Ubi tenebræ condensæ,

Voces diræ et immensæ,

Et scintillæ sunt succensæ

Flantes in fabrilibus.

Locus ingens et umbrosus,

Fætor ardens et fumosus,

Rumorque tumultuosus,

Et abyssus sitiens.

CAPITOLO XII.

LE DISFATTE DEL DIAVOLO.

Satana aveva, come s'è veduto, numerosi fautori; ma aveva anche

numerosi avversarii: quelli in inferno e sulla terra, questi sulla

terra e nel cielo. Fautori suoi erano tutti gli altri demonii, e

tutti gli uomini malvagi, specialmente gli eretici e gli stregoni;

avversarii, tutti gli uomini buoni, e in più particolar modo i santi,

vivi e morti, e gli ecclesiastici, in grazia, se non di loro virtù, di

loro ministerio; poi i varii ordini degli angeli, la Vergine Maria,

Dio Signore. Dio, come nel tempo della prima ribellione, poca parte

prendeva alla lotta, aspettando la pienezza dei tempi e il termine

fatale segnato alla diabolica tracotanza: contro l'indegno nemico

egli lasciava combattere la madre sua, i suoi santi, tutte le celesti

milizie, e gli uomini cui non veniva meno la sua grazia e l'ajuto di

Santa Chiesa. Ed era battaglia cotidiana, perpetuamente rinnovata,

giacchè, vinto appena, Satana risorgeva, e cacciato da una parte,

ricompariva da un'altra. Qualche volta ancora Satana diventava, di

vinto, vincitore.

Vediamo prima quali vittorie riportassero sul grande avversario gli

uomini d'ossa e di polpe, e vedrem poi quali vittorie riportassero su

di lui gli abitatori del cielo.

Il cristiano, che per la salvezza dell'anima propria pugnava contro

Satana, non mancava di armi, acconce di offesa e di difesa, quali

si richiedevano a così terribil combattimento; ed erano armi parte

spirituali, parte materiali. Egli aveva anzi tutto il sussidio della

divina grazia, senza di cui non era speranza di salute; poi aveva la

fede e la virtù, dietro a cui si riparava come dietro alle mura di una

rocca ben munita e forte. Le pratiche religiose cui egli diligentemente

attendeva, la preghiera, la frequentazione dei sacramenti, i digiuni,

le prolungate vigilie, erano come tante fazioni di guerra, atte a

tener lontano il nemico, o a fargli perdere novamente terreno, se

mai si fosse già troppo inoltrato. Arme formidabile, sempre pronta al

bisogno, e di facile uso, era il segno della croce, non meno buona per

l'offesa che per la difesa. Innumerevoli diavoli ebbero a confessare

di propria bocca che non era loro possibile resistere alla virtù del

sacratissimo segno, il quale li empieva di confusione e di sgomento.

Col segno della croce, non solamente si cacciavano i demonii, ma si

estinguevano incendii, si sedavan procelle, si guarivano infermi,

si ammansavano animali inferociti, e molte altre cose difficili si

facevano. Grande efficacia pure avevano i nomi di Dio Padre, di Gesù,

della Vergine Maria, invocati con fervore di fede, e gettati come una

sfida in volto ai dannati. Poi veniva l'acqua benedetta, più cocente

alle cervici e alle terga scellerate che non la pece bollente e il

piombo fuso delle caldaje infernali. Le campane, che empievano l'aria

di lor voce squillante, invitando i fedeli alle cerimonie del culto,

alla meditazione, alla preghiera, annunziando le feste piene di grazia,

mettevano in rotta i demonii tutto all'intorno, dissipavano le procelle

da questi suscitate assai volte, e producevano altri mirabili effetti;

onde l'inno della campana:

Laudo Deum verum,

Plebem voco,

Congrego clerum.

Defunctos ploro,

Pestem fugo,

Festa decoro.

Funera plango,

Fulgura frango

Sabbata pango.

Excito lentos,

Dissipo ventos,

Paco cruentos;

e in fine, talvolta, il terribile verso:

Est mea cunctorum terror vox dæmoniorum.

Le reliquie dei santi che avevano trionfato di tutti gli assalti e

di tutte le insidie di Satana, ajutavano altri infiniti a conseguire

consimili trionfi, e lo stesso dicasi di certi brevi benedetti, da

portare appesi al collo, o cuciti nei panni, e di certi amuleti. Nè

mancavano cose puramente naturali, le quali erano contrarie e nocive

ai diavoli; tali alcune gemme, come il crisolito e l'agata, che

li volgevano in fuga, e il zaffiro, che riconciliava con Dio; tali

certe piante, come l'aglio e la ruta, e un'erba detta dai francesi

_permanable_, che aveva virtù d'incantare i demonii. Il sale era una

delle cose di cui questi si mostravano più paurosi. Il gallo era,

come già s'è notato, un loro grande avversario, e con la mattutina

sua strombettata, foriera del giorno, li forzava (ma non tutti) a

nascondersi. Finalmente, in certi casi, il cristiano poteva anche usare

felicemente, come vedremo, delle sue braccia e di un buon bastone. Chi

poi era caduto in signoria del nemico poteva, con penitenze più o meno

aspre e lunghe, riscattarsi e mettersi sotto i piedi il tristo padrone.

Tuttavia è da dire che quelle armi e quei ripari non sempre giovavano,

come per chiari esempii si può vedere nelle vite di molti santi,

non pur dei minori e dei mezzani, ma degli eccellentissimi. Accadde

assai volte, qual che ne fosse la cagione, che i diavoli sfacciati

e protervi, ripeterono parola per parola, con ischerno, le sante

orazioni con cui altri s'ingegnava di tenerli in rispetto, e i salmi

stessi del libro sacro; che ghignarono atrocemente alla vista di quella

croce a cui di solito volgevano, fuggendo, le spalle; che trescarono

tripudiando sotto l'aspersorio, e che tanto più gli assalti loro

diventarono rabbiosi e frequenti, quanto maggiori furono le difese.

I santi erano, tra gli uomini, i più terribili avversarii di Satana,

quelli che combattevano senza riposo contro di lui, sia per difendere

sè medesimi, sia per difendere gli altri, e porre argine al suo mal

fare. Molte insidie e infinite noje essi dovevano soffrire da lui;

ma spesso se ne ricattavano con usura, e quanto più aspra e lunga

era stata la battaglia, tanto più glorioso e pieno era il trionfo. Si

potrebbe riempire un libro con la storia autentica degli sfregi, delle

strane burle e delle sante correzioni che Satana e gli spiriti suoi

ebbero da buoni servi di Dio, così dell'uno come dell'altro sesso, da

anacoreti con tanto di barba bianca, e da pie vergini uscite appena di

fanciullezza.

Sant'Antonio, primo eremita, che aveva pazientemente sopportato dai

diavoli mille dispetti, e persino fierissime battiture, un giorno, per

far intendere ad uno di quei suoi nemici quanto poco conto facesse

di lui e delle sue capestrerie, gli sputò nel viso, e quegli, tutto

smarrito, se la svignò. Ora è da dire che lo sputo dei santi poteva

avere qualità che non ha lo sputo degli uomini ordinarii: tanto è vero,

che il vescovo Donato, ai tempi di Arcadio e di Onorio, uccise uno

smisurato e spaventoso drago con solo sputargli in bocca.

Abbiam veduto quanta virtù fosse nel segno della croce. Con un segno

di croce san Sulpizio e san Frodoberto, essendo ancora fanciulli,

cacciavano via il diavolo che voleva impedir loro di recarsi alla

scuola. Usando di quella medesima arme, altri uomini santi ottennero

effetti anche più meravigliosi. Narra Pietro il Venerabile che

essendosi un diavolo introdotto nell'abbazia di Cluny, col proposito

di tentarvi non so che monaco, il priore, che era uomo di grande

avvedutezza e di non minor santità, con un segno di croce, senz'altro

apparecchio, lo cacciò nelle latrine.

Nessuno si meravigli se san Sulpizio e san Frodoberto si schermivano

così bene dal diavolo, anzi lo volgevano in fuga, essendo ancora

fanciulli. Come molte volte era precoce la santità, così erano precoci

certe facoltà e potestà conferite per essa. San Pacomio abate fu, sino

dagli anni più teneri, un grandissimo ed implacabile avversario del

diavolo; san Vittore d'Archiaco incuteva terrore ai demonii essendo

ancora nel ventre di sua madre. Nè questo è maggior miracolo di quello

che operavano le immagini di sant'Ignazio Lojola di fausta memoria, le

quali, così dipinte o scolpite com'erano, facevano levar le calcagna ai

più petulanti e temerarii fra gli spiriti maledetti.

Molti santi legarono il diavolo, quali con catene, quali con un

semplice filo. San Silvestro papa, quel medesimo che, secondo le più

autentiche storie, guarì l'imperator Costantino dalla lebbra, e n'ebbe

in premio Roma e tutto l'impero d'Occidente, san Silvestro acchiappò in

una profonda caverna il diavolo, che aveva presa la forma di un drago,

lo legò con un filo, e gli suggellò con un segno di croce la bocca.

In Ibernia, il santo abate Munna lo legò con una catena infocata.

Altri santi non vollero prendersi cotal briga, o non ci pensarono, e

adoperarono in altro modo.

Sant'Apollonio, abate in Tebaide, colse un giorno il demonio della

superbia sotto le sembianze di un piccolo etiope e lo seppellì

nell'arena. San Contesto, venutogli a tiro una volta non so che

demonio, il quale sotto forma di gigante lo sollecitava a lussuria,

gli gettò attorno al collo la propria stola, e lo menò in giro, come

un cane, per tutta la città. Sant'Illidio ne forzò uno a trasportare

due colonne da Treviri nell'Alvernia; san Procopio di Praga forzava

parecchi a menar l'aratro sui sassi. Il beato Notchero Balbulo, entrato

una notte in chiesa, vi trovò il diavolo sotto forma di cane: gli

ordinò di aspettarlo, e tolto un buon bastone, ch'era stato già di san

Colombano, glielo ruppe addosso. San Dunstano, abate di Glastonbury,

lo trattò anche peggio. Il degno uomo stava un giorno lavorando nella

sua fucina da fabbro ferrajo, com'era solito fare nell'ore disoccupate,

quand'ecco gli si presenta il diavolo tentatore in figura di bella e

giovane donna. Il santo finge di non riconoscerlo, e s'intrattiene

famigliarmente con lui, aspettando che un par di tanaglie, messe

sui carboni, sieno arroventate a dovere. Vedutele com'ei le vuole,

colto il momento opportuno, le afferra, le brandisce, e con mirabile

destrezza attanaglia il naso del malcapitato, traendo e dimenando

con tanto furore, che quegli per l'angoscia, s'avvolge come una

trottola, mugghia come un bufalo, e, appena può, sguizza via come

una saetta. San Domenico fu alquanto più umano. Stando una notte il

santo a studiare, eccoti il diavolo venirgli intorno e dargli briga.

Il santo non si turba nè si spazienta; ma presa la candela al cui

lume leggeva, la pone in mano al demonio, ordinandogli di tenerla

ben ferma, poi come se nulla fosse, si rimette a leggere. Il diavolo

è forzato d'obbedire; la candela arde, si consuma, ed egli si brucia

tutte le dita. Questo stesso giuoco si dice gli abbiano fatto anche

sant'Antonio e san Bernardo. In un caso presso a poco simile, Lutero

si contentò di gettargli in capo il calamaio; ma Lutero non era un

santo; anzi era, dicono, suo figliuolo. I santi non avevano da usar

riguardi. San Bernardo di Chiaravalle viaggiava una volta con un carro.

Viene il diavolo e gli fracassa una ruota. Tanto peggio per lui: il

santo gli ordina di trasformarsi in ruota, e di far l'officio di quella

fracassata.

Spesse volte i diavoli, quando hanno da fare coi santi, si lasciano

cogliere nei lor proprii tranelli. Certo giorno, uno di essi fa venire

una grandissima sete a san Lupo che appunto stava in orazione. Il

santo si fa recare un bel vaso d'acqua fresca, e il diavolo subito ci

si caccia dentro, con la fondata speranza di potergli così entrare in

corpo; ma quegli, placidamente, pone sul vaso il guanciale del letto,

e tien prigione il presuntuoso sino alla mattina seguente. Altri santi

fecero ai loro nemici questo brutto scherzo di chiuderli, e per più

lungo tempo. San Conone Isaurico chiudeva i diavoli in vasi suggellati,

e li poneva nelle fondamenta della sua casa. Maestro di tutti costoro

era stato Salomone, del quale si narrava che avesse rinchiuso in un

vaso di rame non so quante legioni di diavoli, e sprofondato poi il

vaso in una palude presso Babilonia. I diavoli vi sarebbero ancora,

se gl'ingordi babilonesi non avessero ripescato e aperto in mal

punto il vaso, credendo che il più savio dei re ci avesse nascosto un

tesoro. E che dovrei dire di san Chiuppillo, un santo che non si trova

registrato nel calendario, ma che i napoletani conoscono assai bene,

e ricordano spesso? Nessun altro santo s'avvisò, ch'io sappia, di fare

all'arrogante diavolo tentatore lo scherzo che san Chiuppillo gli fece,

e di dirgli le assennate parole ch'egli per ammonimento gli disse. Se

io ne taccio, gli è per non divulgar troppo la vergogna del maledetto.

Le sante non si mostrarono da meno dei santi nel dare al diavolo quel

che si meritava. Un pajo d'esempii può bastare a provarlo. Santa

Giuliana non aveva voluto accettar per isposo Eulogio, prefetto di

Nicomedia, perchè adoratore degl'idoli. Il prefetto, avendola invano

pregata e ammonita, perduta la pazienza, la fece prima battere con le

verghe, poi ordinò che fosse appesa pei capelli, e che le si versasse

in capo piombo liquefatto. Non potendole nuocere in modo alcuno, la

fece caricar di catene e gettare in un carcere. Nel carcere appare alla

vergine il diavolo, in figura di angelo, che le dice: “O Giuliana, io

sono l'angelo di Dio, il quale a te mi manda perchè tu ti risolva di

adorare gl'idoli, e non voglia morire di così mala morte.„ Ma Giuliana

volge una fervida preghiera al cielo, e lo stesso demonio è costretto

a scoprirsi. Allora la valorosa fanciulla, per insegnargli a non più

tentare le sante vergini, gli lega le mani dietro la schiena, lo getta

a terra, e senza punto commuoversi alle sue grida, con quella stessa

catena che avvinceva lei, lo flagella ben bene. Il prefetto ordina

che Giuliana sia tratta di carcere e sottoposta a nuovi tormenti: ella

esce, tirandosi dietro il suo nemico. Questi si duole e si raccomanda:

“O Giuliana, non mi rendere a questo modo ridicolo, perchè io non potrò

più tentar cosa alcuna contro nessuno. Si dice pure che i cristiani

sono misericordiosi; perchè non hai tu misericordia di me?„ Ma Giuliana

non gli bada, lo mena in trionfo per tutto il foro, e lo getta da

ultimo in una latrina. Quel forsennato del prefetto ha veduto ogni

cosa e non se ne dà per inteso. Ordina che la fanciulla sia lacerata

sulla ruota; ma un angelo spezza la ruota e la fanciulla torna più

sana di prima. Infiniti spettatori di tanto miracolo si convertono

alla fede di Cristo, e lì per lì sono decapitati cinquecento maschi e

centotrenta femmine. Il prefetto fa immergere Giuliana in una caldaja

piena di piombo fuso. Tornata vana anche questa prova, comanda che sia

senz'altro decollata. In quel punto ricomparisce il demonio in figura

di giovane, e aizza i carnefici, ricordando le offese fatte agli dei

e a lui; ma Giuliana con solo aprire alquanto gli occhi lo volge in

fuga. Da ultimo ella consegue la palma del martirio. Un'altra Giuliana,

priora di Monte Cornelio, quando il demonio le dava troppa noja, se lo

cacciava sotto ai piedi, e lo pigiava come si fa dell'uva nel tino.

Più poetico, se non più mirabile, è il caso di una santa Gertrude, non

so quale delle parecchie ch'ebbero tal nome.

Qui il diavolo non è picchiato, nè legato; ma ciò ch'ei fa prova

quanto potesse sopra di lui la santa. Un cavaliere s'era perdutamente

innamorato della bellissima vergine, la quale, aliena da ogni amore

mondano, non d'altre nozze bramosa che di quelle eterne con lo sposo

celeste, s'era chiusa in un chiostro, e viveva di contemplazione e di

preghiera. Non potendo altro fare, il gentil cavaliere dona tutto il

suo all'ordine cui s'era ascritta Gertrude, e in ispazio di tre anni

si riduce in povertà. Doglioso, non di questo, ma di non potere più

oltre spendere a onore della sua dolce amica, egli va errando per la

campagna, e una notte s'imbatte nel diavolo, che gli promette di farlo

assai più ricco di prima, quand'egli, passati sette anni, s'impegni

di dargli l'anima. Accetta l'innamorato, scrive col proprio sangue la

obbligazione, e, divenuto più ricco di prima, spende e spande a onor

della sua dama. Gli anni passano intanto, giunge il termine stabilito.

Il cavaliere va ad accommiatarsi dalla fanciulla e le lascia intendere

qual sorte l'aspetti; poi, bevuto un bicchier di vino che quella gli

porge, monta a cavallo, e da uomo leale, a mezzanotte, si reca al

luogo dove il terribile creditore gli diede la posta. Ma il demonio,

al vederlo, è preso da gran turbamento, e restituisce, senza nulla

chiedere, la scrittura: egli aveva scorta, seduta in groppa, dietro al

cavaliere, la vergine Gertrude, venuta a soccorrere il suo innamorato.

Più d'una volta la naturale inimicizia che era tra diavoli e santi

produsse vere sfide e veri duelli e lotte a corpo a corpo. San Vulstano

se ne stava un giorno in chiesa, a pregare dinanzi all'altare. Capita

quel mal consigliato del diavolo, e lo invita a lottare insieme. Il

santo accetta, lo avvinghia, lo butta in terra e lo concia pel dì delle

feste. Sant'Andrea di Scizia ebbe una volta una curiosa visione. Gli

pareva d'essere in un circo, e che da una parte fosse una moltitudine

di etiopi, cioè di diavoli, dall'altra una moltitudine d'uomini in

vesti candide, cioè di cristiani. Gli etiopi discorrevano fra loro

di corsa e di lotta, e sembravano pendere dal cenno di uno smisurato

moro, che tutti gli avanzava in forza e statura. Dubitavano i candidi

chi potesse affrontarsi con costui. Andrea lo affronta e lo vince.

I candidi fanno risonare il circo di applausi, e un angelo reca in

premio al vincitore tre corone. Parecchi narrano la storia di un

lombardo, uomo devoto, e fornito di buone braccia, il quale desiderava

ardentemente di potersi misurare col diavolo, e pregava Dio gliene

facesse la grazia. Un giorno, trovandosi egli in Ispagna, ai tempi

di san Vincenzo Ferrer, gli capita innanzi, in un campo, una povera

vecchia, incartapecorita e sgangherata: egli crede sia il diavolo, e

senza domandar altro, le salta addosso e la finisce di busse.

Chi volesse dire tutto il bene che i santi fecero, mentr'erano ancora

in questo basso mondo impedendo ai diavoli di far male, avrebbe da

dire per un pezzo. Infinite volte essi li forzarono a dire ciò che

più quelli avrebbero voluto tacere, a confessare ogni loro secreto

e ogni loro proposito, le birbonate commesse e quelle da commettere.

Molti santi riconoscevano il nemico sotto qualsiasi forma gli piacesse

nascondersi; altri lo sentivano all'odore come il bracco la preda.

Da tutto ciò grandissimo giovamento doveva venire alla buona causa,

e s'intende assai. bene come possa esser vero ciò che i biografi più

avveduti affermano, cioè che in pieno secolo XV il solo che impedisse

ai diavoli di mandare a soqquadro e in rovina questa sciagurata Italia

fosse san Francesco da Paola.

L'uomo, anche non santo, poteva, usando armi acconce, vincere il

diavolo quando questi assaliva di fuori; ma se il diavolo, simile ad

un nemico che per occulte vie penetri in una fortezza, gli era entrato

in corpo, il vincerlo diveniva assai più malagevole, e di solito, per

forzarlo a sgombrare, era necessario, come abbiam veduto, l'altrui

soccorso. Tommaso Cantipratense ricorda, gli è vero, il caso di un

chierico indemoniato, il quale si liberò da sè, bruciando un eretico;

ma queste erano eccezioni. Anche ammessa l'efficacia del rimedio, non

sempre l'indemoniato aveva sotto mano un eretico da bruciare; e poi gli

eretici li bruciavano gl'inquisitori, gelosissimi delle prerogative

del loro mestiere. Di regola l'indemoniato era un uomo posto fuori

di combattimento, e la battaglia si combatteva, non tra il demonio e

lui, ma tra il demonio e un campione più o meno agguerrito, il quale,

per di fuori, usava, con varia fortuna, varie arti di guerra. A rigor

di termine l'indemoniato era un castello, entro a cui il diavolo, o i

diavoli, si riparavano dagli assalitori, e spesso vittoriosamente li

respingevano.

Molti erano i modi usati a cacciare i demonii, e la loro efficacia

dipendeva, in parte, dalla qualità lor propria, in parte dalla qualità

di coloro che li adoperavano. Gran differenza era, per questo rispetto,

dall'umile esorcista, il quale non aveva altro che il suo carattere

ecclesiastico, al santo miracoloso, uso ad appender la cappa a un

raggio di sole, o a mutar l'acqua in vino. Dove quegli non vinceva se

non dopo lunghe e faticose pratiche, correndo talvolta il pericolo

d'essere invaso da quello stesso demonio onde liberava altrui, il

santo vinceva con una parola, un gesto, uno sguardo. L'esorcismo era

una operazione lunga e intricata, o semplicissima e breve, secondo i

casi. Poteva richiedere preghiere insistenti, formule rituali, digiuni

e altre macerazioni, candele accese, suffumigi, ecc.; ma poteva anche

far di meno di tutte queste cose. Bisogna poi dire che non tutti i

diavoli erano di una natura o di un umore; e come ce n'eran di quelli

che voltavan le spalle alle prime avvisaglie, anzi al primo rumore di

guerra, così ce n'erano altri, i quali facevano difesa disperata, e

che bisognava cavar di corpo agl'indemoniati come si trae il chiodo

dall'asse, con le tenaglie. Molti indemoniati rimasero liberi con solo

toccare le reliquie di un santo famoso, o bevendo un po' d'acqua in cui

era stato infuso un pizzico di polvere grattata via dal sepolcro di un

santo famoso; parecchi furono guariti, o vogliam dire riscattati, con

l'acqua che aveva servito a lavare i santissimi zoccoli di sant'Elia

Speleota. Esorcizzati da santi, i diavoli solevano dare qualche

segno sensibile di loro confusione e di loro sgomento. Un diavolo

esorcizzato da sant'Apro, uscì dal primo uscio che gli venne innanzi,

rumorosamente, e, dice il fedele biografo, con grande flusso di ventre.

Degna fuga di così laido nemico.

Erasmo da Rotterdam, in quello de' suoi _Colloquii_ che s'intitola

_Exorcismus sive Spectrum_, si burla allegramente di tutte le formole,

di tutti i riti e di tutti gli anfanamenti degli esorcisti; ma si

sa che la sua ortodossia non fu troppo sicura, e i suoi scherni

non tolsero a un cappuccino mantovano di comporre, verso la fine

del secolo XVI, un libro latino, il cui titolo, recato in italiano,

suona così: _Flagello dei demonii, contenente esorcismi terribili,

potentissimi ed efficaci, e provatissimi rimedii, atti a espellere

di corpo agl'indemoniati i maligni spiriti e ogni sorta di maleficii,

con le sue benedizioni e tutte l'altre cose che a detta espulsione si

richieggono_. Non dimentichiamo che tra i rimedii provatissimi era

anche il bastone, e che più di un energumeno, bastonato ben bene da

qualche santo nerboruto, fu veduto raumiliarsi come per miracolo, e

guarire senza bisogno d'altro esorcismo.

CAPITOLO XIII.

SEGUITANO LE DISFATTE DEL DIAVOLO.

Dalle vittorie che riportavano sul diavolo gli uomini vivi, passiamo

a veder le vittorie che su di lui riportavano gli uomini morti fatti

cittadini del cielo, e gli altri spiriti celesti, voglio dire i santi,

gli angeli d'ogni grado, la Vergine Maria. I santi, gli angeli, la

Vergine, erano sempre pronti ad accorrere in ajuto di chi, con salda

fede e mente pura, li invocava nella perpetua battaglia contro il

nemico. Qualche volta, se aveva il diritto dalla sua, il diavolo la

vinceva contro gli avversarii celesti; ma il più delle volte, anche

avendo dalla sua il diritto, la perdeva. Se ci entrava di mezzo la

Vergine perdeva sempre, e rimaneva col danno e con le beffe.

I santi, guadagnatosi il cielo, non dimenticavano la terra, anzi

volentieri assai seguitavano a ingerirsi nelle cose di quaggiù, dove

erano chiese innalzate in loro onore, ordini monastici istituiti

da loro, intere città e regni che si gloriavano d'averli patroni e

protettori. A tutti i fedeli in genere, ma in più particolar modo

ai loro devoti, essi erano larghi di ajuto, specie se si trattava di

combattere il diavolo, e quando il bisogno lo richiedeva, non esitavan

punto a scendere di cielo in terra, e a vestir novamente, in apparenza

almeno, il peso della carne. Molti esempii se ne potrebbero recare;

quello che segue è uno dei più illustri.

Il Diavolo · 第 14 / 18 段