere è in lei la misericordia. Ella nulla
sdegna e nulla tralascia di quanto può giovare a chi le si raccomanda,
sia pure il più malvagio e indurito peccatore di questo mondo. Ella
scende in terra, parla nelle immagini, si mostra in persona, ammonisce
i vacillanti nella fede, dà da mangiare agli affamati, guarisce
gl'infermi, salva i pericolanti, conforta i moribondi, affronta il
demonio ogni qual volta è bisogno. Qui viene opportuno un esempio che
Giacomo da Voragine narra presso a poco nel seguente modo.
Un cavaliere di nobile lignaggio e ricchissimo aveva, con indiscreta
liberalità, dilapidato ogni suo avere, ed era venuto in tanta povertà,
che dove prima soleva largheggiare nelle cose massime, ora persin le
minime gli facevan difetto. Avvicinandosi una solennità, nella quale
era uso di fare doni e largizioni grandissime, egli, non avendo più
che dare, si recò, pieno di confusione e di tristezza, in un luogo
deserto, col proposito di starci finchè la festa fosse passata. Ei
v'era giunto appena, quando gli si fece incontro, seduto sopra un
terribil cavallo, un più terribile cavaliere, che gli chiese la ragione
della sua tristezza. Uditala, disse: “Quando tu voglia concedermi
cosa di picciol momento, avrai da me più ricchezze e più gloria che
mai non avesti in passato.„ Promette il cavaliere, e tosto a lui
il principe delle tenebre: “Torna a casa, e nel tale luogo troverai
tanta quantità d'oro e d'argento, e tanta di pietre preziose: tu in
compenso, nel tale giorno, mi condurrai qui tua moglie.„ È da sapere
che costei era donna pudicissima e in sommo grado devota della Vergine
Maria. Tornato a casa, il cavaliere trova ogni cosa come gli era stato
detto, e subito compra palazzi, riscatta fondi, procaccia servi, e dona
altrui largamente, com'era suo costume. Giunto il dì fissato, dice alla
moglie: “Sali a cavallo, perchè bisogna che tu venga con me alquanto
lontano.„ La donna tremando obbedisce, e raccomandatasi devotamente
alla Vergine, cavalca dietro al marito. Cammin facendo passano davanti
a una chiesa. La donna scende da cavallo, entra in chiesa, e mentre il
marito aspetta di fuori, si raccomanda di nuovo alla sua protettrice
e si addormenta. La Vergine allora prende l'aspetto di lei, in modo da
sembrar lei medesima, esce di chiesa, monta a cavallo, e col cavaliere
prosegue il viaggio. Giunti al luogo stabilito, ecco venir oltre, con
grande impeto, il principe dell'abisso, poi fermarsi a un tratto, e
fremendo e tremando esclamare: “O il più infedele degli uomini, perchè
mi hai tu ingannato a questo modo, e perchè tal premio mi rendi de'
miei beneficii? io ti dissi di condurmi tua moglie e tu mi conduci
la madre del Signore; io voleva tua moglie e tu mi conduci Maria.„
Allora la Vergine: “O spirito maledetto, quale temerità fu la tua, che
presumesti di poter nuocere a una mia devota? Torna in inferno, e non
sia mai più in te tanta tracotanza.„ Il demonio fugge ululando, e il
cavaliere si getta pentito ai piedi della donna del paradiso, che gli
ordina di ritorsi la sua fedele compagna, e di sperdere le ricchezze
avute dal maledetto. Così egli fece, e non perciò fu povero, perchè
nuove e maggiori ricchezze ebbe poi dalla Vergine misericordiosa.
Come la Vergine togliesse al demonio le scritture dei malconsigliati
che stringevano patti con lui, abbiam già veduto; ma ella aveva
anche altri modi di riscattar le anime cadute, per una o per un'altra
ragione, in balía del nemico. In più racconti popolari, di origine
certo assai antica, si dice come il diavolo e la Vergine si facessero,
l'uno compare, l'altra comare di un fanciullo, quello per condurlo in
perdizione, questa per salvarlo. Di solito c'è di mezzo una promessa
che il padre fece al demonio, e che favorisce molto la causa di questo;
ma da ultimo, superato ogni ostacolo, trionfa la Vergine.
Molte volte le potenze celesti vincono Satana con solo mostrarsi, o
con ordinargli imperiosamente di cedere il campo e lasciar la preda;
molte altre volte non lo vincono se non dopo un contrasto più o meno
lungo, il quale varia di qualità e di procedimento, e va dalla semplice
discussione, o dal diverbio un po' vivo, sino all'accapigliatura e al
pugilato, o anche alla battaglia ordinata, quando sieno molte le forze
impegnate dall'una parte e dall'altra. Non di rado pure il contrasto
prende le forme e l'andamento di un vero e proprio piato giudiziale. La
vittoria non sempre rimane ai celesti.
Le cause di tali contrasti erano parecchie; ma i più si facevano
per decidere della sorte delle anime novellamente sciolte dai corpi:
gl'infernali avrebbero voluto trascinarle tutte in inferno, i celesti
condurle tutte in paradiso. Cominciava il contrasto intorno al letto
dei moribondi. Venivano i diavoli, recando il libro in cui erano
scritti tutti i peccati commessi da chi stava per uscir di vita;
venivano gli angeli, recando il libro in cui erano scritte tutte le sue
buone opere. Quello era, di solito, un libraccione ponderoso e negro,
tutto vergato di spaventosi caratteri; questo un libriccino nitido e
minuto, scritto di lettere d'oro. Cotai libri, insieme con la giusta
bilancia in cui angeli e diavoli pesavano azioni buone e cattive,
compajono assai spesso nei giudizii ove si decide la sorte delle anime.
È abbastanza conosciuta (ed io l'ho già ricordata) una terribile
istoria narrata dal venerabile Beda, e ripetuta con qualche leggiera
diversità da Jacopo Passavanti nel suo _Specchio della vera penitenza_.
Un cavaliere del re Coenredo, uomo prode e di grande animo, ma vissuto
assai malamente, infermò, ed esortato a confessarsi, non volle farlo,
tanto che giunse presso a morte. Allora, aspettando la fine sua, egli
vide comparire al suo letto due angeli, i quali si posero a leggere
un libriccino in cui erano segnate alcune buone opere fatte da lui
grandissimo tempo innanzi, mentre era giovine ancora. Di ciò egli
si rallegrava e prendeva speranza, quando vide entrare due orribili
demonii, che squadernatogli sul viso il volume de' suoi peccati,
dissero agli angeli: “Che fate voi qui? voi non avete nessuna ragione
in costui, che è nostro.„ E gli angeli, guardatisi l'un l'altro, senza
poter nulla rispondere se ne andarono, e i demonii, presi due coltelli
affilati, cominciarono a tagliare il reo cavaliere da capo e da piede,
tanto che in brev'ora morì e fu dannato.
Ma non sempre il grosso libro dei diavoli la vinceva sul libro piccino
degli angeli; e si diè caso che quello non servì a nulla, sebbene gli
angeli non avessero da opporgli nemmeno una pagina. Nella Visione di
Frate Alberico si narra di un potente malvagio, che prima di morire si
pentì, e chiese perdono a Dio. Al suo letto di morte si presentano un
angelo e un demonio, questi con un gran volume di peccati, quegli con
le mani vuote. Il demonio si crede sicuro del fatto suo; ma l'angelo
sparge sul libro lo lacrime versate dal pentito e tutto il cancella. Il
peccatore ravveduto è salvo.
Spesso i santi vennero in soccorso di anime che i diavoli si forzavano
di trarre in inferno; e bisogna dire che, così facendo, obbedivano
molto più a un sentimento di speciale benevolenza pei loro devoti,
che non ai dettami della stretta giustizia. Gli esempii abbondano.
I diavoli se ne portavano entro una barca l'anima del re Dagoberto,
quando scesero improvvisamente di cielo, fra tuoni e fulmini, san
Dionigi, san Maurizio e san Martino, che senza stare a disputare della
ragione e del torto, la tolsero loro di mano e la menarono in paradiso.
Morto Carlo Magno, l'anima sua fu condotta al giudizio. Viene un
nugolo di demonii che caricano de' suoi peccati l'un dei piatti della
bilancia. Questa trabocca; ma san Giacomo di Compostella e san Dionigi
mettono nell'altro piatto tutte le chiese e tutti i monasteri fondati
da lui, e subito la bilancia trabocca dall'altra parte, in suo favore.
Un monaco, stando in orazione la notte (così racconta Leone Marsicano,
morto nel 1115) vede passare con grande rombo e ruina una turba di
diavoli. Chiamatone uno, gli chiede ove vadano con tanta furia, e
avutone in risposta che vanno a torsi l'anima dell'imperatore Enrico
III, protesta di non credere che Dio possa darla loro nelle mani, e
gl'impone di venirne al ritorno e narrargli tutto l'evento. Passati
due giorni, ecco riapparire il malvagio spirito, con volto dimesso,
con portamento lugubre, e narrare al monaco la disfatta propria e de'
suoi. Già era durata un pezzo la contesa fra gli angeli ed essi, quando
di comune accordo fu deliberato di pesare con una bilancia le buone
e le cattive azioni del morto, e decidere così chi dovesse prenderne
l'anima. Dato mano all'esperimento, già traboccava la bilancia in favor
dei demonii, quand'ecco accorrere tutto anelante quell'abbrustolito di
san Lorenzo, e gettar con grand'impeto nel piatto contrario un calice
d'oro, che tempo innanzi l'imperatore aveva donato a una basilica di
lui. Incontanente la bilancia trabocca da quella parte, e i diavoli
debbono, confusi e scornati, rinunziare alla preda e prendere il volo.
Ma non sempre i santi potevano ricorrere a così ponderosi argomenti,
e allora, qualche volta, finiva che dovevano cedere a chi aveva più
ragione di loro. Quando morì Guido da Montefeltro, resosi frate dopo
aver menato una vita scelleratissima, venne san Francesco in persona
per raccorne l'anima e recarla in cielo; ma uno _de' neri cherubini_
(così dice Dante) gli si levò a fronte garrendo:
Nol portar; non mi far torto:
Venir se ne dee giù tra' miei meschini,
Perchè diede il consiglio frodolente,
Dal quale in qua stato gli sono a' crini;
Ch'assolver non si può chi non si pente,
Ne péntere e volere insieme puossi
Per la contradizion che nol consente.
Il consiglio frodolente cui qui si accenna fu d'aver suggerito al
_principe de' nuovi Farisei_, cioè a papa Bonifacio VIII, il modo di
prendere con inganno la rocca di Palestrina, ch'era dei Colonnesi. San
Francesco non seppe che obbiettare alle ragioni del demonio, il quale,
acciuffando l'anima trista, le disse sbeffandola:
Forse
Tu non pensavi ch'io loico fossi.
Vedremo qualche altro caso in cui il demonio si addimostra _loico_, e
de' buoni.
Bastava invece una lacrima di pentimento sincero per far perdere al
demonio ogni sua ragione, o almeno per indurre i celesti a non tenere
le sue ragioni in conto alcuno. Dice lo stesso Dante che quando il
figliuolo di Guido da Montefeltro, testè ricordato, Buonconte, ferito
alla battaglia di Campaldino, rese l'anima col nome di Maria sulle
labbra, tosto venne l'angelo dì Dio, e prese l'anima del pentito; ma il
demonio, accorso ancor egli, gridò:
O tu dal ciel, perchè mi privi?
Tu te ne porti di costui l'eterno
Per una lagrimetta che il mi toglie;
Ma io farò dell'altro altro governo.
L'angelo non gli bada e non gli risponde nemmeno. Allora il demonio
chiama in suo ajuto i venti, congrega le nubi, suscita una furiosa
procella, e fa che le acque dilagate travolgano l'_altro_, cioè il
corpo di Buonconte, per modo che più non se n'ebbe novella.
Noi abbiamo qui, e nell'esempio precedente, il contrasto nella forma
sua più semplice e temperata, perchè non si può dire che vi sia
propriamente neanche diverbio. In fatti, san Francesco nulla risponde
alle buone ragioni del diavolo _loico_, e nulla risponde l'angelo ai
rimproveri del vinto avversario. Ma una tale forma, appunto perchè
troppo semplice e temperata, difficilmente avrebbe potuto appagare
la fantasia dei mistici e del popolo. Talvolta le parole son molte
fra gli avversarii. In una delle Visioni di san Furseo, i demonii
disputano assai dottamente con gli angeli di peccati e di penitenza,
citano le Scritture, e fanno grande sfoggio di dialettica. Sovente alle
parole tengono dietro i fatti. San Gregorio Magno narra di un'anima
contrastata, che i diavoli tirano per le gambe verso l'inferno, e
gli angeli per le braccia verso il cielo. Per l'anima di Baronto
contrastano due demonii e l'arcangelo Raffaele. Disputano un giorno
intero, senza venire a nessuna conclusione: finalmente l'arcangelo,
perduta la pazienza, taglia corto ai ragionamenti, e tenta di tirar
l'anima in cielo; ma invano, perchè l'uno dei demonii l'afferra e la
tira dal lato destro, mentre il suo compagno, da tergo, la tambussa
di calci. La battaglia dura un pezzo e si fa più aspra, con molta
consolazione di quell'anima tapina. Sopraggiungono altri quattro
demonii in ajuto dei due, altri due angeli in ajuto dell'arcangelo.
Dagli e picchia, finalmente quelli han la peggio e questi trionfano.
Alcuna volta furono veduti angeli e diavoli, sotto forma di colombi e
di corvi, combattere insieme pel possesso di un'anima.
Ho accennato anche a combattimenti più generali, in cui erano impegnate
molte milizie dell'una e dell'altra parte, e che avevano ragioni pure
più generali. Una volta, nel deserto, l'abate Isidoro mostrò all'abate
Mosè, dalla parte di occidente l'esercito dei diavoli, dalla parte
di oriente l'esercito degli angeli, quello in procinto di assaltare
i santi uomini, questo pronto a difenderli. Un tale, di cui narra
la visione san Bonifacio, apostolo della Germania, assistette a una
specie di contrasto generale di angeli e di demonii, questi intesi
ad accusar le anime e gravare i peccati, quelli intesi ad alleviare e
scusare. Non sarà finalmente fuor di luogo avvertire che il più antico
esempio conosciuto di contrasto fra angelo e demonio, è nella così
detta Epistola cattolica di Giuda, che i critici hanno comunemente ora
in conto di apocrifa, ma che si trova già ricordata nel secondo secolo
dell'era volgare.
Talvolta, se angeli e santi non riuscivano a tenere a segno i diavoli,
e a far lasciar loro la preda, veniva in mezzo la Vergine e subito la
contesa finiva. In un esempio recato da san Pier Damiano, i diavoli,
dopo avere disputato a lungo con gli angeli, lasciate le parole,
ricorrono alla violenza, e si sforzano di trascinare l'anima in
inferno. Già è men risoluta la difesa degli angeli sopraffatti, quando
appare improvvisa fra i combattenti, in un nembo di luce sfolgorante,
la Vergine cinta di milizie celesti. Si rinnova la disputa, e la
Vergine, riconosciuto non avere i diavoli tutto il torto, ordina
all'anima di rientrare nel corpo e di confessare un gravissimo peccato,
sempre per vergogna taciuto. Così i diavoli rimangono frodati del
loro diritto. Non senza qualche ragione dunque dice Satana a Maria nel
_Giobbe_ del Rapisardi:
Gelosa
Del mio scarso poter sovra i mortali,
Tu mi contendi ogni vittoria; chiudi
L'umane orecchie a' detti miei; debelli
Le mie schiere, le mie reti dismagli.
Tal che d'ogni conforto e d'ogni preda
Digiuno in mal feconde opre mi scarno,
E meno a Dio che a me stesso rincresco.
I contrasti fra Satana e la Vergine sono assai numerosi, e parecchi
tra essi provocati, non dal disputato possesso di un'anima, ma dallo
stesso antagonismo incessante che è tra il bene e il male, tra il
cielo e l'inferno. Tale, e per più rispetti singolare, è quello che nel
XIII secolo compose, in rozzi versi, un frate del terzo ordine degli
Umiliati, Bonvesin o Buonvicino da Riva. Satana in esso si mostra assai
più _loico_ del diavolo di Dante, e oppone alle invettive della Vergine
certi argomenti che danno assai da pensare. Perchè ella, che a tutti
i peccatori è tanto pietosa, non ha per lui pietà alcuna? perchè, tra
gl'infiniti peccati che si commettono tuttodì nel mondo, solamente il
suo, quello per cui egli fu cacciato dal cielo, non può essere espiato?
perchè si compiace ella di defraudarlo continuamente d'ogni suo giusto
guadagno e di torgli quanto per legittimo diritto gli appartiene? Se
ella è madre di Dio, non è a lui che ne va debitrice? perchè senza dì
lui non vi sarebbe stato peccato, e senza peccato non vi sarebbe stato
bisogno di redenzione, e se di redenzione non ci fosse stato bisogno,
ella non avrebbe partorito il Redentore. E perchè Dio non creò lui
così buono che non potesse peccare? E se di tanta grazia non voleva
essergli largo, perchè, antivedendo il suo peccato, lo creò? Se Dio
non l'avesse creato, egli non sarebbe demonio, e non brucerebbe per
l'eternità, senza speranza, nel fuoco d'inferno. Sembra che Dio gioisca
di sua irreparabile miseria. Cristo mori pel peccatore umano, e non già
per lui, demonio: a lui nulla toccò del beneficio della redenzione, e
lo stesso beneficio del peccato gli è tolto continuamente contro ogni
ragione e giustizia. In qualche altro contrasto tiene il luogo della
Vergine Cristo in persona.
Notisi che Satana ha un concetto assai chiaro e saldo del proprio
diritto; di quel diritto che, mercè il peccato dei primi parenti, egli
acquistò sulla umanità tutta intera, e sulla natura; di quel diritto
che Padri e Dottori della Chiesa ripetute volte riconobbero in lui,
e del quale l'opera della redenzione lo spogliò solamente in parte,
non in tutto. Ora, l'affermazione di un tale diritto da parte sua, le
continue lesioni recate ad esso dagli avversarii celesti, i dubbii
circa la sua vera natura e i suoi limiti, danno luogo a una vera
controversia giuridica e a una formal procedura. Ne nasce il così detto
Processo di Satana, che diede materia a giureconsulti di professione, e
di cui sono varie forme.
L'idea di esso sembra essere molto antica e risalire sino a Marcione,
l'eresiarca del secondo secolo. In una delle già citate Visioni di
san Furseo, il demonio e l'angelo non potendosi accordare sopra il
possesso di un'anima, deliberano di appellarsi a Dio. A forma piena
tuttavia il processo non perviene se non per opera del famoso Bartolo
da Sassoferrato (1313-1357), di cui si ha in latino, un _Trattato della
questione ventilata innanzi al Signor Gesù Cristo, fra la Vergine
Maria dall'una parte e il diavolo dall'altra_. Il demonio accusa il
genere umano, Maria lo difende, Cristo è giudice, Giovanni Evangelista
notajo e scrivano della curia celeste. Il processo comincia con una
regolare citazione, e la prima udienza è fissata, a dispetto di Satana,
pel venerdì santo. Satana tenta di ricusare l'avvocata della parte
avversaria per due ragioni, la prima perchè madre del giudice, la
seconda perchè donna; ma non gli riesce. Invoca allora, in appoggio
del suo diritto, la prescrizione, e dall'una parte e dall'altra si
cita a gara con grandissimo impegno il _Corpus juris_. La sentenza,
favorevole al genere umano e contraria al suo avversario, reca la data
del 6 aprile 1311. Più altri processi consimili si hanno in latino,
in italiano, in francese, in tedesco. In essi il querelante è sempre
il demonio, l'accusato il genere umano, o la Vergine Maria, la quale
talvolta si presenta invece come avvocata, il giudice, di solito,
Cristo. Qualche altra volta l'accusato è Cristo medesimo, a cui il
demonio rimprovera di avere, contro il diritto, salvato il genere
umano e spogliato l'inferno. Nel _Processus Luciferi_ di Jacopo degli
Ancarani da Teramo (m. 1410), la causa va di appello in appello,
giudicata prima da Salomone, poi da Giuseppe, finalmente da Geremia,
Isaia, Aristotile, Augusto imperatore. Lucifero è condannato ai danni
ed alle spese. Il processo si fa sempre più complicato e più lungo.
Quello composto sul finire del secolo XVI dal poeta drammatico tedesco
e dottore in ambe le leggi Jacopo Ayrer, conta, nella edizione del
1680, senza l'indice, 860 pagine in quarto. In tutti il demonio si
mostra valentissimo legulejo, ma senza frutto. In un poemetto francese
del secolo XIV, l'_Advocacie Nostre Dame_, egli, dopo avere addotto
inutilmente in sua difesa molte e ottime ragioni, vedendo che nulla gli
giovano, se ne va esclamando:
Ah! qu'est justice devenue!